Paola Demagri
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Paola Demagri

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No infortuni e morti sul lavoro : serve salute e sicurezza

Da Paola Demagri 28 Aprile 2022

Si celebra oggi 28 aprile la giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro

Sono ormai trascorsi parecchi anni dall’applicazione del Decreto Legislativo del 1994 e del testo unico 81 del 2008, norme con le quali venivano decretate azioni in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. I benefici dalla loro applicazione si sono certamente viste negli anni soprattutto in termini di consapevolezza ma anche in termini di riduzione degli infortuni.

Non si può però dire che si sia affermata una vera e sicura attività per la sicurezza negli ambienti di lavoro. Troppo spesso ancora oggi leggiamo sulle cronache locali eventi di infortuni e morti sul lavoro. Il tema va quindi ancora oggi affrontato con tutte le componenti del sistema produttivo e i rappresentanti dei lavoratori per cercare di combattere le cause di questo triste fenomeno.

Per affrontare la questione è necessario considerare la sicurezza come un valore, attuare un approccio organizzativo per l’attività di prevenzione che sia flessibile e aggiornato continuamente. Tutti i lavoratori devono essere responsabilizzati affinché ognuno possa essere vero protagonista della sicurezza propria e anche dei colleghi di lavoro. Ovviamente la formazione e l’informazione devono essere continue e trasversali a tutti livelli.

Le imprese trentine grandi o piccoli che siano devono essere messe nella condizione di poter esercitare la loro azione di responsabilità . Anche noi del PATT all’argomento abbiamo posto da sempre particolare attenzione e non solo in occasione di eventi mortali.

Il Consiglio Provinciale è stato coinvolto grazie alle minoranze consiliari

A giugno 2021 i gruppi consiliari di minoranza durante un Consiglio Provinciale hanno promosso un’informativa attraverso la quale l’Assessore allo sviluppo economico, ricerca e lavoro ci informava in tema di andamento degli infortuni sul lavoro e relativi provvedimenti della giunta per contenere questa piaga sociale intollerabile.

I dati non erano di certo confortanti perché l’ultimo riferimento riguardava i 7363 infortuni nel 2019, arrivati a 7640 nel 2020. La giunta in quell’occasione aveva dichiarato di voler migliorare il sistema della sicurezza intervenendo sull’assetto istituzionale della prevenzione con interventi su precise politiche di prevenzione. E’ necessaria, secondo tutti , una maggiore partecipazione e supporto al comitato di coordinamento come cabina di regia provinciale, mai attuato completamente in Provincia. Si era ravvisata inoltre la necessità di liberare risorse specializzate nell’organo di vigilanza per rafforzare la prevenzione. Durante il consiglio tre sono state le risoluzioni promosse dalle minoranze e discusse approvate all’ unanimità dal Consiglio Provinciale.

E’passato quasi un anno da quel Consiglio e ci chiediamo quali promesse sono state mantenute? Quali attività sono state promosse? Un’interrogazione con il collega consigliere Michele Dellapiccola ci consentirà di conoscere lo stato dell’arte delle promesse fatte e delle quali il mondo dei lavoratori ne ha estremo bisogno per non dover piangere ulteriori morti come quelle che si sono viste in quest’ultimo periodo durante le attività boschive.

  • Compito dei Consiglieri di minoranza è anche quello di sorvegliare che le promesse fatte nell’aula democratica siano poi attuate dalla Giunta e che non rimangano promesse sulla carta.

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Le culle sono vuote e il Trentino invecchia

Da Paola Demagri 24 Aprile 2022

Il tema della denatalità rappresenta una delle cartine di tornasole delle dinamiche sociali ed economiche dell’era contemporanea.  il problema della bassa natalità è molto sentito dall’opinione pubblica che ritiene una questione importante per il futuro del nostro paese.

Le dimensioni del problema ci conducono subito a riflettere sul tipo di incidenza dal punto di vista sociale ed umana. Per esempio sui modelli di lavoro, sulla dimensione dei servizi, sulla disposizione delle famiglie, sulle forme di sostegno economico per la natalità e in generale sulle dinamiche delle scelte politiche del nostro paese. E’ plausibile che la bassa natalità si riduca ulteriormente anche a seguito dell’aumentata incertezza sul futuro. 

Il tema lavoro, l’occupazione giovanile, le politiche giovanili, la carenza di servizi di conciliazione, i bassi redditi e il basso tasso di occupazione femminile sono elementi indicativi per un’analisi da qui ai prossimi 30 anni. 

In provincia di Trento tra il 2010 e il 2020 si sono avuti 1500 nati in meno. I fattori riguardano sicuramente la riduzione delle potenziali madri, la crescita di donne senza figli e la crisi della nuzialità. L’università di Trento ipotizza che entro tre lustri gli studenti frequentanti le scuole superiori trentine si ridurranno di oltre un quarto è più avanti si ridurranno gli ingressi nel mondo del lavoro.

Il Trentino è quindi entrato in un crollo demografico irreversibile? Potrebbe tutto ciò causare un’ instabilità economica?

Quali scelte può fare la politica?

In provincia di Trento qualcosa si è fatto per favorire l’incremento delle nascite ma a quanto pare non è ancora sufficiente a dare garanzie di un innalzamento significativo. Non basta staccare gli assegni di natalità per i primi tre anni del bambino o contribuire per abbattere le spese dell’asilo nido o dei trasporti o per la pratica dello Sport. Non basta promettere l’apertura dei Punti Nascita negli Ospedali di Valle. 

Si è dimostrato che a lungo tempo questi strumenti non sono sufficienti a riempire le culle. Gli interventi devono innanzitutto essere estesi per molti più anni; si potrebbe invece  garantire l’aspettativa retribuita ai genitori per un periodo più lungo degli attuali sei mesi facoltativi. Il Trentino ha bisogno di individuare strumenti nuovi che consentano alle famiglie di vivere in un contesto armonico tra la gestione familiare, lavorativa e il tempo. Le politiche della casa che sono state sostanzialmente abbandonate dall’attuale  Governo provinciale devono essere recuperate e messe a disposizione delle giovani coppie. 

In aula nel mese di luglio si voterà la variazione di Bilancio e il PATT cercherà di indirizzare questa Giunta a considerare le Politiche per la casa , come valido strumento per far fronte al problema della denatalità.

Se le culla rimangono vuote e il Trentino invecchia un’altra alternativa potrà essere l’immigrazione? Una considerazione seria sulla questione va fatta tenendo lontani pregiudizi, strumentalizzazioni e ideologie divisive. Come ogni questione che riguardi il sistema sociale del nostro Trentino anche l’immigrazione , a parer mio, va favorita e gestita , secondo canoni chiari e rispondenti al pensiero comune che da sempre hanno contraddistinto i trentini come persone inclusive, solidali e favorenti la collaborazione.

Anche se le famiglie ripartissero a gonfie vele a fare figli, servirebbero almeno vent anni prima che i nuovi nati possano diventare lavoratori.

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Non sei di Cles se non conosci la storia della Tavola Clesiana.

Da Paola Demagri 22 Aprile 2022

Un’importante lastra di bronzo scoperta a Cles  nella zona Campi Neri nell’anno 1869. L’intera area ha restituito in passato un consistente numero di reperti, in particolare legati alla sfera cultuale, cronologicamente compresi tra l’età del Bronzo e la tarda romanità.

Tra i vari importanti reperti la più significativa è la Tavola Clesiana .  L’importante lastra contiene un editto emanato dall’imperatore Claudio 46 d.c. che  estendeva la cittadinanza romana ad Anauni, Sinduni e Tulliassi.

Il bronzo ritrovato  è un simbolo politico,  storico, archeologico e sociale. Per questo da sempre è stata oggetto di importanti studi di ricerca che hanno consentito di ricostruire la storia giuridica di quell’epoca. La lastra fu venduta alla città di Trento e successiva vi fu una sua musealizzazione. 

Della Tabula clesiana se ne occuparono in molti. In particolare nel 1998 una giovane ricercatrice trentina Sara Toniatti. Morta prematuramente  lasciò un patrimonio inestimabile di raccolta dati sulla tavola clesiana. Alla giovane ricercatrice, in questi giorni, simbolicamente le è stato consegnata la prima copia del volume “La Tabula Clesiana al Castello del Buonconsiglio”. Il tutto avvenuto nella preziosa cornice di Palazzo Assessorile di Cles nella giornata di giovedì 21 aprile 2022 alla presenza della madre di Sara.

Un momento culturale offerto alla cittadinanza clesiana e anaunense per non dimenticare la nostra storia, le nostre radici e anche le fatiche dei giovani ricercatori. 

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Ogni problema ha tre soluzioni: la mia, la tua e la soluzione giusta

Da Paola Demagri 19 Aprile 2022

Il termine problem solving ( in italiano “risoluzione di un problema”) indica un’attività finalizzata all’analisi e alla risoluzione dei problemi. Tecniche e metodi possono essere generici o dedicati. 

La capacità di risolvere problemi passa dalla capacità di individuarli, analizzarli, definirli e risolverli. Ricerche, dati, teorie, esperti, tavoli, facilitino sicuramente tutto l’iter fino ad arrivare alla soluzione finale. Si dice che ogni problema ha tre soluzioni: la mia, la tua e la soluzione giusta che potrebbe essere l’insieme delle prime due messe assieme.

Uso questo racconto e relativo aforisma  per tornare sulla questione Associazione Trasporti Secondari e Assessorato alla Salute i due collegati tra loro attraverso una convenzione che scade il 30 aprile 2022.

Nei mesi scorsi l ‘Assessorato alla Salute manco ci pensò ad avviare un iter di approfondimento con i referenti delle 54 Associazioni trentine e tirò dritto per la sua strada con una comparativa inadeguata all’uopo. “ La mia soluzione” .

Le Associazione di volontariato esprimono le loro esigenze e si attivano per trovare le soluzioni al problema. “ La tua soluzione” 

I Politici che governano il Trentino pare non abbiano compreso l’entità della questione e i bravi Dirigenti impostano quindi una soluzione assai tortuosa da applicare. Le Associazioni che invece hanno ben chiaro tutto, manifestano con i  dovuti modi il loro disappunto ed ecco che allora la Giunta si appresta a fare la delibera che blocca l’iter.

Finalmente nel Palazzo qualcuno ha capito che è meglio fermarsi a riflettere insieme  agli addetti ai lavori. “ La soluzione giusta ”.

Peccato che citino in delibera una motivazione mai manifestata dalle Associazioni “inadeguatezza del vigente sistema di riconoscimento dei costi”  e che invece non sia stato scritto che le Associazioni non potranno aderire alla comparativa per inadeguatezza dei criteri di adesione e inadeguatezza del metodo nell’affrontare il problema di una convenzione in scadenza che ha semplicemente bisogno di essere rinnovata come fatto da più di 20 anni or sono.

Sapete che vi dico? Meglio tardi che mai e che si dia il via a trovare la soluzione per tutti.

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19 Aprile 2022 0 Commenti
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Le Associazioni di trasporti sanitari non possono essere ingessate da bandi di gara: se dovesse accadere sarebbe la loro fine

Da Paola Demagri 17 Aprile 2022

Se la famiglia è il luogo in cui nascono i legami affettivi fra le persone, il volontariato esprime il momento di massima espansione delle relazioni verso l’esterno: per il volontario la comunità diventa famiglia. Il nostro Trentino è ricco di associazioni dove si impara a mettersi in discussione e ad adoperarsi a favore dell’altro.

Il volontariato insegna a costruire comunità: è frutto di nobile sentire, collante e vettore di valori per molti giovani. Condivisione, solidarietà, generosità, gratuità, entusiasmo, umanità, professionalità, apertura, dedizione, serietà sono solo alcune delle caratteristiche che fanno parte della cultura dell’associazionismo.

Il Volontariato

E’ un   sistema valoriale profondamente radicato nei nostri paesi, una concezione del vivere su cui puntare con decisione con azioni di valorizzazione e sostegno concrete. In Trentino non esiste ambito sociale e culturale dove la figura del volontario non sia presente nel garantire supporto, in molte circostanze in modo determinante, a progetti, attività e interventi delle istituzioni pubbliche.

In questi giorni alcune associazioni di volontariato, che dedicano la loro attività ai trasporti sanitari, stanno affrontando una situazione piuttosto complessa. La PAT a seguito dello scadere della convenzione che da sempre regge i rapporti tra APSS e Associazioni 118, ha fatto pubblicare la cosi detta “comparativa” che è un bando di gara a tutti gli effetti. E’ piuttosto evidente per gli addetti ai lavori che partecipare a questo bando sia difficile se non impossibile in quanto sono richiesti dei criteri particolarmente impegnativi da portare avanti da parte delle Associazioni vocate al volontariato e non alle regole dei contratti per i dipendenti.

I tavoli con poche sedie non creano relazioni proficue

E’ da più di un anno che le Associazioni tentano di interloquire con gli addetti ai lavori che siedono in Assessorato, ma o i soggetti fanno orecchie da mercante oppure ignorano completamente le ricadute negative che si avranno sui nostri cittadini se il bando non verrà sospeso e rivisto. Lo scherzo messo in piedi dalla Giunta potrebbe costare caro: licenziamento dei dipendenti delle Associazioni ( circa 150 unità),sospensione dei viaggi sanitari programmati ( 95% del totale dei viaggi), sospensione dei viaggi sanitari urgenti ( 35% su tutti i viaggi urgenti ) , più di 300 mezzi sanitari fermi, e quasi 3000 volontari delusi dalle scelte politiche. Vi sembra poco?

Ormai la PAT in questi anni non ha fatto altro che mettere in piedi tavoli su tavoli , quindi uno in più non avrebbe nuociuto. Sarebbe stata un’occasione da non perdere. Oggi le sedie attorno al tavolo sono praticamente assenti ed c’è anche il rischio che i veri sostenitori dei viaggi sanitari siano costretti a lasciare vuote anche le sedi-e delle Associazioni.

A me pare davvero una vera follia, disperdere tutto questo patrimonio del nostro tessuto sociale e della organizzazione sanitaria in tema di trasporti. Crediamo nei volontari e diamo loro gli strumenti utili per poter essere sempre all’altezza di gestire al meglio la salute dei trentini.

Chissà come andrà a finire: di certo i trentini hanno bisogno di questi volontari e sono anche molto riconoscenti per ciò che fanno . Anche la PAT e APSS sanno che le Associazioni sono indispensabili , ma della riconoscenza non se ne vede nemmeno una briciola.

Alle moltissime persone impegnate nelle associazioni delle nostre comunità va la nostra riconoscenza e il nostro sostegno, affinché la cultura del volontariato continui fedele alla tradizione del nostro territorio dove lo spendersi per l’altro è patrimonio comune.

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Azioni coordinate per migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane a livello di popolazione alpina 

Da Paola Demagri 15 Aprile 2022

Al Muse un documentario premiato, dedicato alla pastorizia, una professione sempre più difficile da fare

Un viaggio attraverso il Lagorai,  le Alpi trentine e le Dolomiti per seguire i pastori e i loro greggi,  fatto attraverso un documentario di Emanuele Confortin , premiato nel 2021 al Trento film festival. Il documentario ci racconta la complessa e organizzata attività dei pastori transumanti che vivono fuori casa sette mesi all’anno. Di strada ne percorrono tanta e di ostacoli o difficoltà ne incontrano ogni giorno: divieti di pascolo, intemperie, mancanza di comodi rifugi per riposare, zone rocciose e meno adatte al pascolo, ferite e lesioni delle pecore che poi ne limitano la camminata, la gestione dei cani da guardiania e negli ultimi anni la ininterrotta custodia del gregge per evitare l’attacco del lupo.
Perciò l’attività principale è quella di cercare i pascoli migliori per i loro greggi, garantire il benessere animale lasciando in secondo piano le comodità dei pastori. A tutto questo si aggiunge la difficile convivenza con il lupo che sta ormai occupando le zone boschive delle nostre valli , fino ad arrivare anche nelle vicinanze delle aree urbanizzate. 

La verità che va raccontata.

Il lupo si sa è e rimarrà per sempre animale protetto a livello nazionale ed Europeo ma alla politica provinciale spettano comunque dei compiti che non possono essere delegati ad altri. In primis le attività di monitoraggio delle aree interessate con il costante aggiornamento dei dati per conoscere il numero dei branchi e la loro distribuzione sul territorio. Una seconda importante attività è quella informativa, corretta e approfondita, senza voler sottovalutare il problema, raccontando semplicemente la verità: il lupo c’è e rimarrà per sempre e dal lupo è necessario proteggere gli animali e se stessi ( anche se di attacchi all’uomo in Italia e in Europa non ne sono registrati dopo il 1900).

Il ritorno naturale del lupo richiede un cambiamento nelle pratiche pastorali che erano state consolidate durante la sua assenza lunga oltre un secolo. I pastori e i loro greggi devono essere i principali attori da coinvolgere nelle decisioni politiche , soprattutto per la loro salvaguardia. Devono avere garanzie di protezione, assegnazione di strumenti protettivi, indennizzi, ascolto e comprensione delle difficoltà che ogni giorno incontrano.

La provincia Autonoma di Trento può fare di più? Certamente sì, se non altro proseguire nel solco già tracciato dalla precedente Giunta che si era occupata lungamente del problema orso e lupo tanto da riuscire a normarne cattura e abbattimento. 

L’immobilismo e il silenzio sono cattivi consiglieri! 

15 Aprile 2022 0 Commenti
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Università di medicina: verità o propaganda?

Da Paola Demagri 12 Aprile 2022

La più grande novità dell’accademia trentina è senza dubbio l’apertura della Scuola di Medicina, quella che in epoca pre-riforma si sarebbe chiamata facoltà, per intenderci. All’occhio della popolazione non esperta di affari sanitari appare senza dubbio una conquista, per una città piccola come Trento, un’aggiunta di cultura accademica a quella che già esiste e di cui orgogliosamente ci fregiamo. Ebbene ma è davvero così? Anche in questo caso la vicenda è carica di un certo populismo che necessita, a mio parere, di alcune riflessioni.

In primis è d’obbligo rammentare che, per poter funzionare, una facoltà (dovrei dire Scuola, mi si permetta il termine) ha bisogno di un adeguato bacino d’utenza. Se il progetto dovesse davvero partire così come concepito si noti che la nostra facoltà sarebbe stretta tra Verona a sud, Padova a sud-est, Brescia e Milano a ovest e da non dimenticare anche Innsbruck a nord. Dunque c’è da chiedersi che senso possa avere creare un centro di formazione in una zona che già pullula di offerta, alla quale inoltre è ben difficile fare concorrenza, data la consolidata presenza sul territorio e l’ indubbia fama.

Si rischia seriamente di fungere da “serie B”, di essere considerati per così dire la sede spazzatura, la sede, a farla semplice, in cui i cattedratici delle facoltà quotate mandano i loro sottoposti più indesiderati ottemperando al principio caro purtroppo al mondo universitario italiano del promoveatur ut amoveatur, atto che non contempla certo l’apporto di qualità scientifica. Chi ha frequentato taluni ambienti sa da quanto cinismo, meschinità e ipocrisia possano essere caratterizzati, atteggiamenti da cui Trento dovrebbe ben guardarsi. Il pericolo scegliendo Verona come partner, dove molti cattedratici non sono più le menti illuminate di un tempo, è reale. Purtroppo se non si riuscirà a mantenere una netta autonomia decisionale e passerà quella malata mentalità antimeritocratica che attanaglia quegli ambienti, si finirà per essere considerati alla stregua di una sede distaccata di seconda serie appunto, inficiando la reputazione di tutto l’Ateneo, sin ad ora sempre considerato di ottimo livello.

Come fare quindi a riempire questa “scatola”?

Non è poi difficile fondare un ente, basta determinarne le qualifiche giuridiche ed avere l’avvallo delle parti. Esattamente quello che è successo. Partiamo dal fatto che gli attuali governanti non hanno, anche in questo caso, prodotto un bel nulla perché l’idea e il piano era già pronto da tempo, dalle passate legislature, che saggiamente avevano però atteso per realizzare qualcosa di serio, promuovendo accordi che per nascere hanno inesorabilmente bisogno di tempo.

I progetti acchiappa voti sono figli della fretta populista che mal si concilia con un’azione importante come l’istituzione di una nuovo corso di studi come quello di medicina. A mio avviso, per le motivazioni sopradescritte, è necessario che Trento, se vuole dotarsi di una facoltà di medicina, offra qualcosa di particolare, che dia una motivazione ai futuri studenti e ai professori per scegliere di trasferirsi in una città sostanzialmente piccola e tra le montagne. La nostra posizione geografica e la nostra storia più esserci d’aiuto. Trento è infatti il vero crocevia culturale tra le tradizioni tedesche e quelle italiane, su questi principi si basano anche buona parte delle istanze autonomiste che hanno sempre caratterizzato questo piccolo pezzo d’Italia. E’ questo che va messo a frutto, guardando con lungimiranza europeista, oltreconfine, all’ Austria, a Innsbruck. Se si creasse un’università transfrontaliera in cui i Laender del tirolo storico unissero le culture, le tradizioni, le visioni scientifiche, allora sì che faremmo centro. Un progetto ambizioso che tuttavia ha la sua logica, a meno che non si intenda la tanto decantata Euroregione come entità insulsa, utile solo ad apparire su qualche cartello autostradale e su qualche foto di circostanza. Se Trento entrasse come sede in una collaborazione di questa entità si creerebbero certamente le basi per un incredibile salto di qualità di tutto il sistema e dell’intera provincia.

Chiunque abbia partecipato a collaborazioni internazionali tramite progetti di studio e ricerca sa quanto fermento e quante possibilità di accrescimento culturale, sia in senso lato, che nei propri specifici ambiti di interesse, forniscano queste esperienze.

Un’ offerta formativa di questo genere oltre a essere unica ed esclusiva in Europa, proietterebbe la nostra provincia tra le eccellenze universitarie assolute non solo nazionali ma probabilmente anche europee. La possibilità di imparare e collaborare stabilmente con i colleghi di altri paesi è sempre positiva e crea un volano di competenze difficilmente raggiungibile guardando esclusivamente al proprio ristretto orticello di casa. A questo si aggiunga l’opportunità di seguire le lezioni in differenti lingue con annesse e connesse opportunità di studiarle e perfezionarle direttamente sul campo.

Abbiamo delle strutture idonee?

Tutto ciò non ha però solo bisogno di tempo ma anche di adeguate strutture. Certamente l’attuale ospedale non può fungere da clinica universitaria, è necessario puntare su quel nuovo nosocomio che tanto fa discutere. Le problematiche che stanno insorgendo possono avere, dal punto di vista universitario, dei risvolti positivi. Infatti se si costruisse l’ospedale come sino ad ora concepito, si realizzerebbe in primo luogo un ospedale già vecchio di 20 anni e inoltre non adatto ai nuovi orizzonti che il Trentino sembra voler percorrere.

Ricordo bene che la Giunta Dellai, quella che per prima diede il via al dibattito sulla necessità di un nuovo ospedale, ne aveva in qualche modo intuito la possibile funzione come centro di formazione ma attenzione, per medici che venissero come “ospiti” per così dire. I giornali dell’epoca descrissero l’iniziativa con l’anglicismo “teaching hospital” , ossia un centro di cura che pur non essendo universitario disponesse di alcune caratteristiche idonee ad accogliere giovani colleghi per insegnare loro la pratica, più che altro. Tutt’altra cosa è la concezione di un vero e proprio ospedale universitario che, mi si passi il semplicistico ma efficace aggettivo, è cosa davvero “seria”.

Con la denominazione di ospedale universitario, o clinica universitaria, si intende una struttura che abbia un’ampia e attrezzata area per la ricerca, indispensabile per promuovere e produrre sapere, oltrechè per attirare le professionalità di cui necessita il concetto stesso di università, di qualsiasi tipo essa sia. Gli avanzamenti della tecnologia e il progresso medico rendono inoltre auspicabile la realizzazione di sistemi all’avanguardia che embrichino, interconnettano, il mondo della medicina pratica con quella universitaria, questo vuol dire sistemi informatici e apparecchiature che permettano alla ricerca di nascere e svilupparsi e possano fornire allo studente la preparazione necessaria ad affrontare la professione. Non solo, anche di aule, spazi e laboratori che devono essere per forza di cose interne alla struttura, o poco distanti.

Quanto descritto, naturalmente non è contemplato nell’attuale progetto, per il semplice fatto che all’epoca Trento non ambiva ad essere sede universitaria e di conseguenza, giustamente, si progettò la costruzione di un ospedale di un certo tipo, che avesse scopi più che altro di cura. Le opere, chiaramente, si realizzano perché devono avere un utilizzo, se cambia la fruizione, va da sé che debba cambiare il concetto stesso della sua costruzione. Ecco perché paradossalmente, i continui ritardi possono risultare quasi un vantaggio, da questo punto di vista.

A mio modesto parere non è il caso di mettersi ad agire di fretta proprio ora, non ha senso. Sono passati talmente tanti anni che è d’obbligo fermarsi a ragionare: si vuole dare al Trentino un ospedale già vecchio? E quel che è peggio, non rispondente alle attuali e soprattutto future esigenze? Sarebbe un terribile errore.

Certo, questi ragionamenti possono essere fatti con chi ha sensibilità per tali questioni, con chi ha la lungimiranza per immaginare il futuro sanitario della nostra provincia autonoma. In breve, purtroppo, non con chi attualmente governa. Essi infatti hanno dimostrato di non avere dimestichezza, a mio parere, con il governo dell’autonomia in generale e tantomeno in ambito sanitario.

Basti pensare ai curricula di coloro i quali hanno sostituito i vari primari andati in pensione, si pensi che il precedente primario di Medicina Legale, per esempio, con il quale ho avuto l’estremo piacere di collaborare, ha all’attivo più di 200 pubblicazioni, collabora con riviste nazionali delle materia ed è considerato un esperto nel difficile campo dell’invalidità civile, insomma, pur non essendo un accademico è riuscito ad avere una produzione scientifica di molto superiore al professore universitario medio. Molto diverse le attitudini del successore. Quanto citato ha valenza puramente esemplificativa, ribadisco, ma è eloquente di come chi non sa gestire la sanità spesso non disponga nemmeno dei livelli culturali minimi per individuare le giuste persone cui affidare i vari reparti, non riesca, in ultimo, a mantenere il livello qualitativo raggiunto.

L’ambizioso progetto che ho provato a descrivere è l’unico che fornisca una motivazione valida per aprire una facoltà di medicina in una città come la nostra Trento. Per poter iniziare la lunga strada verso l’eccellenza, peraltro già percorsa dalle facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria, è necessario che la direttrice, la strada maestra per raggiungere lo scopo prefissato sia chiara da subito, un progetto deve contenere già alla nascita, seppur allo stato embrionale, il suo traguardo.

Per iniziare questo affascinante ma difficile cammino è inoltre indispensabile avere una guida politica solida, basata su principi fortemente autonomisti e che porti in seno una curiosa lungimiranza, imprescindibile per tradurre l’idea in concretezza. I grandi progetti necessitano di coraggio, passione sensibilità e cultura.

Federico Busetti

12 Aprile 2022 0 Commenti
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La scelte, la collocazione, i percorsi del NOT vanno fatti provando a usare  le gambe di chi utilizzerà i vari servizi

Da Paola Demagri 11 Aprile 2022

Un inutile e continuo salto nel passato

Ogni volta che si parla di NOT è come se si entrasse nella macchina del tempo che con un click  ti fa tornare indietro di 20 anni. Nel  2001 si ventilava già l’ipotesi della costruzione di  un nuovo ospedale trentino. La politica, che negli anni si è susseguita, ne ha portato avanti l’idea tra progetti, commissioni, gare, tribunali e sentenze. Praticamente si è lavorato come i gamberi: avanti con le idee indietro con i passi. 

Per anni è sembrato che fosse la volta buona e invece nel 2022 siamo ancora qui con nulla di fatto. 

Non entro nel merito di sentenze e ricorsi e nemmeno di Governi più o meno responsabili.

Preferisco riflettere sulle motivazioni che 20 anni fa  avevano portato ad avviare l’dea di  un progetto strutturale per la sanità trentina per capire se oggi le motivazioni sono ancora valide. 

I 60 anni del Santa Chiara 

Nel 1960 iniziò la costruzione dell’Ospedale Santa Chiara che durò qualche anno. Per la sanità furono anni di cambiamento, di costruzione e riordino del sistema sanitario nazionale e provinciale. Di allora si legge che la struttura era all’avanguardia, con tecnologia moderna, stanze e percorsi interni ariosi e confortevoli.

L’attuale ospedale di Trento ha quindi 60 anni e li dimostra tutti. Negli ultimi 25 anni la clinica ha avuto delle profonde trasformazioni sia in termini di ricerca,di cura e assistenza ai pazienti e organizzazione sanitaria. L’ospedale, per effetto dell’evoluzione della medicina, risulta oggi obsoleto e non più funzionale alla modernità delle cure sanitarie. Nonostante negli anni si siano effettuati continui interventi edili e spostamenti di percorsi interni resta oggi un ospedale vetusto. Se la motivazione di vent’anni fa di costruire un nuovo ospedale riguardava principalmente la insufficiente capacità dell’ospedale Santa Chiara di rispondere ai bisogni di salute, trascorso questo lasso ampio di tempo i bisogni non possono che essere cambiati come sono intervenute nuove scelte politiche quali la Facoltà di Medicina.

La medicina evolve, la struttura invecchia. E il paziente dove sta? 

Nel 2001 la parola integrazione ospedale-territorio cominciava ad occupare i discorsi tecnico-politici sia a livello nazionale che a livello provinciale tanto da aver determinato, con insufficiente  successo, scelte importanti di riorganizzazione Distrettuale che permettessero l’attivazione di percorsi dedicati con la gestione e l’accompagnamento del paziente dall’ospedale al territorio e viceversa ( PDTA, Infermiere di percorso, Case Manager). 

Per motivi come questo  un ospedale non può essere considerato solo un contenitore ma deve essere visto come un attore di percorsi. Prendiamo ad esempio  la telemedicina che oggi è considerata la tecnologia che avanza. E’ naturale  pensare che il vecchio Santa Chiara non sia all’altezza di garantirla malgrado tutti gli interventi di edilizia fatti e rifatti , fra l’altro ormai fonti di spreco.  Così come la tecnologia all’interno del blocco operatorio che implica l’uso  sempre più di tecniche innovative come la robotica. In Azienda da mesi giace un robot per la chirurgia ortopedica che non ha  ancora trovato casa!

Il progetto dell’ormai vecchio NOT va completamente rivisto

Il Sistema sanitario trentino deve garantire e favorire l’eccellenza alla comunità trentina ed ecco quindi come sia necessario riprendere velocemente in mano la progettazione del Nuovo Ospedale alla luce delle nuove esigenze che devono tenere in considerazione aspetti organizzativi, sociali e sanitari. 

Provo ad elencarne alcuni che a mio modesto parere è opportuno considerare e metterli alla base di una nuova scelta. 

Aspetti organizzativi: 

  • nuovi modelli di lavoro inter e multidisciplinari 
  • evoluzione delle professioni
  • i livelli di intensità delle cure
  • ospedale luogo di cura e non di “soggiorno”
  • prevenzione
  • dualità ospedale territorio
  • fenomeni tecnologici 
  • fenomeno di ospedalizzazione 
  • centralizzazione della logistica per evitare gli sprechi
  • attrattività per professionisti e per gli utenti 
  •  ricerca 
  •  facoltà di Medicina 

Aspetti sanitari :

  • il sapere specialistico 
  • il quadro epidemiologico ( cronicità,long care,fine vita)
  • i fenomeni demografici ( invecchiamento della popolazione,grandi anziani,denatalità)
  • i fenomeni terapeutici
  • l’appropriatezza delle cure e dei ricoveri

Aspetti sociali :

  • il cittadino, la persona al centro dei progetti 
  • i riferimenti socio-economici e culturali
  • le multietnie
  • l’umanizzazione delle cure
  • la comunicazione 
  • l’urbanizzazione e il contesto ambientale 

Considerando quest’ultimo punto un accenno lo voglio fare rispetto alla zona, via al Desert, individuata per la costruzione del NOT che appare restrittiva e poco adatta anche ad un futuro ampliamento del nuovo ospedale visto che verrebbe costruito compresso tra tangenziale a ovest , rete ferroviaria a est,  fiume Fersina su-est e a nord urbanizzazione della città. 

Ipotizzare quindi anche la sua collocazione in una zona più adatta come quella di San Vincenzo è ad oggi più plausibile essendo ampia e aperta  a sviluppi futuri.

Tutto da ripensare? 

La politica, senza delegare a commissari o tecnici che hanno già dimostrato poca dimestichezza nella gestione della questione pasticciata e  rinviata per 20 anni,   ora decida senza procrastinare ulteriormente considerando invece senza indugi le nuove esigenze. 

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Un giorno in aula consiliare accadde….

Da Paola Demagri 7 Aprile 2022

Ogni atto politico depositato è di grande utilità ai trentini

L’attività politica istituzionale di alto livello si sviluppa tendenzialmente durante l’attività d’aula, ma non vale per tutti e per sempre. Il livello  a cui ci si riferisce è quello della lealtà, della trasparenza, della veridicità delle informazioni che passano dentro l’aula. 

Un fatto che potrebbe mettere in dubbio che l’aula del Consiglio Provinciale sia il luogo della verità è quanto accaduto in questa tornata consiliare.

Attraverso una question time ( interrogazione a risposta immediata ), vai al link , i trentini ricevono una bella notizia. Alla precisa richiesta se vi è volontà politica di ampliare le reti del teleriscaldamento arriva una risposta che va oltre le aspettative! 20 milioni di euro per aumentare l’attuale rete in modo tale  da garantire un maggior utilizzo di materiale di scarto di legno e implementare la produzione di energia  rinnovabile. 

Tutti soddisfatti : l’interrogante, l’interrogato, le segherie, i boscaioli, le 26 aziende di teleriscaldamento. i trentini.

Tempi e modi non sono avviamente specificati, ma al momento ci può bastare la risposta.

Dopo qualche ora d’aula si torna sul tema energia elettrica con la richiesta di informativa sulle azioni politiche che il Governo trentino intende mettere in campo per gestire, attraverso l’autonomia, gli aumenti del costo energia. 

Attraverso un’articolata , ma a nostro parere, non esaustiva relazione  l’aula viene informata delle varie strategie politiche. Appare fin da subito un’informativa non onnicomprensiva in quanto dell’energia rinnovabile idroelettrica e della biomassa non se ne parla . Ma ciò che più appare poco chiaro  per noi Consiglieri e anche per  i trentini è il fatto che nella relazione compaiono i 20 milioni di cui si diceva sopra . Documento al link

Se ne chiede conto all’Assessore il quale conferma che  quei 20 mln ( citati in due occasioni) sono sempre gli stessi e sono quindi  dedicati sia ai fotovoltaici che  alle reti di teleriscaldamento. 

Incoerenza o  informazioni contraddittorie? Che sia l’una o che sia l’altra la motivazione, resta il fatto che chi  rimane a bocca asciutta saranno coloro che attenderanno invano  le reti del teleriscaldamento con un’entità di scarto di legname prodotto sottoutilizzato per le centrali di biomassa con un’esportazione di tale scarto do oltre il 56% di quello prodotto.

Abbiamo in casa la materia prima ( il legname)  che potrebbe portarci ad un sistema di autosostenibilità e autoproduzione di teleriscaldamento e ci tocca subire una politica poco lungimirante se non addirittura orientata a continuare a rimanere legata al gas di Putin vista la volontà di completare la metanizzazione in 47 comuni.

7 Aprile 2022 0 Commenti
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😡 Un corso di sole 68 ore ( ne sono sempre servite 1400 ) per imparare ad assistere gli anziani in RSA : la politica trentina si lascia trasportare da idee maldestre.

Da Paola Demagri 4 Aprile 2022

Un pò di cronistoria

Correva il 2014  e da Consigliera di UPIPA intercettati voci di corridoio interne che proponevano corsi brevi per Operatori dell’assistenza. Fui fortunata perchè terminai il mandato nel 2018 senza dover combattere per bloccare un’inopportuna scelta. A quell’epoca fra l’altro non vi era ancora la difficoltà a reperire personale: i concorsi erano partecipati, i corsi partivano con classi a numero pieno,  poi qualche studente mano a mano si perdeva come capita in ogni percorso formativo.

Poi nel 2019 arrivò la volta del corso OSS della durata di  un anno ma con la struttura del corso invariata per numerosità di ore d’aula, laboratorio e stage.Fu una svolta importante perchè si chiedeva allo studente un impegno maggiore e meno diluito nel tempo ma in risposta avremmo avuto a disposizione un maggior numero di OSS formati in un biennio. Era  il tempo delle prime avvisaglie di carenza di personale. 

Corre l’anno 2022 e Enti di formazione e Ricerca provinciali propongono corsi per ausiliari dell’assistenza di 68 ore che potranno essere ritenuti validi anche con una frequenza di 54 ore ( si abbuona sempre qualcosa). Il bando di adesione, viene promosso attraverso parole per nulla credibili ”proposta formativa che ha l’obiettivo di fornire competenze professionalizzanti a operatori della cura”.

Come giudicare questa scelta?

Ovviamente mi sia consentito esprimere un giudizio a questa deplorevole scelta se non altro per la mia esperienza personale:

  • ho insegnato alla scuola OSS per oltre 25 anni
  • gestito e coordinato operatori sanitari sia in ospedale che presso il Distretto per oltre 35 anni
  • amministrato una RSA tra le più grandi, per posti letto, del Trentino.

Chi oggi propone un corso di 68 ore per far fronte alle carenze di personale espone a rischio chi ha necessità di essere curato ed assistito; chiede un ulteriore investimento di tutoraggio perenne a coloro che saranno in turno con “i nuovi ausiliari della cura”; espone le RSA ad avere personale con performance insufficienti a garantire qualità, sicurezze e skill mix che consentano di ottenere esiti assistenziali positivi; sostituiscono gli OSS preparati con personale non qualificato; non parliamo poi delle condizioni economiche che creeranno ulteriori contrasti ( come non ve ne fossero già abbastanza).

E la Politica ha capito cosa accadrà?

La politica che oggi permette tale decisione non ha ben chiaro dell’evoluzione dei bisogni dell’ospite delle RSA ( basta pensare ai nuclei a minima  responsività o in stato vegetativo) e alle dimissioni precoci e pazienti clinicamente instabili. Una politica che espone i residenti fragili e le loro famiglie a subire decisioni che tentano di mantenere un assetto accettabile dal punto di vista dei numeri, non lo sarà dal punto di vista della qualità. Una politica che non sceglie e si lascia trasportare da chi ha l’idea più bizzarra e meno impegnativa economicamente, praticamente assistenza al ribasso.

In 68 ore ( che saranno 54 se sfrutteranno la possibilità di frequentarne l’80%) quei futuri studenti non faranno nemmeno in tempo a capire se saranno vocati per  una professione sanitaria; non avranno acquisito nessuna tecnica assistenziale e nessun linguaggio tecnico utile a passare e raccogliere le informazioni durante il turno di servizio. 

Vedo un rischio enorme che avanza che piomberà nelle nostre APSP e forse non saranno più considerate luogo sicuro, protetto e di qualità.

4 Aprile 2022 0 Commenti
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