In questo periodo agostano, mentre molti servizi rallentano e l’attenzione pubblica si sposta altrove, ho incontrato insegnanti, cuochi e personale dei servizi scolastici per fare il punto della situazione. Ho ascoltato il vissuto, le aspettative, i disagi, la praticabilità dell’undicesimo mese. Ho ascoltato anche le famiglie che hanno fruito del servizio, quelle che lo hanno richiesto e poi hanno scelto altro dopo aver visto i figli stanchi. Ne restituisco uno spaccato tutt’altro che felice, che merita di essere portato nel dibattito politico. Il primo nodo riguarda i numeri. L’Assessora diffonde dati che non corrispondono alla realtà dei fatti e che non restituiscono la situazione delle frequenze, delle esigenze di conciliazione e delle condizioni del personale. Lo dicono le insegnanti che vivono la scuola ogni giorno, non un’opposizione pregiudiziale. Da qui il mio invito all’Assessora a non sottrarsi mai alla richiesta di dati: la trasparenza è un dovere, non un’opzione. Ricordo che ho un’interrogazione in sospeso, depositata il 30 marzo, alla quale è stata fornita una risposta interlocutoria il 15 aprile, con scadenza formale e trattandosi di interrogazione complessa la data di scadenza era fissata al 14 maggio. Siamo a ferragosto e ancora non è arrivato nulla. In un’azienda seria i numeri si devono poter estrarre ed ottenere in tempo reale: non è accettabile che la politica non riesca a fare altrettanto.
Ma torniamo all “undicesimo mese che non concilia. È un servizio a domanda, gratuito, che non garantisce continuità né progettualità. Le iscrizioni sono ridotte, le frequenze discontinue, gli autobus viaggiano spesso vuoti, e persino giugno registra presenze molto basse. Nel frattempo sono scomparsi strumenti fondamentali come i voucher del Fondo Sociale Europeo, che permettevano al terzo settore di offrire coperture flessibili nei diversi periodi dell’anno. Dobbiamo interrogarci seriamente se la politica dell’undicesimo mese, voluta a tutti i costi, faccia davvero tornare i conti alla PAT: giri di autobus vuoti, prenotazioni fatte a gennaio che non corrispondono poi alla libera e legittima fruizione del servizio, approvvigionamenti mensa in esubero. È una macchina che produce costi, non qualità. E per smentire questa valutazione che non è una percezione, ma un riscontro quotidiano servono dati ragionati, completi, verificabili. Non basta dire che la percentuale dei bambini iscritti a gennaio per il mese di luglio è “di un certo valore”: quel dato, da solo, non significa nulla. Va aggiunta la percentuale dei fruitori reali sul totale dei bambini iscritti alla scuola dell’infanzia, e va indicato un range minimo di continuità, almeno 15 giorni, per capire se il servizio è stato davvero utilizzato e con quale stabilità. Solo così si può valutare se l’undicesimo mese funziona o se, come molti operatori segnalano, produce più disservizi che conciliazione: autobus che viaggiano vuoti, prenotazioni che non corrispondono alla fruizione reale, approvvigionamenti mensa in esubero. Senza questi dati, ogni narrazione politica resta monca
Il secondo nodo riguarda il cosiddetto “benessere scolastico”. Con l’assestamento di bilancio di luglio è stato inserito nella legge provinciale un principio che parla di equilibrio tra dimensioni fisiche, psicologiche, educative e tempi di vita. Ma la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si fa è evidente. Da sette anni il personale della scuola dell’infanzia denuncia un malessere crescente: ferie impossibili da pianificare, carichi di lavoro aumentati, nessun riconoscimento. L’unica proposta avanzata nel 2024 dall’Amministrazione prevedeva qualche giorno di ferie solo per le insegnanti, escludendo ausiliari e cuochi, e solo a condizione di non aver fatto nemmeno un giorno di malattia. Una misura respinta dai sindacati, che non risponde al principio di benessere inserito nella legge.
Il benessere, se raggiunto, va misurato oltre che percepito. E non dalla politica, ma dai lavoratori.
La misurazione prevede il raggiungimento dei cosiddetti benefit che la Giunta ha indicato, come la possibilità di fruire delle ferie al di fuori del canonico periodo. Ma questo benefit non è stato raggiunto: solo una minima parte delle insegnanti ha potuto usufruire dei sei giorni di ferie previsti da contratto a scuola aperta; in alcuni casi sono state concesse ferie anche al personale non docente, ma non ovunque. Per permettere a un’insegnante di andare in ferie si rinuncia alla compresenza, lasciando un solo docente con 25 bambini: una violazione di fatto della L.P. 13/77. Molti plessi hanno scelto di non attuare questa possibilità per senso di responsabilità. Da settembre a luglio, la maggioranza del personale non riesce a ottenere nemmeno un giorno di congedo se non con permessi non retribuiti. Anche la decisione di confermare le supplenti per l’undicesimo mese, annunciata solo un mese prima, è servita soprattutto a coprire assenze ordinarie: congedi parentali, aspettative, permessi della Legge 104. Bastano pochi calcoli per capire che questa narrazione non regge. È stato un effetto placebo: non ha portato il beneficio sperato, ma solo una routine già consolidata negli anni precedenti.
Il sistema è in affanno. Utilizzare i numeri per convenienza politica, ignorando le persone, non è accettabile. La scuola dell’infanzia sta perdendo qualità pedagogica e benessere del personale, e la società rischia di accorgersene quando sarà troppo tardi. Si sovraccaricano lavoratrici e lavoratori, si assiste alla fuga verso altri settori o verso il part‑time, e si sostituisce personale qualificato con figure prive dei titoli d’accesso. Si parla di conciliazione senza rispettarne i vincoli e senza analizzare i dati reali. E qui inserisco una verità politica che non può essere elusa: la scuola si apre a settembre, e il mondo della scuola arriverà subito sui banchi del Consiglio. Verranno aperte anche le porte del Consiglio, perché le questioni che oggi sembrano estive e marginali diventeranno immediatamente centrali. Per allora prepariamoci una domanda: quale futuro vogliamo per la nostra scuola? Guardando oltre i nostri confini, è evidente che la scuola ha bisogno di stabilità, identità e progettualità. Il welfare è un’altra cosa: deve rispondere alle esigenze mutevoli delle famiglie con strumenti adeguati, non scaricare sulla scuola funzioni che non le appartengono. Ignorare questi segnali significa mettere a rischio un intero sistema educativo e, con esso, un pezzo fondamentale della coesione sociale.
Paola Demagri
Una mamma della Val di Sole, in attesa del terzo figlio, racconta come negli ultimi anni siano venuti meno servizi e occasioni di accompagnamento alla nascita che un tempo erano parte della vita della comunità.
Corsi preparto lontani, ostetriche meno presenti, occasioni di incontro ridotte. E così tante mamme rinunciano, proprio quando avrebbero più bisogno di prossimità, ascolto e rete.
La prevenzione della solitudine e delle fragilità nel percorso della maternità non si fa solo con i bonus. Si fa con servizi territoriali accessibili, ostetriche presenti e comunità capaci di sostenere le famiglie.
La proposta delle mamme è concreta: riportare i corsi preparto anche in Val di Sole, con una parte degli incontri in presenza e una parte online.
Non servono miracoli. Serve ascoltare, organizzare e avere la volontà di intervenire.
Perché quando una mamma dice che “la rete non c’è più”, la politica ha il dovere di fermarsi e ascoltare.

Oggi ho attraversato Vezzena, un altopiano che non si limita a essere un luogo: è un modo di stare in montagna. Palù Fratte, Cima Verle, i pascoli larghi che sembrano onde, le malghe che punteggiano il paesaggio come case di un’antica comunità. È un territorio che parla, se lo si ascolta. E oggi, camminando, ho provato a farlo: a guardare, a capire, a raccontare.
Le malghe visitate oggi sono prima di tutto luoghi di lavoro. Non sono scenografie, non sono cartoline: sono presidi vivi, dove ogni giorno si produce, si custodisce, si mantiene un equilibrio che altrove si è perso. La loro bellezza non è solo estetica: è la bellezza della funzione, della fatica, della continuità. È la bellezza di chi sale in quota per monticare, per portare le vacche nei pascoli alti, per trasformare il latte in formaggi che raccontano l’erba, il vento, la stagione.
La monticazione è un gesto antico, ma oggi più che mai necessario. Portare le vacche in malga significa dare loro aria, spazio, movimento. Significa farle vivere in un ambiente che, nonostante la fatica, è sempre meglio della stalla chiusa, soprattutto in un’estate come questa: calda, secca, lunga. L’erba è già bruciata dal sole, i pascoli soffrono, e le vacche rientrano stremate dal caldo. Le vedi arrivare lente, con il fiato corto, con quel passo che racconta la giornata. Ma anche così, anche con questa fatica, la malga resta il luogo dove stanno meglio: perché respirano, perché si muovono, perché vivono.

E poi c’è la montagna. La monticazione non serve solo alle bestie: serve al territorio. I pascoli tenuti vivi impediscono l’avanzare incontrollato del bosco, mantengono aperti gli spazi, riducono il rischio di incendi, conservano un paesaggio che è identità, economia, turismo. Una malga attiva è un pezzo di montagna che non si chiude, che non si abbandona, che non si perde.
Oggi, nelle malghe di Vezzena, ho visto tutto questo: il lavoro quotidiano, la cura dei prati, la produzione, la vendita dei prodotti, il ristoro che accoglie chi passa. Ho visto mani che lavorano, occhi che controllano il cielo, gesti che si ripetono da generazioni. Ho visto la fatica, quella vera: quella che non si racconta nei depliant, quella che non si vede nelle foto, quella che si sente nelle spalle e nelle gambe di chi vive quassù.

Ma ho visto anche le difficoltà. I bandi dei Comuni, che spesso restano deserti, perché gestire una malga oggi è un impegno enorme: servono competenze, servono investimenti, serve tempo, serve una famiglia che ci crede. E non sempre la politica riesce a rendere questo lavoro sostenibile. Servono bandi più chiari, più accessibili, più realistici. Servono incentivi che non siano solo contributi, ma strumenti per accompagnare chi vuole salire in quota. Servono regole che tengano insieme produzione, tutela, turismo, sicurezza. Serve una politica che capisca che una malga aperta è un servizio pubblico, non solo un’attività privata.
E poi c’è il tema delle predazioni. Le malghe oggi devono convivere con un rischio che non è solo economico, ma emotivo: perdere un animale non è perdere un numero, è perdere un pezzo di lavoro, un pezzo di relazione. I recinti elettrificati, i cani da guardiania, le misure di prevenzione sono strumenti necessari, ma non sempre sufficienti. E anche qui la politica deve essere presente: con norme chiare, con rimborsi rapidi, con una gestione che non lasci soli gli allevatori.
Il viaggio di oggi in Vezzena diventa così un racconto che vale per tutte le malghe del Trentino. Vale per la Val di Non, per la Val di Sole, per il Lagorai, per le Giudicarie, per il Primiero. Vale per ogni pascolo dove si sale d’estate, per ogni baita dove si lavora, per ogni famiglia che tiene viva una tradizione che non è folclore, ma economia, identità, presidio del territorio.

La montagna non vive da sola. Vive se qualcuno la abita, la cura, la mantiene. Le malghe sono questo: la montagna che lavora. E raccontarle significa raccontare il Trentino reale, quello che non si vede dalle città, quello che non si misura solo con i numeri, quello che resiste, quello che produce, quello che tiene insieme paesaggio, comunità e futuro.
In questi giorni ho attraversato alcune zone del Trentino insieme ad amici e familiari. Zone che, in altre stagioni, respirano con un passo più lento, più umano. Questa settimana invece sono state letteralmente prese d’assalto: parcheggi saturi, strade bloccate, sentieri trasformati in corridoi affollati, comunità locali costrette a riorganizzare la propria quotidianità per far fronte a un flusso che non è più solo intenso, ma ingestibile. È qui che la parola overtourism smette di essere un’etichetta da convegno e diventa una condizione reale, vissuta, che interroga la politica e il modello di sviluppo del nostro territorio.
Il turismo è una risorsa, nessuno lo mette in discussione. Ma è una risorsa che va governata, non celebrata. In questi anni si è spinto molto sull’idea che il turismo “vada da solo”, che basti accompagnare la crescita, che l’incremento del PIL dello 0,5% sia una medaglia sufficiente da appuntarsi al petto. Il fatto è che quel PIL cresce senza una strategia, senza una visione di sostenibilità, senza un disegno di turismo diffuso, senza una destagionalizzazione vera. Cresce perché il turista arriva, non perché la politica guida.
E mentre alcune aree vengono sovraccaricate, altre restano ai margini. Lo vediamo anche in Val di Non: Cles, ad esempio, non ha un prodotto turistico definito, e lo avevo scritto chiaramente nel mio programma elettorale. Non basta dire che il Trentino è bello: bisogna costruire identità, percorsi, esperienze, servizi. Bisogna spalmare il turismo sui 12 mesi e su tutte le aree del territorio, non concentrare tutto in poche località che finiscono per pagare il prezzo più alto. In questo quadro, le APT rappresentano il modello del governare il territorio con equilibrio. Non sono semplici uffici turistici: sono luoghi di ascolto, di relazione, di progettazione condivisa. Quando lavorano bene, lo fanno perché coinvolgono amministrazioni, operatori, associazioni, comunità.
Il turismo non si costruisce in solitaria, e le APT devono attraverso la loro forza lavorare in coprogettazione, nella capacità di tenere insieme esigenze diverse, di leggere i segnali del territorio, di immaginare soluzioni che non snaturino i luoghi ma li valorizzino e considerare le esperienze dei vari settori quali Pro Loco, SAT, Circoli,amministrazioni.
La PAT dovrebbe investire di più su questo modello, non limitarsi a spingere sull’immagine o sui numeri. Perché un territorio che affida il proprio PIL solo ai visitatori è un territorio fragile.
Il PIL deve crescere anche grazie ad altre categorie economiche, ad altre professioni, a stipendi adeguati al costo della vita, a servizi che rendano attrattivo vivere qui, non solo venire qui. Il vero indicatore di salute non è il turista che arriva, ma l’abitante stabile che resta, che mette radici, che trova lavoro, servizi, casa, comunità.
Il Trentino ha bisogno di una politica che non rincorra il turismo, ma lo governi. Che non si limiti a contare gli arrivi, ma costruisca un equilibrio tra chi vive e chi visita. Perché un territorio è davvero forte quando riesce a essere ospitale senza snaturarsi, accogliente senza piegarsi, vivo senza essere travolto.
E questa settimana, più di altre, ci permette di riflettere sul futuro.
La vicenda della sanità trentina è ormai diventata una tragicommedia istituzionale, una di quelle storie in cui non so più se indignarmi o assistere impotente a un declino annunciato. Da mesi il nostro sistema sanitario vive tra tilt informatici, liste d’attesa interminabili, personale allo stremo e cittadini costretti a rivolgersi al privato per ottenere una visita in tempi umani. In mezzo a questo disastro, l’assessore alla salute Mario Tonina recita la parte del giustiziere: critica il direttore generale Antonio Ferro, lo bacchetta, alza la voce, arrivando persino a porre un aut aut che si è rivelato un mero bluff, salvo poi restare serenamente seduto sulla propria poltrona come se nulla fosse. Ferro, dal canto suo, non si muove di un millimetro, mentre il presidente della Provincia Maurizio Fugatti osserva, annuisce e rimanda ogni decisione. La sensazione è quella di assistere a una recita perfetta: Tonina fa la parte del politico indignato, Ferro quella del dirigente intoccabile, e Fugatti veste i panni del regista che rifiuta di cambiare il cast. Una dinamica in cui tutti interpretano rigidamente il proprio copione, mentre a pagare il conto sono i cittadini e gli operatori sanitari. Le cronache quotidiane raccontano di un caos organizzativo strutturale, di decisioni improvvisate, di tentativi di bavaglio istituzionale e di un personale ormai esausto. Non siamo più di fronte a un problema tecnico o a un software difettoso: siamo di fronte a una drammatica questione di governance, di responsabilità e di credibilità politica.
In uno scenario normale, dopo mesi di paralisi, proteste sindacali e cittadinanza infuriata, qualcuno avrebbe già fatto le valigie. In Trentino, invece, si continua a recitare. La conferenza stampa di ieri mi appare come l’ennesimo tentativo di spostare l’asse del discorso, di blindare poltrone e posizioni. Questa crisi non nasce da un errore informatico, ma da una catena di responsabilità politiche che ci si ostina a non affrontare. L’assessore Tonina, che veste i panni del conciliatore e del garante degli equilibri interni, continua a evitare ogni reale assunzione di responsabilità, mentre Ferro resta al suo posto nonostante il fallimento evidente della gestione. D’altronde, le radici di questo disastro affondano lontano: già nel 2018 Fugatti decise di non occuparsi delle sorti del sistema sanitario provinciale, lasciandolo in balia di un declino inarrestabile.
Ritengo ormai incomprensibile, se non attraverso logiche di pura conservazione del potere, questa fede incrollabile nei confronti del direttore generale Ferro. Se la Giunta e la maggioranza ritengono che il dg sia talmente meritevole da poter continuare a gestire indisturbato la sanità pubblica, fino a tenere sotto scacco l’intera amministrazione provinciale, il centrodestra lo proponga direttamente come candidato presidente alle prossime elezioni!
Come ho già avuto modo di ribadire è tempo di riportare urgentemente la discussione sul terreno della responsabilità politica e istituzionale. La sanità trentina ha bisogno di credibilità, di tranquillità, di evolvere. Quando il teatro istituzionale si trasforma in tragedia perché di questo ormai si tratta l’unico modo per salvare il sistema è cambiare gli attori: se Tonina non se ne va e Ferro non se ne va, la sola via d’uscita rimasta è un atto di dignità istituzionale: un passo indietro collettivo per restituire la Sanità ai suoi cittadini.
Paola Demagri Consigliera Provinciale Casaautonomia.eu
Parlando di assistenza domiciliare, qualcuno direbbe “nulla di nuovo sul fronte occidentale”: ciò che sta accadendo oggi era già scritto nella premessa, nei segnali che da mesi attraversavano il sistema. La domanda che pongo, con rispetto per il Consorzio, è semplice: prima di partecipare al bando, il Consorzio Blu ha davvero conosciuto il Trentino? Ha parlato con gli operatori, con le cooperative, con la Federazione? Ha percorso le nostre valli più lontane, quelle dove la distanza non è un dettaglio geografico ma una condizione di vita? Perché è lì, in quei paesi raggiunti dopo chilometri di curve e silenzi, che si capisce chi siamo davvero. Il Trentino è fatto di comunità che non mollano l’osso, che difendono la propria terra non per chiusura ma per responsabilità. È fatto di persone che lavorano per chi vive qui, che conoscono le fragilità e le complessità del territorio, che sanno che l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque ma un patto di fiducia. È un territorio dove la cura di prossimità è pratica, è relazione, è competenza, è aiuto. Una pratica quotidiana, costruita negli anni da operatori che entrano nelle case con rispetto, discrezione, continuità. In Trentino certe cose si capiscono prima che accadano: basta ascoltare le valli, che parlano molto più della politica.
Io immagino che tutte le controparti abbiano agito correttamente: chi ha partecipato alla gara, chi l’ha vinta, chi non l’ha vinta, chi applica il regolamento per trasferire personale e formazione, chi lascia libertà ai lavoratori di scegliere. E proprio per questo va detto con chiarezza che i lavoratori stanno esercitando una scelta, una valutazione autonoma, legittima, personale. Nessuno può sostenere che non abbiano testa propria, che non abbiano libertà, che qualcuno stia imponendo out‑out. Qui non funziona così. Qui le persone decidono, e decidono sulla base di ciò che conoscono: gli utenti, le famiglie, le cooperative, il territorio.
Conosco personalmente tanto personale, tante cooperative, tanti utenti. E posso dire che fino a ieri – e auspico che possa esserci ancora – c’era un equilibrio: un quieto vivere fatto di professionalità, di continuità, di apprezzamento reciproco. Un equilibrio che teneva insieme famiglie alle prese con un fine vita delicato, con disabilità complesse, con giornate scandite da operatori che passavano da una fragilità all’altra con competenza e dedizione. Spezzare questo equilibrio è stato il primo errore. Non entro nel merito tecnico della gara, non è mio compito. Ma sull’impatto, sì, ho il dovere di riflettere: perché l’esito rischia di produrre un’ingiustizia evidente.
Dal 1° ottobre, chi oggi lavora nelle cooperative potrebbe passare al Consorzio Blu. Potrebbe, ma non vuole. Non perché qualcuno lo trattenga, ma perché quel personale conosce gli utenti, le famiglie, le case, le storie. E sa che un cambio improvviso, dopo anni di intimità professionale, è una ferita. Sa che il valore costruito nel tempo quel know‑how territoriale che non si compra e non si trasferisce rischia di finire altrove, perdendo ciò che ha reso forte il nostro sistema.
E mentre tutto questo accade, ciò che pesa non è solo la complessità della situazione, ma anche il silenzio. Il silenzio della politica, che osserva senza dire una parola, come se l’assistenza domiciliare fosse un capitolo tecnico e non un pezzo di identità territoriale. Il silenzio di chi ha imbastito la gara, che oggi sembra scomparso dietro procedure e regolamenti, senza assumersi la responsabilità di spiegare perché si è scelto di frammentare un servizio che funzionava, perché si è deciso di mettere in movimento un sistema che aveva trovato un equilibrio delicato e prezioso. Un silenzio che diventa assenso, che diventa distanza, che diventa una forma di rinuncia al proprio ruolo. Mentre si chiede ai lavoratori di cambiare datore di lavoro, mentre si chiede alle famiglie di accettare nuovi volti, mentre si chiede agli utenti di rinunciare alla continuità, la politica provinciale appare impegnata altrove: nelle sue dinamiche interne, nelle sue priorità che non coincidono con quelle dei territori, nelle sue scelte che sembrano guardare più ai tavoli istituzionali che alle case delle persone fragili. È difficile non notare questa distanza, difficile non vedere che chi dovrebbe parlare tace, chi dovrebbe spiegare evita, chi dovrebbe assumersi responsabilità si limita a osservare.Forse bisogna essere del mestiere per capire fino in fondo cosa accadrà. Leggo le dichiarazioni del Consorzio blu e faccio fatica a capire come si siano già trovati alloggi per nuovi lavoratori, quando ogni giorno noi stessi fatichiamo ad aiutare le persone a trovarne uno. E l’idea di concentrare più lavoratori in uno stesso contesto abitativo non posso pensare sia una direzione coerente con la delicatezza del servizio e con la dignità del lavoratore. La proposta di maggiorare il contratto di una mensilità è un gesto che fa onore al Consorzio Blu, ma non è ciò che muove questi lavoratori. Qui non si lavora per un incentivo a spot: si lavora per un territorio, per una comunità, per un patto di fiducia.
Qualunque sarà l’esito di questa vicenda, una cosa resta: le cooperative sociali del terzo settore sono un tassello fondamentale del nostro sistema. Sono fatte di personale impegnato, rispettoso, radicato. E nessuno vuole sentirsi addosso la parola “traditore”. Perché qui non si tradisce: qui si custodisce.
Paola Demagri [Ritorno a capo del testo]consigliera provinciale Casaautonomia.eu
ISul fronte della Carta Argento emergono forti criticità che mettono in luce, ancora una volta, l’inefficienza della macchina provinciale. Un pò come accaduto per la carta da 20€ per l’uso dei mezzi pubblici in questi mesi estivi Da un’indagine diretta da parte della sottoscritta presso gli esercizi commerciali situati nei comuni attualmente privi di copertura, il quadro che emerge è paradossale: la mancata attivazione del servizio non dipende affatto dalla pigrizia o dal disinteresse degli esercenti. Al contrario, i commercianti hanno non solo presentato regolarmente domanda, che non aveva fra l’altro una data di scadenza per presentarla, ma si sono già attivati autonomamente per adeguare i sistemi di cassa e dotarsi dei tablet necessari per gestire la misura. La volontà di aderire e la parte strumentale, insomma, ci sono. A mancare sono le risposte della Provincia, che impiega tempi biblici, almeno cinque settimane è stato risposto al telefono, anche solo per riscontrare le richieste. Nel frattempo, il peso di questo stallo burocratico ricade sui cittadini. Alcuni anziani che hanno già ritirato la carta ma si trovano nell’impossibilità assoluta di utilizzarla, poiché nei loro comuni di residenza non c’è ancora un solo negozio alimentare abilitato. Una situazione bloccata all’origine: non è nemmeno ipotizzabile effettuare la spesa “a debito” in attesa dell’attivazione, dato che la misura prevede un tetto massimo di transizione di 150 €. Il risultato è una guerra tra poveri che penalizza tutti: i cittadini accusano i negozianti del paese di non aver aderito, e i commercianti a loro volta fortemente dispiaciuti per non poter garantire il servizio all’utenza si trovano a dover subire un danno d’immagine a causa dei ritardi altrui. Un tema scottante e di strettissima attualità che richiede un intervento correttivo immediato.
Il copione è ormai un classico della gestione Fugatti: si individua un bisogno, si stanzia una
cifra importante a favore di telecamera, si conia uno slogan accattivante come “Carta
Argento Trentino” e si distribuiscono promesse a pioggia. Peccato che, una volta spenti i
riflettori della conferenza stampa, la realtà si incarichi regolarmente di smontare il castello di
carte della propaganda. I fatti dicono che l’ultimo “gioiello” sbandierato dal Presidente
Fugatti nella manovra di assestamento e firmato dall’Assessore Spinelli come uno
«strumento di sicuro successo» si sta rivelando, alla prova dei fatti, una clamorosa e
paradossale beffa per i cittadini più fragili. Dietro la facciata dei 3.600 euro promessi agli
over 65 in condizioni di povertà economica, si nasconde un meccanismo così farraginoso da
rasentare il ridicolo. La Giunta ha strutturato la misura talmente male da non curarsi
minimamente della sua reale applicabilità sul territorio: a oggi, solo 55 Comuni su 166 in
tutto il Trentino ospitano un esercizio alimentare accreditato. Significa che in ben 111 paesi
l’aiuto è virtuale. Siamo di fronte al perfetto esempio di quel “populismo d’annuncio” che
punta a raccogliere consenso immediato con i bonus, salvo poi scaricare l’incapacità
organizzativa sulle spalle dei cittadini. Si fa presto a riempirsi la bocca di parole come
“vicinanza ai territori” o “tutela della montagna”
, ma poi si costringe un anziano di Ville
d’Anaunia, magari senza automobile o non autosufficiente, a fare chilometri e traslocare nei
Comuni vicini solo per poter comprare il pane o il latte con la carta provinciale, magari tutti i
giorni.
Se la sperimentazione serve a capire se uno strumento funziona, l’esito attuale è impietoso:
molti anziani, dopo aver scoperto i vincoli e le scadenze capestro fissate al 2027, rinunciano
persino a ritirarla. Sentendosi, giustamente, presi in giro. Per questo è stata depositata
un’interrogazione formale in Consiglio Provinciale. Vogliamo sapere perché la Giunta,
anziché complicare la vita alle persone con convenzioni fantasma che tagliano fuori due terzi
del Trentino, non abbia scelto la via della libertà: permettere ai beneficiari di spendere quel
denaro in qualsiasi negozio sotto casa, sostenendo al contempo il commercio di prossimità
delle nostre valli. La solidarietà sociale non si fa con le tessere elettorali a scadenza, ma con
servizi che funzionano davvero bene senza aggravare situazioni già fragili.
Sanità in Trentino: il crollo delle liste d’attesa certificato da Agenas. Il tempo di risposta al cittadino sia la priorità della Giunta
La direzione dell’azienda sanitaria di Trento inanella ogni giorno brutte figure, ma è impossibile scindere la parte tecnica da quella politica: l’una è complementare all’altra. Se la politica dà l’indirizzo, l’azienda applica persone e processi per raggiungere gli obiettivi. A parole, quindi, l’assessore Tonina ci rassicura da mesi che la situazione delle liste d’attesa migliorerà. Non è chiaro se si tratti di una sua percezione personale o di semplici dichiarazioni di facciata; sta di fatto che l’azienda dopo i recenti crash informatici e i caos legati alle prenotazioni, causati dalla sostituzione del sistema giudicato da chi lo usa meno agile, più complicato e decisamente meno performante si scontra con una realtà trasparente: il Trentino è all’ultimo posto in termini di liste d’attesa e prenotazioni.
I dati del monitoraggio nazionale del primo semestre, diffusi ieri da Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), fotografano una realtà inequivocabile: la gestione delle liste d’attesa in Trentino è un vero e proprio disastro. Questo sistema di comparazione e confronto oggettivo è fondamentale, se non altro per sgomberare una volta per tutte il campo dalla propaganda di chi continua a sostenere, contro ogni evidenza, che la situazione sia migliore rispetto allo scorso anno. Ci auguriamo che l’assessore Tonina prenda atto di questi numeri e che in Aula non si debbano più ascoltare gli interventi difensivi di qualche Consigliere di maggioranza, che tenta di giustificare ogni inefficienza scaricando la colpa sul periodo Covid, come se le altre Regioni italiane non fossero state duramente colpite dalla medesima pandemia.
I dati ufficiali, purtroppo, non fanno che confermare la percezione quotidiana del cittadino: quella di una sanità regredita nella sua capacità di dare risposte tempestive. Per l’utente comune, il metro di giudizio dell’efficacia e dell’efficienza del servizio non è l’esito finale dell’intervento, della visita o di un PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale). Il cittadino misura la qualità della sanità pubblica su un dato concreto e immediato: il tempo di attesa per una prestazione. Questa percezione non si può modificare senza azioni concrete per ridurre drasticamente i tempi. E dobbiamo farlo per ragioni precise e inderogabili: garantire diagnosi precoci per intercettare le patologie in tempo, gestire la cronicità, i monitoraggi, tutelare la salute psicologica dei pazienti messi in ansia dall’attesa, e frenare la fuga verso il privato. Il privato deve essere un supporto complementare, ma oggi purtroppo sta colmando un enorme vuoto strutturale, diventando l’unico risolutore di problemi in capo alla sanità pubblica. Il declino della sanità trentina non è legato alle capacità cliniche e professionali dei nostri sanitari, che restano eccellenti, ma a un collasso organizzativo. È evidente che sia necessario lavorare sull’appropriatezza prescrittiva, ma bisogna farlo comprendendo la realtà: i Medici di Medicina Generale (MMG) si trovano spesso “accerchiati” dall’ansia di pazienti che hanno la necessità assoluta di risposte rapide per poter procedere con le terapie.
L’ASUIT non può prendere in giro gli utenti rassicurandoli sul rispetto dei tempi previsti dalle classi di priorità (3, 15, 30 giorni) quando i posti reali non ci sono. Attualmente, quando l’operatore del CUP non trova posto, l’impegnativa viene scaricata in un “contenitore/box di transito”. La palla passa così ai referenti del CUP aziendali , che si trovano in mano montagne di richieste bloccate. Al cittadino viene detto “verrà chiamato entro i giorni indicati”, ma di fatto la sua richiesta finisce in un mare magnum da cui non si sa se e quando emergerà. Questo meccanismo di galleggiamento va abolito: servono agende aperte e trasparenti, non scatole nere dove nascondere i ritardi. È auspicabile rivedere l’accordo contrattuale con i medici sumaisti. Non può funzionare che le disponibilità delle giornate di visita vengano comunicate di mese in mese, rendendo impossibile qualsiasi seria programmazione. Chiediamo alla Politica un impegno contrattuale nuovo che comprenda le disponibilità delle agende che dovranno essere garantite con una programmazione di almeno 6 mesi. Solo così il CUP può pianificare e offrire risposte certe e stabili nel tempo. Il fallimento della politica in tema di salute è oggi certificato dai dati nazionali di Agenas, e l’attuale Giunta non può più nascondersi dietro la comoda scusa dell’eredità della pandemia. La difesa d’ufficio del passato non serve a ridurre le liste d’attesa, serve solo a prolungare il calvario dei trentini. Se poi si vuole estirpare il problema alla radice, è necessario sollevare dagli incarichi chi ha dimostrato di non saperli portare avanti. L’assessore Tonina dimostri discontinuità nei fatti e non solo a parole e accolga queste soluzioni tecniche e metta al centro del sistema il fattore “tempo” come diritto universale del cittadino. Se la sanità pubblica cessa di essere tempestiva, cessa di essere pubblica, trasformandosi in un servizio d’élite per chi può permettersi di pagare il privato. La politica trentina ha il dovere di invertire questa rotta subito, prima che il danno diventi irreversibile.
Apertura al proporzionale significa esercitare il proprio ruolo di consigliere provinciale per analizzare una legge che verrà depositata. Per l’esito, le considerazioni, le valutazioni e i miglioramenti c’è tutto il tempo. Ci sono dei paletti per me invalicabili che sono i seguenti: il cittadino deve sapere chiaramente da che parte si sta e dove si colloca il suo voto nell’arco costituzionale . Il proporzionale rischia di generare instabilità cronica per coalizioni fragili, frammentazione politica che blocca l’azione comune e governi decisi nei “palazzi” post-voto. Inoltre, proporlo ora in Trentino sembra solo un aiuto a Fugatti per rimanere in bilico. Il Patt è poco credibile: dopo aver votato il terzo mandato, come può depositare questa legge? Farlo poi a metà mandato fa perdere il vero significato di rivoluzione elettorale.
Rimane il fatto che non mi sottraggo alla attività legislativa, sull’esito dei lavori sarà tutto da vedere.