Paola Demagri
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Assistenza domiciliare in Trentino: difendere la continuità della cura e il valore del territorio

Da Paola Demagri 3 Agosto 2026

Parlando di assistenza domiciliare, qualcuno direbbe  “nulla di nuovo sul fronte occidentale”: ciò che sta accadendo oggi era già scritto nella premessa, nei segnali che da mesi attraversavano il sistema. La domanda che pongo, con rispetto per il Consorzio, è semplice: prima di partecipare al bando, il Consorzio Blu ha davvero conosciuto il Trentino? Ha parlato con gli operatori, con le cooperative, con la Federazione? Ha percorso le nostre valli più lontane, quelle dove la distanza non è un dettaglio geografico ma una condizione di vita? Perché è lì, in quei paesi raggiunti dopo chilometri di curve e silenzi, che si capisce chi siamo davvero. Il Trentino è fatto di comunità che non mollano l’osso, che difendono la propria terra non per chiusura ma per responsabilità. È fatto di persone che lavorano per chi vive qui, che conoscono le fragilità e le complessità del territorio, che sanno che l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque ma un patto di fiducia. È un territorio dove la cura di prossimità è pratica, è relazione, è competenza, è aiuto. Una pratica quotidiana, costruita negli anni da operatori che entrano nelle case con rispetto, discrezione, continuità. In Trentino certe cose si capiscono prima che accadano: basta ascoltare le valli, che parlano molto più della politica.  

Io immagino che tutte le controparti abbiano agito correttamente: chi ha partecipato alla gara, chi l’ha vinta, chi non l’ha vinta, chi applica il regolamento per trasferire personale e formazione, chi lascia libertà ai lavoratori di scegliere. E proprio per questo va detto con chiarezza che i lavoratori stanno esercitando una scelta, una valutazione autonoma, legittima, personale. Nessuno può sostenere che non abbiano testa propria, che non abbiano libertà, che qualcuno stia imponendo out‑out. Qui non funziona così. Qui le persone decidono, e decidono sulla base di ciò che conoscono: gli utenti, le famiglie, le cooperative, il territorio. 

Conosco personalmente tanto personale, tante cooperative, tanti utenti. E posso dire che fino a ieri – e auspico che possa esserci ancora – c’era un equilibrio: un quieto vivere fatto di professionalità, di continuità, di apprezzamento reciproco. Un equilibrio che teneva insieme famiglie alle prese con un fine vita delicato, con disabilità complesse, con giornate scandite da operatori che passavano da una fragilità all’altra con competenza e dedizione. Spezzare questo equilibrio è stato il primo errore. Non entro nel merito tecnico della gara, non è mio compito. Ma sull’impatto, sì, ho il dovere di riflettere: perché l’esito rischia di produrre un’ingiustizia evidente. 

Dal 1° ottobre, chi oggi lavora nelle cooperative potrebbe passare al Consorzio Blu. Potrebbe, ma non vuole. Non perché qualcuno lo trattenga, ma perché quel personale conosce gli utenti, le famiglie, le case, le storie. E sa che un cambio improvviso, dopo anni di intimità professionale, è una ferita. Sa che il valore costruito nel tempo  quel know‑how territoriale che non si compra e non si trasferisce rischia di finire altrove, perdendo ciò che ha reso forte il nostro sistema. 

E mentre tutto questo accade, ciò che pesa non è solo la complessità della situazione, ma anche il silenzio. Il silenzio della politica, che osserva senza dire una parola, come se l’assistenza domiciliare fosse un capitolo tecnico e non un pezzo di identità territoriale. Il silenzio di chi ha imbastito la gara, che oggi sembra scomparso dietro procedure e regolamenti, senza assumersi la responsabilità di spiegare perché si è scelto di frammentare un servizio che funzionava, perché si è deciso di mettere in movimento un sistema che aveva trovato un equilibrio delicato e prezioso. Un silenzio che diventa assenso, che diventa distanza, che diventa una forma di rinuncia al proprio ruolo. Mentre si chiede ai lavoratori di cambiare datore di lavoro, mentre si chiede alle famiglie di accettare nuovi volti, mentre si chiede agli utenti di rinunciare alla continuità, la politica provinciale appare impegnata altrove: nelle sue dinamiche interne, nelle sue priorità che non coincidono con quelle dei territori, nelle sue scelte che sembrano guardare più ai tavoli istituzionali che alle case delle persone fragili. È difficile non notare questa distanza, difficile non vedere che chi dovrebbe parlare tace, chi dovrebbe spiegare evita, chi dovrebbe assumersi responsabilità si limita a osservare.Forse bisogna essere del mestiere per capire fino in fondo cosa accadrà. Leggo le dichiarazioni del Consorzio blu e faccio fatica a capire come si siano già trovati alloggi per nuovi lavoratori, quando ogni giorno noi stessi fatichiamo ad aiutare le persone a trovarne uno. E l’idea di concentrare più lavoratori in uno stesso contesto abitativo non posso pensare sia una direzione coerente con la delicatezza del servizio e con la dignità del lavoratore. La proposta di maggiorare il contratto di una mensilità è un gesto che fa onore al Consorzio Blu, ma non è ciò che muove questi lavoratori. Qui non si lavora per un incentivo a spot: si lavora per un territorio, per una comunità, per un patto di fiducia. 

Qualunque sarà l’esito di questa vicenda, una cosa resta: le cooperative sociali del terzo settore sono un tassello fondamentale del nostro sistema. Sono fatte di personale impegnato, rispettoso, radicato. E nessuno vuole sentirsi addosso la parola “traditore”. Perché qui non si tradisce: qui si custodisce. 

Paola Demagri [Ritorno a capo del testo]consigliera provinciale Casaautonomia.eu  

3 Agosto 2026 0 Commenti
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Torno a parlare della Carta argento trentina…

Da Paola Demagri 29 Luglio 2026

ISul fronte della Carta Argento emergono forti criticità che mettono in luce, ancora una volta, l’inefficienza della macchina provinciale. Un pò come accaduto per la carta da 20€ per l’uso dei mezzi pubblici in questi mesi estivi Da un’indagine diretta da parte della sottoscritta presso gli esercizi commerciali situati nei comuni attualmente privi di copertura, il quadro che emerge è paradossale: la mancata attivazione del servizio non dipende affatto dalla pigrizia o dal disinteresse degli esercenti. Al contrario, i commercianti hanno non solo presentato regolarmente domanda, che non aveva fra l’altro una data di scadenza per presentarla, ma si sono già attivati autonomamente per adeguare i sistemi di cassa e dotarsi dei tablet necessari per gestire la misura. La volontà di aderire e la parte strumentale, insomma, ci sono. A mancare sono le risposte della Provincia, che impiega tempi biblici, almeno cinque settimane è stato risposto al telefono, anche solo per riscontrare le richieste. Nel frattempo, il peso di questo stallo burocratico ricade sui cittadini. Alcuni anziani che hanno già ritirato la carta ma si trovano nell’impossibilità assoluta di utilizzarla, poiché nei loro comuni di residenza non c’è ancora un solo negozio alimentare abilitato. Una situazione bloccata all’origine: non è nemmeno ipotizzabile effettuare la spesa “a debito” in attesa dell’attivazione, dato che la misura prevede un tetto massimo di transizione di 150 €. Il risultato è una guerra tra poveri che penalizza tutti: i cittadini accusano i negozianti del paese di non aver aderito, e i commercianti a loro volta fortemente dispiaciuti per non poter garantire il servizio all’utenza si trovano a dover subire un danno d’immagine a causa dei ritardi altrui. Un tema scottante e di strettissima attualità che richiede un intervento correttivo immediato.

29 Luglio 2026 0 Commenti
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CARTA ARGENTO TRENTINO: IL RE È NUDO. DALLA PROPAGANDA DEI “BONUS A PIOGGIA” AL DISAGIO REALE PER GLI ANZIANI NELLE VALLI

Da Paola Demagri 29 Luglio 2026

Il copione è ormai un classico della gestione Fugatti: si individua un bisogno, si stanzia una
cifra importante a favore di telecamera, si conia uno slogan accattivante come “Carta
Argento Trentino” e si distribuiscono promesse a pioggia. Peccato che, una volta spenti i
riflettori della conferenza stampa, la realtà si incarichi regolarmente di smontare il castello di
carte della propaganda. I fatti dicono che l’ultimo “gioiello” sbandierato dal Presidente
Fugatti nella manovra di assestamento e firmato dall’Assessore Spinelli come uno
«strumento di sicuro successo» si sta rivelando, alla prova dei fatti, una clamorosa e
paradossale beffa per i cittadini più fragili. Dietro la facciata dei 3.600 euro promessi agli
over 65 in condizioni di povertà economica, si nasconde un meccanismo così farraginoso da
rasentare il ridicolo. La Giunta ha strutturato la misura talmente male da non curarsi
minimamente della sua reale applicabilità sul territorio: a oggi, solo 55 Comuni su 166 in
tutto il Trentino ospitano un esercizio alimentare accreditato. Significa che in ben 111 paesi
l’aiuto è virtuale. Siamo di fronte al perfetto esempio di quel “populismo d’annuncio” che
punta a raccogliere consenso immediato con i bonus, salvo poi scaricare l’incapacità
organizzativa sulle spalle dei cittadini. Si fa presto a riempirsi la bocca di parole come
“vicinanza ai territori” o “tutela della montagna”
, ma poi si costringe un anziano di Ville
d’Anaunia, magari senza automobile o non autosufficiente, a fare chilometri e traslocare nei
Comuni vicini solo per poter comprare il pane o il latte con la carta provinciale, magari tutti i
giorni.
Se la sperimentazione serve a capire se uno strumento funziona, l’esito attuale è impietoso:
molti anziani, dopo aver scoperto i vincoli e le scadenze capestro fissate al 2027, rinunciano
persino a ritirarla. Sentendosi, giustamente, presi in giro. Per questo è stata depositata
un’interrogazione formale in Consiglio Provinciale. Vogliamo sapere perché la Giunta,
anziché complicare la vita alle persone con convenzioni fantasma che tagliano fuori due terzi
del Trentino, non abbia scelto la via della libertà: permettere ai beneficiari di spendere quel
denaro in qualsiasi negozio sotto casa, sostenendo al contempo il commercio di prossimità
delle nostre valli. La solidarietà sociale non si fa con le tessere elettorali a scadenza, ma con
servizi che funzionano davvero bene senza aggravare situazioni già fragili.

29 Luglio 2026 0 Commenti
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Sanità in Trentino: il crollo delle liste d’attesa certificato da Agenas. Il tempo di risposta al cittadino sia la priorità della Giunta

Da Paola Demagri 23 Luglio 2026

Sanità in Trentino: il crollo delle liste d’attesa certificato da Agenas. Il tempo di risposta al cittadino sia la priorità della Giunta

La direzione dell’azienda sanitaria di Trento inanella ogni giorno brutte figure, ma è impossibile scindere la parte tecnica da quella politica: l’una è complementare all’altra. Se la politica dà l’indirizzo, l’azienda applica persone e processi per raggiungere gli obiettivi. A parole, quindi, l’assessore Tonina ci rassicura da mesi che la situazione delle liste d’attesa migliorerà. Non è chiaro se si tratti di una sua percezione personale o di semplici dichiarazioni di facciata; sta di fatto che l’azienda dopo i recenti crash informatici e i caos legati alle prenotazioni, causati dalla sostituzione del sistema giudicato da chi lo usa meno agile, più complicato e decisamente meno performante  si scontra con una realtà  trasparente: il Trentino è all’ultimo posto in termini di liste d’attesa e prenotazioni.

I dati del monitoraggio nazionale del primo semestre, diffusi ieri da Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), fotografano una realtà inequivocabile: la gestione delle liste d’attesa in Trentino è un vero e proprio disastro. Questo sistema di comparazione e confronto oggettivo è fondamentale, se non altro per sgomberare una volta per tutte il campo dalla propaganda di chi continua a sostenere, contro ogni evidenza, che la situazione sia migliore rispetto allo scorso anno. Ci auguriamo che l’assessore Tonina prenda atto di questi numeri e che in Aula non si debbano più ascoltare gli interventi difensivi di qualche Consigliere di maggioranza, che tenta di giustificare ogni inefficienza scaricando la colpa sul periodo Covid, come se le altre Regioni italiane non fossero state duramente colpite dalla medesima pandemia.

I dati ufficiali, purtroppo, non fanno che confermare la percezione quotidiana del cittadino: quella di una sanità regredita nella sua capacità di dare risposte tempestive. Per l’utente comune, il metro di giudizio dell’efficacia e dell’efficienza del servizio non è l’esito finale dell’intervento, della visita o di un PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale). Il cittadino misura la qualità della sanità pubblica su un dato concreto e immediato: il tempo di attesa per una prestazione. Questa percezione non si può modificare senza azioni concrete per ridurre drasticamente i tempi. E dobbiamo farlo per ragioni precise e inderogabili: garantire diagnosi precoci per intercettare le patologie in tempo, gestire la cronicità, i monitoraggi, tutelare la salute psicologica dei pazienti messi in ansia dall’attesa, e frenare la fuga verso il privato. Il privato deve essere un supporto complementare, ma oggi purtroppo sta colmando un enorme vuoto strutturale, diventando l’unico risolutore di problemi in capo alla sanità pubblica. Il declino della sanità trentina non è legato alle capacità cliniche e professionali dei nostri sanitari, che restano eccellenti, ma a un collasso organizzativo. È evidente che sia necessario lavorare sull’appropriatezza prescrittiva, ma bisogna farlo comprendendo la realtà: i Medici di Medicina Generale (MMG) si trovano spesso “accerchiati” dall’ansia di pazienti che hanno la necessità assoluta di risposte rapide per poter procedere con le terapie. 

L’ASUIT  non può prendere in giro gli utenti rassicurandoli sul rispetto dei tempi previsti dalle classi di priorità (3, 15, 30 giorni) quando i posti reali non ci sono. Attualmente, quando l’operatore del CUP non trova posto, l’impegnativa viene scaricata in un “contenitore/box di transito”. La palla passa così ai referenti del CUP aziendali , che si trovano in mano montagne di richieste bloccate. Al cittadino viene detto “verrà chiamato entro i giorni indicati”, ma di fatto la sua richiesta finisce in un mare magnum da cui non si sa se e quando emergerà. Questo meccanismo di galleggiamento va abolito: servono agende aperte e trasparenti, non scatole nere dove nascondere i ritardi. È auspicabile  rivedere l’accordo contrattuale con i medici sumaisti. Non può funzionare  che le disponibilità delle giornate di visita vengano comunicate di mese in mese, rendendo impossibile qualsiasi seria programmazione. Chiediamo alla Politica un impegno contrattuale nuovo che comprenda  le disponibilità delle agende che dovranno essere garantite con una programmazione di almeno 6 mesi. Solo così il CUP può pianificare e offrire risposte certe e stabili nel tempo. Il fallimento della politica in tema di salute è oggi certificato dai dati nazionali di Agenas, e l’attuale Giunta non può più nascondersi dietro la comoda scusa dell’eredità della pandemia. La difesa d’ufficio del passato non serve a ridurre le liste d’attesa, serve solo a prolungare il calvario dei trentini. Se poi si vuole estirpare il problema alla radice, è necessario sollevare dagli incarichi chi ha dimostrato di non saperli portare avanti. L’assessore Tonina dimostri discontinuità nei fatti e non solo a parole e accolga queste soluzioni tecniche e metta al centro del sistema il fattore “tempo” come diritto universale del cittadino. Se la sanità pubblica cessa di essere tempestiva, cessa di essere pubblica, trasformandosi in un servizio d’élite per chi può permettersi di pagare il privato. La politica trentina ha il dovere di invertire questa rotta subito, prima che il danno diventi irreversibile.

23 Luglio 2026 0 Commenti
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Proporzionale SI, Proporzionale NO?

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

Apertura al proporzionale significa esercitare il proprio ruolo di consigliere provinciale per analizzare una legge che verrà depositata. Per l’esito, le considerazioni, le valutazioni e i miglioramenti c’è tutto il tempo. Ci sono dei paletti per me invalicabili che sono i seguenti: il cittadino deve sapere chiaramente da che parte si sta e dove si colloca il suo voto nell’arco costituzionale . Il proporzionale rischia di generare instabilità cronica per coalizioni fragili, frammentazione politica che blocca l’azione comune e governi decisi nei “palazzi” post-voto. Inoltre, proporlo ora in Trentino sembra solo un aiuto a Fugatti per rimanere in bilico. Il Patt è poco credibile: dopo aver votato il terzo mandato, come può depositare questa legge? Farlo poi a metà mandato fa perdere il vero significato di rivoluzione elettorale.
Rimane il fatto che non mi sottraggo alla attività legislativa, sull’esito dei lavori sarà tutto da vedere.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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La Giunta parla delle zecche per non parlare di grandicarnivori

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

Grandi carnivori e zecche: la Giunta usa l comunicazione come uno scudo.
Quando in Val di Sole è successa quella
tragedia e si parlava solo di grandi carnivori, io mi permettevo di far notare che c’erano anche morti silenziosi causati dalle punture di zecca. Nessuno mi ascoltava.
Oggi la situazione si è ribaltata, ma la strategia politica e sempre la stessa: distrarre le persone. In questi giorni si parla purtroppo di casi gravissimi e decessi dovuti alle zecche, mentre sui grandi carnivori che continuano a predare e ad essere avvistati è calato il silenzio assoluto.
Il sospetto è forte: la Giunta tiene chiusi nei cassetti i comunicati stampa sui grandi carnivori per far calmare le acque e far sedimentare la paura della gente. Al loro sto, preferiscono mandare comunicati c
Ichi e usare il tema delle zecche o
coprire tutto il resto.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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Dopo Ciarleglio se ne va anche la Primaria di Anestesia. Politica e ASUIT navigano a vista. L’appello ai Sindaci della Val di Non e della Val di Sole

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

L’Ospedale di Cles perde un altro pezzo da novanta nel silenzio assordante della Provincia e dell’ASUIT. Dopo l’addio, meno di un anno fa, del dottor Ciarleglio, è di queste ore la notizia dell’uscita della Primaria di Anestesia. Una perdita pesante, sintomo di una totale assenza di visione strategica e di un disinvestimento strutturale che sta riducendo all’osso i servizi sanitari delle nostre valli.

I servizi sanitari territoriali si reggono esclusivamente sulla professionalità, sulle competenze e sul valore delle risorse umane. Sono i professionisti a qualificare le strutture, a renderle attrattive, efficaci ed efficienti per i cittadini. Negli ospedali di valle questo principio è ancora più vitale: la missione di un presidio dipende strettamente dall’équipe medica che vi opera, dal background clinico costruito negli anni e dalla casistica di successo che certifica la sicurezza delle cure. Compito di un’Azienda Sanitaria seria e di una politica lungimirante dovrebbe essere quello di orientare, presidiare, monitorare e, soprattutto, trattenere queste eccellenze. A Cles, purtroppo, sta accadendo l’esatto contrario. La perdita della Primaria di Anestesia dr Zardin Michela è solo l’ultimo tassello di un mosaico di abbandoni. Parliamo di una professionista che negli anni ha saputo strutturare un pool d’eccellenza, capace di garantire una copertura h24 per il Pronto Soccorso, le sale operatorie e le attività ambulatoriali legate alla gestione del dolore. Una colonna portante che garantisce sicurezza e appropriatezza clinica, ma che evidentemente non ha trovato le condizioni ambientali, professionali e di prospettiva per rimanere.

La storia si ripete. Solo dieci mesi fa si assisteva all’addio del dottor Ciarleglio, richiamato dall’Ospedale Universitario di Perugia per dirigere un importante reparto di chirurgia. Se ne andò a malincuore, perché avrebbe voluto restare in Trentino, ma l’ASUIT non è stata capace di offrirgli un percorso di carriera minimamente appetibile. Oggi perdiamo anche la guida dell’anestesia. Chi sarà il prossimo?

Dopo l’addio del dottor Ciarleglio l’ASUIT non ha ancora dato seguito al bando per la nomina del nuovo Direttore. Un reparto può essere ben presidiato dal facente funzioni – e a Cles lo è – ma le scelte strategiche non possono restare sospese nel limbo delle intenzioni. Oggi sembra che si stia ancora decidendo quale cornice dare al bando, come se la definizione del profilo fosse un passaggio complesso. Eppure basterebbe riprendere quello del dottor Ciarleglio, riproporlo, e garantire così che l’Ospedale possa continuare a lavorare nella direzione che ha dimostrato di essere utile e fondamentale per le nostre Valli. La sanità territoriale non vive di attese indefinite: vive di continuità, di stabilità, di scelte che consolidano e non indeboliscono. La perdita della primaria coincide con la scelta della direzione medica di chiudere temporaneamente le sale operatorie per interventi strutturali e sostituzione di apparecchiature. Un intervento legittimo, certo, ma che comporterà una drastica riduzione dell’attività chirurgica e pesanti disagi per i pazienti, costretti a trasferimenti forzati altrove. La vera domanda politica, però, è un’altra: alla riapertura delle sale, quando il cantiere sarà concluso, chi gestirà quelle sale operatorie rimaste prive di una guida autorevole e di elevate competenze?

Lo si è già visto con il progressivo impoverimento del Punto Nascita, ridotto fisiologicamente al lumicino e privato della presenza del Direttore di reparto, accompagnato ad operare altrove per la gestione delle attività territoriali. Il reparto è stato assegnato a un facente funzioni. Qui non va letta la competenza dell’uno o dell’altro, ma la scelta aziendale: sposti il Direttore dall’Unità Operativa che proprio Fugatti vuole tenere aperta? Qui la gatta ci cova. Questa decisione ha molti significati, il primo dei quali è che il reparto si sta avviando al declino definitivo.

Il rischio concreto è che si utilizzi la scusa della mancanza di personale per tagliare linearmente le competenze dell’Ospedale di Cles, declassandolo da presidio di eccellenza a poliambulatorio svuotato di funzioni essenziali.

È necessario, a questo punto, aprire una riflessione delicata ma doverosa sulla Direzione medica. Il suo compito va ben oltre le funzioni ordinarie che riguardano la sicurezza, la Farmacia ospedaliera o l’attività necroscopica. La Direzione medica è il presidio più alto della tutela dei professionisti e dei cittadini che afferiscono all’Ospedale di Cles: è lì che si garantisce la qualità dei percorsi, la continuità delle cure, la protezione delle competenze che fanno la differenza tra un ospedale vivo e un ospedale che si spegne. Ed è proprio per questo che l’appello deve essere rivolto anche a chi governa dentro la Direzione medica: non può farsi scippare in questa maniera professionisti capaci, non può accettare passivamente scelte che indeboliscono il presidio, non può allinearsi ai dettami di altri quando questi dettami non rispondono al bene della comunità. La Direzione medica deve imporsi, deve rivendicare il proprio ruolo, deve essere il primo baluardo a difesa dell’Ospedale di Cles e dei cittadini che ogni giorno vi entrano con la fiducia di trovare competenza, cura e presenza.

In più occasioni ufficiali ho manifestato queste preoccupazioni direttamente all’Assessore alla Salute Mario Tonina, chiedendo quale sia il reale indirizzo politico che si intende dare all’Ospedale di Cles e, di riflesso, a tutti gli ospedali di valle del Trentino. Ad oggi non è pervenuta alcuna risposta. Il sospetto è che all’interno del palazzo si stia navigando a vista, senza una strategia, lasciando che i professionisti si arrangino, privi di tutele e di una chiara prospettiva sul futuro delle strutture che dirigono. Oppure, peggio ancora, che le decisioni di ridimensionamento siano già state prese nelle stanze segrete della Giunta e si attenda solo il momento opportuno per imporle, senza averle mai comunicate ai territori.

Davanti a questo silenzio irresponsabile della politica provinciale e della direzione generale dell’ASUIT, che paiono fare di tutto per far scappare i professionisti migliori, non è più possibile tacere. Non può essere la preoccupazione di una sola persona. Rivolgo un appello accorato e urgente a tutti gli Amministratori locali, ai Sindaci e ai Presidenti delle Comunità della Val di Non e della Val di Sole: è il momento di unire le forze, di fare fronte comune e di battere i pugni sui tavoli dell’Assessorato. Dobbiamo pretendere, con fermezza e senza sconti, garanzie scritte e fatti concreti sul futuro dell’Ospedale di Cles e sui servizi che ha sempre garantito e deve continuare a garantire alla nostra popolazione.

Sia pubblicamente che privatamente avevo già fatto sapere ai nostri Sindaci che, incaponendosi esclusivamente sul Punto Nascita, si sarebbe perso di vista tutto il resto. Gli amministratori di Cles, che frequentano spesso l’ospedale, hanno finito per fare il gioco di Fugatti: concentrare l’attenzione sul Punto Nascita e lasciare andare tutto il resto. E sapete cosa colpisce davvero? Che l’amministrazione di Cles non abbia mai promosso un’alleanza d’intenti con i consiglieri provinciali di riferimento, scegliendo invece la strada dell’autosufficienza.

Questa impostazione, miope e autoreferenziale, ha contribuito a indebolire ulteriormente il presidio. Mentre si difendeva un singolo servizio, tutto il resto veniva progressivamente eroso: reparti impoveriti, professionalità in fuga, scelte aziendali che hanno tolto continuità e direzione proprio alle unità operative che si dichiarava di voler tutelare. È così che si perde un ospedale, non con un colpo improvviso, ma con una serie di rinunce, di silenzi e di mancate prese di posizione.

Oggi non c’è più tempo per divisioni, personalismi o strategie di piccolo cabotaggio. Serve una voce unica, forte, determinata. Serve che i Sindaci, le Comunità, gli amministratori locali si assumano la responsabilità politica di difendere l’Ospedale di Cles nella sua interezza, non a pezzi. Serve che pretendano risposte, che chiedano conto delle scelte, che non accettino più rassicurazioni vaghe o promesse senza seguito.

La salute delle nostre valli non è un tema da trattare con leggerezza né una bandierina da sventolare quando conviene. È un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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A unire è difficile , a dividere si fa marcia indietro

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

In merito alla recente nascita del comitato civico per la scissione delle frazioni di Coredo, Smarano e Tavon dal Comune di Predaia, avverto il dovere istituzionale di intervenire. Non lo faccio mossa da un interesse locale diretto o di parte, ma dal mio osservatorio in Consiglio Provinciale, con una visione d’insieme sulle riforme che normano l’assetto del nostro territorio trentino. Guardo a quanto sta accadendo con preoccupazione e intendo porre una riflessione che ricollochi questo delicato dibattito all’interno di una rigorosa cornice tecnica e amministrativa, a tutela della stabilità e dell’efficienza dei servizi per i cittadini. La costituzione del Comune della Predaia nel 2015 non è stata un’imposizione ideologica calata dall’alto, bensì l’esito di un percorso democratico ratificato da una netta consultazione popolare. Quella scelta affondava le sue radici in necessità strutturali oggettive: ottimizzare le risorse, superare la paralisi causata dalla carenza di personale nei piccoli municipi e creare uffici strutturati in grado di rispondere alle complessità burocratiche moderne.

Trovo pienamente legittimo che, a distanza di undici anni, una comunità senta l’esigenza di tracciare un bilancio. Tuttavia, come rappresentante delle istituzioni provinciali, voglio mettere in guardia i proponenti affinché non agiscano per una visione puramente ideologica o identitaria. L’identità territoriale è un valore prezioso, profondamente radicato in ciascuno di noi, ma per sua natura non è un dato misurabile. Le decisioni che impattano sulle generazioni future devono basarsi sui risultati concreti, sulla genesi storica del progetto e sui traguardi oggettivamente raggiunti in termini di investimenti, bilanci e stabilità organizzativa. Mettere in discussione una riforma istituzionale strutturata richiede dati alla mano: non ci si può basare solo sul sentiment o sulla rincorsa a un malumore. Da qui la pretesa di incontri pubblici per analizzare il raggiungimento o meno degli obiettivi posti in capo alla fusione voluta nel 2015.

In un momento storico in cui la Pubblica Amministrazione fatica drammaticamente a reperire e trattenere personale qualificato, smantellare un ente strutturato per ritornare a micro-comuni sarebbe probabilmente deleterio. Chiediamoci quindi ricadute avrebbero queste decisioni sugli uffici e sulla macchina amministrativa. È già estremamente complesso trovare professionisti disposti a lavorare nei Comuni; frammentare le strutture e ridurne la massa critica non produrrebbe maggiore vicinanza, ma potrebbe trasformarsi in una vera e propria fuga del personale verso enti più stabili e organizzati, lasciando i territori scoperti proprio nella gestione dei servizi essenziali. Se una porzione di popolazione manifesta oggi una percezione di distanza dalle istituzioni, la risposta politica corretta non è la frammentazione del territorio o lo smembramento del bene comune. Credo fermamente che valga la pena trovare strategie interne per far sentire i cittadini più rappresentati. L’identità di una frazione e l’attaccamento alla propria storia non si difendono moltiplicando i costi della politica o erigendo nuovamente vecchi confini burocratici, ma valorizzandoli attraverso azioni culturali, consulte partecipate e un decentramento funzionale intelligente.Il comitato punta a una consultazione popolare per verificare il consenso verso un nuovo assetto. È corretto e sacrosanto appellarsi alla democrazia, ma dobbiamo chiederci: questa spinta è realmente voluta e condivisa dalla maggioranza della popolazione o rappresenta l’esigenza e il sentiment di pochi?

Allora, da questo mio osservatorio in Consiglio Provinciale, voglio piuttosto lanciare un forte appello a tutta la cittadinanza. Invito le nostre comunità a essere vigili e a pretendere che i propri Comuni non vengano progressivamente privati delle loro legittime e storiche funzioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una tendenza provinciale che rischia di accentrare e smantellare le competenze tipiche degli enti locali: è un errore a cui dobbiamo opporci. È esattamente a livello locale che la nostra Autonomia deve emergere con forza; è lì che essa deve rimanere il caposaldo insostituibile di una funzione pubblica, amministrativa e politica che sia davvero vicina al territorio. Difendere l’efficienza di un Comune Unico e strutturato come Predaia significa anche questo: dare alle nostre comunità una voce abbastanza forte e solida per arginare il centralismo e rivendicare il proprio diritto a governarsi.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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Novità? Solo la targa

Da Paola Demagri 1 Luglio 2026

La direttrice di APSS, la dottoressa Signorelli, avrà anche fatto bene il suo lavoro ovvero promuovere sulla stampa ciò che le Case di Comunità dovrebbero offrire ai pazienti ma c’è un grosso, enorme “ma” che l’Assessorato provinciale alla Salute e la governance sanitaria non possono continuare a eludere. Quella descritta oggi sul Vostro quotidiano, con ben due intere pagine dedicate alla struttura della Val di Sole, mi sembra una storia già vecchia, già vista e già conosciuta. Non perché sia desueta, ma semplicemente perché esiste già da tempo. Spacciarla oggi come una novità assoluta, come l’alba di una rivoluzione sanitaria, è un’operazione di pura retorica politica. L’Azienda Sanitaria e l’Assessorato avrebbero fatto un’operazione di onestà intellettuale se avessero ammesso la verità: la Val di Sole era già avanti molti anni fa, perché la sua “casa della comunità” l’aveva costruita e consolidata nel tempo. Le offerte sbandierate oggi sono le stesse di sempre, anzi, al netto di aver perso pezzi importanti di assistenza strada facendo, come la medicina dello sport, l’ostetricia o l’odontoiatria. Stesso posto, stesso personale, stesse prestazioni. L’unica reale introduzione, inserita circa due anni fa, è l’infermiere di famiglia e di comunità. Peccato che sarà una realtà assistenziale non per tutti : a fronte delle 14 Case della Comunità previste, in tutto il Trentino si contano meno di dieci professionisti in servizio. I solandri conoscono bene il valore del proprio presidio e non ci cascheranno: se arriveranno in fondo all’articolo, diranno semplicemente, nel loro dialetto, la verità: “No è cambià negot, l’è sempro sta ausì”. L’esempio della Val di Sole era corretto, sì, ma solo se si fosse giunti all’unica conclusione onesta possibile: era già tutto pronto da anni, bastava solo cambiare l’insegna all’esterno.
Il problema di fondo è che in questo dibattito, alimentato dall’Assessorato, si continua a parlare soltanto di contenitori: di strutture, di muri, di inaugurazioni e tagli di nastro. Ma il DM 77 (il decreto ministeriale sugli standard dell’assistenza territoriale), se letto nella sua interezza e con competenza, affronta la questione in un ventaglio molto più ampio di aspetti, molti dei quali oggi non trovano spazio né nell’azione della Giunta né nella comunicazione istituzionale. Il legislatore non ha ridefinito dei “muri”, ha delineato un modello di sanità che rimette al centro la prossimità, la presa in carico e la continuità assistenziale, riconoscendo che la salute si costruisce nei luoghi della vita quotidiana, dove si intercettano le fragilità prima che diventino emergenze da Pronto Soccorso. Il decreto insiste sulla semplificazione dell’accesso tramite un punto unico di risposta, sulla multidisciplinarietà (équipe reali, non professionisti isolati), sulla prevenzione strutturale e sulla gestione della cronicità, che è la vera sfida demografica del presente. Soprattutto, il modello territoriale nasce per ridurre le disuguaglianze e scardinare l’ospedalocentrismo, spostando il baricentro dalla cura dell’acuto alla cura della persona. Tutti aspetti che non richiederebbero rivoluzioni edilizie:
molti sarebbero di facile attuazione, se solo ci fosse una regia politica capace di leggere il territorio, coinvolgere i professionisti, costruire alleanze istituzionali e sociali. Ciò che manca, oggi in Trentino, è la volontà politica di far vivere questa riforma.
Nelle inaugurazioni-farsa si parla di orari e ambulatori, ma gli elementi realmente innovativi rimangono fuori dalla porta. Penso a quattro nodi centrali, totalmente non presidiati dall’ASUIT e dal mandato politico: la Casa della Comunità come Spazio Civico e Integrazione dei Saperi Non Medici un modello che prevede l’apertura al sociale, alle competenze diffuse, alle esperienze del territorio. È qui che dovrebbero trovare sede i Club Alcologici Territoriali (per le dipendenze), le associazioni che combattono la solitudine degli anziani o promuovono la prevenzione giovanile. Eppure, nelle aperture trentine inclusa la Val di Sole non c’è traccia di coprogettazione, né di integrazione con il terzo settore. Si inaugura un edificio, non un ecosistema. Staremo a vedere se a Cles con tanto di delibera della Giunta comunale queste associazioni troveranno posto. Se così non sarà significa che l’Amministrazione si è fatta scippare un edificio ed è rimasta con un pugno di mosche in mano ( gestire i parcheggi!). Confido però ancora nell’attuazione della Delibera Mucchi.
La Digitalizzazione Utile e l’Interoperabilità. La telemedicina e la cartella clinica condivisa dovrebbero avvicinare i servizi, non aumentare la burocrazia. La realtà sul campo è che i sistemi informatici non si parlano: ogni medico di medicina generale usa software diversi, le assistenti sociali non sono collegate al SIO (Sistema Informativo Ospedaliero), le piattaforme non dialogano e i dati non circolano. Senza interoperabilità, la Casa della Comunità resta un condominio burocratico che non connette nessuno. Quando intende l’Assessorato superare questa frammentazione informatica? Il Ruolo dei Comuni e l’Integrazione Socio-Sanitaria per l’urbanistica, mobilità e politiche abitative che sono determinanti di salute. Ma manca un tavolo stabile che tenga insieme i Comuni e la sanità in un disegno condiviso. Per questo il ritorno ai Distretti di Valle è la scelta politica più importante e urgente. Finché i distretti sanitari rimarranno soltanto tre per l’intero territorio provinciale macro-strutture lontane dai bisogni reali e scollegate dalla geografia delle nostre valli nessuna Casa della Comunità potrà funzionare davvero. Perché la prossimità non si dichiara nei comunicati stampa: si organizza con i servizi.
Questi punti rappresentano la vera novità scientifica e gestionale del DM 77. Sono la parte più avanzata, moderna e trasformativa del nuovo modello di salute. Ma sono anche la parte totalmente ignorata dall’attuale gestione politica. In Trentino si continua a inaugurare ciò che è facile da mostrare davanti a un obiettivo fotografico, rinunciando deliberatamente a implementare ciò che è necessario per far funzionare davvero la sanità del territorio.

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Marchiori e il centro impossibile: tra nostalgia e velleità

Da Paola Demagri 1 Luglio 2026

Più che di progetto quello di Marchiori sa di anelito o aspirazione. Questo perché sarà molto difficile per lui riuscire a federare liste civiche ora presenti in consiglio provinciale ma sedute su parti opposte dell’emiciclo consiliare. Né potrà essere sufficiente, come collante, il non mostrare riferimento nazionale nel simbolo.
Questa boutade politica sa piuttosto di operazione nostalgia forse tentando di richiamare momenti felici come furono quelli del Centro della Margherita di Dellai o del PATT di Rossi.
Ormai anche in Trentino i partiti nazionali sono sempre più decisivi a scrivere le sorti di una tornata elettorale anche provinciale. Se l’affannato segretario spera che possa esistere un progetto senza schieramenti rischia di cantarsela e suonarsela da solo al centro… in minoranza.
Dopodiché i trentini governati da una forza nazionale hanno estremamente bisogno di un bilanciamento civico al centro indipendentemente da quale schieramento conquisti il governo del Trentino.
A queste forze, che ne prendano atto o meno, risulterà impossibile pensare di poter governare senza doversi dunque schierare. L’ambiguità del segretario assai difficilmente potrà trasformarsi in un vero progetto politico che vada da qualche parte senza aver comunicato ai Trentini da che parte sta.
Insomma questa di Marchiori nel significato è sicuramente un’operazione lodevole. Ma nei contenuti e nella credibilità di chi la sta portando avanti sembra un’operazione piuttosto pretenziosa e velleitaria dettata da chi i numeri per portarla avanti non li ha.
Infine, leggiamo che a stretto giro di stampa, l’audace proposta politica ha già ricevuto la risposta di Spinelli. Fredda ad essere eufemistici. insomma sembra proprio che al centro – nel centro – di questa proposta politica, a giocarci rimarranno soltanto personaggi di spicco del capoluogo giudicariese.

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