Paola Demagri
  • BIOGRAFIA
  • IL MIO SGUARDO SUL MONDO
  • IDEE E PROPOSTE
  • ATTI POLITICI
  • CONTATTI
Categoria:

Senza categoria

Il Trentino sta dalla parte della democrazia: qui non si normalizza l’estrema destra

Da Paola Demagri 3 Settembre 2026


Quando si parla di gruppi come Skinhead o della sigla Camelot, ci si riferisce a realtà che nascono tra gli anni ’80 e ’90 dentro la cultura neofascista e neonazista. Sono ambienti che hanno usato concerti, raduni e propaganda per diffondere idee di odio, superiorità etnica, discriminazione e una lettura distorta della storia. Il raduno previsto in questi giorni a Dro si inserisce esattamente in questa tradizione: un momento di richiamo tra gruppi dell’estrema destra italiana ed europea, costruito per rafforzare identità radicali e per fare proselitismo.
Nella loro narrazione, nomi come “Camelot” diventano simboli di una presunta “fortezza europea” da difendere contro la globalizzazione, l’immigrazione e il cambiamento culturale. È un immaginario che mescola identitarismo, nazionalismo e un’idea di società chiusa, divisa, fondata sulla paura dell’altro. I contenuti del raduno lo confermano: conferenze ideologiche, musica della scena Rock Against Communism ( rock contro la democrazia), dibattiti contro l’Europa e contro l’immigrazione. Non è un semplice evento privato: è un messaggio politico preciso, che storicamente ha generato polemiche, mobilitazioni antifasciste e controlli serrati di sicurezza.
Di fronte all’impossibilità giuridica di vietare un raduno organizzato in uno spazio privato, la risposta non poteva essere il silenzio. Quando la legge non può intervenire, è la comunità democratica che deve farlo. Tacere significa normalizzare ideologie che negano diritti e libertà. Mobilitarsi pacificamente, invece, significa tracciare un confine chiaro: dire che il nostro territorio non accetta la cultura dell’odio, della discriminazione e della violenza simbolica. La mobilitazione di queste ore nasce proprio da questo: dalla volontà civile di difendere la nostra comunità dall’indifferenza e di ribadire che certe idee non possono diventare la normalità. Alleanza Democratica Autonomista sarà presente, perché la nostra presenza è una scelta di valori. Mentre le frange neofasciste e neonaziste alimentano divisione e sopraffazione, il nostro impegno quotidiano è rivolto alla difesa della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti civili.
La mia posizione, come Consigliera provinciale di Casaautonomiua.eu , è totale e intransigente: il Trentino ha costruito la propria Autonomia sui valori dell’antifascismo e della convivenza pacifica. Proteggere questa storia non è solo un dovere politico, ma un dovere morale verso la nostra comunità.

3 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Oltre l’odio: perchè la destra non ci appartiene.

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

Non è intolleranza dire no all’odio: è l’unico modo che abbiamo per custodire la libertà di tutti. Sono partita dall’episodio di Dro per fare un viaggio dentro i valori che mi hanno formata, quelli che difendo ogni giorno e che definiscono la mia appartenenza politica. Questo podcast è una riflessione a cuore aperto che dedico a chi non si rassegna all’indifferenza

Tratto dal podcast: https://t.me/paola_demagri/43

Se avete letto le notizie di questi giorni, sapete che il nostro territorio  precisamente la zona di Dro, qui in Trentino  è stato scelto come cornice per un raduno di matrice nazi-skinhead. Una notizia che lascia il segno, non solo per la natura dell’evento in sé, ma per le reazioni che ha generato. A me ha colpito in modo particolare la dichiarazione del proprietario della struttura ricettiva che ha ospitato il raduno. Ha detto, in sostanza, che per lui si tratta solo di lavoro, che l’ospitalità si offre a tutti e che non spetta a lui valutare l’appartenenza politica dei clienti.

Ecco, io su questo voglio farmi e farvi una riflessione. Capisco il tema dell’etica professionale, ma esiste un confine preciso tra la legittima attività d’impresa e quella che definisco una falsa neutralità. Se parliamo di accoglienza, dobbiamo chiederci: accoglieremmo con la stessa leggerezza qualsiasi gruppo? O ci sono idee che, per la loro stessa natura, negano il diritto d’esistenza altrui? Quando un raduno richiama simboli, retoriche e appartenenze che si rifanno al neonazismo e al neofascismo, non siamo davanti a una semplice “opinione politica”. Siamo di fronte all’apologia di ideologie che la nostra Costituzione ha già giudicato e respinto. Nascondersi dietro il “io lavoro e non guardo la politica” significa far finta che le idee non abbiano conseguenze materiali sulla vita delle persone e sulla sicurezza di una comunità.

Ma perché questo episodio ci deve indignare così profondamente? Perché Paola, da donna che fa politica attiva, sente il bisogno di prendere la parola? Perché ciò che muove quei raduni non è un programma politico alternativo: è un vero e proprio sistema di disvalori. E dobbiamo avere il coraggio di chiamarli con il loro nome, attingendo a un lessico di verità.

L’estrema destra e i movimenti nazi-skinhead si fondano sulla persuasione che gli esseri umani non siano tutti uguali. Coltivano il suprematismo, il razzismo, la discriminazione per motivi etnici, religiosi o di orientamento sessuale. È la cultura del disprezzo verso il più debole. Dove noi vediamo il confronto democratica e il pluralismo, loro vedono la forza, il potere assoluto, la soppressione del pensiero critico. C’è un’esaltazione costante della violenza  fisica e verbale  come strumento di risoluzione dei conflitti. Non è “libertà d’espressione” inneggiare all’annientamento dell’altro. L’ideologia neo-fascista inneggia alla cattiveria organizzata, all’omologazione, al mito del capo, azzerando la ricchezza della complessità umana.

Quando vedo questi raduni, io non vedo solo qualche decina di persone con simboli del passato. Vedo un tentativo costante e organizzato di far penetrare questi disvalori nei nostri territori, di normalizzarli, di farli sembrare una “delle tante posizioni possibili”. E questo è il pericolo più grande: la banalizzazione del male e dell’orrore storico.

Pensavamo che il Trentino fosse un’isola felice. Un territorio protetto dalla sua storia di autonomia, dalle sue radici comunitarie, dalla sua tradizione di solidarietà e di autogoverno. Invece dobbiamo essere onesti: le pieghe  e a volte le piaghe  dell’insoddisfazione sociale, dell’ignoranza, della superficialità e della rabbia stanno aprendo varchi pericolosi anche qui. L’estrema destra avanza a livello globale ed europeo, e il Trentino non è permeabile per diritto divino.

Mi ha fatto piacere constatare che buona parte della rappresentanza istituzionale trentina si sia preoccupata e indignata per il raduno di Dro. Ma non posso fare a meno di notare che la reazione non è stata davvero trasversale. C’è chi ha preso le distanze con nettezza e chi, invece, è rimasto in un silenzio tattico, imbarazzato o distante dal giudizio.

E qui sta il nodo politico centrale. Spesso mi sento dire: “Ma dai, in Trentino la destra è diversa, è una destra autonomista, è accettabile”. A me questa narrazione fa sorridere, ma di un sorriso amaro. Perché la storia politica ci insegna che basta pochissimo. Basta un attimo perché il centrodestra strizzi l’occhio alla destra radicale, e perché la destra radicale finisca per sdoganare o giustificare i linguaggi dell’estrema destra. Quando si rincorrono le retoriche del risentimento, quando si strizza l’occhio a figure che basano la loro visibilità sulla denigrazione delle minoranze o sul richiamo all’ordine identitario e nativista, si sta spianando la strada a questi raduni. Se la politica istituzionale alza la soglia di tolleranza verso i linguaggi d’odio, non deve poi stupirsi se nei boschi o nei paesi delle nostre valli si organizzano i raduni nazi-skinhead.

E la prova della gravità della situazione sta nell’intervento delle istituzioni di garanzia: quando deve muoversi il Prefetto, quando devono intervenire le forze dell’ordine e il Comitato per la Sicurezza, significa che non siamo sul terreno delle opinioni, ma su quello della minaccia concreta alla convivenza civile e alla tenuta democratica.

È di fronte a questa realtà che riscopro le motivazioni profonde della mia appartenenza politica. La domanda che mi sono fatta è: perché io? Perché ho scelto da sempre di collocarmi e di battermi all’interno del centro-sinistra?

La risposta non sta solo in una tessera o in una formula elettorale. Sta in un’idea di società e di persona.

Io mi considero fortunata. La mia posizione nasce prima di tutto dai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori. Ma la famiglia da sola non basta: a formare una coscienza civile è la comunità intera. Sono le frequentazioni, i gruppi giovanili, la scuola, le associazioni di volontariato, i luoghi di lavoro, la rete di relazioni sociali con cui si cresce. Ho avuto la fortuna di formare il mio pensiero in ambiti dove l’altro non è mai stato visto come una minaccia, ma come una ricchezza; dove la solidarietà non è un costo, ma un investimento civile; dove la libertà individuale vive dentro la responsabilità collettiva.

Stare nel centro-sinistra, per me, significa prendere categoricamente le distanze da una visione del mondo gerarchica, escludente e autoritaria. Significa riaffermare ogni giorno che la democrazia non è uno stato naturale delle cose, ma una conquista che va difesa continuamente.

Il centro-sinistra è il campo che riconosce nella Costituzione nata dalla Resistenza antifascista la propria bussola non negoziabile. Non è un caso se l’articolo 3 della nostra Carta parla di pari dignità sociale e di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quella è l’antitesi esatta della visione reazionaria e neo-fascista che vede nella diversità un nemico da annientare.

29 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

L’offesa della parola handicap

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

In Trentino esiste una parola che avrebbe dovuto essere archiviata da anni, cancellata dai documenti, espunta dalla modulistica, sostituita da un linguaggio rispettoso e contemporaneo: handicap. Una parola che la Provincia ha scelto di abbandonare nel 2020 con un voto trasversale, riconoscendo che quel termine non descrive la persona, ma la ferisce; non rappresenta una condizione, ma la stigmatizza; non costruisce inclusione, ma la nega.

Eppure, nel 2026, quella stessa parola continua a comparire nei verbali dell’Unità Operativa di Medicina Legale dell’ASUIT. Continua a essere stampata, timbrata, consegnata ai cittadini. Continua a definire persone che chiedono riconoscimento, tutela, dignità. È un fatto grave, perché non è un errore isolato: è un automatismo burocratico che tradisce una scelta politica chiara e un principio culturale fondamentale.

La disabilità non è un’etichetta, non è un marchio, non è una categoria da incasellare. È una condizione umana che richiede rispetto, attenzione, ascolto. E il linguaggio è parte integrante di questo rispetto. Le parole non sono un dettaglio: sono il primo gesto di cura, il primo segno di riconoscimento, il primo atto di inclusione. Quando un servizio sanitario continua a usare la parola handicap, non sta solo ignorando una legge: sta ignorando la persona.

Il fatto che proprio un ufficio chiamato a valutare le condizioni della Legge 104 continui a produrre documenti con diciture come “handicap”, “condizione di handicap” o addirittura “handicappato” è un segnale allarmante. Significa che la cultura dell’inclusione non è penetrata dove dovrebbe essere più forte. Significa che la sensibilità istituzionale si è fermata sulla soglia degli uffici. Significa che la disabilità viene ancora trattata con un linguaggio che appartiene a un’altra epoca, a un’altra visione, a un’altra idea di fragilità.

Per questo ho portato la questione all’attenzione della Giunta, affinché si interrompa subito una prassi che tradisce la cultura dell’inclusione e la sensibilità che il Trentino ha scelto di adottare.

La Provincia ha scelto di abbandonare la parola handicap; ASUIT continua a usarla. La Provincia ha scelto di promuovere inclusione; ASUIT continua a produrre modulistica che la contraddice. La Provincia ha istituito il Tavolo sulla Disabilità; ASUIT continua a parlare con un linguaggio che quel tavolo dovrebbe contribuire a superare.

La domanda è semplice e inevitabile: come può un territorio che si dice attento alla disabilità tollerare che un servizio sanitario utilizzi un linguaggio che la ferisce? Come può parlare di inclusione se non riesce a praticarla nella forma più elementare, quella delle parole?

La richiesta è chiara: ritiro immediato della modulistica, aggiornamento dei modelli, richiamo formale agli uffici, adeguamento del linguaggio. Perché la dignità non è un dettaglio amministrativo. È il fondamento di ogni politica pubblica. E passa anche, e soprattutto, dalle parole che scegliamo di usare

29 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Liste d’attesa e Libera Professione: la parte scomoda resta senza risposte.

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

Si assiste alla progressiva cancellazione del confine tra servizio sanitario istituzionale e Libera Professione (LP). Un meccansimo contabile e organizzativo distorto attraverso cui l’Azienda sanitaria inserisce nelle agende di Intramoenia i pazienti prenotati nel sistema ordinario (con ticket o esenzione), remunerando però il medico come se svolgesse una prestazione privata. L’utente vive un percorso pubblico, il professionista incassa come libero professionista, l’Azienda registra costi da LP e la Provincia copre la differenza attingendo a fondi pubblici.
Nel 2025 le visite istituzionali confluite in LP sono state 2.569. Nei soli primi tre mesi del 2026 il dato ha già raggiunto quota 3.084, con una proiezione annuale destinata a superare le 12.000 prestazioni. ( significa che il numero di visite in attesa era maggiore nel primo trimestre 2026 che in tutto l’anno 2025) .
La proiezione della LP va di pari passo all’aumento delal lista d’attesa : più aumentano le visite in attesa di risposte o con risposte inaccettabili più si incrementa la Lp .

Impatto sui volumi globali della LP: Il volume complessivo delle prestazioni in Libera Professione passa da 107.000 nel 2025 a una stima di 120.000 nel 2026.

È un vero e proprio colabrodo contabile e organizzativo. Se parliamo di gestione dei flussi, la falla è evidente: non riuscendo a smaltire le visite con i canali ordinari, si fa “cannibalizzare” la Libera Professione trasformandola in una pezza d’emergenza a spese delle casse pubbliche.
Se la mettiamo sul piano della trasparenza, la faccenda si fa ancora più scivolosa: ammettere che le registrazioni delle prestazioni vengono definite “in corsa” equivale a dire che fino a ieri si è navigato a vista. Il risultato? Un effetto domino di dati distorti che partono dai bilanci locali e finiscono per falsare persino le rilevazioni nazionali di Agenas.
Uso strutturale di un canale straordinario: La Libera Professione cessa di essere un’opzione aggiuntiva per diventare un ammortizzatore improprio delle liste d’attesa non gestite dal canale ordinario.
Mancanza di trasparenza e tracciabilità.
Il quadro si fa ancora più critico alla luce della risposta fornita dall’Assessore competente. La dichiarazione secondo cui “si stanno definendo le modalità per la corretta registrazione di tali prestazioni” conferma formalmente che la pratica è stata avviata in assenza di un sistema di tracciamento conforme. Quanto tempo serve per avere flussi di dati completi?
Questo deficit procedurale comporta il rischio concreto di flussi informativi incompleti, con dati trasmessi ad Agenas che potrebbero non riflettere la reale natura delle prestazioni erogate, alterando le statistiche ufficiali e sottostimando i reali tempi e volumi delle liste d’attesa pubbliche.

La parte scomoda non ha avuto risposta e quindi c’è la libertà di interpretare .
La corte dei conti ptrebbe obiettare l’uso di soldi pubblici per pagare la LP al Professionista !

29 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

L’incuria che costa milioni: quando la politica ignora Bruxelles e paga con le casse della PAT

Da Paola Demagri 26 Agosto 2026

Qualora confermato quanto postulato nell’interrogazione appena depositata, dovremmo tutti sobbalzare sorpresi e  rammaricati. Non stiamo parlando di un dettaglio tecnico, né di un problema che ricade sui beneficiari dei bandi per i contributi in agricoltura. Loro sono salvi, hanno diritto al contributo autorizzato. Qui stiamo parlando di qualcosa di molto più grave: se scatterà il disimpegno, non saranno le aziende agricole, le cooperative, i giovani allevatori  a perdere risorse, ma saranno le casse della Provincia autonoma di Trento a essere prosciugate impropriamente per coprire ciò che l’Europa e lo Stato non pagheranno più. Un ribaltamento totale: i fondi europei e ministeriali spariscono, e al loro posto si usano soldi trentini. Soldi dei cittadini. Vediamo di capire meglio insieme cosa potrebbe esser successo.

In Trentino siamo abituati a pensare che la nostra autonomia sia sinonimo di efficienza, che la nostra amministrazione sia un modello, che la gestione dei fondi europei sia una macchina che non sbaglia un colpo. Per anni è stato così. Ma oggi, di fronte alla nuova regola europea dell’N+2 ( N è l’anno in cui la Provincia impegna la spesa, e da quel momento l’amministrazione ha due anni pieni per trasformare quell’impegno in spesa certificata)  quella certezza si incrina. E si incrina non per colpa degli agricoltori, non per colpa del sistema cooperativo, non per colpa di chi lavora la terra: si incrina per incuria politica, per mancata vigilanza, per nomine dirigenziali che non hanno presidiato ciò che dovevano presidiare. La Commissione Europea ha comunicato da tempo che la rendicontazione dei fondi dello sviluppo rurale non sarebbe più stata regolata dall’N+3, ma dall’N+2. Un anno in meno per certificare la spesa. Un anno in meno per trasformare gli impegni in pagamenti. Un anno in meno per evitare il disimpegno. Una modifica nota, chiara, scritta nero su bianco. Eppure pare non sia stata recepita in tempo utile dall’assessorato all’agricoltura e dall’apice dirigenziale nominato dalla politica. Una svista? 

Mentre Bruxelles cambiava le regole, i bandi trentini continuavano a riportare la vecchia cornice. I beneficiari partecipavano conoscendo un sistema che non esiste più. E oggi, mentre gli uffici chiamano freneticamente le aziende per chiedere documenti, SAL ( Stato avanzamento Lavori), rendicontazioni anticipate, il problema non è degli agricoltori: il problema è della politica. Il rischio di disimpegno non tocca chi ha ottenuto un contributo: gli agricoltori sono salvi. Il rischio tocca la Provincia autonoma di Trento. Tocca le sue casse. Tocca i suoi bilanci. Perché se la spesa non viene certificata entro le scadenze dell’N+2, l’Europa ritira i fondi. Normalmente, Bruxelles e Roma contribuiscono all’80% della spesa che qualora da loro non coperta dovrà essere sostenuta dalla PAT. Quest’anno si sono impegnati più di 48 milioni che qualora non erogati torneranno a Bruxelles per effetto del disimpegno.

E allora la domanda è semplice: perché usare soldi europei e ministeriali quando si può attingere alle casse provinciali?  

Una domanda provocatoria, certo. Ma è esattamente ciò che accadrebbe: milioni di euro che dovrebbero arrivare dall’Europa e dallo Stato verrebbero sostituiti da soldi trentini. Soldi dei cittadini. Soldi delle famiglie. Soldi delle imprese. Soldi che potrebbero essere investiti altrove, e che invece verrebbero bruciati per coprire un errore politico.

E qui sta il punto politico più grave: se si arriva al disimpegno, i beneficiari non perdono nulla. La politica sì. La politica fallisce. La politica paga.  E paga non con le proprie risorse, ma con quelle della comunità trentina.

Non siamo autosufficienti perché le casse della PAT sono gonfie. Non siamo autosufficienti perché possiamo permetterci di sostituire fondi europei con fondi provinciali.

Questa non è autonomia: è incuria. È sciatteria istituzionale. È mancata vigilanza.

È presunzione. È la convinzione che, tanto se Bruxelles ritira i soldi, ci penserà la Giunta a sistemare le cose. Ma non è così che si governa una Provincia che ha sempre primeggiato nella gestione dei fondi europei.

Il disimpegno non è un incidente tecnico: è un fallimento politico. È la prova che il raccordo con Bruxelles non è stato presidiato. È la prova che le nomine dirigenziali non hanno svolto il ruolo per cui sono state scelte. È la prova che l’assessorato non ha vigilato.  È la prova che la politica ha ignorato le indicazioni, e ora rischia di pagarlo caro.

Il Trentino non può permettersi di perdere fondi europei. Non può permettersi di coprire con risorse proprie ciò che dovrebbe arrivare da Europa e Stato. Non può permettersi di trasformare un errore politico in un esborso milionario. E intanto si nicchia su sanità , povertà , Welfare e scuola. 

26 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Undicesimo mese e benessere scolastico: servono dati, trasparenza e una nuova visione per la scuola dell’infanzia

Da Paola Demagri 18 Agosto 2026

In questo periodo agostano, mentre molti servizi rallentano e l’attenzione pubblica si sposta altrove, ho incontrato insegnanti, cuochi e personale dei servizi scolastici per fare il punto della situazione. Ho ascoltato il vissuto, le aspettative, i disagi, la praticabilità dell’undicesimo mese. Ho ascoltato anche le famiglie che hanno fruito del servizio, quelle che lo hanno richiesto e poi hanno scelto altro dopo aver visto i figli stanchi. Ne restituisco uno spaccato tutt’altro che felice, che merita di essere portato  nel dibattito politico. Il primo nodo riguarda i numeri. L’Assessora diffonde dati che non corrispondono alla realtà dei fatti e che non restituiscono la situazione delle frequenze, delle esigenze di conciliazione e delle condizioni del personale. Lo dicono le insegnanti che vivono la scuola ogni giorno, non un’opposizione pregiudiziale. Da qui il mio invito all’Assessora a non sottrarsi mai alla richiesta di dati: la trasparenza è un dovere, non un’opzione. Ricordo che ho un’interrogazione in sospeso, depositata il 30 marzo, alla quale è stata fornita una risposta interlocutoria il 15 aprile, con scadenza formale e trattandosi di interrogazione complessa la data di scadenza era fissata al 14 maggio. Siamo a ferragosto e ancora non è arrivato nulla. In un’azienda seria i numeri si devono poter estrarre ed ottenere in tempo reale: non è accettabile che la politica non riesca a fare altrettanto.
Ma torniamo all “undicesimo mese che non concilia. È un servizio a domanda, gratuito, che non garantisce continuità né progettualità. Le iscrizioni sono ridotte, le frequenze discontinue, gli autobus viaggiano spesso vuoti, e persino giugno registra presenze molto basse. Nel frattempo sono scomparsi strumenti fondamentali come i voucher del Fondo Sociale Europeo, che permettevano al terzo settore di offrire coperture flessibili nei diversi periodi dell’anno. Dobbiamo interrogarci seriamente se la politica dell’undicesimo mese, voluta a tutti i costi, faccia davvero tornare i conti alla PAT: giri di autobus vuoti, prenotazioni fatte a gennaio che non corrispondono poi alla libera e legittima fruizione del servizio, approvvigionamenti mensa in esubero. È una macchina che produce costi, non qualità. E per smentire questa valutazione  che non è una percezione, ma un riscontro quotidiano servono dati ragionati, completi, verificabili. Non basta dire che la percentuale dei bambini iscritti a gennaio per il mese di luglio è “di un certo valore”: quel dato, da solo, non significa nulla. Va aggiunta la percentuale dei fruitori reali sul totale dei bambini iscritti alla scuola dell’infanzia, e va indicato un range minimo di continuità, almeno 15 giorni, per capire se il servizio è stato davvero utilizzato e con quale stabilità. Solo così si può valutare se l’undicesimo mese funziona o se, come molti operatori segnalano, produce più disservizi che conciliazione: autobus che viaggiano vuoti, prenotazioni che non corrispondono alla fruizione reale, approvvigionamenti mensa in esubero. Senza questi dati, ogni narrazione politica resta monca
Il secondo nodo riguarda il cosiddetto “benessere scolastico”. Con l’assestamento di bilancio di luglio è stato inserito nella legge provinciale un principio che parla di equilibrio tra dimensioni fisiche, psicologiche, educative e tempi di vita. Ma la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si fa è evidente. Da sette anni il personale della scuola dell’infanzia denuncia un malessere crescente: ferie impossibili da pianificare, carichi di lavoro aumentati, nessun riconoscimento. L’unica proposta avanzata nel 2024 dall’Amministrazione prevedeva qualche giorno di ferie solo per le insegnanti, escludendo ausiliari e cuochi, e solo a condizione di non aver fatto nemmeno un giorno di malattia. Una misura respinta dai sindacati, che non risponde al principio di benessere inserito nella legge.
Il benessere, se raggiunto, va misurato oltre che percepito. E non dalla politica, ma dai lavoratori.
La misurazione prevede il raggiungimento dei cosiddetti benefit che la Giunta ha indicato, come la possibilità di fruire delle ferie al di fuori del canonico periodo. Ma questo benefit non è stato raggiunto: solo una minima parte delle insegnanti ha potuto usufruire dei sei giorni di ferie previsti da contratto a scuola aperta; in alcuni casi sono state concesse ferie anche al personale non docente, ma non ovunque. Per permettere a un’insegnante di andare in ferie si rinuncia alla compresenza, lasciando un solo docente con 25 bambini: una violazione di fatto della L.P. 13/77. Molti plessi hanno scelto di non attuare questa possibilità per senso di responsabilità. Da settembre a luglio, la maggioranza del personale non riesce a ottenere nemmeno un giorno di congedo se non con permessi non retribuiti. Anche la decisione di confermare le supplenti per l’undicesimo mese, annunciata solo un mese prima, è servita soprattutto a coprire assenze ordinarie: congedi parentali, aspettative, permessi della Legge 104. Bastano pochi calcoli per capire che questa narrazione non regge. È stato un effetto placebo: non ha portato il beneficio sperato, ma solo una routine già consolidata negli anni precedenti.
Il sistema è in affanno. Utilizzare i numeri per convenienza politica, ignorando le persone, non è accettabile. La scuola dell’infanzia sta perdendo qualità pedagogica e benessere del personale, e la società rischia di accorgersene quando sarà troppo tardi. Si sovraccaricano lavoratrici e lavoratori, si assiste alla fuga verso altri settori o verso il part‑time, e si sostituisce personale qualificato con figure prive dei titoli d’accesso. Si parla di conciliazione senza rispettarne i vincoli e senza analizzare i dati reali. E qui inserisco una verità politica che non può essere elusa: la scuola si apre a settembre, e il mondo della scuola arriverà subito sui banchi del Consiglio. Verranno aperte anche le porte del Consiglio, perché le questioni che oggi sembrano estive e marginali diventeranno immediatamente centrali. Per allora prepariamoci una domanda:  quale futuro vogliamo per la nostra scuola?  Guardando oltre i nostri confini, è evidente che la scuola ha bisogno di stabilità, identità e progettualità. Il welfare è un’altra cosa: deve rispondere alle esigenze mutevoli delle famiglie con strumenti adeguati, non scaricare sulla scuola funzioni che non le appartengono. Ignorare questi segnali significa mettere a rischio un intero sistema educativo e, con esso, un pezzo fondamentale della coesione sociale.

18 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Una testimonianza che non può restare inascoltata.

Da Paola Demagri 16 Agosto 2026

Una mamma della Val di Sole, in attesa del terzo figlio, racconta come negli ultimi anni siano venuti meno servizi e occasioni di accompagnamento alla nascita che un tempo erano parte della vita della comunità.

Corsi preparto lontani, ostetriche meno presenti, occasioni di incontro ridotte. E così tante mamme rinunciano, proprio quando avrebbero più bisogno di prossimità, ascolto e rete.

La prevenzione della solitudine e delle fragilità nel percorso della maternità non si fa solo con i bonus. Si fa con servizi territoriali accessibili, ostetriche presenti e comunità capaci di sostenere le famiglie.

La proposta delle mamme è concreta: riportare i corsi preparto anche in Val di Sole, con una parte degli incontri in presenza e una parte online.

Non servono miracoli. Serve ascoltare, organizzare e avere la volontà di intervenire.

Perché quando una mamma dice che “la rete non c’è più”, la politica ha il dovere di fermarsi e ascoltare.

16 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

“La montagna che lavora”

Da Paola Demagri 15 Agosto 2026

Oggi ho attraversato Vezzena, un altopiano che non si limita a essere un luogo: è un modo di stare in montagna. Palù Fratte, Cima Verle, i pascoli larghi che sembrano onde, le malghe che punteggiano il paesaggio come case di un’antica comunità. È un territorio che parla, se lo si ascolta. E oggi, camminando, ho provato a farlo: a guardare, a capire, a raccontare.

Le malghe visitate oggi sono prima di tutto luoghi di lavoro. Non sono scenografie, non sono cartoline: sono presidi vivi, dove ogni giorno si produce, si custodisce, si mantiene un equilibrio che altrove si è perso. La loro bellezza non è solo estetica: è la bellezza della funzione, della fatica, della continuità. È la bellezza di chi sale in quota per monticare, per portare le vacche nei pascoli alti, per trasformare il latte in formaggi che raccontano l’erba, il vento, la stagione.

La monticazione è un gesto antico, ma oggi più che mai necessario. Portare le vacche in malga significa dare loro aria, spazio, movimento. Significa farle vivere in un ambiente che, nonostante la fatica, è sempre meglio della stalla chiusa, soprattutto in un’estate come questa: calda, secca, lunga. L’erba è già bruciata dal sole, i pascoli soffrono, e le vacche rientrano stremate dal caldo. Le vedi arrivare lente, con il fiato corto, con quel passo che racconta la giornata. Ma anche così, anche con questa fatica, la malga resta il luogo dove stanno meglio: perché respirano, perché si muovono, perché vivono.

E poi c’è la montagna. La monticazione non serve solo alle bestie: serve al territorio. I pascoli tenuti vivi impediscono l’avanzare incontrollato del bosco, mantengono aperti gli spazi, riducono il rischio di incendi, conservano un paesaggio che è identità, economia, turismo. Una malga attiva è un pezzo di montagna che non si chiude, che non si abbandona, che non si perde.

Oggi, nelle malghe di Vezzena, ho visto tutto questo: il lavoro quotidiano, la cura dei prati, la produzione, la vendita dei prodotti, il ristoro che accoglie chi passa. Ho visto mani che lavorano, occhi che controllano il cielo, gesti che si ripetono da generazioni. Ho visto la fatica, quella vera: quella che non si racconta nei depliant, quella che non si vede nelle foto, quella che si sente nelle spalle e nelle gambe di chi vive quassù.

Ma ho visto anche le difficoltà. I bandi dei Comuni, che spesso restano deserti, perché gestire una malga oggi è un impegno enorme: servono competenze, servono investimenti, serve tempo, serve una famiglia che ci crede. E non sempre la politica riesce a rendere questo lavoro sostenibile. Servono bandi più chiari, più accessibili, più realistici. Servono incentivi che non siano solo contributi, ma strumenti per accompagnare chi vuole salire in quota. Servono regole che tengano insieme produzione, tutela, turismo, sicurezza. Serve una politica che capisca che una malga aperta è un servizio pubblico, non solo un’attività privata.

E poi c’è il tema delle predazioni. Le malghe oggi devono convivere con un rischio che non è solo economico, ma emotivo: perdere un animale non è perdere un numero, è perdere un pezzo di lavoro, un pezzo di relazione. I recinti elettrificati, i cani da guardiania, le misure di prevenzione sono strumenti necessari, ma non sempre sufficienti. E anche qui la politica deve essere presente: con norme chiare, con rimborsi rapidi, con una gestione che non lasci soli gli allevatori.

Il viaggio di oggi in Vezzena diventa così un racconto che vale per tutte le malghe del Trentino. Vale per la Val di Non, per la Val di Sole, per il Lagorai, per le Giudicarie, per il Primiero. Vale per ogni pascolo dove si sale d’estate, per ogni baita dove si lavora, per ogni famiglia che tiene viva una tradizione che non è folclore, ma economia, identità, presidio del territorio.

La montagna non vive da sola. Vive se qualcuno la abita, la cura, la mantiene. Le malghe sono questo: la montagna che lavora. E raccontarle significa raccontare il Trentino reale, quello che non si vede dalle città, quello che non si misura solo con i numeri, quello che resiste, quello che produce, quello che tiene insieme paesaggio, comunità e futuro.

15 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Il PIL del turismo non può essere l’unico orizzonte: il Trentino ha bisogno di equilibrio

Da Paola Demagri 8 Agosto 2026

In questi giorni ho attraversato alcune zone del Trentino insieme ad amici e familiari. Zone che, in altre stagioni, respirano con un passo più lento, più umano. Questa settimana invece sono state letteralmente prese d’assalto: parcheggi saturi, strade bloccate, sentieri trasformati in corridoi affollati, comunità locali costrette a riorganizzare la propria quotidianità per far fronte a un flusso che non è più solo intenso, ma ingestibile. È qui che la parola overtourism smette di essere un’etichetta da convegno e diventa una condizione reale, vissuta, che interroga la politica e il modello di sviluppo del nostro territorio.
Il turismo è una risorsa, nessuno lo mette in discussione. Ma è una risorsa che va governata, non celebrata. In questi anni si è spinto molto sull’idea che il turismo “vada da solo”, che basti accompagnare la crescita, che l’incremento del PIL dello 0,5% sia una medaglia sufficiente da appuntarsi al petto. Il fatto è che quel PIL cresce senza una strategia, senza una visione di sostenibilità, senza un disegno di turismo diffuso, senza una destagionalizzazione vera. Cresce perché il turista arriva, non perché la politica guida.
E mentre alcune aree vengono sovraccaricate, altre restano ai margini. Lo vediamo anche in Val di Non: Cles, ad esempio, non ha  un prodotto turistico definito, e lo avevo scritto chiaramente nel mio programma elettorale. Non basta dire che il Trentino è bello: bisogna costruire identità, percorsi, esperienze, servizi. Bisogna spalmare il turismo sui 12 mesi e su tutte le aree del territorio, non concentrare tutto in poche località che finiscono per pagare il prezzo più alto. In questo quadro, le APT rappresentano il modello del  governare il territorio con equilibrio. Non sono semplici uffici turistici: sono luoghi di ascolto, di relazione, di progettazione condivisa. Quando lavorano bene, lo fanno perché coinvolgono amministrazioni, operatori, associazioni, comunità.
Il turismo non si costruisce in solitaria, e le APT devono attraverso la loro forza lavorare in   coprogettazione, nella capacità di tenere insieme esigenze diverse, di leggere i segnali del territorio, di immaginare soluzioni che non snaturino i luoghi ma li valorizzino e considerare le esperienze dei vari settori quali Pro Loco, SAT, Circoli,amministrazioni.
La PAT dovrebbe investire di più su questo modello, non limitarsi a spingere sull’immagine o sui numeri. Perché un territorio che affida il proprio PIL solo ai visitatori è un territorio fragile.
Il PIL deve crescere anche grazie ad altre categorie economiche, ad altre professioni, a stipendi adeguati al costo della vita, a servizi che rendano attrattivo vivere qui, non solo venire qui. Il vero indicatore di salute non è il turista che arriva, ma l’abitante stabile che resta, che mette radici, che trova lavoro, servizi, casa, comunità.
Il Trentino ha bisogno di una politica che non rincorra il turismo, ma lo governi. Che non si limiti a contare gli arrivi, ma costruisca un equilibrio tra chi vive e chi visita. Perché un territorio è davvero forte quando riesce a essere ospitale senza snaturarsi, accogliente senza piegarsi, vivo senza essere travolto.
E questa settimana, più di altre, ci permette di riflettere sul futuro.
 

8 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Sanità trentina al capolinea: quando la politica abdica e il teatrino istituzionale affonda il sistema

Da Paola Demagri 6 Agosto 2026

La vicenda della sanità trentina è ormai diventata una tragicommedia istituzionale, una di quelle storie in cui non so più se indignarmi o assistere impotente a un declino annunciato. Da mesi il nostro sistema sanitario vive tra tilt informatici, liste d’attesa interminabili, personale allo stremo e cittadini costretti a rivolgersi al privato per ottenere una visita in tempi umani. In mezzo a questo disastro, l’assessore alla salute Mario Tonina recita la parte del giustiziere: critica il direttore generale Antonio Ferro, lo bacchetta, alza la voce, arrivando persino a porre un aut aut che si è rivelato un mero bluff, salvo poi restare serenamente seduto sulla propria poltrona come se nulla fosse. Ferro, dal canto suo, non si muove di un millimetro, mentre il presidente della Provincia Maurizio Fugatti osserva, annuisce e rimanda ogni decisione. La sensazione è quella di assistere a una recita perfetta: Tonina fa la parte del politico indignato, Ferro quella del dirigente intoccabile, e Fugatti veste i panni del regista che rifiuta di cambiare il cast. Una dinamica in cui tutti interpretano rigidamente il proprio copione, mentre a pagare il conto sono i cittadini e gli operatori sanitari. Le cronache quotidiane raccontano di un caos organizzativo strutturale, di decisioni improvvisate, di tentativi di bavaglio istituzionale e di un personale ormai esausto. Non siamo più di fronte a un problema tecnico o a un software difettoso: siamo di fronte a una drammatica questione di governance, di responsabilità e di credibilità politica.
In uno scenario normale, dopo mesi di paralisi, proteste sindacali e cittadinanza infuriata, qualcuno avrebbe già fatto le valigie. In Trentino, invece, si continua a recitare. La conferenza stampa di ieri mi appare come l’ennesimo tentativo di spostare l’asse del discorso, di blindare poltrone e posizioni. Questa crisi non nasce da un errore informatico, ma da una catena di responsabilità politiche che ci si ostina a non affrontare. L’assessore Tonina, che veste i panni del conciliatore e del garante degli equilibri interni, continua a evitare ogni reale assunzione di responsabilità, mentre Ferro resta al suo posto nonostante il fallimento evidente della gestione. D’altronde, le radici di questo disastro affondano lontano: già nel 2018 Fugatti decise di non occuparsi delle sorti del sistema sanitario provinciale, lasciandolo in balia di un declino inarrestabile.
Ritengo ormai incomprensibile, se non attraverso logiche di pura conservazione del potere, questa fede incrollabile nei confronti del direttore generale Ferro. Se la Giunta e la maggioranza ritengono che il dg sia talmente meritevole da poter continuare a gestire indisturbato la sanità pubblica, fino a tenere sotto scacco l’intera amministrazione provinciale, il centrodestra lo proponga direttamente come candidato presidente alle prossime elezioni!
Come ho già avuto modo di ribadire è tempo di riportare urgentemente la discussione sul terreno della responsabilità politica e istituzionale. La sanità trentina ha bisogno di credibilità, di tranquillità, di evolvere. Quando il teatro istituzionale si trasforma in tragedia perché di questo ormai si tratta l’unico modo per salvare il sistema è cambiare gli attori: se Tonina non se ne va e Ferro non se ne va, la sola via d’uscita rimasta è un atto di dignità istituzionale: un passo indietro collettivo per restituire la Sanità ai suoi cittadini.
Paola Demagri Consigliera Provinciale Casaautonomia.eu

6 Agosto 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin
Post più recenti
Post meno recenti

PAOLA DEMAGRI

Perchè essere presenti? Per portarti e per proporti la possibilità di seguirmi.

PAGINE

BIOGRAFIA

IL MIO SGUARDO SUL MONDO

IDEE E PROPOSTE

ATTI POLITICI

CONTATTI

paola.demagri@consiglio.provincia.tn.it

paola.demagri@gmail.com

paola.demagri@pec.it

+39 329 1436765

Social

Facebook Twitter Instagram Linkedin Youtube Whatsapp Telegram

@2026 - All Right Reserved. Designed and Developed by JLB Books sas

Paola Demagri
  • BIOGRAFIA
  • IL MIO SGUARDO SUL MONDO
  • IDEE E PROPOSTE
  • ATTI POLITICI
  • CONTATTI