Paola Demagri
  • BIOGRAFIA
  • IL MIO SGUARDO SUL MONDO
  • IDEE E PROPOSTE
  • ATTI POLITICI
  • CONTATTI
Categoria:

Senza categoria

Scuola e internazionalizzazione in Trentino: un potenziale ancora inesplorato?

Da Paola Demagri 26 Settembre 2026

la risposta dell’assessora Francesca Gerosa all’interrogazione della consigliera Paola Demagri sull’internazionalizzazione del sistema scolastico trentino offre alcuni dati che meritano una riflessione.

Nell’ultimo quinquennio sono stati circa 60 gli studenti provenienti dall’estero che hanno frequentato istituti secondari di secondo grado del Trentino nell’ambito di programmi di mobilità internazionale di medio e lungo periodo. Si tratta quindi di una media di circa 12 studenti all’anno in tutto il territorio provinciale; tale è un dato da rapportare ai 21.821 studenti che frequentano la scuola secondaria di secondo grado in Trentino, escludendo l’istruzione e formazione professionale.

È un dato che non può lasciare indifferenti. La stessa assessora Gerosa definisce i numeri assoluti «ancora contenuti» ed evidenzia una crescita nell’ultimo biennio; resta però il fatto che, in cinque anni, gli studenti stranieri accolti nelle nostre scuole sono stati circa sessanta.

Un altro dato fornito nella risposta permette una riflessione ulteriore. Nello stesso periodo 472 studenti trentini hanno beneficiato di borse provinciali per esperienze all’estero pari o superiori a un quadrimestre. I due dati non sono perfettamente confrontabili perché misurano fenomeni diversi. Restituiscono però una fotografia interessante: la mobilità dei nostri studenti verso l’estero appare molto più strutturata rispetto alla capacità di attrarre studenti stranieri in Trentino.

Anche il quadro nazionale invita a riflettere. Secondo il Rapporto 2025 dell’Osservatorio Nazionale sull’Internazionalizzazione delle Scuole e la Mobilità Studentesca l’indice di internazionalizzazione delle scuole italiane è salito a 52 punti rispetto ai 37 della prima rilevazione del 2009. Il 55% degli istituti italiani ha inoltre almeno uno studente in mobilità individuale di lunga durata. Nel Nord Italia la percentuale arriva al 67%. Di fronte a questi numeri viene spontaneo chiedersi: dove si colloca il Trentino in questo percorso?

La risposta dell’assessora indica inoltre la necessità di un vero e proprio «ecosistema territoriale» per favorire la mobilità in ingresso. Servono famiglie ospitanti, scuole, enti intermediari e reti locali. Serve quindi una capacità di accoglienza che vada oltre la singola scuola o il singolo progetto.

Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe interessante conoscere le intenzioni della Provincia: esiste la volontà di costruire una rete territoriale stabile per l’accoglienza degli studenti stranieri?

Una rete di questo tipo potrebbe mettere in relazione scuole, famiglie, associazioni, enti locali e soggetti che già si occupano di mobilità internazionale. Potrebbe rendere più semplice l’arrivo degli studenti e aumentare la capacità del Trentino di presentarsi come territorio aperto e attrattivo. I vantaggi, in questo caso, si vedrebbero soprattutto nel medio e lungo periodo.

C’è poi il tema del monitoraggio. La risposta fornisce il dato complessivo dei «circa 60 studenti» e segnala una crescita nell’ultimo biennio. Non emerge però un quadro sufficientemente dettagliato delle mobilità, in entrata e in uscita, da permettere di valutare con continuità l’andamento del fenomeno.

La stessa assessora Gerosa, parlando delle mobilità in uscita, richiama infatti «l’assenza, allo stato attuale, di una rilevazione unica di tutte le mobilità brevi». Per quanto riguarda invece la mobilità di lunga durata degli studenti trentini, precisa che «i dati disponibili si riferiscono alle borse di studio erogate dalla Provincia».

Ed è proprio qui che nasce un’altra domanda: stiamo misurando davvero il fenomeno della mobilità oppure riusciamo a ricostruirne solo una parte perché collegata a una spesa pubblica?

In tempi di banche dati ed intelligenza artificiale, è possibile che per conoscere la mobilità degli studenti dobbiamo ancora affidarci alle «ricevute» delle borse di studio?

Se l’internazionalizzazione viene considerata una leva di qualità formativa, apertura culturale e competitività territoriale, allora anche la capacità di attrarre studenti dall’estero e quella di permettere ai nostri studenti di approfondire la propria formazione fuori dal Trentino dovrebbero essere misurate e accompagnate con attenzione.

Tornando all’attrattività delle nostre scuole: sessanta studenti stranieri in cinque anni sono un risultato sufficiente oppure rappresentano un potenziale ancora largamente inesplorato?

Credo che questa sia la domanda da cui partire. Non solo per aumentare un numero ma per capire quale ruolo vogliamo dare all’internazionalizzazione nella scuola trentina.

Valentino Inama
Coordinatore Giovani
Movimento Casa Autonomia.eu

26 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

SANITÀ TRENTINA: BASTA CHIACCHIERE

Da Paola Demagri 26 Settembre 2026

la Giunta si assuma le proprie responsabilità e inizi a dare risposte

È arrivata l’ora che la Giunta la smetta di tergiversare e di giocare allo scaricabile con l’Azienda sanitaria e si assuma le proprie responsabilità nei confronti sia dei cittadini, che sempre più spesso faticano ad accedere alle cure, che del personale sanitario, già sovraccarico e ora alle prese con disservizi pressoché quotidiani.

I gravi malfunzionamenti informatici, che da oltre un anno impattano sull’accesso alle cure e sull’erogazione delle stesse, con un aumentato rischio clinico, sono solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno: tempi di attesa eterni per troppe visite ed esami, con sempre maggiore ricorso al privato; pronto soccorso sovraffollati e con frequenti esplosioni di aggressività; carenza di personale – a partire da infermieri e MMG – e scarsa capacità di trattenerlo e attrarlo, specie nelle valli dove chiudono servizi e posti letto; riorganizzazione territoriale che resta più sulla carta che nei fatti, con Case della Comunità che ad oggi restano poliambulatori; integrazione sociosanitaria solo sulla carta –  si veda il disastro dell’appalto per l’assistenza domiciliare – ; non autosufficienza in crescita esponenziale e ritardo nel farsene carico con carenza di supporti alle famiglie; esplosione dei problemi di salute mentale e mancata riorganizzazione e potenziamento delle risposte.

Di fronte a questo quadro, se oggi la nostra sanità pubblica riesce ancora a dare risposte di qualità  – almeno per chi riesce ad accedervi – è solo per la dedizione e la professionalità di chi vi lavora. Per il resto manca una regia politica e organizzativa su tutte le questioni citate che oggi determina la sanità in affanno che è sotto gli occhi di tutti. 

Dopo otto anni di presidenza Fugatti e dopo tre anni di Tonina assessore alla salute è chiaro di chi siano le responsabilità!

Certo che nella partita della malagestione rientrano anche i vertici di ASUIT, ma è la politica con il suo primato ad averli nominati e messi in quelle posizioni: non funziona il rimpallo di responsabilità, che tra l’altro non ha nemmeno sortito alcun effetto sull’Azienda. 

L’inadeguatezza di un presidente, che sui temi della sanità ha mostrato tutta la sua evanescenza, occupato da sempre solo a difendere la figura del direttore generale di ASUIT, l’abbiamo (ri)vista al tavolo coi sindacati. Così come abbiamo visto e vediamo da troppo tempo un assessore che asseconda sempre a parole le richieste di sindacati, ordini, rappresentanze dei pazienti, minoranze, ma che nei fatti fa poco o niente. Un copione che non regge più. 

Nessuno di noi ha mai detto che sia semplice affrontare i tanti temi legati a salute e sanità, ma da qualche parte bisogna pure iniziare. 

Da anni come minoranze proponiamo di fare il punto con gli Stati generali della sanità, per costruire in maniera condivisa con tutti i portatori di interesse le strategie necessarie per dare risposte ai tanti problemi che attanagliano la sanità e quindi ai bisogni di salute della popolazione. Un percorso sul quale si era preso l’impegno l’assessore e che poteva incrociare quello della definizione del Piano provinciale per la salute 2026-2036, visto che l’attuale è ormai scaduto da un anno. Ma ancora una volta quelle dell’assessore si rivelano essere parole al vento. 

Le solite chiacchiere di cui non se ne può più!

Tante sono le questioni aperte sulle quali ragionare per trovare SOLUZIONI. Tra queste:

  • liste di attesa: dati Agenas e Ispat su rinuncia alle cure dimostrano la privatizzazione nemmeno più tanto strisciante in atto. Bolzano su questo migliora e va confrontato il modello che sta efficientando le attese, oltre ad agire sull’appropriatezza;
  • carenza di personale: dall’attrattività della professione passa anche quella dei percorsi di studio per accedervi, fondamentale se si vuole dare un futuro alla sanità. Per trattenere servono benessere organizzativo, sviluppo di competenze, soluzioni alloggiative e riconoscimento economico;
  • non autosufficienza: servono maggiori sostegni per la domiciliarità e per i caregiver – dopo anni che lo chiediamo, forse arriverà la revisione/aumento dell’assegno di cura – e un ventaglio maggiore di risposte alle persone non autosufficienti e con demenza, con servizi residenziali e semiresidenziali in piccoli nuclei nelle comunità;
  • sanità territoriale e MMG: il DM 77 è ben lontano dall’essere attuato, perché si sono passati quattro anni a costruire muri senza pianificare funzioni e organizzazione delle Case della Comunità. Gli infermieri di Famiglia e Comunità sono un decimo di quelli necessari. La drammatica carenza di MMG lascia intere aree senza adeguata copertura assistenziale e costringe sempre più cittadini a rivolgersi ai Pronto Soccorso anche per bisogni sanitari di base. Finché i MMG non aumenteranno – speriamo grazie alle borse di studio integrative proposte da noi, che però dovevano essere introdotte prima – serve supportare meglio l’organizzazione, sgravandoli ulteriormente di attività burocratiche delegabili a personale amministrativo e potenziando la telemedicina di montagna;
  • integrazione sociosanitaria: bene che si arrivi con un disegno di legge, ma l’impressione è che accentri troppo sul sanitario e su ASUIT, derogando al principio di sussidiarietà che dovrebbe vedere al centro le Comunità. Poi una legge non basta se si gestiscono gli appalti per il sociosanitario come è stato gestito quello relativo all’assistenza domiciliare, del tutto slegato dal socioassistenziale;
  • ospedali nelle valli: serve assegnare vocazioni chiare e appropriate agli ospedali di valle, complementari a quelli di Trento e Rovereto;
  • blocchi informatici: per risolvere i continui tilt dei sistemi informatici serve una vera governance interna (capitolati, collaudi, supervisioni), coinvolgendo chi lavora sul campo, non basta rivalersi su ditte esterne;
  • salute mentale: l’aumento dei problemi psicologico e psichiatrici, a partire dai giovani, richiede – come fatto da noi con due proposte legislative – che si istituisca la figura dello psicologo di base e che si potenzino i consultori e i Centri di salute mentali;
  • prevenzione: nel modello di salute One Health oltre alla prevenzione attraverso gli stili di vita serve pensare all’impatto di tutte le politiche sulla salute, a partire da quelle ambientali per fare fronte ai cambiamenti climatici che causano/aggravano patologie e mietono sempre più vittime.
  • Di fronte a queste problematiche che non vengono affrontate in modo sistematico è bene che presidente e assessore cambino rapidamente passo e inizino ad affrontare le questioni nodali seriamente. Diversamente la cittadinanza saprà trarre le debite conclusioni su un presidente “girasagre” e un assessore “solochiacchiere” che si occupano di tutto tranne che di risolvere i problemi.
  • I/le consiglieri/e dell’Alleanza Democratica Autonomista
26 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

MENO SLOGAN, PIÙ SCUOLA: LA RISPOSTA AI PROBLEMI NON È UN TETTO, MA INVESTIMENTI E AUTONOMIA

Da Paola Demagri 22 Settembre 2026

Casa Autonomia e il gruppo “Fare Scuola” intervengono sulla proposta della soglia del 30% di studenti stranieri sostenuta dal Governo Meloni e dall’assessora Gerosa: «Fissare tetti burocratici è facile, investire nelle competenze e nelle comunità richiede coraggio. Serve un’Autonomia capace di governare la complessità, non di rincorrere la propaganda.»

Ogni volta che l’assessora Gerosa interviene sul tema della scuola, viene da chiedersi quale sia davvero l’idea di istruzione che sta perseguendo. Osservando le scelte compiute in questi anni, le polemiche alimentate e le continue messe in discussione dell’autonomia scolastica e delle professionalità dei nostri istituti, emerge la sensazione che esista un disegno preciso: ridurre la complessità della scuola trentina a una sequenza di slogan utili alla politica nazionale, anziché valorizzarne le competenze, le esperienze e le capacità di risposta ai problemi reali. Sembra quasi che all’inizio della legislatura sia stato stabilito un indirizzo preciso: “La scuola trentina deve cambiare volto”. Ma cambiare volto per diventare cosa? Più autonoma o più dipendente? Più capace di affrontare i problemi o più condizionata dalle campagne mediatiche del momento? Più vicina ai bisogni dei territori o più appiattita sulle parole d’ordine che arrivano da Roma?

L’ultima proposta di introdurre una soglia massima del 30% di studenti stranieri nelle classi, sostenuta dal Governo Meloni e rilanciata in Trentino dall’assessora Gerosa, si colloca perfettamente dentro questa impostazione. Ancora una volta la destra sceglie la strada più semplice: quella dello slogan. È una misura che parla alla pancia delle persone, intercetta paure e percezioni diffuse e offre una risposta apparentemente semplice a problemi complessi. Si individua un problema, si individua un responsabile apparente e si suggerisce una soluzione immediata. È il meccanismo classico del populismo: semplificare fino a impedire il pensiero critico.

Noi di Casa Autonomia non intendiamo rispondere con uno slogan opposto. Non ci interessa fare contro-populismo. Crediamo invece che la politica debba aiutare i cittadini a comprendere la complessità. Le riflessioni che proponiamo nascono dal lavoro del gruppo “Fare Scuola” di Casa Autonomia, composto da persone che la scuola la conoscono davvero perché l’hanno insegnata, diretta, amministrata e vissuta. La nostra non è una posizione ideologica, ma un ragionamento costruito attraverso esperienze concrete e professionalità.

Partiamo da un punto importante: Meloni e Gerosa mettono il dito su una questione reale. Esistono scuole e territori in cui si concentrano situazioni complesse. Esistono classi in cui la presenza di alunni con difficoltà linguistiche, sociali o culturali richiede attenzioni particolari, così come richiedono attenzione gli studenti con disabilità o fragilità. La scuola non è tutta uguale e negare questa complessità sarebbe un errore. Ma una cosa è la diagnosi, altra cosa è la cura. Quando si parla di educazione e inclusione c’è un passaggio che viene sistematicamente saltato: l’ascolto di chi nella scuola lavora ogni giorno (docenti, dirigenti, educatori, famiglie). La scuola sa già cosa serve: classi meno numerose, insegnanti preparati e stabilizzati, mediatori culturali e percorsi di alfabetizzazione linguistica, formazione continua e figure dedicate all’inclusione, progetti che coinvolgano famiglie e territori.

Tutte queste misure rientrano già oggi nelle competenze delle istituzioni scolastiche e dell’autonomia trentina, ma richiedono risorse economiche. Negli ultimi anni abbiamo assistito invece a un drastico ridimensionamento degli investimenti: la formazione linguistica degli adulti stranieri è stata ridotta.

Eppure la presenza di studenti stranieri nelle scuole trentine non è una novità: già dagli anni Novanta la scuola ha saputo accogliere e costruire percorsi di successo con serietà e intelligenza. Le esperienze raccolte dal gruppo “Fare Scuola” raccontano una scuola trentina che ha sempre saputo innovare: a Canova, insegnanti e amministratori si sono impegnati per creare occasioni di incontro tra ragazzi e famiglie nei quartieri, nelle associazioni e nello sport ; a Lavis, la dirigenza scolastica creò un consorzio sostenuto da Cassa Rurale, Comune e scuola per offrire corsi di italiano agli immigrati e alle donne (recuperando anche l’ex appartamento del custode), oltre a percorsi di lingua e informatica; a Gardolo, nei primi anni Duemila, si organizzarono docenti referenti per l’integrazione, accompagnamento delle famiglie e iniziative come la “scuola del pane”, luogo di incontro tra mamme.

Tutto questo dimostra che la scuola sa cosa fare da oltre trent’anni. Non mancano le competenze né le idee: mancano le risorse economiche e la volontà politica di investire.

La proposta del 30% appare non solo inefficace, ma pericolosa. Applicarla concretamente solleva interrogativi insormontabili:una volta superata la soglia, chi verrebbe trasferito e con quali criteri? Chi si farebbe carico dei costi del trasporto e in quali scuole lontane andrebbero mandati i bambini? Perché utilizzare la categoria burocratica di “studente straniero” anziché valutare le effettive difficoltà linguistiche o educative?

Il rischio è creare sradicamento, frammentazione sociale, traffico e costi aggiuntivi senza risolvere il problema. Come autonomisti, crediamo che la presenza di culture differenti non sia solo una sfida, ma una straordinaria opportunità di crescita. Un’Autonomia moderna, aperta e progressista non deve avere paura della complessità, ma deve saperla governare. Sotto il tappeto dello slogan del 30% si nascondono i veri tagli: carenza di finanziamenti, mancanza di insegnanti formati e disinteresse verso le potenzialità dell’Autonomia scolastica trentina. La vera domanda non è quanti studenti stranieri possano stare in una classe, ma di cosa abbia bisogno la scuola per funzionare meglio e garantire il successo formativo di tutti.

Il punto è che riconoscere un problema non equivale a risolverlo. E qui emerge la distanza tra chi utilizza le difficoltà della scuola per costruire consenso e chi invece prova a trovare soluzioni. La politica dovrebbe interrogarsi su ciò di cui le scuole hanno bisogno per affrontare queste situazioni. Invece la discussione viene spostata sul numero degli studenti stranieri presenti in una classe, come se fosse quello il cuore della questione.

La domanda da porre dovrebbe essere un’altra: le scuole dispongono delle risorse necessarie per rispondere ai bisogni educativi che incontrano? Hanno abbastanza insegnanti formati? Possono contare su mediatori culturali, su percorsi di alfabetizzazione linguistica, su classi meno numerose, su attività di supporto, su formazione continua e su strumenti adeguati? Perché se la risposta è no, allora il problema non è la presenza di studenti stranieri. Il problema è la scelta politica di non investire sufficientemente nella scuola.

Ascolta la puntata completa del podcast. La scuola merita un confronto serio, non soluzioni di facciata.

https://t.me/paola_demagri/87

Paola Demagri Consigliera provinciale e
il Gruppo “fare scuola” di Casaautonomia.eu

22 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

La salute mentale deve essere un diritto di cittadinanza garantito dal nostro sistema sanitario, non un privilegio per chi può permetterselo.

Da Paola Demagri 15 Settembre 2026

Oggi depositiamo il disegno di legge unificato frutto della mia proposta e di quella della collega Coppola, sostenuto da tutto il centro-sinistra per istituire ufficialmente il Servizio di Psicologia delle Cure Primarie in Trentino.

I bonus e le misure d’emergenza non bastano più: servono strutture permanenti.

📌1 psicologo ogni 4 medici di medicina generale Presidio gratuito e diffuso nelle Case della Comunità, negli ambulatori e a domicilio

📌Prevenzione e diagnosi precoce al fianco di medici, pediatri, scuole e servizi sociali

📌I dati di ASUIT parlano chiaro: in Trentino il 4% della popolazione (19.000 persone) soffre di sintomi depressivi e 1 giovane su 10 tra i 11 e i 17 anni mostra segni di disagio.

Dopo tre anni di attesa, è il momento di portare il testo in Commissione e poi in Aula.

🎧 Ascolta la puntata completa del podcast per conoscere tutti i dettagli del DDL👉👉👉

https://t.me/paola_demagri/75

15 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Finanziamento da 300mila euro a Cavareno e Romeno: la Giunta chiarisca criteri ed equità. Qual è la politica per la finanza locale?

Da Paola Demagri 15 Settembre 2026

L’accordo di “gestione distrettualizzata” tra i Comuni di Cavareno e Romeno ha riportato al centro del dibattito la vera ed enorme emergenza dei Comuni trentini: la drammatica carenza di personale e la mancanza di competenze per affrontare sfide complesse, a partire dalla gestione dei fondi del PNRR, a cui molte amministrazioni hanno dovuto rinunciare proprio per carenza di organico e segretari comunali ormai perennemente a scavalco.

I due Comuni hanno cercato una strada per garantire continuità ai servizi ed efficienza alla macchina amministrativa. Ciò che lascia profondamente perplessi e basiti non è lo sforzo di riorganizzazione, ma il metodo discrezionale adottato dalla Giunta provinciale nell’assegnazione delle risorse.

Come si giustifica lo stanziamento straordinario di 300 mila euro di soldi pubblici riservato esclusivamente a questo progetto? Soltanto Cavareno e Romeno avevano questa esigenza?

Per fare chiarezza ho provveduto a depositare un’interrogazione consiliare per chiedere alla Giunta: se la stessa opportunità di finanziamento sia stata data a tutti gli altri Comuni del Trentino e con quale grado di informazione e trasparenza. Quali siano i criteri oggettivi utilizzati per l’assegnazione di questo corposo contributo e se il Consiglio delle Autonomie Locali sia stato coinvolto o abbia espresso un parere su questa erogazione. Se e come la Provincia intenda rispondere qualora altri Comuni in gestione associata chiedessero da domani mattina un analogo sostegno economico per le proprie attività.

Il provvedimento appare privo di equità e di una reale programmazione. A dieci anni dalle prime fusioni, alcune delle quali complesse e bisognose di supporto (come nel caso del Comune di Predaia), in questi anni di governo leghista non si è visto alcun interesse per esse, né alcun impegno a sostenere quelle in essere o a favorirne di nuove. Il tutto affiancato dalla constatazione che le gestioni associate non abbiano reso quanto sperato. Ora la Giunta spunta con una “terza via” finanziata generosamente. Il rischio di questo ennesimo “bonus spot” è evidente: di fronte a finanziamenti di questa entità per chi non si fonde, quale segnale si dà a chi ha fatto la scelta coraggiosa della fusione? Perché non dovrebbero valutare di tornare indietro verso forme di gestione distrettualizzata pur di accedere a simili contributi?

La finanza locale non può essere gestita a macchia di leopardo con interventi . Il Trentino ha bisogno di un piano strutturale e trasparente, uguale per tutti i Comuni, e non di risorse distribuite, magari senza criteri chiari.

Articolo del T quotidiano pagina 31, Iori W.

15 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Oltre il disagio giovanile: l’alfabetizzazione finanziaria per prendere in mano la propria vita

Da Paola Demagri 12 Settembre 2026

Trovare casa, accedere a un mutuo, costruirsi un lavoro stabile e dignitoso: essere giovani oggi significa convivere con tanti interrogativi. Ma il “disagio giovanile” non è un destino subito, è un punto da cui partire per darci risposte reali. In questo episodio speciale parliamo di come trasformare la fragilità in autonomia grazie all’alfabetizzazione finanziaria e all’ascolto delle storie di chi il futuro lo sta già costruendo. Un viaggio verso l’evento di Giovedì 17 Settembre alle ore 17:00 a Trento (Sala di Rappresentanza del Palazzo della Regione). Ascolta la puntata e vieni a prendere in mano il futuro insieme a noi!

Link al podcast

https://t.me/paola_demagri/67

12 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Il grande bluff della Lega

Da Paola Demagri 11 Settembre 2026

Nel 2018 l’autonomia del Trentino e dell’Alto Adige fece un grosso passo in avanti nel lungo percorso di gestione e regimazione della presenza dei grandi carnivori a livello provinciale.

La legge 9 del 2018, approvata negli stessi giorni dai due consessi provinciali separati di Trento e Bolzano, stabiliva finalmente – con la convalidazione costituzionale arrivata un anno dopo – che per difendere l’alpicoltura la Provincia avrebbe potuto attuare piani straordinari. Fino a quel momento chiunque avesse tolto un pelo a un orso avrebbe dovuto passare le forche caudine di lunghi procedimenti giudiziari. Erano i tempi in cui la Lega banchettava alle feste campestri a base di carne di orso e chiedeva il voto proclamandosi il partito che avrebbe risolto il problema a fucilate in due mesi. Il resto della storia lo conosciamo: la Lega è al governo non da due mesi, ma da 8 anni. Ed 8 deve essere un numero magico per la Lega, perché era anche il numero di orsi che, qualche tempo dopo essere salita al governo, proclamava che avrebbe ucciso ogni anno. Invece di applicarla, sulla legge 9 del 2018 ci aveva vomitato sopra una modifica dall’aspetto piuttosto ameno: non un piano di gestione serio, ma un numero massimo di orsi ammessi alla soppressione, senza dare il minimo accenno di come avrebbe fatto a gestire almeno il primo. Fuori dai microfoni, di solito la Giunta se la cava apostrofando l’esasperato allevatore di turno con la solita frase: «Chiedi a chi li ha liberati!». E in parte può anche avere ragione, visto che all’inizio degli anni 2000 il progetto è davvero partito monco: si sperava che gli orsi si distribuissero controllandosi da soli, ma nell’impianto normativo che prevedeva la reintroduzione non era stato previsto un relativo controllo o, meglio ancora, la gestione della popolazione.

Questo però non basta, perché a mio modo di vedere c’è una grossa colpa da parte di questa amministrazione.

Vi è infatti un diffuso e incomprensibile impegno a tenere il livello di informazione intorno alla cronaca che riguarda i carnivori pesantemente basso. I comunicati roboanti dell’ufficio stampa, pronti a celebrare ogni minimo taglio di nastro o nastrino da parte della Giunta provinciale (che procedendo di questo passo arriverà ad inaugurare anche le nuove fermate degli scuolabus), raccontano sempre più raramente l’interazione tra grandi carnivori e uomo nella nostra provincia. Eppure ce ne sarebbe da raccontare, e ce ne sarebbe bisogno. Fossero stati informati gli abitanti di Vermiglio – per prendere un esempio dalla cronaca di queste ultime ore –, informati della presenza in zona di carnivori particolarmente attivi, avrebbero lasciato al pascolo le proprie bovine? E se i nostri preziosi servizi forestali fossero stati indirizzati ad effettuare un servizio di prevenzione e informazione pedissequa in paese, anziché occuparsi minuziosamente (forse, com’è giusto che sia) del rispetto delle norme nel bosco?

Sappiamo ad esempio che il quadro normativo prevede che monitoraggi, campionamenti ed osservazioni permettano di attribuire una scheda di dannosità/pericolosità ad ogni singolo esemplare. Quali sono gli esemplari presenti in Val di Sole? Qual è il punteggio sulla scheda di ogni singolo esemplare? E ricordiamoci che sui campionamenti per il monitoraggio questa Lega ha deciso di risparmiare: nonostante questi anni vedano la Provincia con una dotazione finanziaria mai vista prima, si è deciso di passare dai campionamenti annuali a quelli ad anni alterni.

Certo, capiamo che costruire un’ordinanza di abbattimento richieda un pregresso di condizioni molto complicate da attuarsi, ma la sensazione della popolazione in questo momento è che in questi otto anni, rispetto alla pietra miliare della legge, si siano fatti passi indietro anziché in avanti e si sia tornati agli albori della gestione, quando ancora nulla si sapeva di come si sarebbe riusciti a controllare i danni o le potenziali tragedie provocate da questi animali. Avevamo chiesto un potenziamento dei servizi forestali e del personale dedicato alla protezione della popolazione e degli animali: il diniego in Consiglio provinciale è stato accompagnato dallo scherno all’esterno. I comunicati della Giunta provinciale, che in un primo tempo si affidavano al populismo delle rassicurazioni di abbattimenti a raffica, sono stati sostituiti da blande raccomandazioni ad effettuare la prevenzione.

Sarà anche cambiato il governo provinciale, ma rispetto alle tanto criticate amministrazioni del passato l’unico cambiamento che si percepisce è quello in peggio.

Paola Demagri Consigliera Provinciale 

Michele Dallapiccola Segretario politico 

11 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

La Scossa Tedesca

Da Paola Demagri 8 Settembre 2026

 Perché l’avanzata della destra radicale riguarda tutti noi e come il centrosinistra può ritrovare la rotta.

Oggi parliamo di quello che sta succedendo appena oltre le nostre Alpi, in Germania, perché i fatti delle ultime tornate elettorali — con il voto in Sassonia-Anhalt dove la destra radicale dell’AfD ha superato il 43% dei consensi — hanno mandato una scossa in tutta Europa.

Cerchiamo di capire cosa è successo, senza allarmismi da talk show ma con la lucidità che serve a chi guarda alla politica da una prospettiva di centrosinistra.

L’AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre. Ma il dato che deve farci riflettere più di tutti è un altro: l’affluenza alle urne è salita a livelli record, sfiorando l’80%. Non siamo di fronte a un’elezione decisa dall’apatia o da chi è rimasto a casa. La gente è andata a votare in massa, e ha scelto in maggioranza una forza che fino a pochi anni fa veniva considerata ai margini della vita politica.

Per chi crede nei valori progressisti, democratici ed europeisti, questo non è solo un campanello d’allarme. È una sveglia a pieno volume.

Ma come si spiega un risultato del genere? I politologi e gli analisti sociali ci dicono che non si tratta di una “follia collettiva” improvvisa, ma del punto d’arrivo di tre grandi fratture.

1. Il malessere economico e il costo della vita

In Germania, specialmente nelle regioni orientali, molte persone sentono di aver perso sicurezza economico-sociale. L’inflazione, il costo dell’energia e la percezione che le politiche di transizione ecologica pesino di più sulle tasche delle famiglie lavoratrici che su quelle dei grandi patrimoni hanno creato un profondo senso di ingiustizia.

2. La gestione dell’immigrazione e della sicurezza

Il tema migratorio è stato vissuto da molti cittadini come un fenomeno subito e non governato. Quando i partiti moderati evitano di affrontare la gestione dei flussi e dell’integrazione sul territorio per timore di sembrare duri, la destra radicale riempie quel vuoto con risposte semplici, d’impatto e divisive.

3. La sensazione di non essere ascoltati

C’è un dato culturale enorme: l’elettorato di periferia, della provincia e del mondo del lavoro manuale percepisce una forte distanza dalle élite politiche. L’AfD non ha vinto solo offrendo soluzioni, ma intercettando la rabbia di chi si sente giudicato o dimenticato dal discorso pubblico delle città.

Se guardiamo a questi fatti con gli occhi di chi è di centrosinistra, le preoccupazioni sono concrete e non riguardano solo la Germania, ma anche l’Italia e il resto d’Europa.

La prima preoccupazione è il crollo dei partiti tradizionali di governo. Quando la politica si riduce a un’alleanza permanente tra centrodestra e centrosinistra pur di tenere fuori la destra radicale, si crea un corto circuito: i cittadini finiscono per vedere tutti i partiti tradizionali come “un unico blocco di potere” e la destra radicale come “l’unica vera alternativa”.

La seconda preoccupazione è l’inefficacia del solo divieto morale. Per anni si è pensato che bastasse dire “loro sono estremisti, noi siamo i democratici” per fermare il consenso della destra radicale. I risultati dimostrano che la sola condanna morale non basta se non è accompagnata da soluzioni concrete ai problemi quotidiani delle persone.

I politologi che studiano i comportamenti elettorali europei ci offrono indicazioni molto precise su cosa il centrosinistra può e deve fare per evitare che questo scenario si ripeta ovunque.

  • Tornare sui temi materiali (lavoro, casa, sanità): Il centrosinistra vince quando parla della vita reale delle persone. Salari dignitosi, difesa del potere d’acquisto, sanità pubblica funzionante e casa. Le battaglie sui diritti civili sono fondamentali, ma devono camminare di pari passo con la giustizia sociale.
  • Governare i temi complessi anziché evitarli: Sull’immigrazione e sulla sicurezza, il centrosinistra non deve inseguire lo slogan della destra, ma non può neanche far finta che il tema non esista. Serve un modello basato su regole chiare, percorsi di integrazione reali e presenza dello Stato nei quartieri più fragili.
  • Una transizione ecologica popolare: La lotta al cambiamento climatico è essenziale, ma se viene percepita come un costo che grava sui lavoratori e non sui grandi inquinatori, la destra vincerà facile proponendosi come “difensore del popolo”. La transizione deve essere giusta, finanziata e accompagnata da aiuti diretti alle famiglie.
  • Ascolto e presenza sul territorio: Occorre ricostruire la presenza fisica nelle periferie, nei piccoli comuni, nei luoghi di lavoro. La politica non si fa solo sui social o nelle grandi città universitarie.

Per concludere: quello che è successo in Germania non è un destino ineluttabile. È il risultato di errori politici e di un disagio sociale che è stato lasciato montare per troppi anni.

Per chi è di centrosinistra, la lezione è chiarissima: non serve disperarsi o colpevolizzare gli elettori che hanno votato a destra. Serve ricostruire un’alternativa credibile, popolare e radicata nella realtà quotidiana. La democrazia non si difende con le parole

8 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

La Corte di giustizia UE conferma ciò che nel 2020 avevamo capito in pochi, come si doveva fare.

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Ascolta il podcast https://t.me/paola_demagri/59

È una notizia, certo. Ma per me è una notizia non‑notizia. Perché ciò che oggi la Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma con chiarezza, io lo sostenevo già nel 2020, quando con i Colleghi Rossi e Dallapiccola dicevamo che mettere a gara le piccole centrali idroelettriche era un errore politico, giuridico e istituzionale. Allora sembrò una posizione controcorrente; oggi è semplicemente confermata dall’Europa. E questo, per chi ha a cuore l’Autonomia, non può che essere un passaggio importante.

Ci sono temi che tornano ciclicamente nella vita politica di un territorio. Temi che sembrano tecnici, quasi marginali, e che invece custodiscono la sostanza profonda di ciò che siamo. L’acqua è uno di questi. L’acqua come bene prezioso, come risorsa che non appartiene a nessuno e appartiene a tutti, come elemento che tiene insieme comunità, paesaggio, economia, identità. Nel 2020, quando si discusse della legge provinciale sulle concessioni idroelettriche, portammo  in aula una visione che non era solo tecnica o giuridica: era la visione di Casaautonomia.eu, un progetto politico che stava nascendo e che interpretavamo come un luogo di responsabilità, di cura del territorio, di difesa delle comunità e delle loro risorse. Oggi, la sentenza della Corte UE restituisce pieno valore a quella posizione. E ci permette di dire, con serenità e con forza, che quella battaglia non era contro qualcuno: era per il Trentino.

In quell’occasione la Provincia scelse di applicare la direttiva Bolkestein.. Una scelta isolata in Italia e in Europa, che ignorava la natura delle piccole derivazioni: non grandi impianti industriali, ma presidi territoriali, strumenti di sviluppo locale, fonti di entrata essenziali per i Comuni. In aula dissi che l’Autonomia non si difende applicando direttive europee come automatismi, ma interpretandole con intelligenza. Dissi che mettere a gara quelle concessioni significava togliere ai Comuni una delle loro principali risorse, esporli a una competizione industriale che non potevano sostenere, aprire la porta a soggetti esterni che avrebbero visto nelle piccole centrali non un presidio comunitario, ma un asset economico da sfruttare. Dissi che l’Autonomia non è un grido identitario, ma un metodo: la capacità di normare in modo differenziato, di proteggere le comunità, di evitare che una direttiva europea diventi un grimaldello per indebolire i territori.

Casaautonomia.eu nasceva così: come un luogo politico che guarda alle valli e alle città, che tiene insieme la dimensione istituzionale e quella comunitaria, che difende le risorse non per chiuderle, ma per farle funzionare meglio. Oggi la Corte UE dice esattamente questo: le piccole derivazioni non rientrano automaticamente nella Bolkestein; non è obbligatorio ricorrere alle gare pubbliche; la riassegnazione senza gara è compatibile con il diritto europeo; la valutazione deve essere proporzionata; gli impianti sotto i 3 MW non possono essere trattati come grandi concessioni industriali. È la conferma che nel 2020 Casaautonomia.eu aveva visto giusto. È la conferma che la politica, quando è fatta con serietà, trova riscontro nel tempo.

Il tema delle grandi derivazioni idroelettriche è diverso, e va affrontato con realismo. Le grandi centrali sono nate nel secondo dopoguerra dentro un quadro nazionale, costruite da grandi soggetti pubblici , con investimenti enormi e con una rete elettrica che, per sua natura, non può essere frammentata. L’energia non si immagazzina, non si ferma ai confini, non può essere provincializzata. Pretendere oggi di “riprendere” le grandi derivazioni come se fossero un bene locale è impossibile. Non lo consente la storia, non lo consente la fisica, non lo consente il diritto. La vera Autonomia non è quella che pretende ciò che non può ottenere, ma quella che usa bene ciò che può governare. E ciò che può governare sono le piccole derivazioni ed entro il 2029 con responsabilità politica decidere per le grandi derivazioni e non lasciare che siano altri a manipolare la decisione. Per questo la battaglia del 2020 era così importante: perché era una battaglia possibile, concreta, fondata. Una battaglia che difendeva i Comuni, non un’idea astratta di sovranità. Una battaglia che oggi la Corte UE conferma.

Arriviamo al punto più profondo: l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere la comunità. Significa difendere la manutenzione dei corsi d’acqua, la sicurezza dei territori, la qualità del paesaggio, la capacità dei Comuni di investire, di mantenere servizi, di garantire equilibrio. L’acqua non è una merce. Non è un oggetto di competizione economica. Non è un bene da mettere all’asta. L’acqua è un bene prezioso, irrinunciabile, identitario. E la sentenza della Corte UE ci dice che questa visione non è romantica: è giuridicamente fondata, politicamente solida, istituzionalmente corretta. Difendere le piccole derivazioni significa difendere l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere l’Autonomia. Difendere l’Autonomia significa difendere il Trentino.

La politica non è solo il tempo presente,  non è solo il qui ed ora è anche la capacità di vedere un po’ più in là. Nel 2020 lo facemmo. Oggi la Corte UE ce lo riconosce. E domani questa consapevolezza deve guidarci ancora, perché l’acqua, l’energia, il territorio e l’Autonomia non sono capitoli separati: sono la stessa storia. La nostra.

7 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin

Il paradosso del Payback: l’Autonomia trentina non può restare a guardare

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Immaginate di andare al ristorante, ordinare la cena dal menù, pagare il conto pattuito e, cinque anni dopo, vedervi recapitare la richiesta di saldare il deficit del proprietario del locale. Sembra un paradosso surreale, eppure è esattamente la logica grottesca che regge il payback sui dispositivi medici. Un meccanismo che sta trasformando la buona sanità e il lavoro pulito delle nostre imprese in un conto salatissimo da pagare a posteriori.

La vicenda è nota nei numeri, ma taciuta nella sua gravità politica. Quando il Servizio Sanitario supera il tetto di spesa fissato dallo Stato (un rigido 4,6% del fabbisogno), la legge nazionale impone alle imprese private che hanno fornito bisturi, garze, macchinari per la radioterapia e protesi di ripianare di tasca propria il 50% di quello sforamento. Non si parla di restituzione degli utili, ma di un prelievo forzoso sul fatturato. In un settore dove i margini di guadagno oscillano tra il 7 e il 10%, significa pretendere dalle aziende somme che spesso superano i loro interi profitti. Per il Trentino non parliamo di dettagli trascurabili: sono circa 46 milioni di euro chiesti a un comparto locale di 30 imprese, 600 lavoratori e 350 milioni di fatturato.

Realtà che non hanno speculato, ma che hanno partecipato a gare pubbliche, consegnato materiale salvavita nei nostri ospedali e pagato regolarmente tasse e stipendi. Oggi si chiede loro di coprire i buchi della programmazione pubblica. Il percorso del contenzioso ha ormai travalicato i confini nazionali. Dopo la pioggia di ricorsi ai TAR e la fredda presa d’atto della Corte Costituzionale che ha riconosciuto le enormi criticità del sistema senza però smantellarlo , la palla passa ora ai giudici europei. Le aziende stanno infatti bussando alle porte della Corte di Giustizia dell’UE e della CEDU, denunciando la palese violazione della certezza del diritto e della libertà d’impresa. Ma la giustizia europea ha i suoi tempi, e le nostre PMI rischiano di soffocare molto prima. Qui si misura la vera statura della politica. Non possiamo accettare che la sanità sia messa contro chi la rende possibile ogni giorno nei reparti. Se le imprese falliscono o decidono di abbandonare i bandi pubblici per disperazione, a rimanere senza forniture non saranno i bilanci, ma i nostri ospedali e i nostri cittadini.

È qui che l’Autonomia speciale del Trentino deve ruggire, dimostrando di non essere un semplice arredo istituzionale. La nostra storia ci ha insegnato che quando una norma statale è storta, l’Autonomia ha il dovere politico e morale di fare da scudo. La Provincia non può limitarsi a fare da esattrice per conto dello Stato. Deve guidare il fronte dei territori, pretendere dal Governo il superamento definitivo di questa norma-ghigliottina e congelare nell’immediato le pretese esecutive sulle aziende locali. L’Autonomia non serve a gestire l’ordinario nella bonaccia, ma a proteggere la propria comunità quando arriva la tempesta. Il caso payback è la tempesta perfetta: sta a noi decidere se subirla o governarla.

7 Settembre 2026 0 Commenti
0 FacebookTwitterLinkedin
Post più recenti
Post meno recenti

PAOLA DEMAGRI

Perchè essere presenti? Per portarti e per proporti la possibilità di seguirmi.

PAGINE

BIOGRAFIA

IL MIO SGUARDO SUL MONDO

IDEE E PROPOSTE

ATTI POLITICI

CONTATTI

paola.demagri@consiglio.provincia.tn.it

paola.demagri@gmail.com

paola.demagri@pec.it

+39 329 1436765

Social

Facebook Twitter Instagram Linkedin Youtube Whatsapp Telegram

@2026 - All Right Reserved. Designed and Developed by JLB Books sas

Paola Demagri
  • BIOGRAFIA
  • IL MIO SGUARDO SUL MONDO
  • IDEE E PROPOSTE
  • ATTI POLITICI
  • CONTATTI