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Il “nuovo” centro del PATT è soltanto un vecchio copione

Da Paola Demagri 1 Luglio 2026

Centro “fai-da-te” e alleanze di convenienza: la fallimentare strategia del PATT tra nostalgie vintage e specchietti per le allodole
Le recenti dichiarazioni del segretario del PATT Simone Marchiori hanno più l’aspetto di un colpo di calore estivo che l’ossatura di un progetto politico serio e lungimirante. Davanti a certe uscite, la domanda sorge spontanea: stiamo parlando di un centro per il Trentino o semplicemente dell’ennesimo tentativo di mettere “Tione al centro” delle poltrone? Dalla maggioranza (e non solo) arrivano già le prime, inevitabili repliche a quella che si configura come un’idea sinceramente balzana.
Pensare di coinvolgere liste civiche che oggi sono chiaramente posizionate nell’emiciclo consiliare – chi a destra, chi a sinistra – avendo come regista chi, storicamente, si colloca solo dove più gli conviene, è pura fantascienza politica. Il PATT, d’altronde, ha dimostrato negli anni una preoccupante dote di galleggiamento: un opportunismo cronico che non permette ai suoi stessi tesserati di avere un orientamento chiaro, nitido e programmato. Questo modus operandi fa una sola cosa: destabilizza chi, iscrivendosi a un partito, cerca una linea politica coerente e inconfutabile.
A ben pensarci, questa mossa sembra una sorta di anticipazione fuori stagione di un blockfrei. Un film già visto nel 2018, con la differenza che allora si consumò a ridosso delle elezioni; oggi, invece, si gioca d’anticipo, tentando di racimolare disperatamente tutto ciò che potrebbe essere disponibile nello scenario politico,
In questo momento storico, la polarizzazione tra destra e sinistra è più che mai radicata e sentita, con risvolti evidenti anche nel nostro Trentino. Se il PATT ha nostalgia del tempo che fu, è evidente che ha sbagliato i tempi: quel progetto territoriale è ormai decisamente vintage.
Se in passato certe formule hanno funzionato – all’epoca della Margherita o del PATT a trazione Rossi – oggi lo scenario è profondamente mutato. Siamo passati attraverso l’ondata leghista e ora ci prepariamo a quella dei “vannacciani”. In questo contesto, un progetto politico territoriale è certamente nobile sulla carta, ma se vogliamo essere sinceri e credibili, è semplicemente improbabile da applicare. Meglio lasciarlo stare e proseguire sulla retta via.
Casa Autonomia ha un’ambizione chiara: essere una lista civica capace di controbilanciare, rendere più efficace e allargare il perimetro del centrosinistra, insieme a compagni di viaggio che ,auspichiamo , non abbandonino la coalizione. Da parte nostra, la risposta a queste manovre di palazzo è netta: dagli specchietti per le allodole stiamo ben lontani. Soprattutto quando a proporli è chi ha sposato l’ambiguità e il trasformismo come unica bussola, rinnegando la coerenza

1 Luglio 2026 0 Commenti
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Demagri – Malfer: “La Giunta Gerosa non può voltarsi dall’altra parte: il sistema delle scuole musicali va difeso ora”

Da Paola Demagri 14 Giugno 2026

Finita la scuola per studenti e studentesse, insegnanti, dirigenti e personale, non sono finite le attenzioni che la politica deve dedicare al mondo scolastico. Tutti hanno fatto la loro parte, tutti hanno portato a termine l’anno con responsabilità e impegno. Ora tocca all’assessora Gerosa e alla Giunta dimostrare altrettanta serietà, usando il periodo estivo non come una pausa, ma come un tempo di riflessione e programmazione in vista del prossimo anno scolastico. Se tutti hanno fatto bene il proprio lavoro, è il momento che lo faccia anche chi governa. Il sistema delle scuole musicali trentine rappresenta una delle esperienze più significative e originali delle politiche culturali della Provincia autonoma di Trento. Nel corso degli anni il Trentino ha sviluppato un modello peculiare di collaborazione tra istituzione pubblica e iniziativa privata organizzata, attraverso il quale la Provincia e le scuole musicali iscritte al Registro provinciale concorrono a garantire un accesso diffuso, capillare e territorialmente equilibrato alla formazione musicale di base. Si tratta di un sistema che coinvolge realtà giuridicamente diverse – cooperative, associazioni culturali e istituzioni pubbliche – accomunate dalla finalità di promuovere la cultura musicale, la crescita educativa delle persone e lo sviluppo delle comunità locali.
Tale modello assume particolare rilievo in un territorio caratterizzato dalla presenza di aree urbane, vallate periferiche e comunità geograficamente distanti dai principali centri culturali. Grazie alla presenza delle scuole musicali, la formazione artistica non rimane concentrata nelle città maggiori, ma raggiunge in maniera capillare l’intero territorio provinciale, garantendo pari opportunità di accesso anche alle popolazioni residenti nelle zone più periferiche. La Provincia autonoma di Trento ha sempre riconosciuto la formazione musicale di base quale elemento di valorizzazione, aggregazione e crescita culturale e sociale delle comunità locali, promuovendone il coinvolgimento nel sistema educativo provinciale. Ma oggi questa attitudine sembra affievolirsi, come se la Giunta stesse progressivamente arretrando rispetto a un impegno che per decenni è stato considerato strategico.
Il sistema delle scuole musicali trentine costituisce un caso pressoché unico nel panorama nazionale e genera valore collettivo in molteplici ambiti. Sul piano educativo integra e rafforza un’offerta scolastica nella quale l’insegnamento musicale occupa spazi limitati; accompagna bambini, ragazzi e adulti nello sviluppo di competenze personali e relazionali quali ascolto, disciplina, responsabilità, collaborazione e consapevolezza del proprio ruolo nella comunità. Sul piano culturale diffonde competenze artistiche e sensibilità musicale; sul piano sociale favorisce inclusione, partecipazione e coesione; sul piano economico sostiene una rete articolata di lavoratori qualificati, famiglie, associazioni, bande, cori e realtà culturali. Le tredici scuole musicali iscritte al Registro provinciale raggiungono ogni anno migliaia di allievi e collaborano stabilmente con scuole dell’infanzia, istituti scolastici, bande musicali, cori, enti locali, strutture sociali e sanitarie. Considerando anche le collaborazioni con il sistema scolastico e con le realtà associative del territorio, il numero delle persone coinvolte supera ampiamente quello degli iscritti diretti ai corsi.
Le scuole musicali sono una vera infrastruttura culturale diffusa, costruita nel tempo grazie all’impegno congiunto della Provincia, delle comunità locali e di centinaia di professionisti
della musica e dell’educazione. Non sono semplici luoghi di apprendimento, ma agenzie educative radicate nel territorio, capaci di generare inclusione, cittadinanza attiva, dialogo intergenerazionale e benessere sociale. Sono presìdi che contrastano l’isolamento, rafforzano il senso di appartenenza e promuovono percorsi di crescita personale per allievi di ogni età. La ricerca accademica conferma che queste istituzioni contribuiscono in modo determinante alla vitalità culturale delle comunità, alimentando un patrimonio di competenze, relazioni e creatività che rappresenta una risorsa strategica per lo sviluppo del Trentino.
Ed è proprio su questo patrimonio che oggi l’assessora Gerosa deve assumersi una responsabilità chiara. Nelle scuole musicali i costi aumentano, le risorse provinciali sono ferme da anni, gli enti gestori faticano a garantire la qualità del servizio e i docenti lavorano con stipendi che non consentono prospettive di futuro. Persino il limitato incremento di risorse approvato dal Consiglio provinciale con l’emendamento all’assestamento di bilancio 2025-2027, pari a 325.000 euro annui per il triennio 2025-2027, non sembra aver trovato piena attuazione: per il 2025 non risultano infatti assegnazioni aggiuntive alle scuole musicali e per il 2026 sono stati finora destinati soltanto 85.000 euro. Un dato che rende ancora più urgente fare chiarezza sulle reali intenzioni della Giunta nei confronti del comparto.
Per questo i consiglieri provinciali Paola Demagri (Casa Autonomia.eu) e Michele Malfer (Campobase) hanno depositato un’interrogazione che non lascia margini di ambiguità. Chiedono alla Giunta di dire finalmente la verità: se crede ancora nel sistema delle scuole musicali o se ha deciso di lasciarlo scivolare verso un lento smantellamento.
Chiedono perché le risorse degli ultimi cinque anni non tengano il passo con inflazione e costo del lavoro e per quale motivo, a fronte di uno stanziamento aggiuntivo di 325.000 euro annui approvato dal Consiglio provinciale, alle scuole musicali non siano arrivate risorse aggiuntive nel 2025 e siano stati destinati soltanto 85.000 euro nel 2026. Chiedono perché non sia stata effettuata una valutazione seria sull’adeguatezza dei finanziamenti. Chiedono perché i docenti continuino a essere trattati come un costo da comprimere e non come professionisti che sostengono un’intera infrastruttura culturale. Chiedono quali misure concrete la Giunta intenda adottare per evitare il collasso di un sistema che ha garantito qualità, equità territoriale e crescita culturale per decenni. E chiedono perché, fino a oggi, non sia arrivata alcuna risposta.
Le scuole musicali non chiedono privilegi. Chiedono che vengano rispettati gli impegni assunti dalla politica e che le risorse approvate dal Consiglio provinciale trovino effettiva applicazione. Non accetteremo che un’eccellenza trentina venga sacrificata per inerzia politica. Se la Giunta Gerosa ha deciso di non occuparsi delle scuole musicali, lo dica chiaramente. Noi continueremo a difendere questo sistema finché avremo voce.
Paola Demagri Casaautonomia.eu
Michele Malfer Campobase

14 Giugno 2026 0 Commenti
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Elezioni: il prossimo futuro del Trentino

Da Paola Demagri 9 Giugno 2026

A fronte di una norma che stabilisce che un presidente non può proseguire il proprio
mandato oltre la legislatura, troviamo un Fugatti che non dà assolutamente l’idea di voler
mollare: o a Roma o a Trento, purché ci sia una poltrona, anche di seconda linea. Una
parabola che tradisce l’assenza di alternative fuori dalla politica. Questo attaccamento al
potere nuoce soprattutto ai trentini: un politico afflitto dalla necessità di ricandidarsi a tutti i
costi non sceglie e non opera per il bene della comunità, ma per il proprio tornaconto
elettorale. I cittadini trentini, in fondo, stanno cominciando a capirlo. Questo distacco dalle
istituzioni, unito al disagio socio-economico reale, sta alimentando una voglia di
cambiamento sempre più evidente. La percezione diffusa tra i cittadini nei contesti
economici ma soprattutto nei luoghi più popolari che frequento quotidianamente, indica che
il ciclo di questo governo provinciale sta raggiungendo il capolinea. La stanchezza
amministrativa è un fatto concreto, che spesso anticipa l’esito delle urne. Ma perché questa
spinta si traduca in un’alternativa reale, il centrosinistra deve sciogliere un nodo strutturale:
ricucire la frattura tra città e valli. Una polarizzazione scientificamente alimentata da chi ha
costruito il proprio consenso contrapponendo territori che dovrebbero invece cooperare. Le
valli non sono una periferia da assistere, né la città può ignorare le specificità della
montagna. Ricostruire questo equilibrio è il cuore del nostro programma. In questo quadro,
le scelte personali di Maurizio Fugatti passano per forza in secondo piano rispetto ai dati di
fatto: un Trentino impoverito, risorse pubbliche impegnate nel marketing elettorale di opere
irrealizzabili anziché nel welfare, e una sanità pubblica in crisi profonda. Se poi i calcoli di
poltrona di cui sopra, costringeranno i trentini a votare due volte in un anno, avremo la
conferma definitiva di una gestione che ha smarrito il senso delle istituzioni. Il contesto
nazionale pesa, ma la politica territoriale ha dinamiche proprie: un centrodestra forte a Roma
non compensa l’inefficienza di una giunta a Trento. Anzi, la destra locale è oggi schiacciata
tra due fuochi: la necessità di obbedire ai diktat romani di un governo Meloni centralista che
cozza frontalmente con la nostra Autonomia speciale e le crepe di una coalizione
frammentata da personalismi. La destra vince quando polarizza, ma perde quando deve
governare la complessità.
In tutto questo scenario politico posso dire che Il centrosinistra è pronto perché in questi anni
ha saputo fare un lavoro paziente di ricostruzione. Certo, si può e si deve fare sempre
meglio, ma intanto la coalizione ha dimostrato una compattezza solida tra le sue diverse
forze, una reale disponibilità ad ampliare il campo e una classe dirigente matura, pronta a
mettersi in gioco. Il Trentino del 2028 non chiede un semplice cambio di colore, ma un
radicale cambio di metodo. Per farlo, non serve un “capo assoluto” che decide in solitudine,
replicando lo schema della destra, ma una figura radicalmente diversa. L’identikit del nostro
candidato o candidata deve unire popolarità, autorevolezza e capacità di delega. Serve una
leadership allocratica: una guida capace di incarnare la sintesi politica del progetto, ma che
sappia distribuire responsabilità e potere decisionale, valorizzando le competenze ovunque
si trovino. Mentre loro negoziano le proprie carriere tra Trento e Roma, noi presidiamo
l’Autonomia rimettendo in movimento le intelligenze del territorio. Il centrodestra ci ha
consegnato un’agenda piena di fallimenti; sta a noi trasformarli in un’opportunità di governo.
Paola Demagri

9 Giugno 2026 0 Commenti
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Nessun veto personale limiti chi soffre. La politica risolva i problemi, non giudichi le coscienze

Da Paola Demagri 9 Giugno 2026

Mentre a livello nazionale il dibattito sulla legge sul fine vita appare congelato, il livello locale dimostra che muoversi è possibile: la vicina Bolzano ha visto il voto favorevole in Commissione e anche a Trento il disegno di legge è ora al vaglio della commissione legislativa. Un percorso che sostengo da sempre  in prima linea e con profonda convinzione, essendomi adoperata personalmente anche nella raccolta delle firme. Il mio sì a questa legge è totale, convinto e coerente con la mia storia personale e politica. La prima motivazione è professionale: per anni, nel mio lavoro in ambito sanitario, ho assistito a situazioni cliniche drammatiche che causavano sofferenze immense ai pazienti. Quei ricordi sono impressi nella mia memoria ed è a quel dolore che questa legge, finalmente, vuole dare una risposta dignitosa.
Sollevo poi una forte critica sulla gestione dei diritti già esistenti, come la DAT (Disposizione Anticipata di Trattamento). Se ne parla pochissimo e l’adesione è bassissima perché le istituzioni, a partire dai Comuni, non la promuovono. La cittadinanza è lasciata nella totale disinformazione su un proprio diritto, ed è ora di invertire la rotta. Io mi sono fatta promotrice di alcuni incontri affinchè nella mia comunità ci sia stata l’opportunità di conoscere grazie all’impegno e la disponibilità del Dr Fabio Cembrani.  C’è poi un tema di serietà politica e di rispetto del mandato elettorale. Il sostegno a questo disegno di legge era inserito chiaramente nel programma di coalizione di Alleanza Democratica Autonomista del 2023. Ci ho creduto allora e ci credo oggi: portare avanti questo testo significa rispettare i patti presi con i cittadini.
La norma in discussione con gli opportuni aggiustamenti sarà solida. Non stiamo parlando di scelte superficiali. La legge prevederà un percorso rigoroso, dove ogni richiesta sarà vagliata da personale competente in forma multidisciplinare, affinché nessuna area clinica, psicologica o umana rimanga priva di una valutazione attenta e profonda.
Ci sono temi profondamente trasversali, che toccano la carne viva e la dignità delle persone. Questi temi appartengono a tutti, non possono e non devono essere proprietà di un partito, né essere usati come bandiere ideologiche. È proprio in queste circostanze che rivendico con orgoglio la mia autonomia: non appartenere a un partito nazionale mi rende totalmente libera da diktat romani o da posizioni imposte dall’alto che non potrei condividere. Di fronte al fine vita non servono calcoli politici, ma l’ascolto di esperienze reali, sensibilità umane e valori tecnici. La politica ha il dovere di risolvere i problemi concreti delle persone, non ha il diritto di giudicare le loro coscienze o il loro dolore.
So perfettamente  che anche all’interno di Casa Autonomia ci sono persone che legittimamente non approvano questa legge, ma che rispettano il mio impegno e la mia volontà di offrire una possibilità di scelta a tutti. Il nostro compito non è limitare, ma rappresentare. Perché mai dovrei oppormi a una legge che dà la possibilità al soggetto di decidere per sé in un momento di estremo dolore e di sofferenze inaccettabili? Chi non desidera usufruirne sarà sempre libero di fare scelte diverse, ma le convinzioni contrarie di una parte non possono diventare un limite o un divieto per chi, nel momento del bisogno, sceglierà di avvalersene. Con questa legge non si toglie la vita, si elimina la sofferenza. Votare a favore significa fare un atto di civiltà, garantendo la massima libertà a tutti: sia a chi deciderà di utilizzarla, sia a chi deciderà di no.

9 Giugno 2026 0 Commenti
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Uno sguardo sul Trentino di oggi

Da Paola Demagri 5 Giugno 2026

QPrima di addentrarci nel periodo estivo, un ultimo incontro sul territorio.

La gente apprezza che la Politica entri nelle case e diventi davvero un incontro di prossimità. Sarà l’occasione per fare un breve bilancio del lavoro svolto, ma soprattutto per ascoltare e continuare a costruire insieme.

Vi aspettiamo:

📅 Giovedì 11 giugno
🕣 ore 20.30
📍 Sarnonico, presso il Punto Lettura

Sarà coordinato da:

Carla Podetti

 e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico

– Paola Demagri, Consigliera provinciale

Non mancate, la vostra voce conta!

5 Giugno 2026 0 Commenti
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La sanità che consuma le persone

Da Paola Demagri 3 Giugno 2026

Negli ultimi anni, la salute mentale in Trentino è passata dall’essere un’emergenza silenziosa a diventare il termometro del fallimento del nostro sistema sanitario. Non si tratta di percezioni, ma di cruda realtà: cresce il disagio psicologico tra i giovani, aumenta la sofferenza isolata degli adulti, si aggrava la solitudine degli anziani. Di fronte a questa tempesta perfetta, i servizi territoriali resistono oltre il limite delle proprie forze, mentre le liste d’attesa si allungano e le famiglie vengono lasciate sole a navigare in un welfare che non offre più approdi sicuri. Questo disagio non è un semplice dato clinico: è una ferita sociale, culturale e comunitaria. È lo specchio di un territorio in cui i legami si indeboliscono e le pressioni aumentano. Proprio per questo, la governance della sanità avrebbe il dovere di garantire stabilità, continuità e valorizzazione delle competenze radicate.
Al contrario, in una cornice già profondamente fragile, si consuma la vicenda del dottor Claudio Agostini, storico direttore della salute mentale trentina. Parliamo di un professionista che ha guidato, coordinato e tenuto insieme un settore ad altissimo rischio, garantendo equilibrio e presenza. Un dirigente che, quando aveva manifestato l’intenzione di fare un passo indietro, era stato convinto dall’Azienda Sanitaria a restare, poiché la sua esperienza era giudicata imprescindibile. Oggi, nel momento di massima vulnerabilità del sistema, assistiamo a un cortocircuito politico e gestionale: il dottor Agostini viene bruscamente accompagnato alla porta. Non per sua scelta, ma per una precisa linea aziendale che ha decretato che la sua figura “non servisse più”, sacrificata sull’altare di accordi di spartizione con il mondo universitario. Qui la crisi della salute mentale e la gestione del personale si intrecciano in una preoccupante deriva politica. Privarsi di una guida storica e autorevole non è una legittima scelta organizzativa: è uno smantellamento programmato. È il segnale plastico di una disattenzione colpevole verso un ambito che andrebbe blindato, non indebolito. Questo caso diventa il simbolo di una gestione della sanità pubblica che ha smarrito la dimensione umana e il senso del proprio mandato istituzionale. Una politica sanitaria che si riempie la bocca di parole come “modelli”, “riorganizzazioni” e “innovazione”, ma che nei fatti logora i professionisti, ne svuota il ruolo e li sostituisce senza una reale trasparenza. Una sanità che appare sempre più subalterna a logiche esterne, quasi costretta a cedere pezzi della nostra Autonomia a chi arriva da fuori, trovando un terreno fertile ma sistematicamente impoverito di motivazioni, entusiasmo e riconoscimento corporativo.
Il “caso Agostini” non è un incidente di percorso, è un preciso campanello d’allarme politico. È la dimostrazione che il collasso della salute mentale non colpisce solo i pazienti, ma disarma gli stessi professionisti. E quando un sistema perde contemporaneamente chi chiede aiuto e chi ha la competenza per offrirlo, la frattura smette di essere congiunturale e diventa strutturale. La tesi è semplice, quanto drammatica: una sanità che non sa proteggere il proprio capitale umano non potrà mai prendersi cura dei cittadini. E una classe dirigente che accetta passivamente questo declino rischia di svendere non solo competenze preziose, ma la capacità stessa del Trentino di tutelare il proprio stato sociale.
Demagri Paola

3 Giugno 2026 0 Commenti
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La sanità trentina è stata allontanata dai cittadini. È ora di riportarla vicino.

Da Paola Demagri 22 Maggio 2026

Da troppo tempo la sanità trentina scivola lungo una traiettoria che tutti vedono e pochi hanno il coraggio di nominare. Ogni giorno peggiora un po’, ogni giorno si aggiunge un tassello a un quadro che non ha più nulla a che fare con l’efficacia, con la prossimità, con quella capacità di leggere i bisogni dei territori che un tempo era il tratto distintivo del nostro sistema. E mentre la situazione si fa più fragile, la risposta della governance aziendale e politica resta sempre la stessa: mancano le risorse, non si trovano professionisti, il problema è nazionale. È una narrazione che si ripete, che si autoalimenta, che finisce per diventare un alibi. Ma non spiega perché un modello che funzionava sia stato abbandonato. Non spiega perché ciò che garantiva qualità e continuità sia stato sostituito da un sistema che ha delocalizzato il potere e svuotato i territori.
Il Trentino non è una provincia qualunque. È una provincia autonoma che in passato ha saputo costruire soluzioni efficaci, riconosciute e apprezzate dalla cittadinanza. Le persone lo ricordano bene, lo dicono ancora oggi: una volta la sanità trentina era in vetta alle classifiche, una volta i problemi che oggi viviamo non c’erano. E non c’erano perché esisteva un modello capace di tenere insieme i servizi, i professionisti, gli amministratori locali, gli ospedali, le comunità. Quel modello si chiamava Distretto. Non un Distretto nominale, non un Distretto gigante, non un Distretto svuotato di potere, ma un Distretto vero, radicato nelle valli, costruito sulla prossimità, sulla conoscenza diretta, sulla responsabilità condivisa. Nei Distretti ci si incontrava con costanza, si ragionava insieme, si intercettavano i problemi prima che esplodessero, si evitavano spostamenti inutili verso i poli estremi della provincia, si aggiornava l’assistenza domiciliare, si includevano tutti i servizi della rete territoriale. Era un sistema che preveniva, non inseguiva. Era un sistema che riconosceva che il Trentino non è un quartiere di Milano, che le valli non sono linee sulla carta ma distanze reali, comunità diverse, bisogni diversi. Era un sistema che funzionava perché era vicino. Poi è arrivata la stagione degli accorpamenti, della razionalizzazione, della centralizzazione. Le Comunità di valle non presidiano più la materia sociosanitaria, i Comuni vengono esclusi dalle decisioni, gli ospedali procedono da soli senza coprogettazione con il territorio, il territorio subisce le scelte degli ospedali e gli ospedali subiscono le carenze del territorio. Si è rotto il punto più delicato: la relazione. Oggi non c’è più nessuno che parla con nessuno. E in mezzo ci sono professionisti straordinari che, con etica e dedizione, cercano di tenere insieme ciò che il sistema ha smesso di tenere insieme. Ma un sistema non può reggersi sulla buona volontà dei singoli.
Se davvero vogliamo migliorare l’assistenza territoriale, rafforzare la presa in carico, ridurre l’istituzionalizzazione, garantire equità in tutte le valli, allora bisogna dirlo con chiarezza: serve tornare al modello manageriale del Distretto. Serve restituire potere ai territori, ricostruire i tavoli, riattivare le relazioni, rimettere in connessione ciò che oggi è frammentato. Serve una visione che guardi avanti, non un’amministrazione che si limita a gestire il finecorsa. Perché quando chi governa non propone soluzioni, quando non immagina il futuro, quando non costruisce alternative, allora il futuro si spegne. E quando il futuro si spegne, l’unica cosa da fare è lasciare spazio a chi le idee le ha, a chi ha a cuore il bene comune, la salute pubblica, l’equità.
Per questo ritengo necessario un confronto diretto, alla pari, con l’assessore Tonina sul tema dei Distretti e della governance territoriale. Non un confronto tecnico, non un confronto burocratico, ma un confronto politico, chiaro, trasparente, che restituisca alla cittadinanza la possibilità di capire quale visione guida le scelte di oggi. È il momento di assumersi la responsabilità di dire come si intende ricostruire ciò che è stato smantellato. È il momento di dire se si crede ancora nella prossimità, nella rete, nella condivisione. È il momento di dire se si vuole davvero restituire al Trentino una sanità territoriale forte.
Io credo che il futuro esista e che debba essere costruito. Credo che il Trentino possa tornare ad avere un sistema sanitario capace di rispondere ai bisogni delle persone. Credo che la strada passi da un ritorno ai Distretti, non come nostalgia, ma come scelta di buon senso, come scelta di responsabilità, come scelta di futuro.

22 Maggio 2026 0 Commenti
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Uno sguardo sul Trentino di oggi

Da Paola Demagri 19 Maggio 2026

QProsegue il ciclo di incontri sul territorio “Uno sguardo sul Trentino”. Questa volta saremo a Borgo Valsugana. 

Siamo a metà legislatura: cosa sta succedendo? Quali scelte servono nei prossimi due anni e mezzo?
Parliamone insieme, partendo dall’ascolto del territorio e delle persone.

Vi invitiamo dunque a partecipare a:

📅 27 maggio 2026
🕣 ore 20.30
📍 Borgo Valsugana – Sala Lenzi, piazzetta Ceschi 1. 

Sarà coordinato da:

Sumil Pellanda

 e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico

– Paola Demagri, Consigliera provinciale

Il terzo incontro pubblico aperto a tutte e tutti per confrontarci sul presente del Trentino e costruire insieme prospettive concrete per il futuro della nostra comunità.
Vi aspettiamo numerosi.

19 Maggio 2026 0 Commenti
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La cura non si deve mettere all’asta

Da Paola Demagri 12 Maggio 2026

Questa mattina sull’Adige leggiamo che il mega appalto dell’assistenza domiciliare, 24 milioni di euro di prestazioni, è stato assegnato a una cooperativa proveniente da fuori provincia. Un altro pezzo di Trentino che se ne va. Per molti sarà una notizia tecnica, per me è uno schiaffo: perché l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque, è la parte più fragile e più preziosa della nostra cura di prossimità, della quale ne abbiamo tanto bisogno.
La scelta sembra figlia della logica del ribasso, quella che riduce un servizio umano a una gara al centesimo. E quando si corre al ribasso, sappiamo già chi paga il conto: i lavoratori.


La famosa clausola sociale, se attivata,  non garantisce né stipendi tutelati né continuità professionale: è un paracadute troppo debole per chi ogni giorno entra nelle case delle persone fragili. E mentre tutto questo accade, mentre si esternalizza un servizio così delicato, l’Assessore Tonina e la sua  maggioranza provinciale a cosa pensano? Ad aumentare lo stipendio dei consiglieri. A blindare i dirigenti. A proteggere se stessa, non i servizi. Due scelte che, messe una accanto all’altra, raccontano con chiarezza quali sono le priorità: non i cittadini, non i lavoratori, non le famiglie.E infatti a pagare saranno in molti: i lavoratori, che rischiano condizioni peggiori; le famiglie, costrette a ricominciare da zero con nuovi referenti; gli utenti, che vedranno spezzarsi il rapporto di fiducia costruito nel tempo con i professionisti che li seguono. L’assistenza domiciliare non è un pacchetto da mettere all’asta. È un patrimonio umano, fatto di continuità, delicatezza, conoscenza dei territori. Svendere questo patrimonio significa indebolire l’intero sistema di cura, proprio mentre il Trentino avrebbe bisogno di rafforzarlo. E allora la domanda finale è inevitabile: com’è possibile che quando si tratta di servizi alle persone si scelga il ribasso, mentre quando si tratta di interessi infrastrutturali si corre spediti? Per far viaggiare più velocemente certi interessi trentini verso altre regioni, si è pronti a riaprire la Valdastico, a spingere sulla A22, a favorire collegamenti che sembrano servire più chi sta fuori che chi vive qui. E tutto questo mentre la nostra autonomia, invece di distinguerci, viene gestita in modo da appiattirci sulla nazione, perdendo ciò che ci rendeva un territorio capace di scegliere, governare e proteggere i propri servizi.

12 Maggio 2026 0 Commenti
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Situazione drammatica per la nostra sanità territoriale

Da Paola Demagri 11 Maggio 2026

Ringrazio per aver riportato questa mattina il dato sulle carenze dei medici di
medicina generale: due domande per sessantatré zone scoperte. È un numero che parla da
solo e che descrive una situazione ormai drammatica per la nostra sanità territoriale.
Ma il punto non è soltanto la mancanza di professionisti disponibili. Il punto è che, in questi
anni, non si è costruita alcuna reale attrattività, né economica né professionale. I giovani
medici che iniziano oggi non hanno garanzie di stabilità, non hanno una liquidità mensile che
permetta loro di accedere a un mutuo o di immaginare un progetto di vita. Il loro contratto è
ancora distante da un vero contratto di lavoro , ora sono nel limbo. A loro si chiede di farsi
carico di migliaia di pazienti, di sostenere la fragilità crescente dei territori, ma senza
strumenti adeguati. È evidente che così non può funzionare. E poi c’è un altro nodo, ancora
più profondo: il mancato coinvolgimento. I medici di medicina generale non sono mai stati
parte della progettazione delle Case della Comunità. Non sono stati chiamati all’inizio,
quando si definivano funzioni, modelli organizzativi, bisogni dei territori. Sono stati coinvolti
solo alla fine, come ultimo tassello, ai quali “assegnare” locali già predisposti e chiedere di
trasferire lì le loro AFT per coprire una parte delle funzioni previste dal DM 77. È un
approccio che ha prodotto esattamente ciò che oggi vediamo: strutture edilizie nuove,
riqualificate grazie al PNRR, ma vuote delle figure e delle funzioni che avrebbero dovuto
renderle il cuore della sanità di prossimità. Case della Comunità consegnate alla comunità
senza la comunità professionale che dovrebbe abitarle. In Trentino non si è visto un
percorso di co-progettazione, non si è visto un avvicinamento della politica ai medici di
medicina generale, non si è vista quella responsabilità istituzionale che avrebbe dovuto
guidare una riforma condivisa. Le cose, semplicemente, se le sono trovate fatte. E allora è
inevitabile che oggi, di fronte alla proposta di riforma del ministro Schillaci, molti medici
prendano le distanze: perché non hanno mai percepito, qui, un modello realmente
collaborativo.La politica avrebbe dovuto dimostrare fin da subito che la progettualità nasce
dall’ascolto dei professionisti, non dalla loro convocazione a giochi fatti. Avrebbe dovuto
usare davvero le leve dell’autonomia per rendere attrattivo il lavoro sul territorio, per
sostenere i giovani, per valorizzare chi ogni giorno tiene in piedi il sistema. Invece, troppo
spesso, dopo averli celebrati come “eroi”, li abbiamo lasciati soli.
Oggi il risultato è chiaro e preoccupante : carenze diffuse, Case della Comunità vuote,
territori scoperti. Se non si interviene immediatamente e con un altro atteggiamento , con
scelte coraggiose e condivise, ci avvieremo verso un fallimento totale della sanità territoriale.


Paola Demagri

11 Maggio 2026 0 Commenti
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