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Scuola e internazionalizzazione in Trentino: un potenziale ancora inesplorato?

Da Paola Demagri 26 Settembre 2026

la risposta dell’assessora Francesca Gerosa all’interrogazione della consigliera Paola Demagri sull’internazionalizzazione del sistema scolastico trentino offre alcuni dati che meritano una riflessione.

Nell’ultimo quinquennio sono stati circa 60 gli studenti provenienti dall’estero che hanno frequentato istituti secondari di secondo grado del Trentino nell’ambito di programmi di mobilità internazionale di medio e lungo periodo. Si tratta quindi di una media di circa 12 studenti all’anno in tutto il territorio provinciale; tale è un dato da rapportare ai 21.821 studenti che frequentano la scuola secondaria di secondo grado in Trentino, escludendo l’istruzione e formazione professionale.

È un dato che non può lasciare indifferenti. La stessa assessora Gerosa definisce i numeri assoluti «ancora contenuti» ed evidenzia una crescita nell’ultimo biennio; resta però il fatto che, in cinque anni, gli studenti stranieri accolti nelle nostre scuole sono stati circa sessanta.

Un altro dato fornito nella risposta permette una riflessione ulteriore. Nello stesso periodo 472 studenti trentini hanno beneficiato di borse provinciali per esperienze all’estero pari o superiori a un quadrimestre. I due dati non sono perfettamente confrontabili perché misurano fenomeni diversi. Restituiscono però una fotografia interessante: la mobilità dei nostri studenti verso l’estero appare molto più strutturata rispetto alla capacità di attrarre studenti stranieri in Trentino.

Anche il quadro nazionale invita a riflettere. Secondo il Rapporto 2025 dell’Osservatorio Nazionale sull’Internazionalizzazione delle Scuole e la Mobilità Studentesca l’indice di internazionalizzazione delle scuole italiane è salito a 52 punti rispetto ai 37 della prima rilevazione del 2009. Il 55% degli istituti italiani ha inoltre almeno uno studente in mobilità individuale di lunga durata. Nel Nord Italia la percentuale arriva al 67%. Di fronte a questi numeri viene spontaneo chiedersi: dove si colloca il Trentino in questo percorso?

La risposta dell’assessora indica inoltre la necessità di un vero e proprio «ecosistema territoriale» per favorire la mobilità in ingresso. Servono famiglie ospitanti, scuole, enti intermediari e reti locali. Serve quindi una capacità di accoglienza che vada oltre la singola scuola o il singolo progetto.

Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe interessante conoscere le intenzioni della Provincia: esiste la volontà di costruire una rete territoriale stabile per l’accoglienza degli studenti stranieri?

Una rete di questo tipo potrebbe mettere in relazione scuole, famiglie, associazioni, enti locali e soggetti che già si occupano di mobilità internazionale. Potrebbe rendere più semplice l’arrivo degli studenti e aumentare la capacità del Trentino di presentarsi come territorio aperto e attrattivo. I vantaggi, in questo caso, si vedrebbero soprattutto nel medio e lungo periodo.

C’è poi il tema del monitoraggio. La risposta fornisce il dato complessivo dei «circa 60 studenti» e segnala una crescita nell’ultimo biennio. Non emerge però un quadro sufficientemente dettagliato delle mobilità, in entrata e in uscita, da permettere di valutare con continuità l’andamento del fenomeno.

La stessa assessora Gerosa, parlando delle mobilità in uscita, richiama infatti «l’assenza, allo stato attuale, di una rilevazione unica di tutte le mobilità brevi». Per quanto riguarda invece la mobilità di lunga durata degli studenti trentini, precisa che «i dati disponibili si riferiscono alle borse di studio erogate dalla Provincia».

Ed è proprio qui che nasce un’altra domanda: stiamo misurando davvero il fenomeno della mobilità oppure riusciamo a ricostruirne solo una parte perché collegata a una spesa pubblica?

In tempi di banche dati ed intelligenza artificiale, è possibile che per conoscere la mobilità degli studenti dobbiamo ancora affidarci alle «ricevute» delle borse di studio?

Se l’internazionalizzazione viene considerata una leva di qualità formativa, apertura culturale e competitività territoriale, allora anche la capacità di attrarre studenti dall’estero e quella di permettere ai nostri studenti di approfondire la propria formazione fuori dal Trentino dovrebbero essere misurate e accompagnate con attenzione.

Tornando all’attrattività delle nostre scuole: sessanta studenti stranieri in cinque anni sono un risultato sufficiente oppure rappresentano un potenziale ancora largamente inesplorato?

Credo che questa sia la domanda da cui partire. Non solo per aumentare un numero ma per capire quale ruolo vogliamo dare all’internazionalizzazione nella scuola trentina.

Valentino Inama
Coordinatore Giovani
Movimento Casa Autonomia.eu

26 Settembre 2026 0 Commenti
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La salute mentale deve essere un diritto di cittadinanza garantito dal nostro sistema sanitario, non un privilegio per chi può permetterselo.

Da Paola Demagri 15 Settembre 2026

Oggi depositiamo il disegno di legge unificato frutto della mia proposta e di quella della collega Coppola, sostenuto da tutto il centro-sinistra per istituire ufficialmente il Servizio di Psicologia delle Cure Primarie in Trentino.

I bonus e le misure d’emergenza non bastano più: servono strutture permanenti.

📌1 psicologo ogni 4 medici di medicina generale Presidio gratuito e diffuso nelle Case della Comunità, negli ambulatori e a domicilio

📌Prevenzione e diagnosi precoce al fianco di medici, pediatri, scuole e servizi sociali

📌I dati di ASUIT parlano chiaro: in Trentino il 4% della popolazione (19.000 persone) soffre di sintomi depressivi e 1 giovane su 10 tra i 11 e i 17 anni mostra segni di disagio.

Dopo tre anni di attesa, è il momento di portare il testo in Commissione e poi in Aula.

🎧 Ascolta la puntata completa del podcast per conoscere tutti i dettagli del DDL👉👉👉

https://t.me/paola_demagri/75

15 Settembre 2026 0 Commenti
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Il grande bluff della Lega

Da Paola Demagri 11 Settembre 2026

Nel 2018 l’autonomia del Trentino e dell’Alto Adige fece un grosso passo in avanti nel lungo percorso di gestione e regimazione della presenza dei grandi carnivori a livello provinciale.

La legge 9 del 2018, approvata negli stessi giorni dai due consessi provinciali separati di Trento e Bolzano, stabiliva finalmente – con la convalidazione costituzionale arrivata un anno dopo – che per difendere l’alpicoltura la Provincia avrebbe potuto attuare piani straordinari. Fino a quel momento chiunque avesse tolto un pelo a un orso avrebbe dovuto passare le forche caudine di lunghi procedimenti giudiziari. Erano i tempi in cui la Lega banchettava alle feste campestri a base di carne di orso e chiedeva il voto proclamandosi il partito che avrebbe risolto il problema a fucilate in due mesi. Il resto della storia lo conosciamo: la Lega è al governo non da due mesi, ma da 8 anni. Ed 8 deve essere un numero magico per la Lega, perché era anche il numero di orsi che, qualche tempo dopo essere salita al governo, proclamava che avrebbe ucciso ogni anno. Invece di applicarla, sulla legge 9 del 2018 ci aveva vomitato sopra una modifica dall’aspetto piuttosto ameno: non un piano di gestione serio, ma un numero massimo di orsi ammessi alla soppressione, senza dare il minimo accenno di come avrebbe fatto a gestire almeno il primo. Fuori dai microfoni, di solito la Giunta se la cava apostrofando l’esasperato allevatore di turno con la solita frase: «Chiedi a chi li ha liberati!». E in parte può anche avere ragione, visto che all’inizio degli anni 2000 il progetto è davvero partito monco: si sperava che gli orsi si distribuissero controllandosi da soli, ma nell’impianto normativo che prevedeva la reintroduzione non era stato previsto un relativo controllo o, meglio ancora, la gestione della popolazione.

Questo però non basta, perché a mio modo di vedere c’è una grossa colpa da parte di questa amministrazione.

Vi è infatti un diffuso e incomprensibile impegno a tenere il livello di informazione intorno alla cronaca che riguarda i carnivori pesantemente basso. I comunicati roboanti dell’ufficio stampa, pronti a celebrare ogni minimo taglio di nastro o nastrino da parte della Giunta provinciale (che procedendo di questo passo arriverà ad inaugurare anche le nuove fermate degli scuolabus), raccontano sempre più raramente l’interazione tra grandi carnivori e uomo nella nostra provincia. Eppure ce ne sarebbe da raccontare, e ce ne sarebbe bisogno. Fossero stati informati gli abitanti di Vermiglio – per prendere un esempio dalla cronaca di queste ultime ore –, informati della presenza in zona di carnivori particolarmente attivi, avrebbero lasciato al pascolo le proprie bovine? E se i nostri preziosi servizi forestali fossero stati indirizzati ad effettuare un servizio di prevenzione e informazione pedissequa in paese, anziché occuparsi minuziosamente (forse, com’è giusto che sia) del rispetto delle norme nel bosco?

Sappiamo ad esempio che il quadro normativo prevede che monitoraggi, campionamenti ed osservazioni permettano di attribuire una scheda di dannosità/pericolosità ad ogni singolo esemplare. Quali sono gli esemplari presenti in Val di Sole? Qual è il punteggio sulla scheda di ogni singolo esemplare? E ricordiamoci che sui campionamenti per il monitoraggio questa Lega ha deciso di risparmiare: nonostante questi anni vedano la Provincia con una dotazione finanziaria mai vista prima, si è deciso di passare dai campionamenti annuali a quelli ad anni alterni.

Certo, capiamo che costruire un’ordinanza di abbattimento richieda un pregresso di condizioni molto complicate da attuarsi, ma la sensazione della popolazione in questo momento è che in questi otto anni, rispetto alla pietra miliare della legge, si siano fatti passi indietro anziché in avanti e si sia tornati agli albori della gestione, quando ancora nulla si sapeva di come si sarebbe riusciti a controllare i danni o le potenziali tragedie provocate da questi animali. Avevamo chiesto un potenziamento dei servizi forestali e del personale dedicato alla protezione della popolazione e degli animali: il diniego in Consiglio provinciale è stato accompagnato dallo scherno all’esterno. I comunicati della Giunta provinciale, che in un primo tempo si affidavano al populismo delle rassicurazioni di abbattimenti a raffica, sono stati sostituiti da blande raccomandazioni ad effettuare la prevenzione.

Sarà anche cambiato il governo provinciale, ma rispetto alle tanto criticate amministrazioni del passato l’unico cambiamento che si percepisce è quello in peggio.

Paola Demagri Consigliera Provinciale 

Michele Dallapiccola Segretario politico 

11 Settembre 2026 0 Commenti
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La Scossa Tedesca

Da Paola Demagri 8 Settembre 2026

 Perché l’avanzata della destra radicale riguarda tutti noi e come il centrosinistra può ritrovare la rotta.

Oggi parliamo di quello che sta succedendo appena oltre le nostre Alpi, in Germania, perché i fatti delle ultime tornate elettorali — con il voto in Sassonia-Anhalt dove la destra radicale dell’AfD ha superato il 43% dei consensi — hanno mandato una scossa in tutta Europa.

Cerchiamo di capire cosa è successo, senza allarmismi da talk show ma con la lucidità che serve a chi guarda alla politica da una prospettiva di centrosinistra.

L’AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre. Ma il dato che deve farci riflettere più di tutti è un altro: l’affluenza alle urne è salita a livelli record, sfiorando l’80%. Non siamo di fronte a un’elezione decisa dall’apatia o da chi è rimasto a casa. La gente è andata a votare in massa, e ha scelto in maggioranza una forza che fino a pochi anni fa veniva considerata ai margini della vita politica.

Per chi crede nei valori progressisti, democratici ed europeisti, questo non è solo un campanello d’allarme. È una sveglia a pieno volume.

Ma come si spiega un risultato del genere? I politologi e gli analisti sociali ci dicono che non si tratta di una “follia collettiva” improvvisa, ma del punto d’arrivo di tre grandi fratture.

1. Il malessere economico e il costo della vita

In Germania, specialmente nelle regioni orientali, molte persone sentono di aver perso sicurezza economico-sociale. L’inflazione, il costo dell’energia e la percezione che le politiche di transizione ecologica pesino di più sulle tasche delle famiglie lavoratrici che su quelle dei grandi patrimoni hanno creato un profondo senso di ingiustizia.

2. La gestione dell’immigrazione e della sicurezza

Il tema migratorio è stato vissuto da molti cittadini come un fenomeno subito e non governato. Quando i partiti moderati evitano di affrontare la gestione dei flussi e dell’integrazione sul territorio per timore di sembrare duri, la destra radicale riempie quel vuoto con risposte semplici, d’impatto e divisive.

3. La sensazione di non essere ascoltati

C’è un dato culturale enorme: l’elettorato di periferia, della provincia e del mondo del lavoro manuale percepisce una forte distanza dalle élite politiche. L’AfD non ha vinto solo offrendo soluzioni, ma intercettando la rabbia di chi si sente giudicato o dimenticato dal discorso pubblico delle città.

Se guardiamo a questi fatti con gli occhi di chi è di centrosinistra, le preoccupazioni sono concrete e non riguardano solo la Germania, ma anche l’Italia e il resto d’Europa.

La prima preoccupazione è il crollo dei partiti tradizionali di governo. Quando la politica si riduce a un’alleanza permanente tra centrodestra e centrosinistra pur di tenere fuori la destra radicale, si crea un corto circuito: i cittadini finiscono per vedere tutti i partiti tradizionali come “un unico blocco di potere” e la destra radicale come “l’unica vera alternativa”.

La seconda preoccupazione è l’inefficacia del solo divieto morale. Per anni si è pensato che bastasse dire “loro sono estremisti, noi siamo i democratici” per fermare il consenso della destra radicale. I risultati dimostrano che la sola condanna morale non basta se non è accompagnata da soluzioni concrete ai problemi quotidiani delle persone.

I politologi che studiano i comportamenti elettorali europei ci offrono indicazioni molto precise su cosa il centrosinistra può e deve fare per evitare che questo scenario si ripeta ovunque.

  • Tornare sui temi materiali (lavoro, casa, sanità): Il centrosinistra vince quando parla della vita reale delle persone. Salari dignitosi, difesa del potere d’acquisto, sanità pubblica funzionante e casa. Le battaglie sui diritti civili sono fondamentali, ma devono camminare di pari passo con la giustizia sociale.
  • Governare i temi complessi anziché evitarli: Sull’immigrazione e sulla sicurezza, il centrosinistra non deve inseguire lo slogan della destra, ma non può neanche far finta che il tema non esista. Serve un modello basato su regole chiare, percorsi di integrazione reali e presenza dello Stato nei quartieri più fragili.
  • Una transizione ecologica popolare: La lotta al cambiamento climatico è essenziale, ma se viene percepita come un costo che grava sui lavoratori e non sui grandi inquinatori, la destra vincerà facile proponendosi come “difensore del popolo”. La transizione deve essere giusta, finanziata e accompagnata da aiuti diretti alle famiglie.
  • Ascolto e presenza sul territorio: Occorre ricostruire la presenza fisica nelle periferie, nei piccoli comuni, nei luoghi di lavoro. La politica non si fa solo sui social o nelle grandi città universitarie.

Per concludere: quello che è successo in Germania non è un destino ineluttabile. È il risultato di errori politici e di un disagio sociale che è stato lasciato montare per troppi anni.

Per chi è di centrosinistra, la lezione è chiarissima: non serve disperarsi o colpevolizzare gli elettori che hanno votato a destra. Serve ricostruire un’alternativa credibile, popolare e radicata nella realtà quotidiana. La democrazia non si difende con le parole

8 Settembre 2026 0 Commenti
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La Corte di giustizia UE conferma ciò che nel 2020 avevamo capito in pochi, come si doveva fare.

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Ascolta il podcast https://t.me/paola_demagri/59

È una notizia, certo. Ma per me è una notizia non‑notizia. Perché ciò che oggi la Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma con chiarezza, io lo sostenevo già nel 2020, quando con i Colleghi Rossi e Dallapiccola dicevamo che mettere a gara le piccole centrali idroelettriche era un errore politico, giuridico e istituzionale. Allora sembrò una posizione controcorrente; oggi è semplicemente confermata dall’Europa. E questo, per chi ha a cuore l’Autonomia, non può che essere un passaggio importante.

Ci sono temi che tornano ciclicamente nella vita politica di un territorio. Temi che sembrano tecnici, quasi marginali, e che invece custodiscono la sostanza profonda di ciò che siamo. L’acqua è uno di questi. L’acqua come bene prezioso, come risorsa che non appartiene a nessuno e appartiene a tutti, come elemento che tiene insieme comunità, paesaggio, economia, identità. Nel 2020, quando si discusse della legge provinciale sulle concessioni idroelettriche, portammo  in aula una visione che non era solo tecnica o giuridica: era la visione di Casaautonomia.eu, un progetto politico che stava nascendo e che interpretavamo come un luogo di responsabilità, di cura del territorio, di difesa delle comunità e delle loro risorse. Oggi, la sentenza della Corte UE restituisce pieno valore a quella posizione. E ci permette di dire, con serenità e con forza, che quella battaglia non era contro qualcuno: era per il Trentino.

In quell’occasione la Provincia scelse di applicare la direttiva Bolkestein.. Una scelta isolata in Italia e in Europa, che ignorava la natura delle piccole derivazioni: non grandi impianti industriali, ma presidi territoriali, strumenti di sviluppo locale, fonti di entrata essenziali per i Comuni. In aula dissi che l’Autonomia non si difende applicando direttive europee come automatismi, ma interpretandole con intelligenza. Dissi che mettere a gara quelle concessioni significava togliere ai Comuni una delle loro principali risorse, esporli a una competizione industriale che non potevano sostenere, aprire la porta a soggetti esterni che avrebbero visto nelle piccole centrali non un presidio comunitario, ma un asset economico da sfruttare. Dissi che l’Autonomia non è un grido identitario, ma un metodo: la capacità di normare in modo differenziato, di proteggere le comunità, di evitare che una direttiva europea diventi un grimaldello per indebolire i territori.

Casaautonomia.eu nasceva così: come un luogo politico che guarda alle valli e alle città, che tiene insieme la dimensione istituzionale e quella comunitaria, che difende le risorse non per chiuderle, ma per farle funzionare meglio. Oggi la Corte UE dice esattamente questo: le piccole derivazioni non rientrano automaticamente nella Bolkestein; non è obbligatorio ricorrere alle gare pubbliche; la riassegnazione senza gara è compatibile con il diritto europeo; la valutazione deve essere proporzionata; gli impianti sotto i 3 MW non possono essere trattati come grandi concessioni industriali. È la conferma che nel 2020 Casaautonomia.eu aveva visto giusto. È la conferma che la politica, quando è fatta con serietà, trova riscontro nel tempo.

Il tema delle grandi derivazioni idroelettriche è diverso, e va affrontato con realismo. Le grandi centrali sono nate nel secondo dopoguerra dentro un quadro nazionale, costruite da grandi soggetti pubblici , con investimenti enormi e con una rete elettrica che, per sua natura, non può essere frammentata. L’energia non si immagazzina, non si ferma ai confini, non può essere provincializzata. Pretendere oggi di “riprendere” le grandi derivazioni come se fossero un bene locale è impossibile. Non lo consente la storia, non lo consente la fisica, non lo consente il diritto. La vera Autonomia non è quella che pretende ciò che non può ottenere, ma quella che usa bene ciò che può governare. E ciò che può governare sono le piccole derivazioni ed entro il 2029 con responsabilità politica decidere per le grandi derivazioni e non lasciare che siano altri a manipolare la decisione. Per questo la battaglia del 2020 era così importante: perché era una battaglia possibile, concreta, fondata. Una battaglia che difendeva i Comuni, non un’idea astratta di sovranità. Una battaglia che oggi la Corte UE conferma.

Arriviamo al punto più profondo: l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere la comunità. Significa difendere la manutenzione dei corsi d’acqua, la sicurezza dei territori, la qualità del paesaggio, la capacità dei Comuni di investire, di mantenere servizi, di garantire equilibrio. L’acqua non è una merce. Non è un oggetto di competizione economica. Non è un bene da mettere all’asta. L’acqua è un bene prezioso, irrinunciabile, identitario. E la sentenza della Corte UE ci dice che questa visione non è romantica: è giuridicamente fondata, politicamente solida, istituzionalmente corretta. Difendere le piccole derivazioni significa difendere l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere l’Autonomia. Difendere l’Autonomia significa difendere il Trentino.

La politica non è solo il tempo presente,  non è solo il qui ed ora è anche la capacità di vedere un po’ più in là. Nel 2020 lo facemmo. Oggi la Corte UE ce lo riconosce. E domani questa consapevolezza deve guidarci ancora, perché l’acqua, l’energia, il territorio e l’Autonomia non sono capitoli separati: sono la stessa storia. La nostra.

7 Settembre 2026 0 Commenti
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Il paradosso del Payback: l’Autonomia trentina non può restare a guardare

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Immaginate di andare al ristorante, ordinare la cena dal menù, pagare il conto pattuito e, cinque anni dopo, vedervi recapitare la richiesta di saldare il deficit del proprietario del locale. Sembra un paradosso surreale, eppure è esattamente la logica grottesca che regge il payback sui dispositivi medici. Un meccanismo che sta trasformando la buona sanità e il lavoro pulito delle nostre imprese in un conto salatissimo da pagare a posteriori.

La vicenda è nota nei numeri, ma taciuta nella sua gravità politica. Quando il Servizio Sanitario supera il tetto di spesa fissato dallo Stato (un rigido 4,6% del fabbisogno), la legge nazionale impone alle imprese private che hanno fornito bisturi, garze, macchinari per la radioterapia e protesi di ripianare di tasca propria il 50% di quello sforamento. Non si parla di restituzione degli utili, ma di un prelievo forzoso sul fatturato. In un settore dove i margini di guadagno oscillano tra il 7 e il 10%, significa pretendere dalle aziende somme che spesso superano i loro interi profitti. Per il Trentino non parliamo di dettagli trascurabili: sono circa 46 milioni di euro chiesti a un comparto locale di 30 imprese, 600 lavoratori e 350 milioni di fatturato.

Realtà che non hanno speculato, ma che hanno partecipato a gare pubbliche, consegnato materiale salvavita nei nostri ospedali e pagato regolarmente tasse e stipendi. Oggi si chiede loro di coprire i buchi della programmazione pubblica. Il percorso del contenzioso ha ormai travalicato i confini nazionali. Dopo la pioggia di ricorsi ai TAR e la fredda presa d’atto della Corte Costituzionale che ha riconosciuto le enormi criticità del sistema senza però smantellarlo , la palla passa ora ai giudici europei. Le aziende stanno infatti bussando alle porte della Corte di Giustizia dell’UE e della CEDU, denunciando la palese violazione della certezza del diritto e della libertà d’impresa. Ma la giustizia europea ha i suoi tempi, e le nostre PMI rischiano di soffocare molto prima. Qui si misura la vera statura della politica. Non possiamo accettare che la sanità sia messa contro chi la rende possibile ogni giorno nei reparti. Se le imprese falliscono o decidono di abbandonare i bandi pubblici per disperazione, a rimanere senza forniture non saranno i bilanci, ma i nostri ospedali e i nostri cittadini.

È qui che l’Autonomia speciale del Trentino deve ruggire, dimostrando di non essere un semplice arredo istituzionale. La nostra storia ci ha insegnato che quando una norma statale è storta, l’Autonomia ha il dovere politico e morale di fare da scudo. La Provincia non può limitarsi a fare da esattrice per conto dello Stato. Deve guidare il fronte dei territori, pretendere dal Governo il superamento definitivo di questa norma-ghigliottina e congelare nell’immediato le pretese esecutive sulle aziende locali. L’Autonomia non serve a gestire l’ordinario nella bonaccia, ma a proteggere la propria comunità quando arriva la tempesta. Il caso payback è la tempesta perfetta: sta a noi decidere se subirla o governarla.

7 Settembre 2026 0 Commenti
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Il Trentino sta dalla parte della democrazia: qui non si normalizza l’estrema destra

Da Paola Demagri 3 Settembre 2026


Quando si parla di gruppi come Skinhead o della sigla Camelot, ci si riferisce a realtà che nascono tra gli anni ’80 e ’90 dentro la cultura neofascista e neonazista. Sono ambienti che hanno usato concerti, raduni e propaganda per diffondere idee di odio, superiorità etnica, discriminazione e una lettura distorta della storia. Il raduno previsto in questi giorni a Dro si inserisce esattamente in questa tradizione: un momento di richiamo tra gruppi dell’estrema destra italiana ed europea, costruito per rafforzare identità radicali e per fare proselitismo.
Nella loro narrazione, nomi come “Camelot” diventano simboli di una presunta “fortezza europea” da difendere contro la globalizzazione, l’immigrazione e il cambiamento culturale. È un immaginario che mescola identitarismo, nazionalismo e un’idea di società chiusa, divisa, fondata sulla paura dell’altro. I contenuti del raduno lo confermano: conferenze ideologiche, musica della scena Rock Against Communism ( rock contro la democrazia), dibattiti contro l’Europa e contro l’immigrazione. Non è un semplice evento privato: è un messaggio politico preciso, che storicamente ha generato polemiche, mobilitazioni antifasciste e controlli serrati di sicurezza.
Di fronte all’impossibilità giuridica di vietare un raduno organizzato in uno spazio privato, la risposta non poteva essere il silenzio. Quando la legge non può intervenire, è la comunità democratica che deve farlo. Tacere significa normalizzare ideologie che negano diritti e libertà. Mobilitarsi pacificamente, invece, significa tracciare un confine chiaro: dire che il nostro territorio non accetta la cultura dell’odio, della discriminazione e della violenza simbolica. La mobilitazione di queste ore nasce proprio da questo: dalla volontà civile di difendere la nostra comunità dall’indifferenza e di ribadire che certe idee non possono diventare la normalità. Alleanza Democratica Autonomista sarà presente, perché la nostra presenza è una scelta di valori. Mentre le frange neofasciste e neonaziste alimentano divisione e sopraffazione, il nostro impegno quotidiano è rivolto alla difesa della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti civili.
La mia posizione, come Consigliera provinciale di Casaautonomiua.eu , è totale e intransigente: il Trentino ha costruito la propria Autonomia sui valori dell’antifascismo e della convivenza pacifica. Proteggere questa storia non è solo un dovere politico, ma un dovere morale verso la nostra comunità.

3 Settembre 2026 0 Commenti
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Oltre l’odio: perchè la destra non ci appartiene.

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

Non è intolleranza dire no all’odio: è l’unico modo che abbiamo per custodire la libertà di tutti. Sono partita dall’episodio di Dro per fare un viaggio dentro i valori che mi hanno formata, quelli che difendo ogni giorno e che definiscono la mia appartenenza politica. Questo podcast è una riflessione a cuore aperto che dedico a chi non si rassegna all’indifferenza

Tratto dal podcast: https://t.me/paola_demagri/43

Se avete letto le notizie di questi giorni, sapete che il nostro territorio  precisamente la zona di Dro, qui in Trentino  è stato scelto come cornice per un raduno di matrice nazi-skinhead. Una notizia che lascia il segno, non solo per la natura dell’evento in sé, ma per le reazioni che ha generato. A me ha colpito in modo particolare la dichiarazione del proprietario della struttura ricettiva che ha ospitato il raduno. Ha detto, in sostanza, che per lui si tratta solo di lavoro, che l’ospitalità si offre a tutti e che non spetta a lui valutare l’appartenenza politica dei clienti.

Ecco, io su questo voglio farmi e farvi una riflessione. Capisco il tema dell’etica professionale, ma esiste un confine preciso tra la legittima attività d’impresa e quella che definisco una falsa neutralità. Se parliamo di accoglienza, dobbiamo chiederci: accoglieremmo con la stessa leggerezza qualsiasi gruppo? O ci sono idee che, per la loro stessa natura, negano il diritto d’esistenza altrui? Quando un raduno richiama simboli, retoriche e appartenenze che si rifanno al neonazismo e al neofascismo, non siamo davanti a una semplice “opinione politica”. Siamo di fronte all’apologia di ideologie che la nostra Costituzione ha già giudicato e respinto. Nascondersi dietro il “io lavoro e non guardo la politica” significa far finta che le idee non abbiano conseguenze materiali sulla vita delle persone e sulla sicurezza di una comunità.

Ma perché questo episodio ci deve indignare così profondamente? Perché Paola, da donna che fa politica attiva, sente il bisogno di prendere la parola? Perché ciò che muove quei raduni non è un programma politico alternativo: è un vero e proprio sistema di disvalori. E dobbiamo avere il coraggio di chiamarli con il loro nome, attingendo a un lessico di verità.

L’estrema destra e i movimenti nazi-skinhead si fondano sulla persuasione che gli esseri umani non siano tutti uguali. Coltivano il suprematismo, il razzismo, la discriminazione per motivi etnici, religiosi o di orientamento sessuale. È la cultura del disprezzo verso il più debole. Dove noi vediamo il confronto democratica e il pluralismo, loro vedono la forza, il potere assoluto, la soppressione del pensiero critico. C’è un’esaltazione costante della violenza  fisica e verbale  come strumento di risoluzione dei conflitti. Non è “libertà d’espressione” inneggiare all’annientamento dell’altro. L’ideologia neo-fascista inneggia alla cattiveria organizzata, all’omologazione, al mito del capo, azzerando la ricchezza della complessità umana.

Quando vedo questi raduni, io non vedo solo qualche decina di persone con simboli del passato. Vedo un tentativo costante e organizzato di far penetrare questi disvalori nei nostri territori, di normalizzarli, di farli sembrare una “delle tante posizioni possibili”. E questo è il pericolo più grande: la banalizzazione del male e dell’orrore storico.

Pensavamo che il Trentino fosse un’isola felice. Un territorio protetto dalla sua storia di autonomia, dalle sue radici comunitarie, dalla sua tradizione di solidarietà e di autogoverno. Invece dobbiamo essere onesti: le pieghe  e a volte le piaghe  dell’insoddisfazione sociale, dell’ignoranza, della superficialità e della rabbia stanno aprendo varchi pericolosi anche qui. L’estrema destra avanza a livello globale ed europeo, e il Trentino non è permeabile per diritto divino.

Mi ha fatto piacere constatare che buona parte della rappresentanza istituzionale trentina si sia preoccupata e indignata per il raduno di Dro. Ma non posso fare a meno di notare che la reazione non è stata davvero trasversale. C’è chi ha preso le distanze con nettezza e chi, invece, è rimasto in un silenzio tattico, imbarazzato o distante dal giudizio.

E qui sta il nodo politico centrale. Spesso mi sento dire: “Ma dai, in Trentino la destra è diversa, è una destra autonomista, è accettabile”. A me questa narrazione fa sorridere, ma di un sorriso amaro. Perché la storia politica ci insegna che basta pochissimo. Basta un attimo perché il centrodestra strizzi l’occhio alla destra radicale, e perché la destra radicale finisca per sdoganare o giustificare i linguaggi dell’estrema destra. Quando si rincorrono le retoriche del risentimento, quando si strizza l’occhio a figure che basano la loro visibilità sulla denigrazione delle minoranze o sul richiamo all’ordine identitario e nativista, si sta spianando la strada a questi raduni. Se la politica istituzionale alza la soglia di tolleranza verso i linguaggi d’odio, non deve poi stupirsi se nei boschi o nei paesi delle nostre valli si organizzano i raduni nazi-skinhead.

E la prova della gravità della situazione sta nell’intervento delle istituzioni di garanzia: quando deve muoversi il Prefetto, quando devono intervenire le forze dell’ordine e il Comitato per la Sicurezza, significa che non siamo sul terreno delle opinioni, ma su quello della minaccia concreta alla convivenza civile e alla tenuta democratica.

È di fronte a questa realtà che riscopro le motivazioni profonde della mia appartenenza politica. La domanda che mi sono fatta è: perché io? Perché ho scelto da sempre di collocarmi e di battermi all’interno del centro-sinistra?

La risposta non sta solo in una tessera o in una formula elettorale. Sta in un’idea di società e di persona.

Io mi considero fortunata. La mia posizione nasce prima di tutto dai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori. Ma la famiglia da sola non basta: a formare una coscienza civile è la comunità intera. Sono le frequentazioni, i gruppi giovanili, la scuola, le associazioni di volontariato, i luoghi di lavoro, la rete di relazioni sociali con cui si cresce. Ho avuto la fortuna di formare il mio pensiero in ambiti dove l’altro non è mai stato visto come una minaccia, ma come una ricchezza; dove la solidarietà non è un costo, ma un investimento civile; dove la libertà individuale vive dentro la responsabilità collettiva.

Stare nel centro-sinistra, per me, significa prendere categoricamente le distanze da una visione del mondo gerarchica, escludente e autoritaria. Significa riaffermare ogni giorno che la democrazia non è uno stato naturale delle cose, ma una conquista che va difesa continuamente.

Il centro-sinistra è il campo che riconosce nella Costituzione nata dalla Resistenza antifascista la propria bussola non negoziabile. Non è un caso se l’articolo 3 della nostra Carta parla di pari dignità sociale e di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quella è l’antitesi esatta della visione reazionaria e neo-fascista che vede nella diversità un nemico da annientare.

29 Agosto 2026 0 Commenti
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Liste d’attesa e Libera Professione: la parte scomoda resta senza risposte.

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

Si assiste alla progressiva cancellazione del confine tra servizio sanitario istituzionale e Libera Professione (LP). Un meccansimo contabile e organizzativo distorto attraverso cui l’Azienda sanitaria inserisce nelle agende di Intramoenia i pazienti prenotati nel sistema ordinario (con ticket o esenzione), remunerando però il medico come se svolgesse una prestazione privata. L’utente vive un percorso pubblico, il professionista incassa come libero professionista, l’Azienda registra costi da LP e la Provincia copre la differenza attingendo a fondi pubblici.
Nel 2025 le visite istituzionali confluite in LP sono state 2.569. Nei soli primi tre mesi del 2026 il dato ha già raggiunto quota 3.084, con una proiezione annuale destinata a superare le 12.000 prestazioni. ( significa che il numero di visite in attesa era maggiore nel primo trimestre 2026 che in tutto l’anno 2025) .
La proiezione della LP va di pari passo all’aumento delal lista d’attesa : più aumentano le visite in attesa di risposte o con risposte inaccettabili più si incrementa la Lp .

Impatto sui volumi globali della LP: Il volume complessivo delle prestazioni in Libera Professione passa da 107.000 nel 2025 a una stima di 120.000 nel 2026.

È un vero e proprio colabrodo contabile e organizzativo. Se parliamo di gestione dei flussi, la falla è evidente: non riuscendo a smaltire le visite con i canali ordinari, si fa “cannibalizzare” la Libera Professione trasformandola in una pezza d’emergenza a spese delle casse pubbliche.
Se la mettiamo sul piano della trasparenza, la faccenda si fa ancora più scivolosa: ammettere che le registrazioni delle prestazioni vengono definite “in corsa” equivale a dire che fino a ieri si è navigato a vista. Il risultato? Un effetto domino di dati distorti che partono dai bilanci locali e finiscono per falsare persino le rilevazioni nazionali di Agenas.
Uso strutturale di un canale straordinario: La Libera Professione cessa di essere un’opzione aggiuntiva per diventare un ammortizzatore improprio delle liste d’attesa non gestite dal canale ordinario.
Mancanza di trasparenza e tracciabilità.
Il quadro si fa ancora più critico alla luce della risposta fornita dall’Assessore competente. La dichiarazione secondo cui “si stanno definendo le modalità per la corretta registrazione di tali prestazioni” conferma formalmente che la pratica è stata avviata in assenza di un sistema di tracciamento conforme. Quanto tempo serve per avere flussi di dati completi?
Questo deficit procedurale comporta il rischio concreto di flussi informativi incompleti, con dati trasmessi ad Agenas che potrebbero non riflettere la reale natura delle prestazioni erogate, alterando le statistiche ufficiali e sottostimando i reali tempi e volumi delle liste d’attesa pubbliche.

La parte scomoda non ha avuto risposta e quindi c’è la libertà di interpretare .
La corte dei conti ptrebbe obiettare l’uso di soldi pubblici per pagare la LP al Professionista !

29 Agosto 2026 0 Commenti
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“La montagna che lavora”

Da Paola Demagri 15 Agosto 2026

Oggi ho attraversato Vezzena, un altopiano che non si limita a essere un luogo: è un modo di stare in montagna. Palù Fratte, Cima Verle, i pascoli larghi che sembrano onde, le malghe che punteggiano il paesaggio come case di un’antica comunità. È un territorio che parla, se lo si ascolta. E oggi, camminando, ho provato a farlo: a guardare, a capire, a raccontare.

Le malghe visitate oggi sono prima di tutto luoghi di lavoro. Non sono scenografie, non sono cartoline: sono presidi vivi, dove ogni giorno si produce, si custodisce, si mantiene un equilibrio che altrove si è perso. La loro bellezza non è solo estetica: è la bellezza della funzione, della fatica, della continuità. È la bellezza di chi sale in quota per monticare, per portare le vacche nei pascoli alti, per trasformare il latte in formaggi che raccontano l’erba, il vento, la stagione.

La monticazione è un gesto antico, ma oggi più che mai necessario. Portare le vacche in malga significa dare loro aria, spazio, movimento. Significa farle vivere in un ambiente che, nonostante la fatica, è sempre meglio della stalla chiusa, soprattutto in un’estate come questa: calda, secca, lunga. L’erba è già bruciata dal sole, i pascoli soffrono, e le vacche rientrano stremate dal caldo. Le vedi arrivare lente, con il fiato corto, con quel passo che racconta la giornata. Ma anche così, anche con questa fatica, la malga resta il luogo dove stanno meglio: perché respirano, perché si muovono, perché vivono.

E poi c’è la montagna. La monticazione non serve solo alle bestie: serve al territorio. I pascoli tenuti vivi impediscono l’avanzare incontrollato del bosco, mantengono aperti gli spazi, riducono il rischio di incendi, conservano un paesaggio che è identità, economia, turismo. Una malga attiva è un pezzo di montagna che non si chiude, che non si abbandona, che non si perde.

Oggi, nelle malghe di Vezzena, ho visto tutto questo: il lavoro quotidiano, la cura dei prati, la produzione, la vendita dei prodotti, il ristoro che accoglie chi passa. Ho visto mani che lavorano, occhi che controllano il cielo, gesti che si ripetono da generazioni. Ho visto la fatica, quella vera: quella che non si racconta nei depliant, quella che non si vede nelle foto, quella che si sente nelle spalle e nelle gambe di chi vive quassù.

Ma ho visto anche le difficoltà. I bandi dei Comuni, che spesso restano deserti, perché gestire una malga oggi è un impegno enorme: servono competenze, servono investimenti, serve tempo, serve una famiglia che ci crede. E non sempre la politica riesce a rendere questo lavoro sostenibile. Servono bandi più chiari, più accessibili, più realistici. Servono incentivi che non siano solo contributi, ma strumenti per accompagnare chi vuole salire in quota. Servono regole che tengano insieme produzione, tutela, turismo, sicurezza. Serve una politica che capisca che una malga aperta è un servizio pubblico, non solo un’attività privata.

E poi c’è il tema delle predazioni. Le malghe oggi devono convivere con un rischio che non è solo economico, ma emotivo: perdere un animale non è perdere un numero, è perdere un pezzo di lavoro, un pezzo di relazione. I recinti elettrificati, i cani da guardiania, le misure di prevenzione sono strumenti necessari, ma non sempre sufficienti. E anche qui la politica deve essere presente: con norme chiare, con rimborsi rapidi, con una gestione che non lasci soli gli allevatori.

Il viaggio di oggi in Vezzena diventa così un racconto che vale per tutte le malghe del Trentino. Vale per la Val di Non, per la Val di Sole, per il Lagorai, per le Giudicarie, per il Primiero. Vale per ogni pascolo dove si sale d’estate, per ogni baita dove si lavora, per ogni famiglia che tiene viva una tradizione che non è folclore, ma economia, identità, presidio del territorio.

La montagna non vive da sola. Vive se qualcuno la abita, la cura, la mantiene. Le malghe sono questo: la montagna che lavora. E raccontarle significa raccontare il Trentino reale, quello che non si vede dalle città, quello che non si misura solo con i numeri, quello che resiste, quello che produce, quello che tiene insieme paesaggio, comunità e futuro.

15 Agosto 2026 0 Commenti
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