Il paradosso del Payback: l’Autonomia trentina non può restare a guardare

Da Paola Demagri

Immaginate di andare al ristorante, ordinare la cena dal menù, pagare il conto pattuito e, cinque anni dopo, vedervi recapitare la richiesta di saldare il deficit del proprietario del locale. Sembra un paradosso surreale, eppure è esattamente la logica grottesca che regge il payback sui dispositivi medici. Un meccanismo che sta trasformando la buona sanità e il lavoro pulito delle nostre imprese in un conto salatissimo da pagare a posteriori.

La vicenda è nota nei numeri, ma taciuta nella sua gravità politica. Quando il Servizio Sanitario supera il tetto di spesa fissato dallo Stato (un rigido 4,6% del fabbisogno), la legge nazionale impone alle imprese private che hanno fornito bisturi, garze, macchinari per la radioterapia e protesi di ripianare di tasca propria il 50% di quello sforamento. Non si parla di restituzione degli utili, ma di un prelievo forzoso sul fatturato. In un settore dove i margini di guadagno oscillano tra il 7 e il 10%, significa pretendere dalle aziende somme che spesso superano i loro interi profitti. Per il Trentino non parliamo di dettagli trascurabili: sono circa 46 milioni di euro chiesti a un comparto locale di 30 imprese, 600 lavoratori e 350 milioni di fatturato.

Realtà che non hanno speculato, ma che hanno partecipato a gare pubbliche, consegnato materiale salvavita nei nostri ospedali e pagato regolarmente tasse e stipendi. Oggi si chiede loro di coprire i buchi della programmazione pubblica. Il percorso del contenzioso ha ormai travalicato i confini nazionali. Dopo la pioggia di ricorsi ai TAR e la fredda presa d’atto della Corte Costituzionale che ha riconosciuto le enormi criticità del sistema senza però smantellarlo , la palla passa ora ai giudici europei. Le aziende stanno infatti bussando alle porte della Corte di Giustizia dell’UE e della CEDU, denunciando la palese violazione della certezza del diritto e della libertà d’impresa. Ma la giustizia europea ha i suoi tempi, e le nostre PMI rischiano di soffocare molto prima. Qui si misura la vera statura della politica. Non possiamo accettare che la sanità sia messa contro chi la rende possibile ogni giorno nei reparti. Se le imprese falliscono o decidono di abbandonare i bandi pubblici per disperazione, a rimanere senza forniture non saranno i bilanci, ma i nostri ospedali e i nostri cittadini.

È qui che l’Autonomia speciale del Trentino deve ruggire, dimostrando di non essere un semplice arredo istituzionale. La nostra storia ci ha insegnato che quando una norma statale è storta, l’Autonomia ha il dovere politico e morale di fare da scudo. La Provincia non può limitarsi a fare da esattrice per conto dello Stato. Deve guidare il fronte dei territori, pretendere dal Governo il superamento definitivo di questa norma-ghigliottina e congelare nell’immediato le pretese esecutive sulle aziende locali. L’Autonomia non serve a gestire l’ordinario nella bonaccia, ma a proteggere la propria comunità quando arriva la tempesta. Il caso payback è la tempesta perfetta: sta a noi decidere se subirla o governarla.