Dibattito tra protagonisti e protagoniste della politica trentina.

Dibattito tra protagonisti e protagoniste della politica trentina.

Intervengo con profonda preoccupazione, ma soprattutto nel rispetto di un’etica
professionale, culturale e civile che da sempre guida la mia azione politica e il mio impegno
per questa comunità. Il recente e ingiustificato blocco dei progetti di educazione affettiva e
sessuale nelle scuole trentine, unito all’applicazione pedissequa e acritica delle direttive
ministeriali, segna il superamento di un limite non più tollerabile. Sulla scuola e sulla tutela
della salute delle giovani generazioni stiamo rasentando l’intollerabile.
Le ultime decisioni e direttive dell’assessora Gerosa rappresentano l’ennesima ingerenza e un vero e proprio
diktat calato dall’alto, frutto di un’impostazione centralista e ideologica che non appartiene
alla storia e alla cultura d’autonomia della Provincia Autonoma di Trento.
Da consigliera autonomista non posso accettare che nella nostra Provincia vengano
importate e imposte logiche nazionaliste ed estremiste. assistiamo a un continuo
inasprimento e alla circoscrizione della libertà di pensiero e d’insegnamento, con interventi
limitativi che mortificano la professionalità e le competenze che tanti operatori, sanitari e
docenti, hanno costruito in anni di studio e di attività sul campo.
È un’attitudine oscurantista che assomiglia sempre più alle uscite e alle posizioni dell’onorevole Vannacci, del tutto
distanti dall’equilibrio e dallo spirito di servizio di cui il Trentino ha bisogno.
Provo un profondo sdegno per l’operato dell’assessorato e per queste scelte retrograde. Non
sorprende che persino tra gli iscritti di quel partito ci sia chi inizia a sfilarsi: oltre alle questioni
interne di metodo, che non mi riguardano, credo sono forse queste prese di posizione
estremiste a creare sgomento. Ciò che mi capacita ancor meno è il silenzio complice e
l’impassibilità delle liste civiche e delle forze territoriali di centrodestra in Consiglio
provinciale: non basta ‘gufare’ nei corridoi o bisbigliare il proprio malcontento nei banchi
dell’aula, servono atti di responsabilità e prese di posizione chiare per fermare questa deriva.
Come forze di centro-sinistra e autonomiste rimaniamo salde, coerenti e rigorose nella
difesa dei diritti, dell’autonomia scolastica e della salute pubblica.
Ma di fronte all’allarme lanciato chiaramente dall’Ordine delle Ostetriche, di fronte all’agitazione delle
rappresentanze del personale sanitario, dei consultori e degli ordini professionali costretti a
scusarsi per l’applicazione di norme restrittive, diciamo chiaramente che l’unica azione
politica seria da compiere per tutelare la scuola e i nostri giovani è una sola: togliere le
deleghe all’assessora Gerosa. L’appello finale va ai giovani, alle ragazze e ai ragazzi, alle
famiglie e a tutti i cittadini: la libertà di scegliere e di crescere in modo consapevole passa
attraverso la libertà del sapere e dell’informazione. È il momento di far sentire la propria
voce, di scendere in piazza e di difendere il diritto ad un’educazione libera, scientifica e
rispettosa della dignità di ogni persona.
Paola Demagri
Consigliera provinciale Casaautonomia.eu
L’Autonomia provinciale non può e non deve ridursi a una scatola vuota, né essere barattata in nome di logiche politiche di respiro nazionale. È questo il forte messaggio lanciato dai consiglieri provinciali Paola Demagri (prima firmataria, Casa Autonomia), Francesca Parolari (Partito Democratico), Lucia Maestri (Partito Democratico), Lucia Coppola (Alleanza Verdi e Sinistra) e Roberto Malfer (Campobase), che hanno depositato un’interrogazione a risposta scritta per denunciare il progressivo depotenziamento delle prerogative statutarie in materia scolastica.
Al centro dell’iniziativa c’è la gestione delle riforme della scuola, in particolare il recepimento e l’attuazione delle direttive ministeriali nazionali legate alla cosiddetta “riforma Valditara”. Secondo i firmatari dell’atto, la Giunta provinciale sta applicando sul territorio trentino le indicazioni elaborate a livello centrale attraverso mere circolari attuative, scavalcando la centralità e il confronto all’interno del Consiglio provinciale e rinunciando di fatto a esercitare la propria competenza concorrente/complementare garantita dall’articolo 9 dello Statuto di Autonomia. A risultare particolarmente grave e ingiustificabile è il ruolo dell’Assessore alle Politiche per l’Autonomia. Come evidenziato nell’interrogazione, ci si aspetterebbe che chi ricopre una simile delega per giunta rappresentante di un partito territoriale che dell’autogoverno e dello specialismo trentino ha sempre fatto la propria bandiera, sia in prima linea per difendere la specificità locale da qualsiasi ingerenza o omologazione romana. Al contrario, la realtà mostra un Assessore che non presidia né i principi né le competenze assegnati dallo Statuto, accettando senza riserve un modello di uniformazione nazionale. Attraverso questa totale assenza di una presa di posizione pubblica, l’Assessore e la forza politica territoriale che rappresenta mandano un segnale chiaro e preoccupante: quello di trovarsi perfettamente a proprio agio a fianco dei partiti centralisti e statalisti, adeguandosi piattamente alle loro logiche e ai loro diktat.
Un comportamento che solleva interrogativi profondi sul piano politico e culturale: chissà se ai tesserati, ai militanti o ai simpatizzanti di quel partito territoriale sfuggono davvero queste “non sfumature”, che segnano nei fatti una resa dell’identità autonomista.
Con l’interrogazione presentata, i consiglieri Demagri, Parolari, Maestri, Coppola e Malfer chiedono quindi conto alla Giunta e all’Assessore delle azioni concrete intraprese o che s’intendano intraprendere per tutelare l’autonomia scolastica e per spiegare alla comunità e alla storia del Trentino le ragioni di questo prolungato e assordante silenzio.
Paola Demagri (Casaautonomia.eu)
Francesca Parolari (PD del Trentino)
Lucia Maestri (PD del Trentino)
Michele Malfer (Campobase)
Lucia Coppola (AVS)
Questa mattina ho partecipato a un incontro fondamentale che ha messo a nudo una realtà economica e sociale che non possiamo più ignorare.
Le varie forme di povertà finiscono per concentrarsi in precise classi sociali, ponendo un freno drastico all’accesso alle opportunità quotidiane e al futuro delle persone.
Ecco alcuni dei punti e dei dati più significativi su cui riflettere:
Il ceto medio sta scomparendo: Nel 2003 rappresentava il 70% della popolazione; oggi è crollato al 36%. Parallelamente, chi si definisce di “ceto alto” è passato dal 4% al 7%, mentre ben il 20% si percepisce ormai come povero. La percezione della povertà è una condizione reale che va oltre il mero dato reddituale: la povertà, oggi più che mai, si eredita.
Un Paese immerso nell’incertezza: Il 60% degli italiani vive nell’incertezza, il 40% esprime ansia e il 20% — soprattutto nel ceto popolare — prova un profondo senso di rabbia e disgusto.
La gestione dei tagli e l’illusione della normalità: Ognuno taglia quello che può, ma con distinzioni cruciali. Andare al ristorante o concedersi una vacanza non sono più solo svaghi, ma spazi di ricerca di “calma e leggerezza” che rispondono a un bisogno di status. Per non rinunciare a questi momenti, il 48% taglia su tutto il resto, arrivando persino a indebitarsi o a rinviare la manutenzione della casa e dell’auto.
La vergogna e lo stigma: La povertà porta con sé una forte stigmatizzazione sociale: molte persone si vergognano persino di chiedere aiuto alla Caritas. È evidente la necessità di evolvere verso un vero welfare di comunità.
Famiglia e denatalità: Mantenere un figlio costa tra i 350 e i 700 euro al mese, prosciugando in molti casi la metà del bilancio familiare. I giovani rifiutano di fare figli principalmente per l’alto costo della vita e per l’incompatibilità con i ritmi di lavoro. Spesso si parla tanto di “famiglia” — perdendosi in dibattiti ideologici su quelle miste o fluide — senza poi offrire un sostegno concreto.
Dobbiamo fare in modo che le persone e le famiglie che decidono di stare insieme non siano schiacciate dalla pressione economica della povertà.
Per leggere in maniera più approfondita: https://www.iltquotidiano.it/articoli/poverta-il-54-degli-italiani-si-colloca-sotto-il-ceto-medio-dal-2003-la-quota-e-scesa-dal-70-al-37/
Paola Demagri Consigliera Provinciale

In questi giorni si è parlato molto di quanto sta accadendo all’ospedale di Cles. C’è chi ha provato a farlo passare come un caso isolato, un imprevisto, un classico “fulmine a ciel sereno”. Ma la realtà è un’altra: basta guardare i numeri per capire che siamo di fronte a un trend in costante e preoccupante ascesa. Un dato triste, infelice, ma maledettamente veritiero sullo stato di salute della nostra sanità pubblica. A certificarlo non sono le opinioni, ma i numeri ufficiali del report di Anaao Assomed (“Radiografia della sanità pubblica 2015-2025”). Proviamo a leggerli insieme in modo semplice.
📊 COSA DICONO I DATI SUL TRENTINO-ALTO ADIGE
Nel report sindacale, i dati sono aggregati a livello regionale (comprendendo le Province Autonome di Trento e Bolzano):
Dove eravamo nel 2015: Dieci anni fa si registravano 38 dimissioni volontarie in un anno, pari al 2,0% dei medici in servizio.
Dove siamo oggi (2025): Nel 2025 le dimissioni volontarie stimate toccano quota 102, pari al 4,7% dei medici in servizio. Il 2025 rappresenta il vero picco del decennio.
Quasi triplicate: Il numero di medici che sceglie di lasciare il servizio pubblico è pari a 2,7 volte quello del 2015 (un incremento reale del +168%).
L’accelerazione: Dopo anni in cui la percentuale si era mantenuta stabile attorno al 2%, assistiamo a un’impennata improvvisa che porta l’incidenza delle fughe al 4,7%.
📈 IL CONFRONTO CON IL RESTO D’ITALIA
Se qualcuno pensa che “tutto il mondo è paese”, i confronti dicono altro:
Sopra la media nazionale: Con il 4,7%, il nostro territorio supera di gran lunga la media italiana, che si attesta al 3,5%.
Peggio delle regioni vicine: Mettendo a confronto la nostra regione con i territori confinanti, l’incidenza delle dimissioni è nettamente superiore: in Veneto si ferma al 2,7%, in Lombardia e in Emilia-Romagna al 3,2%.
Partenza e crescita: Già nel 2015 il territorio partiva da una quota più alta (2,0% contro l’1,4% nazionale) e la velocità con cui i medici se ne vanno continua a viaggiare a ritmi superiori al resto del Paese.
💬 OLTRE IL DATO: LA RIFLESSIONE POLITICA
Di fronte a questo scenario, quello che è successo a Cles è la naturale conseguenza di anni di miopia.
Non si può governare un settore delicato come quello sanitario continuando ad agire con la logica dell’emergenza perenne. Qui non si governa: si impone. Non si programma: si rattoppa.
Quando le strutture vanno in sofferenza, la risposta della politica non è mai l’ascolto o la valorizzazione del personale, ma la pressione. E anche quando si annunciano “rientri” o soluzioni tampone, il sapore che rimane è quello di un clima di forte condizionamento e forzatura professionale, non certo di una ritrovata attrattività del sistema.
Il ciclo è diventato tragicamente ripetitivo: 👉 Si stufa il personale con turni logoranti e poca valorizzazione; 👉 I medici se ne vanno (e i dati lo confermano); 👉 Si richiama in emergenza con misure d’impatto; 👉 Si cerca affannosamente di coprire le falle, ma nel frattempo si continua a perdere il patrimonio umano e professionale più prezioso.
La sanità pubblica non si salva con i proclami o con gli interventi d’impatto dell’ultimo minuto. Si salva ascoltando i professionisti, garantendo condizioni di lavoro dignitose e programmando il futuro. Continuare a nascondere la testa sotto la sabbia non farà sparire i numeri: serve un cambio di rotta radicale prima che sia troppo tardi.
Paola Demagri Consigliera provinciale
Gruppo Casaautonomia.eu
L’applicazione in terra trentina della legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico (l. 104/2026) attraverso la relativa circolare applicativa inviata ieri alle scuole rappresenta la definitiva resa politica dell’Assessorato all’Istruzione e della Giunta provinciale di fronte ai diktat romani. Un atteggiamento subordinato che cancella decenni di Autonomia speciale in materia scolastica e svilisce la funzione della scuola trentina. Nel merito la legge introduce il requisito del consenso informato preventivo e scritto da parte dei genitori per qualsiasi attività extracurricolare o di ampliamento formativo avente a oggetto i temi della sessualità.
L’Assessora Gerosa e il Dipartimento la considerano direttamente applicabile nell’ambito del sistema educativo provinciale. Ma la PAT non è una semplice articolazione periferica dell’amministrazione statale! Il sistema educativo trentino è caratterizzato da una propria disciplina provinciale e da un’autonomia scolastica che attribuisce alle istituzioni importanti responsabilità nella definizione della propria offerta formativa.
Di fronte a una nuova legge statale destinata a incidere su un settore così delicato, ci si sarebbe quindi attesi dalla Provincia un’analisi approfondita del rapporto tra la nuova disciplina statale e l’ordinamento provinciale, nonché l’individuazione delle modalità con cui esercitare, nei limiti consentiti dall’ordinamento, la propria autonomia. Ma non siamo di fronte solo ad una criticità istituzionale, non si tratta solamente di assistere all’abdicazione all’esercizio della propria autonomia e alla riduzione dell’azione a funzione amministrativa di recepimento, anziché a responsabilità politica e istituzionale di elaborazione di una risposta provinciale.
Si tratta di chiedere perché la Provincia, e quindi l’Assessora e il Dipartimento, non abbiano sviluppato una disciplina applicativa capace di tutelare contemporaneamente il diritto delle famiglie all’informazione, l’autonomia scolastica, la libertà di insegnamento e il diritto degli studenti a una formazione adeguata in un ambito che richiede con urgenza un ruolo attivo e centrale da parte della scuola! Perchè è l’impianto culturale e pedagogico della norma ad essere gravemente limitato: l’educazione alla sessualità non può essere ridotta a una questione puramente autorizzativa o confinata alla sfera privata e familiare!
Il problema non è il diritto delle famiglie a essere informate. Quel diritto deve essere garantito. Il problema è che l’informazione rischia di trasformarsi in un vero e proprio potere di veto su attività che hanno una rilevante funzione educativa e preventiva. Le audizioni degli esperti sul disegno di legge di iniziativa popolare sull’educazione affettiva e alla parità di genere, tenutesi ieri curiosamente in contemporanea all’emanazione della circolare e in assenza sia dell’Assessora Gerosa che dei vertici del Dipartimento evidentemente impegnati tutti ad accondiscendere alle direttive romane, hanno invece attestato in modo corale la necessità e l’urgenza di costruire percorsi interdisciplinari di educazione relazionale alla parità e al rispetto delle differenze di genere, offerti dentro la scuola a tutti/e, quindi in modo universale!
Particolarmente preoccupante inoltre è l’impatto sulla scuola dell’infanzia, laddove l’approccio a questi temi è dalla legge, e quindi dalla circolare, addirittura vietato. I bambini e le bambine della scuola dell’infanzia sono nel pieno della fase evolutiva di costruzione del proprio “Io”, processo identitario che non può prescindere dal riconoscimento della propria sessualità. Non accompagnando ciò si fa un grave danno evolutivo! Non si tratta di educazione sessuale in termini di trasmissione di nozioni ed informazioni, ma di educazione sessuale in termini identitari e questa DEVE essere contemplata nella scuola dell’infanzia anche per evitare l’instaurarsi di una rappresentazione e definizione di ruoli stereotipati già a questa età.
Non aver esercitato l’autonomia in questo segmento – dove la competenza legislativa è addirittura primaria – e essersi adeguati al divieto nazionale rappresenta un errore imperdonabile, che può essere generatore di gravi conseguenze sugli apprendimenti e sulla crescita equilibrata dei bambini, specie di quelli provenienti da situazioni di fragilità.
Abbracciare le direttive nazionali è scelta deliberata dell’Assessora Gerosa che preferisce seguire i dettami del suo partito piuttosto che valorizzare l’autonomia trentina elaborando una risposta educativa propria. Risposta capace di tenere insieme diritti delle famiglie, autonomia della scuola e diritto degli studenti a un’educazione completa e moderna anche nella sfera delle relazioni e dell’affettività, come chiesto dalle migliaia di cittadini e cittadine che hanno convintamente sostenuto il disegno di legge sull’educazione relazionale a scuola.
Se l’Assessora Gerosa avesse ascoltato le audizioni di ieri avrebbe compreso l’enormità dell’errore che sta compiendo a danno della scuola trentina e di chi la vive ogni giorno ed avrebbe evitato di dare uno schiaffo plateale ai circa ottomila mila trentini che hanno sottoscritto il disegno di legge di iniziativa popolare.
Lucia Maestri e Francesca Parolari (PD del Trentino)
Michele Malfer (Campobase)
Paola Demagri (Casa Autonomia.eu)
Lucia Coppola (AVS)
Ascolta il podcast nella puntata di oggi dedicata alla scuola.
la risposta dell’assessora Francesca Gerosa all’interrogazione della consigliera Paola Demagri sull’internazionalizzazione del sistema scolastico trentino offre alcuni dati che meritano una riflessione.
Nell’ultimo quinquennio sono stati circa 60 gli studenti provenienti dall’estero che hanno frequentato istituti secondari di secondo grado del Trentino nell’ambito di programmi di mobilità internazionale di medio e lungo periodo. Si tratta quindi di una media di circa 12 studenti all’anno in tutto il territorio provinciale; tale è un dato da rapportare ai 21.821 studenti che frequentano la scuola secondaria di secondo grado in Trentino, escludendo l’istruzione e formazione professionale.
È un dato che non può lasciare indifferenti. La stessa assessora Gerosa definisce i numeri assoluti «ancora contenuti» ed evidenzia una crescita nell’ultimo biennio; resta però il fatto che, in cinque anni, gli studenti stranieri accolti nelle nostre scuole sono stati circa sessanta.
Un altro dato fornito nella risposta permette una riflessione ulteriore. Nello stesso periodo 472 studenti trentini hanno beneficiato di borse provinciali per esperienze all’estero pari o superiori a un quadrimestre. I due dati non sono perfettamente confrontabili perché misurano fenomeni diversi. Restituiscono però una fotografia interessante: la mobilità dei nostri studenti verso l’estero appare molto più strutturata rispetto alla capacità di attrarre studenti stranieri in Trentino.
Anche il quadro nazionale invita a riflettere. Secondo il Rapporto 2025 dell’Osservatorio Nazionale sull’Internazionalizzazione delle Scuole e la Mobilità Studentesca l’indice di internazionalizzazione delle scuole italiane è salito a 52 punti rispetto ai 37 della prima rilevazione del 2009. Il 55% degli istituti italiani ha inoltre almeno uno studente in mobilità individuale di lunga durata. Nel Nord Italia la percentuale arriva al 67%. Di fronte a questi numeri viene spontaneo chiedersi: dove si colloca il Trentino in questo percorso?
La risposta dell’assessora indica inoltre la necessità di un vero e proprio «ecosistema territoriale» per favorire la mobilità in ingresso. Servono famiglie ospitanti, scuole, enti intermediari e reti locali. Serve quindi una capacità di accoglienza che vada oltre la singola scuola o il singolo progetto.
Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe interessante conoscere le intenzioni della Provincia: esiste la volontà di costruire una rete territoriale stabile per l’accoglienza degli studenti stranieri?
Una rete di questo tipo potrebbe mettere in relazione scuole, famiglie, associazioni, enti locali e soggetti che già si occupano di mobilità internazionale. Potrebbe rendere più semplice l’arrivo degli studenti e aumentare la capacità del Trentino di presentarsi come territorio aperto e attrattivo. I vantaggi, in questo caso, si vedrebbero soprattutto nel medio e lungo periodo.
C’è poi il tema del monitoraggio. La risposta fornisce il dato complessivo dei «circa 60 studenti» e segnala una crescita nell’ultimo biennio. Non emerge però un quadro sufficientemente dettagliato delle mobilità, in entrata e in uscita, da permettere di valutare con continuità l’andamento del fenomeno.
La stessa assessora Gerosa, parlando delle mobilità in uscita, richiama infatti «l’assenza, allo stato attuale, di una rilevazione unica di tutte le mobilità brevi». Per quanto riguarda invece la mobilità di lunga durata degli studenti trentini, precisa che «i dati disponibili si riferiscono alle borse di studio erogate dalla Provincia».
Ed è proprio qui che nasce un’altra domanda: stiamo misurando davvero il fenomeno della mobilità oppure riusciamo a ricostruirne solo una parte perché collegata a una spesa pubblica?
In tempi di banche dati ed intelligenza artificiale, è possibile che per conoscere la mobilità degli studenti dobbiamo ancora affidarci alle «ricevute» delle borse di studio?
Se l’internazionalizzazione viene considerata una leva di qualità formativa, apertura culturale e competitività territoriale, allora anche la capacità di attrarre studenti dall’estero e quella di permettere ai nostri studenti di approfondire la propria formazione fuori dal Trentino dovrebbero essere misurate e accompagnate con attenzione.
Tornando all’attrattività delle nostre scuole: sessanta studenti stranieri in cinque anni sono un risultato sufficiente oppure rappresentano un potenziale ancora largamente inesplorato?
Credo che questa sia la domanda da cui partire. Non solo per aumentare un numero ma per capire quale ruolo vogliamo dare all’internazionalizzazione nella scuola trentina.
Valentino Inama
Coordinatore Giovani
Movimento Casa Autonomia.eu
la Giunta si assuma le proprie responsabilità e inizi a dare risposte
È arrivata l’ora che la Giunta la smetta di tergiversare e di giocare allo scaricabile con l’Azienda sanitaria e si assuma le proprie responsabilità nei confronti sia dei cittadini, che sempre più spesso faticano ad accedere alle cure, che del personale sanitario, già sovraccarico e ora alle prese con disservizi pressoché quotidiani.
I gravi malfunzionamenti informatici, che da oltre un anno impattano sull’accesso alle cure e sull’erogazione delle stesse, con un aumentato rischio clinico, sono solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno: tempi di attesa eterni per troppe visite ed esami, con sempre maggiore ricorso al privato; pronto soccorso sovraffollati e con frequenti esplosioni di aggressività; carenza di personale – a partire da infermieri e MMG – e scarsa capacità di trattenerlo e attrarlo, specie nelle valli dove chiudono servizi e posti letto; riorganizzazione territoriale che resta più sulla carta che nei fatti, con Case della Comunità che ad oggi restano poliambulatori; integrazione sociosanitaria solo sulla carta – si veda il disastro dell’appalto per l’assistenza domiciliare – ; non autosufficienza in crescita esponenziale e ritardo nel farsene carico con carenza di supporti alle famiglie; esplosione dei problemi di salute mentale e mancata riorganizzazione e potenziamento delle risposte.
Di fronte a questo quadro, se oggi la nostra sanità pubblica riesce ancora a dare risposte di qualità – almeno per chi riesce ad accedervi – è solo per la dedizione e la professionalità di chi vi lavora. Per il resto manca una regia politica e organizzativa su tutte le questioni citate che oggi determina la sanità in affanno che è sotto gli occhi di tutti.
Dopo otto anni di presidenza Fugatti e dopo tre anni di Tonina assessore alla salute è chiaro di chi siano le responsabilità!
Certo che nella partita della malagestione rientrano anche i vertici di ASUIT, ma è la politica con il suo primato ad averli nominati e messi in quelle posizioni: non funziona il rimpallo di responsabilità, che tra l’altro non ha nemmeno sortito alcun effetto sull’Azienda.

L’inadeguatezza di un presidente, che sui temi della sanità ha mostrato tutta la sua evanescenza, occupato da sempre solo a difendere la figura del direttore generale di ASUIT, l’abbiamo (ri)vista al tavolo coi sindacati. Così come abbiamo visto e vediamo da troppo tempo un assessore che asseconda sempre a parole le richieste di sindacati, ordini, rappresentanze dei pazienti, minoranze, ma che nei fatti fa poco o niente. Un copione che non regge più.
Nessuno di noi ha mai detto che sia semplice affrontare i tanti temi legati a salute e sanità, ma da qualche parte bisogna pure iniziare.
Da anni come minoranze proponiamo di fare il punto con gli Stati generali della sanità, per costruire in maniera condivisa con tutti i portatori di interesse le strategie necessarie per dare risposte ai tanti problemi che attanagliano la sanità e quindi ai bisogni di salute della popolazione. Un percorso sul quale si era preso l’impegno l’assessore e che poteva incrociare quello della definizione del Piano provinciale per la salute 2026-2036, visto che l’attuale è ormai scaduto da un anno. Ma ancora una volta quelle dell’assessore si rivelano essere parole al vento.
Le solite chiacchiere di cui non se ne può più!
Tante sono le questioni aperte sulle quali ragionare per trovare SOLUZIONI. Tra queste:
Casa Autonomia e il gruppo “Fare Scuola” intervengono sulla proposta della soglia del 30% di studenti stranieri sostenuta dal Governo Meloni e dall’assessora Gerosa: «Fissare tetti burocratici è facile, investire nelle competenze e nelle comunità richiede coraggio. Serve un’Autonomia capace di governare la complessità, non di rincorrere la propaganda.»
Ogni volta che l’assessora Gerosa interviene sul tema della scuola, viene da chiedersi quale sia davvero l’idea di istruzione che sta perseguendo. Osservando le scelte compiute in questi anni, le polemiche alimentate e le continue messe in discussione dell’autonomia scolastica e delle professionalità dei nostri istituti, emerge la sensazione che esista un disegno preciso: ridurre la complessità della scuola trentina a una sequenza di slogan utili alla politica nazionale, anziché valorizzarne le competenze, le esperienze e le capacità di risposta ai problemi reali. Sembra quasi che all’inizio della legislatura sia stato stabilito un indirizzo preciso: “La scuola trentina deve cambiare volto”. Ma cambiare volto per diventare cosa? Più autonoma o più dipendente? Più capace di affrontare i problemi o più condizionata dalle campagne mediatiche del momento? Più vicina ai bisogni dei territori o più appiattita sulle parole d’ordine che arrivano da Roma?
L’ultima proposta di introdurre una soglia massima del 30% di studenti stranieri nelle classi, sostenuta dal Governo Meloni e rilanciata in Trentino dall’assessora Gerosa, si colloca perfettamente dentro questa impostazione. Ancora una volta la destra sceglie la strada più semplice: quella dello slogan. È una misura che parla alla pancia delle persone, intercetta paure e percezioni diffuse e offre una risposta apparentemente semplice a problemi complessi. Si individua un problema, si individua un responsabile apparente e si suggerisce una soluzione immediata. È il meccanismo classico del populismo: semplificare fino a impedire il pensiero critico.
Noi di Casa Autonomia non intendiamo rispondere con uno slogan opposto. Non ci interessa fare contro-populismo. Crediamo invece che la politica debba aiutare i cittadini a comprendere la complessità. Le riflessioni che proponiamo nascono dal lavoro del gruppo “Fare Scuola” di Casa Autonomia, composto da persone che la scuola la conoscono davvero perché l’hanno insegnata, diretta, amministrata e vissuta. La nostra non è una posizione ideologica, ma un ragionamento costruito attraverso esperienze concrete e professionalità.
Partiamo da un punto importante: Meloni e Gerosa mettono il dito su una questione reale. Esistono scuole e territori in cui si concentrano situazioni complesse. Esistono classi in cui la presenza di alunni con difficoltà linguistiche, sociali o culturali richiede attenzioni particolari, così come richiedono attenzione gli studenti con disabilità o fragilità. La scuola non è tutta uguale e negare questa complessità sarebbe un errore. Ma una cosa è la diagnosi, altra cosa è la cura. Quando si parla di educazione e inclusione c’è un passaggio che viene sistematicamente saltato: l’ascolto di chi nella scuola lavora ogni giorno (docenti, dirigenti, educatori, famiglie). La scuola sa già cosa serve: classi meno numerose, insegnanti preparati e stabilizzati, mediatori culturali e percorsi di alfabetizzazione linguistica, formazione continua e figure dedicate all’inclusione, progetti che coinvolgano famiglie e territori.
Tutte queste misure rientrano già oggi nelle competenze delle istituzioni scolastiche e dell’autonomia trentina, ma richiedono risorse economiche. Negli ultimi anni abbiamo assistito invece a un drastico ridimensionamento degli investimenti: la formazione linguistica degli adulti stranieri è stata ridotta.
Eppure la presenza di studenti stranieri nelle scuole trentine non è una novità: già dagli anni Novanta la scuola ha saputo accogliere e costruire percorsi di successo con serietà e intelligenza. Le esperienze raccolte dal gruppo “Fare Scuola” raccontano una scuola trentina che ha sempre saputo innovare: a Canova, insegnanti e amministratori si sono impegnati per creare occasioni di incontro tra ragazzi e famiglie nei quartieri, nelle associazioni e nello sport ; a Lavis, la dirigenza scolastica creò un consorzio sostenuto da Cassa Rurale, Comune e scuola per offrire corsi di italiano agli immigrati e alle donne (recuperando anche l’ex appartamento del custode), oltre a percorsi di lingua e informatica; a Gardolo, nei primi anni Duemila, si organizzarono docenti referenti per l’integrazione, accompagnamento delle famiglie e iniziative come la “scuola del pane”, luogo di incontro tra mamme.
Tutto questo dimostra che la scuola sa cosa fare da oltre trent’anni. Non mancano le competenze né le idee: mancano le risorse economiche e la volontà politica di investire.
La proposta del 30% appare non solo inefficace, ma pericolosa. Applicarla concretamente solleva interrogativi insormontabili:una volta superata la soglia, chi verrebbe trasferito e con quali criteri? Chi si farebbe carico dei costi del trasporto e in quali scuole lontane andrebbero mandati i bambini? Perché utilizzare la categoria burocratica di “studente straniero” anziché valutare le effettive difficoltà linguistiche o educative?
Il rischio è creare sradicamento, frammentazione sociale, traffico e costi aggiuntivi senza risolvere il problema. Come autonomisti, crediamo che la presenza di culture differenti non sia solo una sfida, ma una straordinaria opportunità di crescita. Un’Autonomia moderna, aperta e progressista non deve avere paura della complessità, ma deve saperla governare. Sotto il tappeto dello slogan del 30% si nascondono i veri tagli: carenza di finanziamenti, mancanza di insegnanti formati e disinteresse verso le potenzialità dell’Autonomia scolastica trentina. La vera domanda non è quanti studenti stranieri possano stare in una classe, ma di cosa abbia bisogno la scuola per funzionare meglio e garantire il successo formativo di tutti.
Il punto è che riconoscere un problema non equivale a risolverlo. E qui emerge la distanza tra chi utilizza le difficoltà della scuola per costruire consenso e chi invece prova a trovare soluzioni. La politica dovrebbe interrogarsi su ciò di cui le scuole hanno bisogno per affrontare queste situazioni. Invece la discussione viene spostata sul numero degli studenti stranieri presenti in una classe, come se fosse quello il cuore della questione.
La domanda da porre dovrebbe essere un’altra: le scuole dispongono delle risorse necessarie per rispondere ai bisogni educativi che incontrano? Hanno abbastanza insegnanti formati? Possono contare su mediatori culturali, su percorsi di alfabetizzazione linguistica, su classi meno numerose, su attività di supporto, su formazione continua e su strumenti adeguati? Perché se la risposta è no, allora il problema non è la presenza di studenti stranieri. Il problema è la scelta politica di non investire sufficientemente nella scuola.
Ascolta la puntata completa del podcast. La scuola merita un confronto serio, non soluzioni di facciata.
Paola Demagri Consigliera provinciale e
il Gruppo “fare scuola” di Casaautonomia.eu
Oggi depositiamo il disegno di legge unificato frutto della mia proposta e di quella della collega Coppola, sostenuto da tutto il centro-sinistra per istituire ufficialmente il Servizio di Psicologia delle Cure Primarie in Trentino.
I bonus e le misure d’emergenza non bastano più: servono strutture permanenti.
1 psicologo ogni 4 medici di medicina generale Presidio gratuito e diffuso nelle Case della Comunità, negli ambulatori e a domicilio
Prevenzione e diagnosi precoce al fianco di medici, pediatri, scuole e servizi sociali
I dati di ASUIT parlano chiaro: in Trentino il 4% della popolazione (19.000 persone) soffre di sintomi depressivi e 1 giovane su 10 tra i 11 e i 17 anni mostra segni di disagio.
Dopo tre anni di attesa, è il momento di portare il testo in Commissione e poi in Aula.
Ascolta la puntata completa del podcast per conoscere tutti i dettagli del DDL![]()
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