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Consiglio

Circolare di applicazione della “legge Valditara”: sotto attacco la prevenzione sanitaria e le attività dell’Azienda Sanitaria (ASUIT) rivolte agli studenti.

Da Paola Demagri 8 Ottobre 2026

L’applicazione pedissequa e burocratica della “legge Valditara” attraverso la recente circolare provinciale sta producendo una sostanziale paralisi dell’offerta formativa nelle scuole trentine, dalle primarie alle secondarie, portando con sé un danno diretto e gravissimo al sistema della prevenzione sanitaria pubblica. A farne le spese sono in primo luogo le storiche e pluridecennali attività di educazione alla salute, all’affettività e alle relazioni svolte dagli operatori dei consultori dell’Azienda Sanitaria (ASUIT). 

A denunciarlo sono le consigliere provinciali Francesca Parolari e Lucia Maestri (PD del Trentino), Paola Demagri (Casa Autonomia.eu), Lucia Coppola (AVS) e il consigliere Michele Malfer (Campobase) che hanno depositato un’interrogazione a risposta scritta indirizzata alla Giunta provinciale. 

Le consigliere e il consigliere accendono i riflettori in particolare sulle conseguenze dell’obbligo – introdotto dalla circolare ad anno scolastico già avviato – di sottoporre al vaglio dei Consigli d’Istituto i curricula vitae e le schede dettagliate dei singoli formatori dell’Azienda Sanitaria. 

Si tratta di una richiesta palesemente debordante e del tutto priva di fondamento. 

Gli operatori dei consultori sono dipendenti pubblici e professionisti della salute la cui qualifica, professionalità e competenza sono già ufficialmente certificate dal Servizio Sanitario di appartenenza. Sottoporre specialisti dell’ASUIT alla valutazione discrezionale degli organi scolastici declassa il ruolo delle istituzioni sanitarie e compromette uno spazio protetto fondamentale per affrontare temi cruciali quali la salute riproduttiva, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, la contraccezione e l’educazione alle relazioni. 

Venendo meno la storica collaborazione tra scuola e consultori, si danneggia gravemente la funzione primaria della sanità pubblica di prevenzione e tutela dei giovanissimi, abbandonandoli a fonti d’informazione sregolate e prive di valore educativo. 

Il problema, tuttavia, riguarda trasversalmente l’intero sistema scolastico: la circolare, oltre a vietare i percorsi di educazione affettiva anche nella scuola primaria, sta generando un impatto organizzativo insostenibile. 

Oltre all’imponenza delle procedure di autorizzazione e condivisione dei materiali, gli istituti si trovano di fronte all’impossibilità gestionale di garantire attività didattiche alternative per gli studenti i cui genitori non sottoscrivano il consenso. La cronica assenza di ore-insegnante e di personale a disposizione rende ingestibile l’organizzazione di lezioni parallele. Di conseguenza, pur di evitare un paralizzante carico burocratico e il rischio di contenziosi con le famiglie, diverse dirigenze scolastiche stanno optando per la scelta drastica di annullare del tutto i progetti formativi. 

Nell’interrogazione presentata, Parolari, Maestri, Malfer, Demagri e Coppola sollecitano la Giunta provinciale a chiarire: 

  • su quali basi giuridiche ed amministrative si pretenda di sottoporre la qualifica e il lavoro dei dipendenti sanitari pubblici dell’ASUIT al vaglio dei Consigli d’Istituto; 
  • quali iniziative urgenti si intenda intraprendere per ripristinare pienamente e senza ostacoli la funzione di prevenzione sanitaria svolta dai consultori sul territorio provinciale; 
  • come intenda la Giunta risolvere il grave impatto organizzativo e burocratico generato sulle scuole, in particolare rispetto all’impossibilità di garantire le attività didattiche alternative per gli studenti non partecipanti; 
  • quali azioni si vogliano adottare per salvaguardare il valore e la storicità del modello educativo e sanitario trentino rispetto a un’impostazione che rischia di penalizzare la crescita consapevole delle giovani generazioni. 

Le  Consigliere e il Consigliere provinciali:

  • Francesca Parolari (PD del Trentino) 
  • Lucia Maestri (PD del Trentino) 
  • Michele Malfer (Campobase) 
  • Paola Demagri (Casa Autonomia.eu) 
  • Lucia Coppola (AVS) 
8 Ottobre 2026 0 Commenti
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📌 A PROPOSITO DI DIMISSIONI… DATI AUTOREVOLI SUI QUALI RIFLETTERE

Da Paola Demagri 3 Ottobre 2026

In questi giorni si è parlato molto di quanto sta accadendo all’ospedale di Cles. C’è chi ha provato a farlo passare come un caso isolato, un imprevisto, un classico “fulmine a ciel sereno”. Ma la realtà è un’altra: basta guardare i numeri per capire che siamo di fronte a un trend in costante e preoccupante ascesa. Un dato triste, infelice, ma maledettamente veritiero sullo stato di salute della nostra sanità pubblica. A certificarlo non sono le opinioni, ma i numeri ufficiali del report di Anaao Assomed (“Radiografia della sanità pubblica 2015-2025”). Proviamo a leggerli insieme in modo semplice.


📊 COSA DICONO I DATI SUL TRENTINO-ALTO ADIGE
Nel report sindacale, i dati sono aggregati a livello regionale (comprendendo le Province Autonome di Trento e Bolzano):
Dove eravamo nel 2015: Dieci anni fa si registravano 38 dimissioni volontarie in un anno, pari al 2,0% dei medici in servizio.
Dove siamo oggi (2025): Nel 2025 le dimissioni volontarie stimate toccano quota 102, pari al 4,7% dei medici in servizio. Il 2025 rappresenta il vero picco del decennio.
Quasi triplicate: Il numero di medici che sceglie di lasciare il servizio pubblico è pari a 2,7 volte quello del 2015 (un incremento reale del +168%).
L’accelerazione: Dopo anni in cui la percentuale si era mantenuta stabile attorno al 2%, assistiamo a un’impennata improvvisa che porta l’incidenza delle fughe al 4,7%.


📈 IL CONFRONTO CON IL RESTO D’ITALIA
Se qualcuno pensa che “tutto il mondo è paese”, i confronti dicono altro:
Sopra la media nazionale: Con il 4,7%, il nostro territorio supera di gran lunga la media italiana, che si attesta al 3,5%.
Peggio delle regioni vicine: Mettendo a confronto la nostra regione con i territori confinanti, l’incidenza delle dimissioni è nettamente superiore: in Veneto si ferma al 2,7%, in Lombardia e in Emilia-Romagna al 3,2%.
Partenza e crescita: Già nel 2015 il territorio partiva da una quota più alta (2,0% contro l’1,4% nazionale) e la velocità con cui i medici se ne vanno continua a viaggiare a ritmi superiori al resto del Paese.


💬 OLTRE IL DATO: LA RIFLESSIONE POLITICA
Di fronte a questo scenario, quello che è successo a Cles è la naturale conseguenza di anni di miopia.
Non si può governare un settore delicato come quello sanitario continuando ad agire con la logica dell’emergenza perenne. Qui non si governa: si impone. Non si programma: si rattoppa.
Quando le strutture vanno in sofferenza, la risposta della politica non è mai l’ascolto o la valorizzazione del personale, ma la pressione. E anche quando si annunciano “rientri” o soluzioni tampone, il sapore che rimane è quello di un clima di forte condizionamento e forzatura professionale, non certo di una ritrovata attrattività del sistema.
Il ciclo è diventato tragicamente ripetitivo: 👉 Si stufa il personale con turni logoranti e poca valorizzazione; 👉 I medici se ne vanno (e i dati lo confermano); 👉 Si richiama in emergenza con misure d’impatto; 👉 Si cerca affannosamente di coprire le falle, ma nel frattempo si continua a perdere il patrimonio umano e professionale più prezioso.


La sanità pubblica non si salva con i proclami o con gli interventi d’impatto dell’ultimo minuto. Si salva ascoltando i professionisti, garantendo condizioni di lavoro dignitose e programmando il futuro. Continuare a nascondere la testa sotto la sabbia non farà sparire i numeri: serve un cambio di rotta radicale prima che sia troppo tardi.

Studio AnaaodemografiamedicaDownload

Paola Demagri Consigliera provinciale

Gruppo Casaautonomia.eu

3 Ottobre 2026 0 Commenti
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MENO SLOGAN, PIÙ SCUOLA: LA RISPOSTA AI PROBLEMI NON È UN TETTO, MA INVESTIMENTI E AUTONOMIA

Da Paola Demagri 22 Settembre 2026

Casa Autonomia e il gruppo “Fare Scuola” intervengono sulla proposta della soglia del 30% di studenti stranieri sostenuta dal Governo Meloni e dall’assessora Gerosa: «Fissare tetti burocratici è facile, investire nelle competenze e nelle comunità richiede coraggio. Serve un’Autonomia capace di governare la complessità, non di rincorrere la propaganda.»

Ogni volta che l’assessora Gerosa interviene sul tema della scuola, viene da chiedersi quale sia davvero l’idea di istruzione che sta perseguendo. Osservando le scelte compiute in questi anni, le polemiche alimentate e le continue messe in discussione dell’autonomia scolastica e delle professionalità dei nostri istituti, emerge la sensazione che esista un disegno preciso: ridurre la complessità della scuola trentina a una sequenza di slogan utili alla politica nazionale, anziché valorizzarne le competenze, le esperienze e le capacità di risposta ai problemi reali. Sembra quasi che all’inizio della legislatura sia stato stabilito un indirizzo preciso: “La scuola trentina deve cambiare volto”. Ma cambiare volto per diventare cosa? Più autonoma o più dipendente? Più capace di affrontare i problemi o più condizionata dalle campagne mediatiche del momento? Più vicina ai bisogni dei territori o più appiattita sulle parole d’ordine che arrivano da Roma?

L’ultima proposta di introdurre una soglia massima del 30% di studenti stranieri nelle classi, sostenuta dal Governo Meloni e rilanciata in Trentino dall’assessora Gerosa, si colloca perfettamente dentro questa impostazione. Ancora una volta la destra sceglie la strada più semplice: quella dello slogan. È una misura che parla alla pancia delle persone, intercetta paure e percezioni diffuse e offre una risposta apparentemente semplice a problemi complessi. Si individua un problema, si individua un responsabile apparente e si suggerisce una soluzione immediata. È il meccanismo classico del populismo: semplificare fino a impedire il pensiero critico.

Noi di Casa Autonomia non intendiamo rispondere con uno slogan opposto. Non ci interessa fare contro-populismo. Crediamo invece che la politica debba aiutare i cittadini a comprendere la complessità. Le riflessioni che proponiamo nascono dal lavoro del gruppo “Fare Scuola” di Casa Autonomia, composto da persone che la scuola la conoscono davvero perché l’hanno insegnata, diretta, amministrata e vissuta. La nostra non è una posizione ideologica, ma un ragionamento costruito attraverso esperienze concrete e professionalità.

Partiamo da un punto importante: Meloni e Gerosa mettono il dito su una questione reale. Esistono scuole e territori in cui si concentrano situazioni complesse. Esistono classi in cui la presenza di alunni con difficoltà linguistiche, sociali o culturali richiede attenzioni particolari, così come richiedono attenzione gli studenti con disabilità o fragilità. La scuola non è tutta uguale e negare questa complessità sarebbe un errore. Ma una cosa è la diagnosi, altra cosa è la cura. Quando si parla di educazione e inclusione c’è un passaggio che viene sistematicamente saltato: l’ascolto di chi nella scuola lavora ogni giorno (docenti, dirigenti, educatori, famiglie). La scuola sa già cosa serve: classi meno numerose, insegnanti preparati e stabilizzati, mediatori culturali e percorsi di alfabetizzazione linguistica, formazione continua e figure dedicate all’inclusione, progetti che coinvolgano famiglie e territori.

Tutte queste misure rientrano già oggi nelle competenze delle istituzioni scolastiche e dell’autonomia trentina, ma richiedono risorse economiche. Negli ultimi anni abbiamo assistito invece a un drastico ridimensionamento degli investimenti: la formazione linguistica degli adulti stranieri è stata ridotta.

Eppure la presenza di studenti stranieri nelle scuole trentine non è una novità: già dagli anni Novanta la scuola ha saputo accogliere e costruire percorsi di successo con serietà e intelligenza. Le esperienze raccolte dal gruppo “Fare Scuola” raccontano una scuola trentina che ha sempre saputo innovare: a Canova, insegnanti e amministratori si sono impegnati per creare occasioni di incontro tra ragazzi e famiglie nei quartieri, nelle associazioni e nello sport ; a Lavis, la dirigenza scolastica creò un consorzio sostenuto da Cassa Rurale, Comune e scuola per offrire corsi di italiano agli immigrati e alle donne (recuperando anche l’ex appartamento del custode), oltre a percorsi di lingua e informatica; a Gardolo, nei primi anni Duemila, si organizzarono docenti referenti per l’integrazione, accompagnamento delle famiglie e iniziative come la “scuola del pane”, luogo di incontro tra mamme.

Tutto questo dimostra che la scuola sa cosa fare da oltre trent’anni. Non mancano le competenze né le idee: mancano le risorse economiche e la volontà politica di investire.

La proposta del 30% appare non solo inefficace, ma pericolosa. Applicarla concretamente solleva interrogativi insormontabili:una volta superata la soglia, chi verrebbe trasferito e con quali criteri? Chi si farebbe carico dei costi del trasporto e in quali scuole lontane andrebbero mandati i bambini? Perché utilizzare la categoria burocratica di “studente straniero” anziché valutare le effettive difficoltà linguistiche o educative?

Il rischio è creare sradicamento, frammentazione sociale, traffico e costi aggiuntivi senza risolvere il problema. Come autonomisti, crediamo che la presenza di culture differenti non sia solo una sfida, ma una straordinaria opportunità di crescita. Un’Autonomia moderna, aperta e progressista non deve avere paura della complessità, ma deve saperla governare. Sotto il tappeto dello slogan del 30% si nascondono i veri tagli: carenza di finanziamenti, mancanza di insegnanti formati e disinteresse verso le potenzialità dell’Autonomia scolastica trentina. La vera domanda non è quanti studenti stranieri possano stare in una classe, ma di cosa abbia bisogno la scuola per funzionare meglio e garantire il successo formativo di tutti.

Il punto è che riconoscere un problema non equivale a risolverlo. E qui emerge la distanza tra chi utilizza le difficoltà della scuola per costruire consenso e chi invece prova a trovare soluzioni. La politica dovrebbe interrogarsi su ciò di cui le scuole hanno bisogno per affrontare queste situazioni. Invece la discussione viene spostata sul numero degli studenti stranieri presenti in una classe, come se fosse quello il cuore della questione.

La domanda da porre dovrebbe essere un’altra: le scuole dispongono delle risorse necessarie per rispondere ai bisogni educativi che incontrano? Hanno abbastanza insegnanti formati? Possono contare su mediatori culturali, su percorsi di alfabetizzazione linguistica, su classi meno numerose, su attività di supporto, su formazione continua e su strumenti adeguati? Perché se la risposta è no, allora il problema non è la presenza di studenti stranieri. Il problema è la scelta politica di non investire sufficientemente nella scuola.

Ascolta la puntata completa del podcast. La scuola merita un confronto serio, non soluzioni di facciata.

https://t.me/paola_demagri/87

Paola Demagri Consigliera provinciale e
il Gruppo “fare scuola” di Casaautonomia.eu

22 Settembre 2026 0 Commenti
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Finanziamento da 300mila euro a Cavareno e Romeno: la Giunta chiarisca criteri ed equità. Qual è la politica per la finanza locale?

Da Paola Demagri 15 Settembre 2026

L’accordo di “gestione distrettualizzata” tra i Comuni di Cavareno e Romeno ha riportato al centro del dibattito la vera ed enorme emergenza dei Comuni trentini: la drammatica carenza di personale e la mancanza di competenze per affrontare sfide complesse, a partire dalla gestione dei fondi del PNRR, a cui molte amministrazioni hanno dovuto rinunciare proprio per carenza di organico e segretari comunali ormai perennemente a scavalco.

I due Comuni hanno cercato una strada per garantire continuità ai servizi ed efficienza alla macchina amministrativa. Ciò che lascia profondamente perplessi e basiti non è lo sforzo di riorganizzazione, ma il metodo discrezionale adottato dalla Giunta provinciale nell’assegnazione delle risorse.

Come si giustifica lo stanziamento straordinario di 300 mila euro di soldi pubblici riservato esclusivamente a questo progetto? Soltanto Cavareno e Romeno avevano questa esigenza?

Per fare chiarezza ho provveduto a depositare un’interrogazione consiliare per chiedere alla Giunta: se la stessa opportunità di finanziamento sia stata data a tutti gli altri Comuni del Trentino e con quale grado di informazione e trasparenza. Quali siano i criteri oggettivi utilizzati per l’assegnazione di questo corposo contributo e se il Consiglio delle Autonomie Locali sia stato coinvolto o abbia espresso un parere su questa erogazione. Se e come la Provincia intenda rispondere qualora altri Comuni in gestione associata chiedessero da domani mattina un analogo sostegno economico per le proprie attività.

Il provvedimento appare privo di equità e di una reale programmazione. A dieci anni dalle prime fusioni, alcune delle quali complesse e bisognose di supporto (come nel caso del Comune di Predaia), in questi anni di governo leghista non si è visto alcun interesse per esse, né alcun impegno a sostenere quelle in essere o a favorirne di nuove. Il tutto affiancato dalla constatazione che le gestioni associate non abbiano reso quanto sperato. Ora la Giunta spunta con una “terza via” finanziata generosamente. Il rischio di questo ennesimo “bonus spot” è evidente: di fronte a finanziamenti di questa entità per chi non si fonde, quale segnale si dà a chi ha fatto la scelta coraggiosa della fusione? Perché non dovrebbero valutare di tornare indietro verso forme di gestione distrettualizzata pur di accedere a simili contributi?

La finanza locale non può essere gestita a macchia di leopardo con interventi . Il Trentino ha bisogno di un piano strutturale e trasparente, uguale per tutti i Comuni, e non di risorse distribuite, magari senza criteri chiari.

Articolo del T quotidiano pagina 31, Iori W.

15 Settembre 2026 0 Commenti
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La Scossa Tedesca

Da Paola Demagri 8 Settembre 2026

 Perché l’avanzata della destra radicale riguarda tutti noi e come il centrosinistra può ritrovare la rotta.

Oggi parliamo di quello che sta succedendo appena oltre le nostre Alpi, in Germania, perché i fatti delle ultime tornate elettorali — con il voto in Sassonia-Anhalt dove la destra radicale dell’AfD ha superato il 43% dei consensi — hanno mandato una scossa in tutta Europa.

Cerchiamo di capire cosa è successo, senza allarmismi da talk show ma con la lucidità che serve a chi guarda alla politica da una prospettiva di centrosinistra.

L’AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre. Ma il dato che deve farci riflettere più di tutti è un altro: l’affluenza alle urne è salita a livelli record, sfiorando l’80%. Non siamo di fronte a un’elezione decisa dall’apatia o da chi è rimasto a casa. La gente è andata a votare in massa, e ha scelto in maggioranza una forza che fino a pochi anni fa veniva considerata ai margini della vita politica.

Per chi crede nei valori progressisti, democratici ed europeisti, questo non è solo un campanello d’allarme. È una sveglia a pieno volume.

Ma come si spiega un risultato del genere? I politologi e gli analisti sociali ci dicono che non si tratta di una “follia collettiva” improvvisa, ma del punto d’arrivo di tre grandi fratture.

1. Il malessere economico e il costo della vita

In Germania, specialmente nelle regioni orientali, molte persone sentono di aver perso sicurezza economico-sociale. L’inflazione, il costo dell’energia e la percezione che le politiche di transizione ecologica pesino di più sulle tasche delle famiglie lavoratrici che su quelle dei grandi patrimoni hanno creato un profondo senso di ingiustizia.

2. La gestione dell’immigrazione e della sicurezza

Il tema migratorio è stato vissuto da molti cittadini come un fenomeno subito e non governato. Quando i partiti moderati evitano di affrontare la gestione dei flussi e dell’integrazione sul territorio per timore di sembrare duri, la destra radicale riempie quel vuoto con risposte semplici, d’impatto e divisive.

3. La sensazione di non essere ascoltati

C’è un dato culturale enorme: l’elettorato di periferia, della provincia e del mondo del lavoro manuale percepisce una forte distanza dalle élite politiche. L’AfD non ha vinto solo offrendo soluzioni, ma intercettando la rabbia di chi si sente giudicato o dimenticato dal discorso pubblico delle città.

Se guardiamo a questi fatti con gli occhi di chi è di centrosinistra, le preoccupazioni sono concrete e non riguardano solo la Germania, ma anche l’Italia e il resto d’Europa.

La prima preoccupazione è il crollo dei partiti tradizionali di governo. Quando la politica si riduce a un’alleanza permanente tra centrodestra e centrosinistra pur di tenere fuori la destra radicale, si crea un corto circuito: i cittadini finiscono per vedere tutti i partiti tradizionali come “un unico blocco di potere” e la destra radicale come “l’unica vera alternativa”.

La seconda preoccupazione è l’inefficacia del solo divieto morale. Per anni si è pensato che bastasse dire “loro sono estremisti, noi siamo i democratici” per fermare il consenso della destra radicale. I risultati dimostrano che la sola condanna morale non basta se non è accompagnata da soluzioni concrete ai problemi quotidiani delle persone.

I politologi che studiano i comportamenti elettorali europei ci offrono indicazioni molto precise su cosa il centrosinistra può e deve fare per evitare che questo scenario si ripeta ovunque.

  • Tornare sui temi materiali (lavoro, casa, sanità): Il centrosinistra vince quando parla della vita reale delle persone. Salari dignitosi, difesa del potere d’acquisto, sanità pubblica funzionante e casa. Le battaglie sui diritti civili sono fondamentali, ma devono camminare di pari passo con la giustizia sociale.
  • Governare i temi complessi anziché evitarli: Sull’immigrazione e sulla sicurezza, il centrosinistra non deve inseguire lo slogan della destra, ma non può neanche far finta che il tema non esista. Serve un modello basato su regole chiare, percorsi di integrazione reali e presenza dello Stato nei quartieri più fragili.
  • Una transizione ecologica popolare: La lotta al cambiamento climatico è essenziale, ma se viene percepita come un costo che grava sui lavoratori e non sui grandi inquinatori, la destra vincerà facile proponendosi come “difensore del popolo”. La transizione deve essere giusta, finanziata e accompagnata da aiuti diretti alle famiglie.
  • Ascolto e presenza sul territorio: Occorre ricostruire la presenza fisica nelle periferie, nei piccoli comuni, nei luoghi di lavoro. La politica non si fa solo sui social o nelle grandi città universitarie.

Per concludere: quello che è successo in Germania non è un destino ineluttabile. È il risultato di errori politici e di un disagio sociale che è stato lasciato montare per troppi anni.

Per chi è di centrosinistra, la lezione è chiarissima: non serve disperarsi o colpevolizzare gli elettori che hanno votato a destra. Serve ricostruire un’alternativa credibile, popolare e radicata nella realtà quotidiana. La democrazia non si difende con le parole

8 Settembre 2026 0 Commenti
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La Corte di giustizia UE conferma ciò che nel 2020 avevamo capito in pochi, come si doveva fare.

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Ascolta il podcast https://t.me/paola_demagri/59

È una notizia, certo. Ma per me è una notizia non‑notizia. Perché ciò che oggi la Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma con chiarezza, io lo sostenevo già nel 2020, quando con i Colleghi Rossi e Dallapiccola dicevamo che mettere a gara le piccole centrali idroelettriche era un errore politico, giuridico e istituzionale. Allora sembrò una posizione controcorrente; oggi è semplicemente confermata dall’Europa. E questo, per chi ha a cuore l’Autonomia, non può che essere un passaggio importante.

Ci sono temi che tornano ciclicamente nella vita politica di un territorio. Temi che sembrano tecnici, quasi marginali, e che invece custodiscono la sostanza profonda di ciò che siamo. L’acqua è uno di questi. L’acqua come bene prezioso, come risorsa che non appartiene a nessuno e appartiene a tutti, come elemento che tiene insieme comunità, paesaggio, economia, identità. Nel 2020, quando si discusse della legge provinciale sulle concessioni idroelettriche, portammo  in aula una visione che non era solo tecnica o giuridica: era la visione di Casaautonomia.eu, un progetto politico che stava nascendo e che interpretavamo come un luogo di responsabilità, di cura del territorio, di difesa delle comunità e delle loro risorse. Oggi, la sentenza della Corte UE restituisce pieno valore a quella posizione. E ci permette di dire, con serenità e con forza, che quella battaglia non era contro qualcuno: era per il Trentino.

In quell’occasione la Provincia scelse di applicare la direttiva Bolkestein.. Una scelta isolata in Italia e in Europa, che ignorava la natura delle piccole derivazioni: non grandi impianti industriali, ma presidi territoriali, strumenti di sviluppo locale, fonti di entrata essenziali per i Comuni. In aula dissi che l’Autonomia non si difende applicando direttive europee come automatismi, ma interpretandole con intelligenza. Dissi che mettere a gara quelle concessioni significava togliere ai Comuni una delle loro principali risorse, esporli a una competizione industriale che non potevano sostenere, aprire la porta a soggetti esterni che avrebbero visto nelle piccole centrali non un presidio comunitario, ma un asset economico da sfruttare. Dissi che l’Autonomia non è un grido identitario, ma un metodo: la capacità di normare in modo differenziato, di proteggere le comunità, di evitare che una direttiva europea diventi un grimaldello per indebolire i territori.

Casaautonomia.eu nasceva così: come un luogo politico che guarda alle valli e alle città, che tiene insieme la dimensione istituzionale e quella comunitaria, che difende le risorse non per chiuderle, ma per farle funzionare meglio. Oggi la Corte UE dice esattamente questo: le piccole derivazioni non rientrano automaticamente nella Bolkestein; non è obbligatorio ricorrere alle gare pubbliche; la riassegnazione senza gara è compatibile con il diritto europeo; la valutazione deve essere proporzionata; gli impianti sotto i 3 MW non possono essere trattati come grandi concessioni industriali. È la conferma che nel 2020 Casaautonomia.eu aveva visto giusto. È la conferma che la politica, quando è fatta con serietà, trova riscontro nel tempo.

Il tema delle grandi derivazioni idroelettriche è diverso, e va affrontato con realismo. Le grandi centrali sono nate nel secondo dopoguerra dentro un quadro nazionale, costruite da grandi soggetti pubblici , con investimenti enormi e con una rete elettrica che, per sua natura, non può essere frammentata. L’energia non si immagazzina, non si ferma ai confini, non può essere provincializzata. Pretendere oggi di “riprendere” le grandi derivazioni come se fossero un bene locale è impossibile. Non lo consente la storia, non lo consente la fisica, non lo consente il diritto. La vera Autonomia non è quella che pretende ciò che non può ottenere, ma quella che usa bene ciò che può governare. E ciò che può governare sono le piccole derivazioni ed entro il 2029 con responsabilità politica decidere per le grandi derivazioni e non lasciare che siano altri a manipolare la decisione. Per questo la battaglia del 2020 era così importante: perché era una battaglia possibile, concreta, fondata. Una battaglia che difendeva i Comuni, non un’idea astratta di sovranità. Una battaglia che oggi la Corte UE conferma.

Arriviamo al punto più profondo: l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere la comunità. Significa difendere la manutenzione dei corsi d’acqua, la sicurezza dei territori, la qualità del paesaggio, la capacità dei Comuni di investire, di mantenere servizi, di garantire equilibrio. L’acqua non è una merce. Non è un oggetto di competizione economica. Non è un bene da mettere all’asta. L’acqua è un bene prezioso, irrinunciabile, identitario. E la sentenza della Corte UE ci dice che questa visione non è romantica: è giuridicamente fondata, politicamente solida, istituzionalmente corretta. Difendere le piccole derivazioni significa difendere l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere l’Autonomia. Difendere l’Autonomia significa difendere il Trentino.

La politica non è solo il tempo presente,  non è solo il qui ed ora è anche la capacità di vedere un po’ più in là. Nel 2020 lo facemmo. Oggi la Corte UE ce lo riconosce. E domani questa consapevolezza deve guidarci ancora, perché l’acqua, l’energia, il territorio e l’Autonomia non sono capitoli separati: sono la stessa storia. La nostra.

7 Settembre 2026 0 Commenti
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Il paradosso del Payback: l’Autonomia trentina non può restare a guardare

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Immaginate di andare al ristorante, ordinare la cena dal menù, pagare il conto pattuito e, cinque anni dopo, vedervi recapitare la richiesta di saldare il deficit del proprietario del locale. Sembra un paradosso surreale, eppure è esattamente la logica grottesca che regge il payback sui dispositivi medici. Un meccanismo che sta trasformando la buona sanità e il lavoro pulito delle nostre imprese in un conto salatissimo da pagare a posteriori.

La vicenda è nota nei numeri, ma taciuta nella sua gravità politica. Quando il Servizio Sanitario supera il tetto di spesa fissato dallo Stato (un rigido 4,6% del fabbisogno), la legge nazionale impone alle imprese private che hanno fornito bisturi, garze, macchinari per la radioterapia e protesi di ripianare di tasca propria il 50% di quello sforamento. Non si parla di restituzione degli utili, ma di un prelievo forzoso sul fatturato. In un settore dove i margini di guadagno oscillano tra il 7 e il 10%, significa pretendere dalle aziende somme che spesso superano i loro interi profitti. Per il Trentino non parliamo di dettagli trascurabili: sono circa 46 milioni di euro chiesti a un comparto locale di 30 imprese, 600 lavoratori e 350 milioni di fatturato.

Realtà che non hanno speculato, ma che hanno partecipato a gare pubbliche, consegnato materiale salvavita nei nostri ospedali e pagato regolarmente tasse e stipendi. Oggi si chiede loro di coprire i buchi della programmazione pubblica. Il percorso del contenzioso ha ormai travalicato i confini nazionali. Dopo la pioggia di ricorsi ai TAR e la fredda presa d’atto della Corte Costituzionale che ha riconosciuto le enormi criticità del sistema senza però smantellarlo , la palla passa ora ai giudici europei. Le aziende stanno infatti bussando alle porte della Corte di Giustizia dell’UE e della CEDU, denunciando la palese violazione della certezza del diritto e della libertà d’impresa. Ma la giustizia europea ha i suoi tempi, e le nostre PMI rischiano di soffocare molto prima. Qui si misura la vera statura della politica. Non possiamo accettare che la sanità sia messa contro chi la rende possibile ogni giorno nei reparti. Se le imprese falliscono o decidono di abbandonare i bandi pubblici per disperazione, a rimanere senza forniture non saranno i bilanci, ma i nostri ospedali e i nostri cittadini.

È qui che l’Autonomia speciale del Trentino deve ruggire, dimostrando di non essere un semplice arredo istituzionale. La nostra storia ci ha insegnato che quando una norma statale è storta, l’Autonomia ha il dovere politico e morale di fare da scudo. La Provincia non può limitarsi a fare da esattrice per conto dello Stato. Deve guidare il fronte dei territori, pretendere dal Governo il superamento definitivo di questa norma-ghigliottina e congelare nell’immediato le pretese esecutive sulle aziende locali. L’Autonomia non serve a gestire l’ordinario nella bonaccia, ma a proteggere la propria comunità quando arriva la tempesta. Il caso payback è la tempesta perfetta: sta a noi decidere se subirla o governarla.

7 Settembre 2026 0 Commenti
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L’offesa della parola handicap

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

In Trentino esiste una parola che avrebbe dovuto essere archiviata da anni, cancellata dai documenti, espunta dalla modulistica, sostituita da un linguaggio rispettoso e contemporaneo: handicap. Una parola che la Provincia ha scelto di abbandonare nel 2020 con un voto trasversale, riconoscendo che quel termine non descrive la persona, ma la ferisce; non rappresenta una condizione, ma la stigmatizza; non costruisce inclusione, ma la nega.

Eppure, nel 2026, quella stessa parola continua a comparire nei verbali dell’Unità Operativa di Medicina Legale dell’ASUIT. Continua a essere stampata, timbrata, consegnata ai cittadini. Continua a definire persone che chiedono riconoscimento, tutela, dignità. È un fatto grave, perché non è un errore isolato: è un automatismo burocratico che tradisce una scelta politica chiara e un principio culturale fondamentale.

La disabilità non è un’etichetta, non è un marchio, non è una categoria da incasellare. È una condizione umana che richiede rispetto, attenzione, ascolto. E il linguaggio è parte integrante di questo rispetto. Le parole non sono un dettaglio: sono il primo gesto di cura, il primo segno di riconoscimento, il primo atto di inclusione. Quando un servizio sanitario continua a usare la parola handicap, non sta solo ignorando una legge: sta ignorando la persona.

Il fatto che proprio un ufficio chiamato a valutare le condizioni della Legge 104 continui a produrre documenti con diciture come “handicap”, “condizione di handicap” o addirittura “handicappato” è un segnale allarmante. Significa che la cultura dell’inclusione non è penetrata dove dovrebbe essere più forte. Significa che la sensibilità istituzionale si è fermata sulla soglia degli uffici. Significa che la disabilità viene ancora trattata con un linguaggio che appartiene a un’altra epoca, a un’altra visione, a un’altra idea di fragilità.

Per questo ho portato la questione all’attenzione della Giunta, affinché si interrompa subito una prassi che tradisce la cultura dell’inclusione e la sensibilità che il Trentino ha scelto di adottare.

La Provincia ha scelto di abbandonare la parola handicap; ASUIT continua a usarla. La Provincia ha scelto di promuovere inclusione; ASUIT continua a produrre modulistica che la contraddice. La Provincia ha istituito il Tavolo sulla Disabilità; ASUIT continua a parlare con un linguaggio che quel tavolo dovrebbe contribuire a superare.

La domanda è semplice e inevitabile: come può un territorio che si dice attento alla disabilità tollerare che un servizio sanitario utilizzi un linguaggio che la ferisce? Come può parlare di inclusione se non riesce a praticarla nella forma più elementare, quella delle parole?

La richiesta è chiara: ritiro immediato della modulistica, aggiornamento dei modelli, richiamo formale agli uffici, adeguamento del linguaggio. Perché la dignità non è un dettaglio amministrativo. È il fondamento di ogni politica pubblica. E passa anche, e soprattutto, dalle parole che scegliamo di usare

29 Agosto 2026 0 Commenti
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Proporzionale SI, Proporzionale NO?

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

Apertura al proporzionale significa esercitare il proprio ruolo di consigliere provinciale per analizzare una legge che verrà depositata. Per l’esito, le considerazioni, le valutazioni e i miglioramenti c’è tutto il tempo. Ci sono dei paletti per me invalicabili che sono i seguenti: il cittadino deve sapere chiaramente da che parte si sta e dove si colloca il suo voto nell’arco costituzionale . Il proporzionale rischia di generare instabilità cronica per coalizioni fragili, frammentazione politica che blocca l’azione comune e governi decisi nei “palazzi” post-voto. Inoltre, proporlo ora in Trentino sembra solo un aiuto a Fugatti per rimanere in bilico. Il Patt è poco credibile: dopo aver votato il terzo mandato, come può depositare questa legge? Farlo poi a metà mandato fa perdere il vero significato di rivoluzione elettorale.
Rimane il fatto che non mi sottraggo alla attività legislativa, sull’esito dei lavori sarà tutto da vedere.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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La Giunta parla delle zecche per non parlare di grandicarnivori

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

Grandi carnivori e zecche: la Giunta usa l comunicazione come uno scudo.
Quando in Val di Sole è successa quella
tragedia e si parlava solo di grandi carnivori, io mi permettevo di far notare che c’erano anche morti silenziosi causati dalle punture di zecca. Nessuno mi ascoltava.
Oggi la situazione si è ribaltata, ma la strategia politica e sempre la stessa: distrarre le persone. In questi giorni si parla purtroppo di casi gravissimi e decessi dovuti alle zecche, mentre sui grandi carnivori che continuano a predare e ad essere avvistati è calato il silenzio assoluto.
Il sospetto è forte: la Giunta tiene chiusi nei cassetti i comunicati stampa sui grandi carnivori per far calmare le acque e far sedimentare la paura della gente. Al loro sto, preferiscono mandare comunicati c
Ichi e usare il tema delle zecche o
coprire tutto il resto.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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