Paola Demagri
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Liste d’attesa e Libera Professione: la parte scomoda resta senza risposte.

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

Si assiste alla progressiva cancellazione del confine tra servizio sanitario istituzionale e Libera Professione (LP). Un meccansimo contabile e organizzativo distorto attraverso cui l’Azienda sanitaria inserisce nelle agende di Intramoenia i pazienti prenotati nel sistema ordinario (con ticket o esenzione), remunerando però il medico come se svolgesse una prestazione privata. L’utente vive un percorso pubblico, il professionista incassa come libero professionista, l’Azienda registra costi da LP e la Provincia copre la differenza attingendo a fondi pubblici.
Nel 2025 le visite istituzionali confluite in LP sono state 2.569. Nei soli primi tre mesi del 2026 il dato ha già raggiunto quota 3.084, con una proiezione annuale destinata a superare le 12.000 prestazioni. ( significa che il numero di visite in attesa era maggiore nel primo trimestre 2026 che in tutto l’anno 2025) .
La proiezione della LP va di pari passo all’aumento delal lista d’attesa : più aumentano le visite in attesa di risposte o con risposte inaccettabili più si incrementa la Lp .

Impatto sui volumi globali della LP: Il volume complessivo delle prestazioni in Libera Professione passa da 107.000 nel 2025 a una stima di 120.000 nel 2026.

È un vero e proprio colabrodo contabile e organizzativo. Se parliamo di gestione dei flussi, la falla è evidente: non riuscendo a smaltire le visite con i canali ordinari, si fa “cannibalizzare” la Libera Professione trasformandola in una pezza d’emergenza a spese delle casse pubbliche.
Se la mettiamo sul piano della trasparenza, la faccenda si fa ancora più scivolosa: ammettere che le registrazioni delle prestazioni vengono definite “in corsa” equivale a dire che fino a ieri si è navigato a vista. Il risultato? Un effetto domino di dati distorti che partono dai bilanci locali e finiscono per falsare persino le rilevazioni nazionali di Agenas.
Uso strutturale di un canale straordinario: La Libera Professione cessa di essere un’opzione aggiuntiva per diventare un ammortizzatore improprio delle liste d’attesa non gestite dal canale ordinario.
Mancanza di trasparenza e tracciabilità.
Il quadro si fa ancora più critico alla luce della risposta fornita dall’Assessore competente. La dichiarazione secondo cui “si stanno definendo le modalità per la corretta registrazione di tali prestazioni” conferma formalmente che la pratica è stata avviata in assenza di un sistema di tracciamento conforme. Quanto tempo serve per avere flussi di dati completi?
Questo deficit procedurale comporta il rischio concreto di flussi informativi incompleti, con dati trasmessi ad Agenas che potrebbero non riflettere la reale natura delle prestazioni erogate, alterando le statistiche ufficiali e sottostimando i reali tempi e volumi delle liste d’attesa pubbliche.

La parte scomoda non ha avuto risposta e quindi c’è la libertà di interpretare .
La corte dei conti ptrebbe obiettare l’uso di soldi pubblici per pagare la LP al Professionista !

29 Agosto 2026 0 Commenti
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Undicesimo mese e benessere scolastico: servono dati, trasparenza e una nuova visione per la scuola dell’infanzia

Da Paola Demagri 18 Agosto 2026

In questo periodo agostano, mentre molti servizi rallentano e l’attenzione pubblica si sposta altrove, ho incontrato insegnanti, cuochi e personale dei servizi scolastici per fare il punto della situazione. Ho ascoltato il vissuto, le aspettative, i disagi, la praticabilità dell’undicesimo mese. Ho ascoltato anche le famiglie che hanno fruito del servizio, quelle che lo hanno richiesto e poi hanno scelto altro dopo aver visto i figli stanchi. Ne restituisco uno spaccato tutt’altro che felice, che merita di essere portato  nel dibattito politico. Il primo nodo riguarda i numeri. L’Assessora diffonde dati che non corrispondono alla realtà dei fatti e che non restituiscono la situazione delle frequenze, delle esigenze di conciliazione e delle condizioni del personale. Lo dicono le insegnanti che vivono la scuola ogni giorno, non un’opposizione pregiudiziale. Da qui il mio invito all’Assessora a non sottrarsi mai alla richiesta di dati: la trasparenza è un dovere, non un’opzione. Ricordo che ho un’interrogazione in sospeso, depositata il 30 marzo, alla quale è stata fornita una risposta interlocutoria il 15 aprile, con scadenza formale e trattandosi di interrogazione complessa la data di scadenza era fissata al 14 maggio. Siamo a ferragosto e ancora non è arrivato nulla. In un’azienda seria i numeri si devono poter estrarre ed ottenere in tempo reale: non è accettabile che la politica non riesca a fare altrettanto.
Ma torniamo all “undicesimo mese che non concilia. È un servizio a domanda, gratuito, che non garantisce continuità né progettualità. Le iscrizioni sono ridotte, le frequenze discontinue, gli autobus viaggiano spesso vuoti, e persino giugno registra presenze molto basse. Nel frattempo sono scomparsi strumenti fondamentali come i voucher del Fondo Sociale Europeo, che permettevano al terzo settore di offrire coperture flessibili nei diversi periodi dell’anno. Dobbiamo interrogarci seriamente se la politica dell’undicesimo mese, voluta a tutti i costi, faccia davvero tornare i conti alla PAT: giri di autobus vuoti, prenotazioni fatte a gennaio che non corrispondono poi alla libera e legittima fruizione del servizio, approvvigionamenti mensa in esubero. È una macchina che produce costi, non qualità. E per smentire questa valutazione  che non è una percezione, ma un riscontro quotidiano servono dati ragionati, completi, verificabili. Non basta dire che la percentuale dei bambini iscritti a gennaio per il mese di luglio è “di un certo valore”: quel dato, da solo, non significa nulla. Va aggiunta la percentuale dei fruitori reali sul totale dei bambini iscritti alla scuola dell’infanzia, e va indicato un range minimo di continuità, almeno 15 giorni, per capire se il servizio è stato davvero utilizzato e con quale stabilità. Solo così si può valutare se l’undicesimo mese funziona o se, come molti operatori segnalano, produce più disservizi che conciliazione: autobus che viaggiano vuoti, prenotazioni che non corrispondono alla fruizione reale, approvvigionamenti mensa in esubero. Senza questi dati, ogni narrazione politica resta monca
Il secondo nodo riguarda il cosiddetto “benessere scolastico”. Con l’assestamento di bilancio di luglio è stato inserito nella legge provinciale un principio che parla di equilibrio tra dimensioni fisiche, psicologiche, educative e tempi di vita. Ma la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si fa è evidente. Da sette anni il personale della scuola dell’infanzia denuncia un malessere crescente: ferie impossibili da pianificare, carichi di lavoro aumentati, nessun riconoscimento. L’unica proposta avanzata nel 2024 dall’Amministrazione prevedeva qualche giorno di ferie solo per le insegnanti, escludendo ausiliari e cuochi, e solo a condizione di non aver fatto nemmeno un giorno di malattia. Una misura respinta dai sindacati, che non risponde al principio di benessere inserito nella legge.
Il benessere, se raggiunto, va misurato oltre che percepito. E non dalla politica, ma dai lavoratori.
La misurazione prevede il raggiungimento dei cosiddetti benefit che la Giunta ha indicato, come la possibilità di fruire delle ferie al di fuori del canonico periodo. Ma questo benefit non è stato raggiunto: solo una minima parte delle insegnanti ha potuto usufruire dei sei giorni di ferie previsti da contratto a scuola aperta; in alcuni casi sono state concesse ferie anche al personale non docente, ma non ovunque. Per permettere a un’insegnante di andare in ferie si rinuncia alla compresenza, lasciando un solo docente con 25 bambini: una violazione di fatto della L.P. 13/77. Molti plessi hanno scelto di non attuare questa possibilità per senso di responsabilità. Da settembre a luglio, la maggioranza del personale non riesce a ottenere nemmeno un giorno di congedo se non con permessi non retribuiti. Anche la decisione di confermare le supplenti per l’undicesimo mese, annunciata solo un mese prima, è servita soprattutto a coprire assenze ordinarie: congedi parentali, aspettative, permessi della Legge 104. Bastano pochi calcoli per capire che questa narrazione non regge. È stato un effetto placebo: non ha portato il beneficio sperato, ma solo una routine già consolidata negli anni precedenti.
Il sistema è in affanno. Utilizzare i numeri per convenienza politica, ignorando le persone, non è accettabile. La scuola dell’infanzia sta perdendo qualità pedagogica e benessere del personale, e la società rischia di accorgersene quando sarà troppo tardi. Si sovraccaricano lavoratrici e lavoratori, si assiste alla fuga verso altri settori o verso il part‑time, e si sostituisce personale qualificato con figure prive dei titoli d’accesso. Si parla di conciliazione senza rispettarne i vincoli e senza analizzare i dati reali. E qui inserisco una verità politica che non può essere elusa: la scuola si apre a settembre, e il mondo della scuola arriverà subito sui banchi del Consiglio. Verranno aperte anche le porte del Consiglio, perché le questioni che oggi sembrano estive e marginali diventeranno immediatamente centrali. Per allora prepariamoci una domanda:  quale futuro vogliamo per la nostra scuola?  Guardando oltre i nostri confini, è evidente che la scuola ha bisogno di stabilità, identità e progettualità. Il welfare è un’altra cosa: deve rispondere alle esigenze mutevoli delle famiglie con strumenti adeguati, non scaricare sulla scuola funzioni che non le appartengono. Ignorare questi segnali significa mettere a rischio un intero sistema educativo e, con esso, un pezzo fondamentale della coesione sociale.

18 Agosto 2026 0 Commenti
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Una testimonianza che non può restare inascoltata.

Da Paola Demagri 16 Agosto 2026

Una mamma della Val di Sole, in attesa del terzo figlio, racconta come negli ultimi anni siano venuti meno servizi e occasioni di accompagnamento alla nascita che un tempo erano parte della vita della comunità.

Corsi preparto lontani, ostetriche meno presenti, occasioni di incontro ridotte. E così tante mamme rinunciano, proprio quando avrebbero più bisogno di prossimità, ascolto e rete.

La prevenzione della solitudine e delle fragilità nel percorso della maternità non si fa solo con i bonus. Si fa con servizi territoriali accessibili, ostetriche presenti e comunità capaci di sostenere le famiglie.

La proposta delle mamme è concreta: riportare i corsi preparto anche in Val di Sole, con una parte degli incontri in presenza e una parte online.

Non servono miracoli. Serve ascoltare, organizzare e avere la volontà di intervenire.

Perché quando una mamma dice che “la rete non c’è più”, la politica ha il dovere di fermarsi e ascoltare.

16 Agosto 2026 0 Commenti
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“La montagna che lavora”

Da Paola Demagri 15 Agosto 2026

Oggi ho attraversato Vezzena, un altopiano che non si limita a essere un luogo: è un modo di stare in montagna. Palù Fratte, Cima Verle, i pascoli larghi che sembrano onde, le malghe che punteggiano il paesaggio come case di un’antica comunità. È un territorio che parla, se lo si ascolta. E oggi, camminando, ho provato a farlo: a guardare, a capire, a raccontare.

Le malghe visitate oggi sono prima di tutto luoghi di lavoro. Non sono scenografie, non sono cartoline: sono presidi vivi, dove ogni giorno si produce, si custodisce, si mantiene un equilibrio che altrove si è perso. La loro bellezza non è solo estetica: è la bellezza della funzione, della fatica, della continuità. È la bellezza di chi sale in quota per monticare, per portare le vacche nei pascoli alti, per trasformare il latte in formaggi che raccontano l’erba, il vento, la stagione.

La monticazione è un gesto antico, ma oggi più che mai necessario. Portare le vacche in malga significa dare loro aria, spazio, movimento. Significa farle vivere in un ambiente che, nonostante la fatica, è sempre meglio della stalla chiusa, soprattutto in un’estate come questa: calda, secca, lunga. L’erba è già bruciata dal sole, i pascoli soffrono, e le vacche rientrano stremate dal caldo. Le vedi arrivare lente, con il fiato corto, con quel passo che racconta la giornata. Ma anche così, anche con questa fatica, la malga resta il luogo dove stanno meglio: perché respirano, perché si muovono, perché vivono.

E poi c’è la montagna. La monticazione non serve solo alle bestie: serve al territorio. I pascoli tenuti vivi impediscono l’avanzare incontrollato del bosco, mantengono aperti gli spazi, riducono il rischio di incendi, conservano un paesaggio che è identità, economia, turismo. Una malga attiva è un pezzo di montagna che non si chiude, che non si abbandona, che non si perde.

Oggi, nelle malghe di Vezzena, ho visto tutto questo: il lavoro quotidiano, la cura dei prati, la produzione, la vendita dei prodotti, il ristoro che accoglie chi passa. Ho visto mani che lavorano, occhi che controllano il cielo, gesti che si ripetono da generazioni. Ho visto la fatica, quella vera: quella che non si racconta nei depliant, quella che non si vede nelle foto, quella che si sente nelle spalle e nelle gambe di chi vive quassù.

Ma ho visto anche le difficoltà. I bandi dei Comuni, che spesso restano deserti, perché gestire una malga oggi è un impegno enorme: servono competenze, servono investimenti, serve tempo, serve una famiglia che ci crede. E non sempre la politica riesce a rendere questo lavoro sostenibile. Servono bandi più chiari, più accessibili, più realistici. Servono incentivi che non siano solo contributi, ma strumenti per accompagnare chi vuole salire in quota. Servono regole che tengano insieme produzione, tutela, turismo, sicurezza. Serve una politica che capisca che una malga aperta è un servizio pubblico, non solo un’attività privata.

E poi c’è il tema delle predazioni. Le malghe oggi devono convivere con un rischio che non è solo economico, ma emotivo: perdere un animale non è perdere un numero, è perdere un pezzo di lavoro, un pezzo di relazione. I recinti elettrificati, i cani da guardiania, le misure di prevenzione sono strumenti necessari, ma non sempre sufficienti. E anche qui la politica deve essere presente: con norme chiare, con rimborsi rapidi, con una gestione che non lasci soli gli allevatori.

Il viaggio di oggi in Vezzena diventa così un racconto che vale per tutte le malghe del Trentino. Vale per la Val di Non, per la Val di Sole, per il Lagorai, per le Giudicarie, per il Primiero. Vale per ogni pascolo dove si sale d’estate, per ogni baita dove si lavora, per ogni famiglia che tiene viva una tradizione che non è folclore, ma economia, identità, presidio del territorio.

La montagna non vive da sola. Vive se qualcuno la abita, la cura, la mantiene. Le malghe sono questo: la montagna che lavora. E raccontarle significa raccontare il Trentino reale, quello che non si vede dalle città, quello che non si misura solo con i numeri, quello che resiste, quello che produce, quello che tiene insieme paesaggio, comunità e futuro.

15 Agosto 2026 0 Commenti
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Sanità in Trentino: il crollo delle liste d’attesa certificato da Agenas. Il tempo di risposta al cittadino sia la priorità della Giunta

Da Paola Demagri 23 Luglio 2026

Sanità in Trentino: il crollo delle liste d’attesa certificato da Agenas. Il tempo di risposta al cittadino sia la priorità della Giunta

La direzione dell’azienda sanitaria di Trento inanella ogni giorno brutte figure, ma è impossibile scindere la parte tecnica da quella politica: l’una è complementare all’altra. Se la politica dà l’indirizzo, l’azienda applica persone e processi per raggiungere gli obiettivi. A parole, quindi, l’assessore Tonina ci rassicura da mesi che la situazione delle liste d’attesa migliorerà. Non è chiaro se si tratti di una sua percezione personale o di semplici dichiarazioni di facciata; sta di fatto che l’azienda dopo i recenti crash informatici e i caos legati alle prenotazioni, causati dalla sostituzione del sistema giudicato da chi lo usa meno agile, più complicato e decisamente meno performante  si scontra con una realtà  trasparente: il Trentino è all’ultimo posto in termini di liste d’attesa e prenotazioni.

I dati del monitoraggio nazionale del primo semestre, diffusi ieri da Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), fotografano una realtà inequivocabile: la gestione delle liste d’attesa in Trentino è un vero e proprio disastro. Questo sistema di comparazione e confronto oggettivo è fondamentale, se non altro per sgomberare una volta per tutte il campo dalla propaganda di chi continua a sostenere, contro ogni evidenza, che la situazione sia migliore rispetto allo scorso anno. Ci auguriamo che l’assessore Tonina prenda atto di questi numeri e che in Aula non si debbano più ascoltare gli interventi difensivi di qualche Consigliere di maggioranza, che tenta di giustificare ogni inefficienza scaricando la colpa sul periodo Covid, come se le altre Regioni italiane non fossero state duramente colpite dalla medesima pandemia.

I dati ufficiali, purtroppo, non fanno che confermare la percezione quotidiana del cittadino: quella di una sanità regredita nella sua capacità di dare risposte tempestive. Per l’utente comune, il metro di giudizio dell’efficacia e dell’efficienza del servizio non è l’esito finale dell’intervento, della visita o di un PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale). Il cittadino misura la qualità della sanità pubblica su un dato concreto e immediato: il tempo di attesa per una prestazione. Questa percezione non si può modificare senza azioni concrete per ridurre drasticamente i tempi. E dobbiamo farlo per ragioni precise e inderogabili: garantire diagnosi precoci per intercettare le patologie in tempo, gestire la cronicità, i monitoraggi, tutelare la salute psicologica dei pazienti messi in ansia dall’attesa, e frenare la fuga verso il privato. Il privato deve essere un supporto complementare, ma oggi purtroppo sta colmando un enorme vuoto strutturale, diventando l’unico risolutore di problemi in capo alla sanità pubblica. Il declino della sanità trentina non è legato alle capacità cliniche e professionali dei nostri sanitari, che restano eccellenti, ma a un collasso organizzativo. È evidente che sia necessario lavorare sull’appropriatezza prescrittiva, ma bisogna farlo comprendendo la realtà: i Medici di Medicina Generale (MMG) si trovano spesso “accerchiati” dall’ansia di pazienti che hanno la necessità assoluta di risposte rapide per poter procedere con le terapie. 

L’ASUIT  non può prendere in giro gli utenti rassicurandoli sul rispetto dei tempi previsti dalle classi di priorità (3, 15, 30 giorni) quando i posti reali non ci sono. Attualmente, quando l’operatore del CUP non trova posto, l’impegnativa viene scaricata in un “contenitore/box di transito”. La palla passa così ai referenti del CUP aziendali , che si trovano in mano montagne di richieste bloccate. Al cittadino viene detto “verrà chiamato entro i giorni indicati”, ma di fatto la sua richiesta finisce in un mare magnum da cui non si sa se e quando emergerà. Questo meccanismo di galleggiamento va abolito: servono agende aperte e trasparenti, non scatole nere dove nascondere i ritardi. È auspicabile  rivedere l’accordo contrattuale con i medici sumaisti. Non può funzionare  che le disponibilità delle giornate di visita vengano comunicate di mese in mese, rendendo impossibile qualsiasi seria programmazione. Chiediamo alla Politica un impegno contrattuale nuovo che comprenda  le disponibilità delle agende che dovranno essere garantite con una programmazione di almeno 6 mesi. Solo così il CUP può pianificare e offrire risposte certe e stabili nel tempo. Il fallimento della politica in tema di salute è oggi certificato dai dati nazionali di Agenas, e l’attuale Giunta non può più nascondersi dietro la comoda scusa dell’eredità della pandemia. La difesa d’ufficio del passato non serve a ridurre le liste d’attesa, serve solo a prolungare il calvario dei trentini. Se poi si vuole estirpare il problema alla radice, è necessario sollevare dagli incarichi chi ha dimostrato di non saperli portare avanti. L’assessore Tonina dimostri discontinuità nei fatti e non solo a parole e accolga queste soluzioni tecniche e metta al centro del sistema il fattore “tempo” come diritto universale del cittadino. Se la sanità pubblica cessa di essere tempestiva, cessa di essere pubblica, trasformandosi in un servizio d’élite per chi può permettersi di pagare il privato. La politica trentina ha il dovere di invertire questa rotta subito, prima che il danno diventi irreversibile.

23 Luglio 2026 0 Commenti
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Proporzionale SI, Proporzionale NO?

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

Apertura al proporzionale significa esercitare il proprio ruolo di consigliere provinciale per analizzare una legge che verrà depositata. Per l’esito, le considerazioni, le valutazioni e i miglioramenti c’è tutto il tempo. Ci sono dei paletti per me invalicabili che sono i seguenti: il cittadino deve sapere chiaramente da che parte si sta e dove si colloca il suo voto nell’arco costituzionale . Il proporzionale rischia di generare instabilità cronica per coalizioni fragili, frammentazione politica che blocca l’azione comune e governi decisi nei “palazzi” post-voto. Inoltre, proporlo ora in Trentino sembra solo un aiuto a Fugatti per rimanere in bilico. Il Patt è poco credibile: dopo aver votato il terzo mandato, come può depositare questa legge? Farlo poi a metà mandato fa perdere il vero significato di rivoluzione elettorale.
Rimane il fatto che non mi sottraggo alla attività legislativa, sull’esito dei lavori sarà tutto da vedere.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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La Giunta parla delle zecche per non parlare di grandicarnivori

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

Grandi carnivori e zecche: la Giunta usa l comunicazione come uno scudo.
Quando in Val di Sole è successa quella
tragedia e si parlava solo di grandi carnivori, io mi permettevo di far notare che c’erano anche morti silenziosi causati dalle punture di zecca. Nessuno mi ascoltava.
Oggi la situazione si è ribaltata, ma la strategia politica e sempre la stessa: distrarre le persone. In questi giorni si parla purtroppo di casi gravissimi e decessi dovuti alle zecche, mentre sui grandi carnivori che continuano a predare e ad essere avvistati è calato il silenzio assoluto.
Il sospetto è forte: la Giunta tiene chiusi nei cassetti i comunicati stampa sui grandi carnivori per far calmare le acque e far sedimentare la paura della gente. Al loro sto, preferiscono mandare comunicati c
Ichi e usare il tema delle zecche o
coprire tutto il resto.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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Dopo Ciarleglio se ne va anche la Primaria di Anestesia. Politica e ASUIT navigano a vista. L’appello ai Sindaci della Val di Non e della Val di Sole

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

L’Ospedale di Cles perde un altro pezzo da novanta nel silenzio assordante della Provincia e dell’ASUIT. Dopo l’addio, meno di un anno fa, del dottor Ciarleglio, è di queste ore la notizia dell’uscita della Primaria di Anestesia. Una perdita pesante, sintomo di una totale assenza di visione strategica e di un disinvestimento strutturale che sta riducendo all’osso i servizi sanitari delle nostre valli.

I servizi sanitari territoriali si reggono esclusivamente sulla professionalità, sulle competenze e sul valore delle risorse umane. Sono i professionisti a qualificare le strutture, a renderle attrattive, efficaci ed efficienti per i cittadini. Negli ospedali di valle questo principio è ancora più vitale: la missione di un presidio dipende strettamente dall’équipe medica che vi opera, dal background clinico costruito negli anni e dalla casistica di successo che certifica la sicurezza delle cure. Compito di un’Azienda Sanitaria seria e di una politica lungimirante dovrebbe essere quello di orientare, presidiare, monitorare e, soprattutto, trattenere queste eccellenze. A Cles, purtroppo, sta accadendo l’esatto contrario. La perdita della Primaria di Anestesia dr Zardin Michela è solo l’ultimo tassello di un mosaico di abbandoni. Parliamo di una professionista che negli anni ha saputo strutturare un pool d’eccellenza, capace di garantire una copertura h24 per il Pronto Soccorso, le sale operatorie e le attività ambulatoriali legate alla gestione del dolore. Una colonna portante che garantisce sicurezza e appropriatezza clinica, ma che evidentemente non ha trovato le condizioni ambientali, professionali e di prospettiva per rimanere.

La storia si ripete. Solo dieci mesi fa si assisteva all’addio del dottor Ciarleglio, richiamato dall’Ospedale Universitario di Perugia per dirigere un importante reparto di chirurgia. Se ne andò a malincuore, perché avrebbe voluto restare in Trentino, ma l’ASUIT non è stata capace di offrirgli un percorso di carriera minimamente appetibile. Oggi perdiamo anche la guida dell’anestesia. Chi sarà il prossimo?

Dopo l’addio del dottor Ciarleglio l’ASUIT non ha ancora dato seguito al bando per la nomina del nuovo Direttore. Un reparto può essere ben presidiato dal facente funzioni – e a Cles lo è – ma le scelte strategiche non possono restare sospese nel limbo delle intenzioni. Oggi sembra che si stia ancora decidendo quale cornice dare al bando, come se la definizione del profilo fosse un passaggio complesso. Eppure basterebbe riprendere quello del dottor Ciarleglio, riproporlo, e garantire così che l’Ospedale possa continuare a lavorare nella direzione che ha dimostrato di essere utile e fondamentale per le nostre Valli. La sanità territoriale non vive di attese indefinite: vive di continuità, di stabilità, di scelte che consolidano e non indeboliscono. La perdita della primaria coincide con la scelta della direzione medica di chiudere temporaneamente le sale operatorie per interventi strutturali e sostituzione di apparecchiature. Un intervento legittimo, certo, ma che comporterà una drastica riduzione dell’attività chirurgica e pesanti disagi per i pazienti, costretti a trasferimenti forzati altrove. La vera domanda politica, però, è un’altra: alla riapertura delle sale, quando il cantiere sarà concluso, chi gestirà quelle sale operatorie rimaste prive di una guida autorevole e di elevate competenze?

Lo si è già visto con il progressivo impoverimento del Punto Nascita, ridotto fisiologicamente al lumicino e privato della presenza del Direttore di reparto, accompagnato ad operare altrove per la gestione delle attività territoriali. Il reparto è stato assegnato a un facente funzioni. Qui non va letta la competenza dell’uno o dell’altro, ma la scelta aziendale: sposti il Direttore dall’Unità Operativa che proprio Fugatti vuole tenere aperta? Qui la gatta ci cova. Questa decisione ha molti significati, il primo dei quali è che il reparto si sta avviando al declino definitivo.

Il rischio concreto è che si utilizzi la scusa della mancanza di personale per tagliare linearmente le competenze dell’Ospedale di Cles, declassandolo da presidio di eccellenza a poliambulatorio svuotato di funzioni essenziali.

È necessario, a questo punto, aprire una riflessione delicata ma doverosa sulla Direzione medica. Il suo compito va ben oltre le funzioni ordinarie che riguardano la sicurezza, la Farmacia ospedaliera o l’attività necroscopica. La Direzione medica è il presidio più alto della tutela dei professionisti e dei cittadini che afferiscono all’Ospedale di Cles: è lì che si garantisce la qualità dei percorsi, la continuità delle cure, la protezione delle competenze che fanno la differenza tra un ospedale vivo e un ospedale che si spegne. Ed è proprio per questo che l’appello deve essere rivolto anche a chi governa dentro la Direzione medica: non può farsi scippare in questa maniera professionisti capaci, non può accettare passivamente scelte che indeboliscono il presidio, non può allinearsi ai dettami di altri quando questi dettami non rispondono al bene della comunità. La Direzione medica deve imporsi, deve rivendicare il proprio ruolo, deve essere il primo baluardo a difesa dell’Ospedale di Cles e dei cittadini che ogni giorno vi entrano con la fiducia di trovare competenza, cura e presenza.

In più occasioni ufficiali ho manifestato queste preoccupazioni direttamente all’Assessore alla Salute Mario Tonina, chiedendo quale sia il reale indirizzo politico che si intende dare all’Ospedale di Cles e, di riflesso, a tutti gli ospedali di valle del Trentino. Ad oggi non è pervenuta alcuna risposta. Il sospetto è che all’interno del palazzo si stia navigando a vista, senza una strategia, lasciando che i professionisti si arrangino, privi di tutele e di una chiara prospettiva sul futuro delle strutture che dirigono. Oppure, peggio ancora, che le decisioni di ridimensionamento siano già state prese nelle stanze segrete della Giunta e si attenda solo il momento opportuno per imporle, senza averle mai comunicate ai territori.

Davanti a questo silenzio irresponsabile della politica provinciale e della direzione generale dell’ASUIT, che paiono fare di tutto per far scappare i professionisti migliori, non è più possibile tacere. Non può essere la preoccupazione di una sola persona. Rivolgo un appello accorato e urgente a tutti gli Amministratori locali, ai Sindaci e ai Presidenti delle Comunità della Val di Non e della Val di Sole: è il momento di unire le forze, di fare fronte comune e di battere i pugni sui tavoli dell’Assessorato. Dobbiamo pretendere, con fermezza e senza sconti, garanzie scritte e fatti concreti sul futuro dell’Ospedale di Cles e sui servizi che ha sempre garantito e deve continuare a garantire alla nostra popolazione.

Sia pubblicamente che privatamente avevo già fatto sapere ai nostri Sindaci che, incaponendosi esclusivamente sul Punto Nascita, si sarebbe perso di vista tutto il resto. Gli amministratori di Cles, che frequentano spesso l’ospedale, hanno finito per fare il gioco di Fugatti: concentrare l’attenzione sul Punto Nascita e lasciare andare tutto il resto. E sapete cosa colpisce davvero? Che l’amministrazione di Cles non abbia mai promosso un’alleanza d’intenti con i consiglieri provinciali di riferimento, scegliendo invece la strada dell’autosufficienza.

Questa impostazione, miope e autoreferenziale, ha contribuito a indebolire ulteriormente il presidio. Mentre si difendeva un singolo servizio, tutto il resto veniva progressivamente eroso: reparti impoveriti, professionalità in fuga, scelte aziendali che hanno tolto continuità e direzione proprio alle unità operative che si dichiarava di voler tutelare. È così che si perde un ospedale, non con un colpo improvviso, ma con una serie di rinunce, di silenzi e di mancate prese di posizione.

Oggi non c’è più tempo per divisioni, personalismi o strategie di piccolo cabotaggio. Serve una voce unica, forte, determinata. Serve che i Sindaci, le Comunità, gli amministratori locali si assumano la responsabilità politica di difendere l’Ospedale di Cles nella sua interezza, non a pezzi. Serve che pretendano risposte, che chiedano conto delle scelte, che non accettino più rassicurazioni vaghe o promesse senza seguito.

La salute delle nostre valli non è un tema da trattare con leggerezza né una bandierina da sventolare quando conviene. È un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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A unire è difficile , a dividere si fa marcia indietro

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

In merito alla recente nascita del comitato civico per la scissione delle frazioni di Coredo, Smarano e Tavon dal Comune di Predaia, avverto il dovere istituzionale di intervenire. Non lo faccio mossa da un interesse locale diretto o di parte, ma dal mio osservatorio in Consiglio Provinciale, con una visione d’insieme sulle riforme che normano l’assetto del nostro territorio trentino. Guardo a quanto sta accadendo con preoccupazione e intendo porre una riflessione che ricollochi questo delicato dibattito all’interno di una rigorosa cornice tecnica e amministrativa, a tutela della stabilità e dell’efficienza dei servizi per i cittadini. La costituzione del Comune della Predaia nel 2015 non è stata un’imposizione ideologica calata dall’alto, bensì l’esito di un percorso democratico ratificato da una netta consultazione popolare. Quella scelta affondava le sue radici in necessità strutturali oggettive: ottimizzare le risorse, superare la paralisi causata dalla carenza di personale nei piccoli municipi e creare uffici strutturati in grado di rispondere alle complessità burocratiche moderne.

Trovo pienamente legittimo che, a distanza di undici anni, una comunità senta l’esigenza di tracciare un bilancio. Tuttavia, come rappresentante delle istituzioni provinciali, voglio mettere in guardia i proponenti affinché non agiscano per una visione puramente ideologica o identitaria. L’identità territoriale è un valore prezioso, profondamente radicato in ciascuno di noi, ma per sua natura non è un dato misurabile. Le decisioni che impattano sulle generazioni future devono basarsi sui risultati concreti, sulla genesi storica del progetto e sui traguardi oggettivamente raggiunti in termini di investimenti, bilanci e stabilità organizzativa. Mettere in discussione una riforma istituzionale strutturata richiede dati alla mano: non ci si può basare solo sul sentiment o sulla rincorsa a un malumore. Da qui la pretesa di incontri pubblici per analizzare il raggiungimento o meno degli obiettivi posti in capo alla fusione voluta nel 2015.

In un momento storico in cui la Pubblica Amministrazione fatica drammaticamente a reperire e trattenere personale qualificato, smantellare un ente strutturato per ritornare a micro-comuni sarebbe probabilmente deleterio. Chiediamoci quindi ricadute avrebbero queste decisioni sugli uffici e sulla macchina amministrativa. È già estremamente complesso trovare professionisti disposti a lavorare nei Comuni; frammentare le strutture e ridurne la massa critica non produrrebbe maggiore vicinanza, ma potrebbe trasformarsi in una vera e propria fuga del personale verso enti più stabili e organizzati, lasciando i territori scoperti proprio nella gestione dei servizi essenziali. Se una porzione di popolazione manifesta oggi una percezione di distanza dalle istituzioni, la risposta politica corretta non è la frammentazione del territorio o lo smembramento del bene comune. Credo fermamente che valga la pena trovare strategie interne per far sentire i cittadini più rappresentati. L’identità di una frazione e l’attaccamento alla propria storia non si difendono moltiplicando i costi della politica o erigendo nuovamente vecchi confini burocratici, ma valorizzandoli attraverso azioni culturali, consulte partecipate e un decentramento funzionale intelligente.Il comitato punta a una consultazione popolare per verificare il consenso verso un nuovo assetto. È corretto e sacrosanto appellarsi alla democrazia, ma dobbiamo chiederci: questa spinta è realmente voluta e condivisa dalla maggioranza della popolazione o rappresenta l’esigenza e il sentiment di pochi?

Allora, da questo mio osservatorio in Consiglio Provinciale, voglio piuttosto lanciare un forte appello a tutta la cittadinanza. Invito le nostre comunità a essere vigili e a pretendere che i propri Comuni non vengano progressivamente privati delle loro legittime e storiche funzioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una tendenza provinciale che rischia di accentrare e smantellare le competenze tipiche degli enti locali: è un errore a cui dobbiamo opporci. È esattamente a livello locale che la nostra Autonomia deve emergere con forza; è lì che essa deve rimanere il caposaldo insostituibile di una funzione pubblica, amministrativa e politica che sia davvero vicina al territorio. Difendere l’efficienza di un Comune Unico e strutturato come Predaia significa anche questo: dare alle nostre comunità una voce abbastanza forte e solida per arginare il centralismo e rivendicare il proprio diritto a governarsi.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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Uno sguardo sul Trentino di oggi

Da Paola Demagri 5 Giugno 2026

QPrima di addentrarci nel periodo estivo, un ultimo incontro sul territorio.

La gente apprezza che la Politica entri nelle case e diventi davvero un incontro di prossimità. Sarà l’occasione per fare un breve bilancio del lavoro svolto, ma soprattutto per ascoltare e continuare a costruire insieme.

Vi aspettiamo:

📅 Giovedì 11 giugno
🕣 ore 20.30
📍 Sarnonico, presso il Punto Lettura

Sarà coordinato da:

Carla Podetti

 e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico

– Paola Demagri, Consigliera provinciale

Non mancate, la vostra voce conta!

5 Giugno 2026 0 Commenti
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