Una piazza da vivere non certo una barricata rispetto alla quale scegliere dove stare

Da Paola Demagri

Non sempre è utile reagire nell’immediato. Alcuni eventi meritano tempo, silenzio, ascolto. È per questo che ho atteso qualche ora prima di condividere il mio pensiero sulla mobilitazione pro-Pal che ha avuto luogo venerdì scorso. Un evento importante, che ha suscitato reazioni, commenti, analisi da parte di cittadini e rappresentanti politici. Eppure, in nessuna di queste voci mi sono ritrovata pienamente.

Ho cercato di andare oltre la consueta divisione tra destra e sinistra, che troppo spesso viene usata come scorciatoia per semplificare ciò che è complesso. Non rinnego l’importanza delle appartenenze politiche, né la legittimità di ideali e visioni. Ma oggi, più che mai, sento che molti cittadini si collocano in uno spazio diverso, un luogo che la politica tende a lasciare vuoto. E proprio da lì, da quel vuoto, è emerso qualcosa di potente. Chi ha manifestato venerdì lo ha fatto per una causa umanitaria. Lo ha fatto perché non aveva altri strumenti per esprimersi. Lo ha fatto per dire “ci sono”. E la partecipazione è stata ampia, sentita, trasversale. Un segnale forte, che parla di un popolo che pensa, critica, agisce. Un popolo che desidera un cambiamento vero, non quello proclamato da anni e mai realizzato. Sono certa che chi c’era venerdì, una volta tanto, non voglia essere considerato un elettore o sostenitore di una forza politica locale o nazionale, ma semplicemente un cittadino o una cittadina che ha trovato un evento organizzato e sicuro dove poter dire la propria senza essere giudicato per la propria appartenenza politica. Credo che farebbe bene a tutti poter vivere momenti di libertà, sospesi dal giudizio altrui, in cui conti solo il valore umano e civile della partecipazione. In piazza c’erano persone che hanno scelto di esserci, di farsi sentire, di dimostrare che l’umanità non ha confini. Diritti, pace, solidarietà: parole che venerdì hanno trovato voce. E non è stata una voce di parte, ma una voce umana. La politica, invece, continua a interrogarsi su chi debba intestarsi la responsabilità di questa mobilitazione. Ma forse la domanda è sbagliata. Forse dovremmo chiederci come accogliere e valorizzare questa energia civica. Il popolo che si è mosso è lo stesso che vorremmo vedere attivo nelle urne, presente nei dibattiti, partecipe negli eventi. Eppure, quando si mobilita spontaneamente, viene criticato. Perché? Io mi astengo dalla critica. Preferisco guardare al motivo profondo che ha mosso tutto questo. Leggo in quella piazza una sveglia, un richiamo al senso civico che spesso invochiamo e che venerdì è stato messo al primo posto.

Qualcuno si chiederà dove fossi venerdì. È giusto dirlo: la mattina ero in Ufficio di Presidenza del Consiglio Provinciale, poi in visita al Santa Chiara con i miei genitori, e infine di rientro in Valle, in attesa del via libera da parte delle forze dell’ordine. Ma col pensiero ero lì, accanto a chi ha scelto di esserci, dalle valli o dalla città. La violenza, i disordini, gli imbrattamenti non appartengono al mio modo di manifestare. E le parole del Questore, fondate su legittimità, coordinamento e sicurezza, mi hanno spinta oggi a condividere questa riflessione.

Alla politica rivolgo il mio ultimo pensiero: smettetela di ridurre il pensiero delle persone a una scelta binaria, a una casella da spuntare. Destra o sinistra, miei o vostri, frase spesso citata dentro l’emiciclo provinciale da certi colleghi! È una semplificazione che non rende giustizia alla complessità del sentire civile. Venerdì, in piazza, c’era molto di più. 

Cons Paola Demagri