Grandi carnivori e zecche: la Giunta usa l comunicazione come uno scudo.
Quando in Val di Sole è successa quella
tragedia e si parlava solo di grandi carnivori, io mi permettevo di far notare che c’erano anche morti silenziosi causati dalle punture di zecca. Nessuno mi ascoltava.
Oggi la situazione si è ribaltata, ma la strategia politica e sempre la stessa: distrarre le persone. In questi giorni si parla purtroppo di casi gravissimi e decessi dovuti alle zecche, mentre sui grandi carnivori che continuano a predare e ad essere avvistati è calato il silenzio assoluto.
Il sospetto è forte: la Giunta tiene chiusi nei cassetti i comunicati stampa sui grandi carnivori per far calmare le acque e far sedimentare la paura della gente. Al loro sto, preferiscono mandare comunicati c
Ichi e usare il tema delle zecche o
coprire tutto il resto.
Trentino
L’Ospedale di Cles perde un altro pezzo da novanta nel silenzio assordante della Provincia e dell’ASUIT. Dopo l’addio, meno di un anno fa, del dottor Ciarleglio, è di queste ore la notizia dell’uscita della Primaria di Anestesia. Una perdita pesante, sintomo di una totale assenza di visione strategica e di un disinvestimento strutturale che sta riducendo all’osso i servizi sanitari delle nostre valli.
I servizi sanitari territoriali si reggono esclusivamente sulla professionalità, sulle competenze e sul valore delle risorse umane. Sono i professionisti a qualificare le strutture, a renderle attrattive, efficaci ed efficienti per i cittadini. Negli ospedali di valle questo principio è ancora più vitale: la missione di un presidio dipende strettamente dall’équipe medica che vi opera, dal background clinico costruito negli anni e dalla casistica di successo che certifica la sicurezza delle cure. Compito di un’Azienda Sanitaria seria e di una politica lungimirante dovrebbe essere quello di orientare, presidiare, monitorare e, soprattutto, trattenere queste eccellenze. A Cles, purtroppo, sta accadendo l’esatto contrario. La perdita della Primaria di Anestesia dr Zardin Michela è solo l’ultimo tassello di un mosaico di abbandoni. Parliamo di una professionista che negli anni ha saputo strutturare un pool d’eccellenza, capace di garantire una copertura h24 per il Pronto Soccorso, le sale operatorie e le attività ambulatoriali legate alla gestione del dolore. Una colonna portante che garantisce sicurezza e appropriatezza clinica, ma che evidentemente non ha trovato le condizioni ambientali, professionali e di prospettiva per rimanere.
La storia si ripete. Solo dieci mesi fa si assisteva all’addio del dottor Ciarleglio, richiamato dall’Ospedale Universitario di Perugia per dirigere un importante reparto di chirurgia. Se ne andò a malincuore, perché avrebbe voluto restare in Trentino, ma l’ASUIT non è stata capace di offrirgli un percorso di carriera minimamente appetibile. Oggi perdiamo anche la guida dell’anestesia. Chi sarà il prossimo?
Dopo l’addio del dottor Ciarleglio l’ASUIT non ha ancora dato seguito al bando per la nomina del nuovo Direttore. Un reparto può essere ben presidiato dal facente funzioni – e a Cles lo è – ma le scelte strategiche non possono restare sospese nel limbo delle intenzioni. Oggi sembra che si stia ancora decidendo quale cornice dare al bando, come se la definizione del profilo fosse un passaggio complesso. Eppure basterebbe riprendere quello del dottor Ciarleglio, riproporlo, e garantire così che l’Ospedale possa continuare a lavorare nella direzione che ha dimostrato di essere utile e fondamentale per le nostre Valli. La sanità territoriale non vive di attese indefinite: vive di continuità, di stabilità, di scelte che consolidano e non indeboliscono. La perdita della primaria coincide con la scelta della direzione medica di chiudere temporaneamente le sale operatorie per interventi strutturali e sostituzione di apparecchiature. Un intervento legittimo, certo, ma che comporterà una drastica riduzione dell’attività chirurgica e pesanti disagi per i pazienti, costretti a trasferimenti forzati altrove. La vera domanda politica, però, è un’altra: alla riapertura delle sale, quando il cantiere sarà concluso, chi gestirà quelle sale operatorie rimaste prive di una guida autorevole e di elevate competenze?
Lo si è già visto con il progressivo impoverimento del Punto Nascita, ridotto fisiologicamente al lumicino e privato della presenza del Direttore di reparto, accompagnato ad operare altrove per la gestione delle attività territoriali. Il reparto è stato assegnato a un facente funzioni. Qui non va letta la competenza dell’uno o dell’altro, ma la scelta aziendale: sposti il Direttore dall’Unità Operativa che proprio Fugatti vuole tenere aperta? Qui la gatta ci cova. Questa decisione ha molti significati, il primo dei quali è che il reparto si sta avviando al declino definitivo.
Il rischio concreto è che si utilizzi la scusa della mancanza di personale per tagliare linearmente le competenze dell’Ospedale di Cles, declassandolo da presidio di eccellenza a poliambulatorio svuotato di funzioni essenziali.
È necessario, a questo punto, aprire una riflessione delicata ma doverosa sulla Direzione medica. Il suo compito va ben oltre le funzioni ordinarie che riguardano la sicurezza, la Farmacia ospedaliera o l’attività necroscopica. La Direzione medica è il presidio più alto della tutela dei professionisti e dei cittadini che afferiscono all’Ospedale di Cles: è lì che si garantisce la qualità dei percorsi, la continuità delle cure, la protezione delle competenze che fanno la differenza tra un ospedale vivo e un ospedale che si spegne. Ed è proprio per questo che l’appello deve essere rivolto anche a chi governa dentro la Direzione medica: non può farsi scippare in questa maniera professionisti capaci, non può accettare passivamente scelte che indeboliscono il presidio, non può allinearsi ai dettami di altri quando questi dettami non rispondono al bene della comunità. La Direzione medica deve imporsi, deve rivendicare il proprio ruolo, deve essere il primo baluardo a difesa dell’Ospedale di Cles e dei cittadini che ogni giorno vi entrano con la fiducia di trovare competenza, cura e presenza.
In più occasioni ufficiali ho manifestato queste preoccupazioni direttamente all’Assessore alla Salute Mario Tonina, chiedendo quale sia il reale indirizzo politico che si intende dare all’Ospedale di Cles e, di riflesso, a tutti gli ospedali di valle del Trentino. Ad oggi non è pervenuta alcuna risposta. Il sospetto è che all’interno del palazzo si stia navigando a vista, senza una strategia, lasciando che i professionisti si arrangino, privi di tutele e di una chiara prospettiva sul futuro delle strutture che dirigono. Oppure, peggio ancora, che le decisioni di ridimensionamento siano già state prese nelle stanze segrete della Giunta e si attenda solo il momento opportuno per imporle, senza averle mai comunicate ai territori.
Davanti a questo silenzio irresponsabile della politica provinciale e della direzione generale dell’ASUIT, che paiono fare di tutto per far scappare i professionisti migliori, non è più possibile tacere. Non può essere la preoccupazione di una sola persona. Rivolgo un appello accorato e urgente a tutti gli Amministratori locali, ai Sindaci e ai Presidenti delle Comunità della Val di Non e della Val di Sole: è il momento di unire le forze, di fare fronte comune e di battere i pugni sui tavoli dell’Assessorato. Dobbiamo pretendere, con fermezza e senza sconti, garanzie scritte e fatti concreti sul futuro dell’Ospedale di Cles e sui servizi che ha sempre garantito e deve continuare a garantire alla nostra popolazione.
Sia pubblicamente che privatamente avevo già fatto sapere ai nostri Sindaci che, incaponendosi esclusivamente sul Punto Nascita, si sarebbe perso di vista tutto il resto. Gli amministratori di Cles, che frequentano spesso l’ospedale, hanno finito per fare il gioco di Fugatti: concentrare l’attenzione sul Punto Nascita e lasciare andare tutto il resto. E sapete cosa colpisce davvero? Che l’amministrazione di Cles non abbia mai promosso un’alleanza d’intenti con i consiglieri provinciali di riferimento, scegliendo invece la strada dell’autosufficienza.
Questa impostazione, miope e autoreferenziale, ha contribuito a indebolire ulteriormente il presidio. Mentre si difendeva un singolo servizio, tutto il resto veniva progressivamente eroso: reparti impoveriti, professionalità in fuga, scelte aziendali che hanno tolto continuità e direzione proprio alle unità operative che si dichiarava di voler tutelare. È così che si perde un ospedale, non con un colpo improvviso, ma con una serie di rinunce, di silenzi e di mancate prese di posizione.
Oggi non c’è più tempo per divisioni, personalismi o strategie di piccolo cabotaggio. Serve una voce unica, forte, determinata. Serve che i Sindaci, le Comunità, gli amministratori locali si assumano la responsabilità politica di difendere l’Ospedale di Cles nella sua interezza, non a pezzi. Serve che pretendano risposte, che chiedano conto delle scelte, che non accettino più rassicurazioni vaghe o promesse senza seguito.
La salute delle nostre valli non è un tema da trattare con leggerezza né una bandierina da sventolare quando conviene. È un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni.
In merito alla recente nascita del comitato civico per la scissione delle frazioni di Coredo, Smarano e Tavon dal Comune di Predaia, avverto il dovere istituzionale di intervenire. Non lo faccio mossa da un interesse locale diretto o di parte, ma dal mio osservatorio in Consiglio Provinciale, con una visione d’insieme sulle riforme che normano l’assetto del nostro territorio trentino. Guardo a quanto sta accadendo con preoccupazione e intendo porre una riflessione che ricollochi questo delicato dibattito all’interno di una rigorosa cornice tecnica e amministrativa, a tutela della stabilità e dell’efficienza dei servizi per i cittadini. La costituzione del Comune della Predaia nel 2015 non è stata un’imposizione ideologica calata dall’alto, bensì l’esito di un percorso democratico ratificato da una netta consultazione popolare. Quella scelta affondava le sue radici in necessità strutturali oggettive: ottimizzare le risorse, superare la paralisi causata dalla carenza di personale nei piccoli municipi e creare uffici strutturati in grado di rispondere alle complessità burocratiche moderne.
Trovo pienamente legittimo che, a distanza di undici anni, una comunità senta l’esigenza di tracciare un bilancio. Tuttavia, come rappresentante delle istituzioni provinciali, voglio mettere in guardia i proponenti affinché non agiscano per una visione puramente ideologica o identitaria. L’identità territoriale è un valore prezioso, profondamente radicato in ciascuno di noi, ma per sua natura non è un dato misurabile. Le decisioni che impattano sulle generazioni future devono basarsi sui risultati concreti, sulla genesi storica del progetto e sui traguardi oggettivamente raggiunti in termini di investimenti, bilanci e stabilità organizzativa. Mettere in discussione una riforma istituzionale strutturata richiede dati alla mano: non ci si può basare solo sul sentiment o sulla rincorsa a un malumore. Da qui la pretesa di incontri pubblici per analizzare il raggiungimento o meno degli obiettivi posti in capo alla fusione voluta nel 2015.
In un momento storico in cui la Pubblica Amministrazione fatica drammaticamente a reperire e trattenere personale qualificato, smantellare un ente strutturato per ritornare a micro-comuni sarebbe probabilmente deleterio. Chiediamoci quindi ricadute avrebbero queste decisioni sugli uffici e sulla macchina amministrativa. È già estremamente complesso trovare professionisti disposti a lavorare nei Comuni; frammentare le strutture e ridurne la massa critica non produrrebbe maggiore vicinanza, ma potrebbe trasformarsi in una vera e propria fuga del personale verso enti più stabili e organizzati, lasciando i territori scoperti proprio nella gestione dei servizi essenziali. Se una porzione di popolazione manifesta oggi una percezione di distanza dalle istituzioni, la risposta politica corretta non è la frammentazione del territorio o lo smembramento del bene comune. Credo fermamente che valga la pena trovare strategie interne per far sentire i cittadini più rappresentati. L’identità di una frazione e l’attaccamento alla propria storia non si difendono moltiplicando i costi della politica o erigendo nuovamente vecchi confini burocratici, ma valorizzandoli attraverso azioni culturali, consulte partecipate e un decentramento funzionale intelligente.Il comitato punta a una consultazione popolare per verificare il consenso verso un nuovo assetto. È corretto e sacrosanto appellarsi alla democrazia, ma dobbiamo chiederci: questa spinta è realmente voluta e condivisa dalla maggioranza della popolazione o rappresenta l’esigenza e il sentiment di pochi?
Allora, da questo mio osservatorio in Consiglio Provinciale, voglio piuttosto lanciare un forte appello a tutta la cittadinanza. Invito le nostre comunità a essere vigili e a pretendere che i propri Comuni non vengano progressivamente privati delle loro legittime e storiche funzioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una tendenza provinciale che rischia di accentrare e smantellare le competenze tipiche degli enti locali: è un errore a cui dobbiamo opporci. È esattamente a livello locale che la nostra Autonomia deve emergere con forza; è lì che essa deve rimanere il caposaldo insostituibile di una funzione pubblica, amministrativa e politica che sia davvero vicina al territorio. Difendere l’efficienza di un Comune Unico e strutturato come Predaia significa anche questo: dare alle nostre comunità una voce abbastanza forte e solida per arginare il centralismo e rivendicare il proprio diritto a governarsi.
Più che di progetto quello di Marchiori sa di anelito o aspirazione. Questo perché sarà molto difficile per lui riuscire a federare liste civiche ora presenti in consiglio provinciale ma sedute su parti opposte dell’emiciclo consiliare. Né potrà essere sufficiente, come collante, il non mostrare riferimento nazionale nel simbolo.
Questa boutade politica sa piuttosto di operazione nostalgia forse tentando di richiamare momenti felici come furono quelli del Centro della Margherita di Dellai o del PATT di Rossi.
Ormai anche in Trentino i partiti nazionali sono sempre più decisivi a scrivere le sorti di una tornata elettorale anche provinciale. Se l’affannato segretario spera che possa esistere un progetto senza schieramenti rischia di cantarsela e suonarsela da solo al centro… in minoranza.
Dopodiché i trentini governati da una forza nazionale hanno estremamente bisogno di un bilanciamento civico al centro indipendentemente da quale schieramento conquisti il governo del Trentino.
A queste forze, che ne prendano atto o meno, risulterà impossibile pensare di poter governare senza doversi dunque schierare. L’ambiguità del segretario assai difficilmente potrà trasformarsi in un vero progetto politico che vada da qualche parte senza aver comunicato ai Trentini da che parte sta.
Insomma questa di Marchiori nel significato è sicuramente un’operazione lodevole. Ma nei contenuti e nella credibilità di chi la sta portando avanti sembra un’operazione piuttosto pretenziosa e velleitaria dettata da chi i numeri per portarla avanti non li ha.
Infine, leggiamo che a stretto giro di stampa, l’audace proposta politica ha già ricevuto la risposta di Spinelli. Fredda ad essere eufemistici. insomma sembra proprio che al centro – nel centro – di questa proposta politica, a giocarci rimarranno soltanto personaggi di spicco del capoluogo giudicariese.
Centro “fai-da-te” e alleanze di convenienza: la fallimentare strategia del PATT tra nostalgie vintage e specchietti per le allodole
Le recenti dichiarazioni del segretario del PATT Simone Marchiori hanno più l’aspetto di un colpo di calore estivo che l’ossatura di un progetto politico serio e lungimirante. Davanti a certe uscite, la domanda sorge spontanea: stiamo parlando di un centro per il Trentino o semplicemente dell’ennesimo tentativo di mettere “Tione al centro” delle poltrone? Dalla maggioranza (e non solo) arrivano già le prime, inevitabili repliche a quella che si configura come un’idea sinceramente balzana.
Pensare di coinvolgere liste civiche che oggi sono chiaramente posizionate nell’emiciclo consiliare – chi a destra, chi a sinistra – avendo come regista chi, storicamente, si colloca solo dove più gli conviene, è pura fantascienza politica. Il PATT, d’altronde, ha dimostrato negli anni una preoccupante dote di galleggiamento: un opportunismo cronico che non permette ai suoi stessi tesserati di avere un orientamento chiaro, nitido e programmato. Questo modus operandi fa una sola cosa: destabilizza chi, iscrivendosi a un partito, cerca una linea politica coerente e inconfutabile.
A ben pensarci, questa mossa sembra una sorta di anticipazione fuori stagione di un blockfrei. Un film già visto nel 2018, con la differenza che allora si consumò a ridosso delle elezioni; oggi, invece, si gioca d’anticipo, tentando di racimolare disperatamente tutto ciò che potrebbe essere disponibile nello scenario politico,
In questo momento storico, la polarizzazione tra destra e sinistra è più che mai radicata e sentita, con risvolti evidenti anche nel nostro Trentino. Se il PATT ha nostalgia del tempo che fu, è evidente che ha sbagliato i tempi: quel progetto territoriale è ormai decisamente vintage.
Se in passato certe formule hanno funzionato – all’epoca della Margherita o del PATT a trazione Rossi – oggi lo scenario è profondamente mutato. Siamo passati attraverso l’ondata leghista e ora ci prepariamo a quella dei “vannacciani”. In questo contesto, un progetto politico territoriale è certamente nobile sulla carta, ma se vogliamo essere sinceri e credibili, è semplicemente improbabile da applicare. Meglio lasciarlo stare e proseguire sulla retta via.
Casa Autonomia ha un’ambizione chiara: essere una lista civica capace di controbilanciare, rendere più efficace e allargare il perimetro del centrosinistra, insieme a compagni di viaggio che ,auspichiamo , non abbandonino la coalizione. Da parte nostra, la risposta a queste manovre di palazzo è netta: dagli specchietti per le allodole stiamo ben lontani. Soprattutto quando a proporli è chi ha sposato l’ambiguità e il trasformismo come unica bussola, rinnegando la coerenza
A fronte di una norma che stabilisce che un presidente non può proseguire il proprio
mandato oltre la legislatura, troviamo un Fugatti che non dà assolutamente l’idea di voler
mollare: o a Roma o a Trento, purché ci sia una poltrona, anche di seconda linea. Una
parabola che tradisce l’assenza di alternative fuori dalla politica. Questo attaccamento al
potere nuoce soprattutto ai trentini: un politico afflitto dalla necessità di ricandidarsi a tutti i
costi non sceglie e non opera per il bene della comunità, ma per il proprio tornaconto
elettorale. I cittadini trentini, in fondo, stanno cominciando a capirlo. Questo distacco dalle
istituzioni, unito al disagio socio-economico reale, sta alimentando una voglia di
cambiamento sempre più evidente. La percezione diffusa tra i cittadini nei contesti
economici ma soprattutto nei luoghi più popolari che frequento quotidianamente, indica che
il ciclo di questo governo provinciale sta raggiungendo il capolinea. La stanchezza
amministrativa è un fatto concreto, che spesso anticipa l’esito delle urne. Ma perché questa
spinta si traduca in un’alternativa reale, il centrosinistra deve sciogliere un nodo strutturale:
ricucire la frattura tra città e valli. Una polarizzazione scientificamente alimentata da chi ha
costruito il proprio consenso contrapponendo territori che dovrebbero invece cooperare. Le
valli non sono una periferia da assistere, né la città può ignorare le specificità della
montagna. Ricostruire questo equilibrio è il cuore del nostro programma. In questo quadro,
le scelte personali di Maurizio Fugatti passano per forza in secondo piano rispetto ai dati di
fatto: un Trentino impoverito, risorse pubbliche impegnate nel marketing elettorale di opere
irrealizzabili anziché nel welfare, e una sanità pubblica in crisi profonda. Se poi i calcoli di
poltrona di cui sopra, costringeranno i trentini a votare due volte in un anno, avremo la
conferma definitiva di una gestione che ha smarrito il senso delle istituzioni. Il contesto
nazionale pesa, ma la politica territoriale ha dinamiche proprie: un centrodestra forte a Roma
non compensa l’inefficienza di una giunta a Trento. Anzi, la destra locale è oggi schiacciata
tra due fuochi: la necessità di obbedire ai diktat romani di un governo Meloni centralista che
cozza frontalmente con la nostra Autonomia speciale e le crepe di una coalizione
frammentata da personalismi. La destra vince quando polarizza, ma perde quando deve
governare la complessità.
In tutto questo scenario politico posso dire che Il centrosinistra è pronto perché in questi anni
ha saputo fare un lavoro paziente di ricostruzione. Certo, si può e si deve fare sempre
meglio, ma intanto la coalizione ha dimostrato una compattezza solida tra le sue diverse
forze, una reale disponibilità ad ampliare il campo e una classe dirigente matura, pronta a
mettersi in gioco. Il Trentino del 2028 non chiede un semplice cambio di colore, ma un
radicale cambio di metodo. Per farlo, non serve un “capo assoluto” che decide in solitudine,
replicando lo schema della destra, ma una figura radicalmente diversa. L’identikit del nostro
candidato o candidata deve unire popolarità, autorevolezza e capacità di delega. Serve una
leadership allocratica: una guida capace di incarnare la sintesi politica del progetto, ma che
sappia distribuire responsabilità e potere decisionale, valorizzando le competenze ovunque
si trovino. Mentre loro negoziano le proprie carriere tra Trento e Roma, noi presidiamo
l’Autonomia rimettendo in movimento le intelligenze del territorio. Il centrodestra ci ha
consegnato un’agenda piena di fallimenti; sta a noi trasformarli in un’opportunità di governo.
Paola Demagri
QPrima di addentrarci nel periodo estivo, un ultimo incontro sul territorio.
La gente apprezza che la Politica entri nelle case e diventi davvero un incontro di prossimità. Sarà l’occasione per fare un breve bilancio del lavoro svolto, ma soprattutto per ascoltare e continuare a costruire insieme.
Vi aspettiamo:
📅 Giovedì 11 giugno
🕣 ore 20.30
📍 Sarnonico, presso il Punto Lettura
Sarà coordinato da:
Carla Podetti
e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico
– Paola Demagri, Consigliera provinciale
Non mancate, la vostra voce conta!
Negli ultimi anni, la salute mentale in Trentino è passata dall’essere un’emergenza silenziosa a diventare il termometro del fallimento del nostro sistema sanitario. Non si tratta di percezioni, ma di cruda realtà: cresce il disagio psicologico tra i giovani, aumenta la sofferenza isolata degli adulti, si aggrava la solitudine degli anziani. Di fronte a questa tempesta perfetta, i servizi territoriali resistono oltre il limite delle proprie forze, mentre le liste d’attesa si allungano e le famiglie vengono lasciate sole a navigare in un welfare che non offre più approdi sicuri. Questo disagio non è un semplice dato clinico: è una ferita sociale, culturale e comunitaria. È lo specchio di un territorio in cui i legami si indeboliscono e le pressioni aumentano. Proprio per questo, la governance della sanità avrebbe il dovere di garantire stabilità, continuità e valorizzazione delle competenze radicate.
Al contrario, in una cornice già profondamente fragile, si consuma la vicenda del dottor Claudio Agostini, storico direttore della salute mentale trentina. Parliamo di un professionista che ha guidato, coordinato e tenuto insieme un settore ad altissimo rischio, garantendo equilibrio e presenza. Un dirigente che, quando aveva manifestato l’intenzione di fare un passo indietro, era stato convinto dall’Azienda Sanitaria a restare, poiché la sua esperienza era giudicata imprescindibile. Oggi, nel momento di massima vulnerabilità del sistema, assistiamo a un cortocircuito politico e gestionale: il dottor Agostini viene bruscamente accompagnato alla porta. Non per sua scelta, ma per una precisa linea aziendale che ha decretato che la sua figura “non servisse più”, sacrificata sull’altare di accordi di spartizione con il mondo universitario. Qui la crisi della salute mentale e la gestione del personale si intrecciano in una preoccupante deriva politica. Privarsi di una guida storica e autorevole non è una legittima scelta organizzativa: è uno smantellamento programmato. È il segnale plastico di una disattenzione colpevole verso un ambito che andrebbe blindato, non indebolito. Questo caso diventa il simbolo di una gestione della sanità pubblica che ha smarrito la dimensione umana e il senso del proprio mandato istituzionale. Una politica sanitaria che si riempie la bocca di parole come “modelli”, “riorganizzazioni” e “innovazione”, ma che nei fatti logora i professionisti, ne svuota il ruolo e li sostituisce senza una reale trasparenza. Una sanità che appare sempre più subalterna a logiche esterne, quasi costretta a cedere pezzi della nostra Autonomia a chi arriva da fuori, trovando un terreno fertile ma sistematicamente impoverito di motivazioni, entusiasmo e riconoscimento corporativo.
Il “caso Agostini” non è un incidente di percorso, è un preciso campanello d’allarme politico. È la dimostrazione che il collasso della salute mentale non colpisce solo i pazienti, ma disarma gli stessi professionisti. E quando un sistema perde contemporaneamente chi chiede aiuto e chi ha la competenza per offrirlo, la frattura smette di essere congiunturale e diventa strutturale. La tesi è semplice, quanto drammatica: una sanità che non sa proteggere il proprio capitale umano non potrà mai prendersi cura dei cittadini. E una classe dirigente che accetta passivamente questo declino rischia di svendere non solo competenze preziose, ma la capacità stessa del Trentino di tutelare il proprio stato sociale.
Demagri Paola
QProsegue il ciclo di incontri sul territorio “Uno sguardo sul Trentino”. Questa volta saremo a Borgo Valsugana.
Siamo a metà legislatura: cosa sta succedendo? Quali scelte servono nei prossimi due anni e mezzo?
Parliamone insieme, partendo dall’ascolto del territorio e delle persone.
Vi invitiamo dunque a partecipare a:
📅 27 maggio 2026
🕣 ore 20.30
📍 Borgo Valsugana – Sala Lenzi, piazzetta Ceschi 1.
Sarà coordinato da:
Sumil Pellanda
e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico
– Paola Demagri, Consigliera provinciale
Il terzo incontro pubblico aperto a tutte e tutti per confrontarci sul presente del Trentino e costruire insieme prospettive concrete per il futuro della nostra comunità.
Vi aspettiamo numerosi.
Questa mattina sull’Adige leggiamo che il mega appalto dell’assistenza domiciliare, 24 milioni di euro di prestazioni, è stato assegnato a una cooperativa proveniente da fuori provincia. Un altro pezzo di Trentino che se ne va. Per molti sarà una notizia tecnica, per me è uno schiaffo: perché l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque, è la parte più fragile e più preziosa della nostra cura di prossimità, della quale ne abbiamo tanto bisogno.
La scelta sembra figlia della logica del ribasso, quella che riduce un servizio umano a una gara al centesimo. E quando si corre al ribasso, sappiamo già chi paga il conto: i lavoratori.
La famosa clausola sociale, se attivata, non garantisce né stipendi tutelati né continuità professionale: è un paracadute troppo debole per chi ogni giorno entra nelle case delle persone fragili. E mentre tutto questo accade, mentre si esternalizza un servizio così delicato, l’Assessore Tonina e la sua maggioranza provinciale a cosa pensano? Ad aumentare lo stipendio dei consiglieri. A blindare i dirigenti. A proteggere se stessa, non i servizi. Due scelte che, messe una accanto all’altra, raccontano con chiarezza quali sono le priorità: non i cittadini, non i lavoratori, non le famiglie.E infatti a pagare saranno in molti: i lavoratori, che rischiano condizioni peggiori; le famiglie, costrette a ricominciare da zero con nuovi referenti; gli utenti, che vedranno spezzarsi il rapporto di fiducia costruito nel tempo con i professionisti che li seguono. L’assistenza domiciliare non è un pacchetto da mettere all’asta. È un patrimonio umano, fatto di continuità, delicatezza, conoscenza dei territori. Svendere questo patrimonio significa indebolire l’intero sistema di cura, proprio mentre il Trentino avrebbe bisogno di rafforzarlo. E allora la domanda finale è inevitabile: com’è possibile che quando si tratta di servizi alle persone si scelga il ribasso, mentre quando si tratta di interessi infrastrutturali si corre spediti? Per far viaggiare più velocemente certi interessi trentini verso altre regioni, si è pronti a riaprire la Valdastico, a spingere sulla A22, a favorire collegamenti che sembrano servire più chi sta fuori che chi vive qui. E tutto questo mentre la nostra autonomia, invece di distinguerci, viene gestita in modo da appiattirci sulla nazione, perdendo ciò che ci rendeva un territorio capace di scegliere, governare e proteggere i propri servizi.