Paola Demagri
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Scuola e salute: stop ai diktat romani e alla censura ideologica. Il Trentino Autonomo merita rispetto: si tolgano le deleghe all’assessora Gerosa.

Da Paola Demagri 12 Ottobre 2026

Intervengo con profonda preoccupazione, ma soprattutto nel rispetto di un’etica
professionale, culturale e civile che da sempre guida la mia azione politica e il mio impegno
per questa comunità. Il recente e ingiustificato blocco dei progetti di educazione affettiva e
sessuale nelle scuole trentine, unito all’applicazione pedissequa e acritica delle direttive
ministeriali, segna il superamento di un limite non più tollerabile. Sulla scuola e sulla tutela
della salute delle giovani generazioni stiamo rasentando l’intollerabile.

Le ultime decisioni e direttive dell’assessora Gerosa rappresentano l’ennesima ingerenza e un vero e proprio
diktat calato dall’alto, frutto di un’impostazione centralista e ideologica che non appartiene
alla storia e alla cultura d’autonomia della Provincia Autonoma di Trento.
Da consigliera autonomista non posso accettare che nella nostra Provincia vengano
importate e imposte logiche nazionaliste ed estremiste. assistiamo a un continuo
inasprimento e alla circoscrizione della libertà di pensiero e d’insegnamento, con interventi
limitativi che mortificano la professionalità e le competenze che tanti operatori, sanitari e
docenti, hanno costruito in anni di studio e di attività sul campo.

È un’attitudine oscurantista che assomiglia sempre più alle uscite e alle posizioni dell’onorevole Vannacci, del tutto
distanti dall’equilibrio e dallo spirito di servizio di cui il Trentino ha bisogno.
Provo un profondo sdegno per l’operato dell’assessorato e per queste scelte retrograde. Non
sorprende che persino tra gli iscritti di quel partito ci sia chi inizia a sfilarsi: oltre alle questioni
interne di metodo, che non mi riguardano, credo sono forse queste prese di posizione
estremiste a creare sgomento. Ciò che mi capacita ancor meno è il silenzio complice e
l’impassibilità delle liste civiche e delle forze territoriali di centrodestra in Consiglio
provinciale: non basta ‘gufare’ nei corridoi o bisbigliare il proprio malcontento nei banchi
dell’aula, servono atti di responsabilità e prese di posizione chiare per fermare questa deriva.
Come forze di centro-sinistra e autonomiste rimaniamo salde, coerenti e rigorose nella
difesa dei diritti, dell’autonomia scolastica e della salute pubblica.

Ma di fronte all’allarme lanciato chiaramente dall’Ordine delle Ostetriche, di fronte all’agitazione delle
rappresentanze del personale sanitario, dei consultori e degli ordini professionali costretti a
scusarsi per l’applicazione di norme restrittive, diciamo chiaramente che l’unica azione
politica seria da compiere per tutelare la scuola e i nostri giovani è una sola: togliere le
deleghe all’assessora Gerosa. L’appello finale va ai giovani, alle ragazze e ai ragazzi, alle
famiglie e a tutti i cittadini: la libertà di scegliere e di crescere in modo consapevole passa
attraverso la libertà del sapere e dell’informazione. È il momento di far sentire la propria
voce, di scendere in piazza e di difendere il diritto ad un’educazione libera, scientifica e
rispettosa della dignità di ogni persona.
Paola Demagri
Consigliera provinciale Casaautonomia.eu

12 Ottobre 2026 0 Commenti
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Consenso informato e legge Valditara sulla sessualità: il copia-incolla dell’Assessora Gerosa demolisce la via trentina della scuola

Da Paola Demagri 30 Settembre 2026

L’applicazione in terra trentina della legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico (l. 104/2026) attraverso la relativa circolare applicativa inviata ieri alle scuole rappresenta la definitiva resa politica dell’Assessorato all’Istruzione e della Giunta provinciale di fronte ai diktat romani. Un atteggiamento subordinato che cancella decenni di Autonomia speciale in materia scolastica e svilisce la funzione della scuola trentina. Nel merito la legge introduce il requisito del consenso informato preventivo e scritto da parte dei genitori per qualsiasi attività extracurricolare o di ampliamento formativo avente a oggetto i temi della sessualità.

L’Assessora Gerosa e il Dipartimento la considerano direttamente applicabile nell’ambito del sistema educativo provinciale. Ma la PAT non è una semplice articolazione periferica dell’amministrazione statale! Il sistema educativo trentino è caratterizzato da una propria disciplina provinciale e da un’autonomia scolastica che attribuisce alle istituzioni importanti responsabilità nella definizione della propria offerta formativa.

Di fronte a una nuova legge statale destinata a incidere su un settore così delicato, ci si sarebbe quindi attesi dalla Provincia un’analisi approfondita del rapporto tra la nuova disciplina statale e l’ordinamento provinciale, nonché l’individuazione delle modalità con cui esercitare, nei limiti consentiti dall’ordinamento, la propria autonomia. Ma non siamo di fronte solo ad una criticità istituzionale, non si tratta solamente di assistere all’abdicazione all’esercizio della propria autonomia e alla riduzione dell’azione a funzione amministrativa di recepimento, anziché a responsabilità politica e istituzionale di elaborazione di una risposta provinciale.

Si tratta di chiedere perché la Provincia, e quindi l’Assessora e il Dipartimento, non abbiano sviluppato una disciplina applicativa capace di tutelare contemporaneamente il diritto delle famiglie all’informazione, l’autonomia scolastica, la libertà di insegnamento e il diritto degli studenti a una formazione adeguata in un ambito che richiede con urgenza un ruolo attivo e centrale da parte della scuola! Perchè è l’impianto culturale e pedagogico della norma ad essere gravemente limitato: l’educazione alla sessualità non può essere ridotta a una questione puramente autorizzativa o confinata alla sfera privata e familiare!

Il problema non è il diritto delle famiglie a essere informate. Quel diritto deve essere garantito. Il problema è che l’informazione rischia di trasformarsi in un vero e proprio potere di veto su attività che hanno una rilevante funzione educativa e preventiva. Le audizioni degli esperti sul disegno di legge di iniziativa popolare sull’educazione affettiva e alla parità di genere, tenutesi ieri curiosamente in contemporanea all’emanazione della circolare e in assenza sia dell’Assessora Gerosa che dei vertici del Dipartimento evidentemente impegnati tutti ad accondiscendere alle direttive romane, hanno invece attestato in modo corale la necessità e l’urgenza di costruire percorsi interdisciplinari di educazione relazionale alla parità e al rispetto delle differenze di genere, offerti dentro la scuola a tutti/e, quindi in modo universale!

Particolarmente preoccupante inoltre è l’impatto sulla scuola dell’infanzia, laddove l’approccio a questi temi è dalla legge, e quindi dalla circolare, addirittura vietato. I bambini e le bambine della scuola dell’infanzia sono nel pieno della fase evolutiva di costruzione del proprio “Io”, processo identitario che non può prescindere dal riconoscimento della propria sessualità. Non accompagnando ciò si fa un grave danno evolutivo! Non si tratta di educazione sessuale in termini di trasmissione di nozioni ed informazioni, ma di educazione sessuale in termini identitari e questa DEVE essere contemplata nella scuola dell’infanzia anche per evitare l’instaurarsi di una rappresentazione e definizione di ruoli stereotipati già a questa età.

Non aver esercitato l’autonomia in questo segmento – dove la competenza legislativa è addirittura primaria – e essersi adeguati al divieto nazionale rappresenta un errore imperdonabile, che può essere generatore di gravi conseguenze sugli apprendimenti e sulla crescita equilibrata dei bambini, specie di quelli provenienti da situazioni di fragilità.

Abbracciare le direttive nazionali è scelta deliberata dell’Assessora Gerosa che preferisce seguire i dettami del suo partito piuttosto che valorizzare l’autonomia trentina elaborando una risposta educativa propria. Risposta capace di tenere insieme diritti delle famiglie, autonomia della scuola e diritto degli studenti a un’educazione completa e moderna anche nella sfera delle relazioni e dell’affettività, come chiesto dalle migliaia di cittadini e cittadine che hanno convintamente sostenuto il disegno di legge sull’educazione relazionale a scuola.

Se l’Assessora Gerosa avesse ascoltato le audizioni di ieri avrebbe compreso l’enormità dell’errore che sta compiendo a danno della scuola trentina e di chi la vive ogni giorno ed avrebbe evitato di dare uno schiaffo plateale ai circa ottomila mila trentini che hanno sottoscritto il disegno di legge di iniziativa popolare.

Lucia Maestri e Francesca Parolari (PD del Trentino)

Michele Malfer (Campobase)

Paola Demagri (Casa Autonomia.eu)

Lucia Coppola (AVS)

Ascolta il podcast nella puntata di oggi dedicata alla scuola.

https://t.me/paola_demagri/97

30 Settembre 2026 0 Commenti
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Scuola e internazionalizzazione in Trentino: un potenziale ancora inesplorato?

Da Paola Demagri 26 Settembre 2026

la risposta dell’assessora Francesca Gerosa all’interrogazione della consigliera Paola Demagri sull’internazionalizzazione del sistema scolastico trentino offre alcuni dati che meritano una riflessione.

Nell’ultimo quinquennio sono stati circa 60 gli studenti provenienti dall’estero che hanno frequentato istituti secondari di secondo grado del Trentino nell’ambito di programmi di mobilità internazionale di medio e lungo periodo. Si tratta quindi di una media di circa 12 studenti all’anno in tutto il territorio provinciale; tale è un dato da rapportare ai 21.821 studenti che frequentano la scuola secondaria di secondo grado in Trentino, escludendo l’istruzione e formazione professionale.

È un dato che non può lasciare indifferenti. La stessa assessora Gerosa definisce i numeri assoluti «ancora contenuti» ed evidenzia una crescita nell’ultimo biennio; resta però il fatto che, in cinque anni, gli studenti stranieri accolti nelle nostre scuole sono stati circa sessanta.

Un altro dato fornito nella risposta permette una riflessione ulteriore. Nello stesso periodo 472 studenti trentini hanno beneficiato di borse provinciali per esperienze all’estero pari o superiori a un quadrimestre. I due dati non sono perfettamente confrontabili perché misurano fenomeni diversi. Restituiscono però una fotografia interessante: la mobilità dei nostri studenti verso l’estero appare molto più strutturata rispetto alla capacità di attrarre studenti stranieri in Trentino.

Anche il quadro nazionale invita a riflettere. Secondo il Rapporto 2025 dell’Osservatorio Nazionale sull’Internazionalizzazione delle Scuole e la Mobilità Studentesca l’indice di internazionalizzazione delle scuole italiane è salito a 52 punti rispetto ai 37 della prima rilevazione del 2009. Il 55% degli istituti italiani ha inoltre almeno uno studente in mobilità individuale di lunga durata. Nel Nord Italia la percentuale arriva al 67%. Di fronte a questi numeri viene spontaneo chiedersi: dove si colloca il Trentino in questo percorso?

La risposta dell’assessora indica inoltre la necessità di un vero e proprio «ecosistema territoriale» per favorire la mobilità in ingresso. Servono famiglie ospitanti, scuole, enti intermediari e reti locali. Serve quindi una capacità di accoglienza che vada oltre la singola scuola o il singolo progetto.

Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe interessante conoscere le intenzioni della Provincia: esiste la volontà di costruire una rete territoriale stabile per l’accoglienza degli studenti stranieri?

Una rete di questo tipo potrebbe mettere in relazione scuole, famiglie, associazioni, enti locali e soggetti che già si occupano di mobilità internazionale. Potrebbe rendere più semplice l’arrivo degli studenti e aumentare la capacità del Trentino di presentarsi come territorio aperto e attrattivo. I vantaggi, in questo caso, si vedrebbero soprattutto nel medio e lungo periodo.

C’è poi il tema del monitoraggio. La risposta fornisce il dato complessivo dei «circa 60 studenti» e segnala una crescita nell’ultimo biennio. Non emerge però un quadro sufficientemente dettagliato delle mobilità, in entrata e in uscita, da permettere di valutare con continuità l’andamento del fenomeno.

La stessa assessora Gerosa, parlando delle mobilità in uscita, richiama infatti «l’assenza, allo stato attuale, di una rilevazione unica di tutte le mobilità brevi». Per quanto riguarda invece la mobilità di lunga durata degli studenti trentini, precisa che «i dati disponibili si riferiscono alle borse di studio erogate dalla Provincia».

Ed è proprio qui che nasce un’altra domanda: stiamo misurando davvero il fenomeno della mobilità oppure riusciamo a ricostruirne solo una parte perché collegata a una spesa pubblica?

In tempi di banche dati ed intelligenza artificiale, è possibile che per conoscere la mobilità degli studenti dobbiamo ancora affidarci alle «ricevute» delle borse di studio?

Se l’internazionalizzazione viene considerata una leva di qualità formativa, apertura culturale e competitività territoriale, allora anche la capacità di attrarre studenti dall’estero e quella di permettere ai nostri studenti di approfondire la propria formazione fuori dal Trentino dovrebbero essere misurate e accompagnate con attenzione.

Tornando all’attrattività delle nostre scuole: sessanta studenti stranieri in cinque anni sono un risultato sufficiente oppure rappresentano un potenziale ancora largamente inesplorato?

Credo che questa sia la domanda da cui partire. Non solo per aumentare un numero ma per capire quale ruolo vogliamo dare all’internazionalizzazione nella scuola trentina.

Valentino Inama
Coordinatore Giovani
Movimento Casa Autonomia.eu

26 Settembre 2026 0 Commenti
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MENO SLOGAN, PIÙ SCUOLA: LA RISPOSTA AI PROBLEMI NON È UN TETTO, MA INVESTIMENTI E AUTONOMIA

Da Paola Demagri 22 Settembre 2026

Casa Autonomia e il gruppo “Fare Scuola” intervengono sulla proposta della soglia del 30% di studenti stranieri sostenuta dal Governo Meloni e dall’assessora Gerosa: «Fissare tetti burocratici è facile, investire nelle competenze e nelle comunità richiede coraggio. Serve un’Autonomia capace di governare la complessità, non di rincorrere la propaganda.»

Ogni volta che l’assessora Gerosa interviene sul tema della scuola, viene da chiedersi quale sia davvero l’idea di istruzione che sta perseguendo. Osservando le scelte compiute in questi anni, le polemiche alimentate e le continue messe in discussione dell’autonomia scolastica e delle professionalità dei nostri istituti, emerge la sensazione che esista un disegno preciso: ridurre la complessità della scuola trentina a una sequenza di slogan utili alla politica nazionale, anziché valorizzarne le competenze, le esperienze e le capacità di risposta ai problemi reali. Sembra quasi che all’inizio della legislatura sia stato stabilito un indirizzo preciso: “La scuola trentina deve cambiare volto”. Ma cambiare volto per diventare cosa? Più autonoma o più dipendente? Più capace di affrontare i problemi o più condizionata dalle campagne mediatiche del momento? Più vicina ai bisogni dei territori o più appiattita sulle parole d’ordine che arrivano da Roma?

L’ultima proposta di introdurre una soglia massima del 30% di studenti stranieri nelle classi, sostenuta dal Governo Meloni e rilanciata in Trentino dall’assessora Gerosa, si colloca perfettamente dentro questa impostazione. Ancora una volta la destra sceglie la strada più semplice: quella dello slogan. È una misura che parla alla pancia delle persone, intercetta paure e percezioni diffuse e offre una risposta apparentemente semplice a problemi complessi. Si individua un problema, si individua un responsabile apparente e si suggerisce una soluzione immediata. È il meccanismo classico del populismo: semplificare fino a impedire il pensiero critico.

Noi di Casa Autonomia non intendiamo rispondere con uno slogan opposto. Non ci interessa fare contro-populismo. Crediamo invece che la politica debba aiutare i cittadini a comprendere la complessità. Le riflessioni che proponiamo nascono dal lavoro del gruppo “Fare Scuola” di Casa Autonomia, composto da persone che la scuola la conoscono davvero perché l’hanno insegnata, diretta, amministrata e vissuta. La nostra non è una posizione ideologica, ma un ragionamento costruito attraverso esperienze concrete e professionalità.

Partiamo da un punto importante: Meloni e Gerosa mettono il dito su una questione reale. Esistono scuole e territori in cui si concentrano situazioni complesse. Esistono classi in cui la presenza di alunni con difficoltà linguistiche, sociali o culturali richiede attenzioni particolari, così come richiedono attenzione gli studenti con disabilità o fragilità. La scuola non è tutta uguale e negare questa complessità sarebbe un errore. Ma una cosa è la diagnosi, altra cosa è la cura. Quando si parla di educazione e inclusione c’è un passaggio che viene sistematicamente saltato: l’ascolto di chi nella scuola lavora ogni giorno (docenti, dirigenti, educatori, famiglie). La scuola sa già cosa serve: classi meno numerose, insegnanti preparati e stabilizzati, mediatori culturali e percorsi di alfabetizzazione linguistica, formazione continua e figure dedicate all’inclusione, progetti che coinvolgano famiglie e territori.

Tutte queste misure rientrano già oggi nelle competenze delle istituzioni scolastiche e dell’autonomia trentina, ma richiedono risorse economiche. Negli ultimi anni abbiamo assistito invece a un drastico ridimensionamento degli investimenti: la formazione linguistica degli adulti stranieri è stata ridotta.

Eppure la presenza di studenti stranieri nelle scuole trentine non è una novità: già dagli anni Novanta la scuola ha saputo accogliere e costruire percorsi di successo con serietà e intelligenza. Le esperienze raccolte dal gruppo “Fare Scuola” raccontano una scuola trentina che ha sempre saputo innovare: a Canova, insegnanti e amministratori si sono impegnati per creare occasioni di incontro tra ragazzi e famiglie nei quartieri, nelle associazioni e nello sport ; a Lavis, la dirigenza scolastica creò un consorzio sostenuto da Cassa Rurale, Comune e scuola per offrire corsi di italiano agli immigrati e alle donne (recuperando anche l’ex appartamento del custode), oltre a percorsi di lingua e informatica; a Gardolo, nei primi anni Duemila, si organizzarono docenti referenti per l’integrazione, accompagnamento delle famiglie e iniziative come la “scuola del pane”, luogo di incontro tra mamme.

Tutto questo dimostra che la scuola sa cosa fare da oltre trent’anni. Non mancano le competenze né le idee: mancano le risorse economiche e la volontà politica di investire.

La proposta del 30% appare non solo inefficace, ma pericolosa. Applicarla concretamente solleva interrogativi insormontabili:una volta superata la soglia, chi verrebbe trasferito e con quali criteri? Chi si farebbe carico dei costi del trasporto e in quali scuole lontane andrebbero mandati i bambini? Perché utilizzare la categoria burocratica di “studente straniero” anziché valutare le effettive difficoltà linguistiche o educative?

Il rischio è creare sradicamento, frammentazione sociale, traffico e costi aggiuntivi senza risolvere il problema. Come autonomisti, crediamo che la presenza di culture differenti non sia solo una sfida, ma una straordinaria opportunità di crescita. Un’Autonomia moderna, aperta e progressista non deve avere paura della complessità, ma deve saperla governare. Sotto il tappeto dello slogan del 30% si nascondono i veri tagli: carenza di finanziamenti, mancanza di insegnanti formati e disinteresse verso le potenzialità dell’Autonomia scolastica trentina. La vera domanda non è quanti studenti stranieri possano stare in una classe, ma di cosa abbia bisogno la scuola per funzionare meglio e garantire il successo formativo di tutti.

Il punto è che riconoscere un problema non equivale a risolverlo. E qui emerge la distanza tra chi utilizza le difficoltà della scuola per costruire consenso e chi invece prova a trovare soluzioni. La politica dovrebbe interrogarsi su ciò di cui le scuole hanno bisogno per affrontare queste situazioni. Invece la discussione viene spostata sul numero degli studenti stranieri presenti in una classe, come se fosse quello il cuore della questione.

La domanda da porre dovrebbe essere un’altra: le scuole dispongono delle risorse necessarie per rispondere ai bisogni educativi che incontrano? Hanno abbastanza insegnanti formati? Possono contare su mediatori culturali, su percorsi di alfabetizzazione linguistica, su classi meno numerose, su attività di supporto, su formazione continua e su strumenti adeguati? Perché se la risposta è no, allora il problema non è la presenza di studenti stranieri. Il problema è la scelta politica di non investire sufficientemente nella scuola.

Ascolta la puntata completa del podcast. La scuola merita un confronto serio, non soluzioni di facciata.

https://t.me/paola_demagri/87

Paola Demagri Consigliera provinciale e
il Gruppo “fare scuola” di Casaautonomia.eu

22 Settembre 2026 0 Commenti
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Undicesimo mese e benessere scolastico: servono dati, trasparenza e una nuova visione per la scuola dell’infanzia

Da Paola Demagri 18 Agosto 2026

In questo periodo agostano, mentre molti servizi rallentano e l’attenzione pubblica si sposta altrove, ho incontrato insegnanti, cuochi e personale dei servizi scolastici per fare il punto della situazione. Ho ascoltato il vissuto, le aspettative, i disagi, la praticabilità dell’undicesimo mese. Ho ascoltato anche le famiglie che hanno fruito del servizio, quelle che lo hanno richiesto e poi hanno scelto altro dopo aver visto i figli stanchi. Ne restituisco uno spaccato tutt’altro che felice, che merita di essere portato  nel dibattito politico. Il primo nodo riguarda i numeri. L’Assessora diffonde dati che non corrispondono alla realtà dei fatti e che non restituiscono la situazione delle frequenze, delle esigenze di conciliazione e delle condizioni del personale. Lo dicono le insegnanti che vivono la scuola ogni giorno, non un’opposizione pregiudiziale. Da qui il mio invito all’Assessora a non sottrarsi mai alla richiesta di dati: la trasparenza è un dovere, non un’opzione. Ricordo che ho un’interrogazione in sospeso, depositata il 30 marzo, alla quale è stata fornita una risposta interlocutoria il 15 aprile, con scadenza formale e trattandosi di interrogazione complessa la data di scadenza era fissata al 14 maggio. Siamo a ferragosto e ancora non è arrivato nulla. In un’azienda seria i numeri si devono poter estrarre ed ottenere in tempo reale: non è accettabile che la politica non riesca a fare altrettanto.
Ma torniamo all “undicesimo mese che non concilia. È un servizio a domanda, gratuito, che non garantisce continuità né progettualità. Le iscrizioni sono ridotte, le frequenze discontinue, gli autobus viaggiano spesso vuoti, e persino giugno registra presenze molto basse. Nel frattempo sono scomparsi strumenti fondamentali come i voucher del Fondo Sociale Europeo, che permettevano al terzo settore di offrire coperture flessibili nei diversi periodi dell’anno. Dobbiamo interrogarci seriamente se la politica dell’undicesimo mese, voluta a tutti i costi, faccia davvero tornare i conti alla PAT: giri di autobus vuoti, prenotazioni fatte a gennaio che non corrispondono poi alla libera e legittima fruizione del servizio, approvvigionamenti mensa in esubero. È una macchina che produce costi, non qualità. E per smentire questa valutazione  che non è una percezione, ma un riscontro quotidiano servono dati ragionati, completi, verificabili. Non basta dire che la percentuale dei bambini iscritti a gennaio per il mese di luglio è “di un certo valore”: quel dato, da solo, non significa nulla. Va aggiunta la percentuale dei fruitori reali sul totale dei bambini iscritti alla scuola dell’infanzia, e va indicato un range minimo di continuità, almeno 15 giorni, per capire se il servizio è stato davvero utilizzato e con quale stabilità. Solo così si può valutare se l’undicesimo mese funziona o se, come molti operatori segnalano, produce più disservizi che conciliazione: autobus che viaggiano vuoti, prenotazioni che non corrispondono alla fruizione reale, approvvigionamenti mensa in esubero. Senza questi dati, ogni narrazione politica resta monca
Il secondo nodo riguarda il cosiddetto “benessere scolastico”. Con l’assestamento di bilancio di luglio è stato inserito nella legge provinciale un principio che parla di equilibrio tra dimensioni fisiche, psicologiche, educative e tempi di vita. Ma la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si fa è evidente. Da sette anni il personale della scuola dell’infanzia denuncia un malessere crescente: ferie impossibili da pianificare, carichi di lavoro aumentati, nessun riconoscimento. L’unica proposta avanzata nel 2024 dall’Amministrazione prevedeva qualche giorno di ferie solo per le insegnanti, escludendo ausiliari e cuochi, e solo a condizione di non aver fatto nemmeno un giorno di malattia. Una misura respinta dai sindacati, che non risponde al principio di benessere inserito nella legge.
Il benessere, se raggiunto, va misurato oltre che percepito. E non dalla politica, ma dai lavoratori.
La misurazione prevede il raggiungimento dei cosiddetti benefit che la Giunta ha indicato, come la possibilità di fruire delle ferie al di fuori del canonico periodo. Ma questo benefit non è stato raggiunto: solo una minima parte delle insegnanti ha potuto usufruire dei sei giorni di ferie previsti da contratto a scuola aperta; in alcuni casi sono state concesse ferie anche al personale non docente, ma non ovunque. Per permettere a un’insegnante di andare in ferie si rinuncia alla compresenza, lasciando un solo docente con 25 bambini: una violazione di fatto della L.P. 13/77. Molti plessi hanno scelto di non attuare questa possibilità per senso di responsabilità. Da settembre a luglio, la maggioranza del personale non riesce a ottenere nemmeno un giorno di congedo se non con permessi non retribuiti. Anche la decisione di confermare le supplenti per l’undicesimo mese, annunciata solo un mese prima, è servita soprattutto a coprire assenze ordinarie: congedi parentali, aspettative, permessi della Legge 104. Bastano pochi calcoli per capire che questa narrazione non regge. È stato un effetto placebo: non ha portato il beneficio sperato, ma solo una routine già consolidata negli anni precedenti.
Il sistema è in affanno. Utilizzare i numeri per convenienza politica, ignorando le persone, non è accettabile. La scuola dell’infanzia sta perdendo qualità pedagogica e benessere del personale, e la società rischia di accorgersene quando sarà troppo tardi. Si sovraccaricano lavoratrici e lavoratori, si assiste alla fuga verso altri settori o verso il part‑time, e si sostituisce personale qualificato con figure prive dei titoli d’accesso. Si parla di conciliazione senza rispettarne i vincoli e senza analizzare i dati reali. E qui inserisco una verità politica che non può essere elusa: la scuola si apre a settembre, e il mondo della scuola arriverà subito sui banchi del Consiglio. Verranno aperte anche le porte del Consiglio, perché le questioni che oggi sembrano estive e marginali diventeranno immediatamente centrali. Per allora prepariamoci una domanda:  quale futuro vogliamo per la nostra scuola?  Guardando oltre i nostri confini, è evidente che la scuola ha bisogno di stabilità, identità e progettualità. Il welfare è un’altra cosa: deve rispondere alle esigenze mutevoli delle famiglie con strumenti adeguati, non scaricare sulla scuola funzioni che non le appartengono. Ignorare questi segnali significa mettere a rischio un intero sistema educativo e, con esso, un pezzo fondamentale della coesione sociale.

18 Agosto 2026 0 Commenti
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Demagri – Malfer: “La Giunta Gerosa non può voltarsi dall’altra parte: il sistema delle scuole musicali va difeso ora”

Da Paola Demagri 14 Giugno 2026

Finita la scuola per studenti e studentesse, insegnanti, dirigenti e personale, non sono finite le attenzioni che la politica deve dedicare al mondo scolastico. Tutti hanno fatto la loro parte, tutti hanno portato a termine l’anno con responsabilità e impegno. Ora tocca all’assessora Gerosa e alla Giunta dimostrare altrettanta serietà, usando il periodo estivo non come una pausa, ma come un tempo di riflessione e programmazione in vista del prossimo anno scolastico. Se tutti hanno fatto bene il proprio lavoro, è il momento che lo faccia anche chi governa. Il sistema delle scuole musicali trentine rappresenta una delle esperienze più significative e originali delle politiche culturali della Provincia autonoma di Trento. Nel corso degli anni il Trentino ha sviluppato un modello peculiare di collaborazione tra istituzione pubblica e iniziativa privata organizzata, attraverso il quale la Provincia e le scuole musicali iscritte al Registro provinciale concorrono a garantire un accesso diffuso, capillare e territorialmente equilibrato alla formazione musicale di base. Si tratta di un sistema che coinvolge realtà giuridicamente diverse – cooperative, associazioni culturali e istituzioni pubbliche – accomunate dalla finalità di promuovere la cultura musicale, la crescita educativa delle persone e lo sviluppo delle comunità locali.
Tale modello assume particolare rilievo in un territorio caratterizzato dalla presenza di aree urbane, vallate periferiche e comunità geograficamente distanti dai principali centri culturali. Grazie alla presenza delle scuole musicali, la formazione artistica non rimane concentrata nelle città maggiori, ma raggiunge in maniera capillare l’intero territorio provinciale, garantendo pari opportunità di accesso anche alle popolazioni residenti nelle zone più periferiche. La Provincia autonoma di Trento ha sempre riconosciuto la formazione musicale di base quale elemento di valorizzazione, aggregazione e crescita culturale e sociale delle comunità locali, promuovendone il coinvolgimento nel sistema educativo provinciale. Ma oggi questa attitudine sembra affievolirsi, come se la Giunta stesse progressivamente arretrando rispetto a un impegno che per decenni è stato considerato strategico.
Il sistema delle scuole musicali trentine costituisce un caso pressoché unico nel panorama nazionale e genera valore collettivo in molteplici ambiti. Sul piano educativo integra e rafforza un’offerta scolastica nella quale l’insegnamento musicale occupa spazi limitati; accompagna bambini, ragazzi e adulti nello sviluppo di competenze personali e relazionali quali ascolto, disciplina, responsabilità, collaborazione e consapevolezza del proprio ruolo nella comunità. Sul piano culturale diffonde competenze artistiche e sensibilità musicale; sul piano sociale favorisce inclusione, partecipazione e coesione; sul piano economico sostiene una rete articolata di lavoratori qualificati, famiglie, associazioni, bande, cori e realtà culturali. Le tredici scuole musicali iscritte al Registro provinciale raggiungono ogni anno migliaia di allievi e collaborano stabilmente con scuole dell’infanzia, istituti scolastici, bande musicali, cori, enti locali, strutture sociali e sanitarie. Considerando anche le collaborazioni con il sistema scolastico e con le realtà associative del territorio, il numero delle persone coinvolte supera ampiamente quello degli iscritti diretti ai corsi.
Le scuole musicali sono una vera infrastruttura culturale diffusa, costruita nel tempo grazie all’impegno congiunto della Provincia, delle comunità locali e di centinaia di professionisti
della musica e dell’educazione. Non sono semplici luoghi di apprendimento, ma agenzie educative radicate nel territorio, capaci di generare inclusione, cittadinanza attiva, dialogo intergenerazionale e benessere sociale. Sono presìdi che contrastano l’isolamento, rafforzano il senso di appartenenza e promuovono percorsi di crescita personale per allievi di ogni età. La ricerca accademica conferma che queste istituzioni contribuiscono in modo determinante alla vitalità culturale delle comunità, alimentando un patrimonio di competenze, relazioni e creatività che rappresenta una risorsa strategica per lo sviluppo del Trentino.
Ed è proprio su questo patrimonio che oggi l’assessora Gerosa deve assumersi una responsabilità chiara. Nelle scuole musicali i costi aumentano, le risorse provinciali sono ferme da anni, gli enti gestori faticano a garantire la qualità del servizio e i docenti lavorano con stipendi che non consentono prospettive di futuro. Persino il limitato incremento di risorse approvato dal Consiglio provinciale con l’emendamento all’assestamento di bilancio 2025-2027, pari a 325.000 euro annui per il triennio 2025-2027, non sembra aver trovato piena attuazione: per il 2025 non risultano infatti assegnazioni aggiuntive alle scuole musicali e per il 2026 sono stati finora destinati soltanto 85.000 euro. Un dato che rende ancora più urgente fare chiarezza sulle reali intenzioni della Giunta nei confronti del comparto.
Per questo i consiglieri provinciali Paola Demagri (Casa Autonomia.eu) e Michele Malfer (Campobase) hanno depositato un’interrogazione che non lascia margini di ambiguità. Chiedono alla Giunta di dire finalmente la verità: se crede ancora nel sistema delle scuole musicali o se ha deciso di lasciarlo scivolare verso un lento smantellamento.
Chiedono perché le risorse degli ultimi cinque anni non tengano il passo con inflazione e costo del lavoro e per quale motivo, a fronte di uno stanziamento aggiuntivo di 325.000 euro annui approvato dal Consiglio provinciale, alle scuole musicali non siano arrivate risorse aggiuntive nel 2025 e siano stati destinati soltanto 85.000 euro nel 2026. Chiedono perché non sia stata effettuata una valutazione seria sull’adeguatezza dei finanziamenti. Chiedono perché i docenti continuino a essere trattati come un costo da comprimere e non come professionisti che sostengono un’intera infrastruttura culturale. Chiedono quali misure concrete la Giunta intenda adottare per evitare il collasso di un sistema che ha garantito qualità, equità territoriale e crescita culturale per decenni. E chiedono perché, fino a oggi, non sia arrivata alcuna risposta.
Le scuole musicali non chiedono privilegi. Chiedono che vengano rispettati gli impegni assunti dalla politica e che le risorse approvate dal Consiglio provinciale trovino effettiva applicazione. Non accetteremo che un’eccellenza trentina venga sacrificata per inerzia politica. Se la Giunta Gerosa ha deciso di non occuparsi delle scuole musicali, lo dica chiaramente. Noi continueremo a difendere questo sistema finché avremo voce.
Paola Demagri Casaautonomia.eu
Michele Malfer Campobase

14 Giugno 2026 0 Commenti
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A sostegno del ddl di iniziativa popolare

Da Paola Demagri 20 Aprile 2026

Siamo stati chiamati a discutere un disegno di legge che non nasce nei corridoi della politica, ma nelle mani dei cittadini. Un ddl di iniziativa popolare che richiedeva ai proponenti di raccogliere almeno 2.500 firme entro il 30 settembre. E già questo, da solo, dovrebbe farci fermare un momento.

Perché quando la comunità si muove, quando le famiglie firmano, quando gli educatori si espongono, quando i pedagogisti mettono nero su bianco le loro analisi, la politica ha il dovere di ascoltare. Non per cortesia, ma per mandato democratico.

E invece, finora, il metodo scelto dalla Giunta è stato un altro: un metodo di forzatura, non di motivazione. Un metodo che non ha mai presentato dati comparativi sulla reale partecipazione delle famiglie, che non ha costruito un percorso di ascolto, che non ha aperto un confronto.

E questo pesa, perché quando si parla di infanzia, il metodo è già merito. Il modo in cui si decide racconta la qualità della decisione. In questi anni abbiamo ascoltato molte voci: pedagogisti, insegnanti, esperti, famiglie. E tutte, con una coerenza rara, ci dicono la stessa cosa: dieci mesi di scuola d’infanzia sono ampiamente sufficienti per una formazione strutturata, equilibrata, rispettosa dei tempi di crescita dei bambini.

Non è un’opinione politica: è un principio pedagogico consolidato. I bambini hanno bisogno di cicli chiari, di tempi riconoscibili, di pause che permettano di integrare ciò che hanno vissuto. La scuola d’infanzia non è un servizio continuativo senza stagioni: è un percorso educativo che ha bisogno di respirare. E qui entra un altro principio fondamentale: il servizio di conciliazione non va confuso con il servizio educativo. Sono due funzioni diverse, con finalità diverse, con personale diverso. La conciliazione è un bisogno legittimo delle famiglie, ma non può essere scaricato sulla scuola d’infanzia.

La scuola non è un parcheggio sociale. La scuola non è un contenitore universale. La scuola è un luogo di crescita, e come tale va protetto. Le famiglie, quando hanno esigenze di conciliazione, possono trovare luoghi adatti, personale adatto, servizi pensati per rispondere a quel tipo di necessità.

Ma non possiamo chiedere alla scuola d’infanzia di diventare ciò che non è. Non possiamo snaturare la sua identità per coprire vuoti organizzativi che spettano ad altri strumenti. E poi ci sono loro, le insegnanti. Le persone che ogni giorno tengono in piedi la qualità educativa del nostro territorio. Da anni ci dicono che andare oltre i dieci mesi significa uscire dalla cornice contrattuale, educativa, logistica, climatica e formativa.

Significa lavorare in condizioni non previste, in spazi non adeguati, in periodi dell’anno in cui la qualità non può essere garantita. Significa chiedere loro di fare un lavoro diverso da quello per cui sono state formate, selezionate, assunte. E non è solo una questione di salute dei bambini, anche se quella dovrebbe bastare.

È una questione di rispetto per la professionalità educativa. Perché la scuola d’infanzia non è fatta solo di muri e orari: è fatta di competenze, di progettazione, di intenzionalità pedagogica. E quando si chiede di estendere il servizio oltre i dieci mesi, si chiede di sacrificare tutto questo.

Il ddl di iniziativa popolare difende un principio semplice e potente:che l’infanzia è un bene pubblico e come tale va tutelata con norme chiare, partecipate, rispettose delle competenze professionali. E difende un altro principio, altrettanto importante: che la partecipazione dei cittadini non è un fastidio, ma una risorsa. 

Che quando migliaia di persone firmano, quando si organizzano, quando chiedono un confronto, la politica non può voltarsi dall’altra parte.Perché la democrazia non è solo votare: è essere ascoltati.

Questo ddl non nasce contro qualcuno. Nasce per qualcosa: per un territorio che vuole crescere, per famiglie che meritano servizi adeguati, per bambini che meritano qualità, per insegnanti che meritano rispetto, per una politica che non abbia paura di ascoltare. E allora sì, oggi siamo chiamati a una scelta che non è tecnica. È una scelta identitaria.

Una scelta che dice chi siamo e che idea di futuro vogliamo costruire. Sostenere questo ddl significa dire che la democrazia funziona. Significa dire che la qualità educativa non si sacrifica. Significa dire che la scuola d’infanzia non è un servizio residuale, ma un pilastro della comunità. Significa dire che quando la comunità parla, le istituzioni rispondono. E io credo che questo sia il compito più alto che abbiamo.

20 Aprile 2026 0 Commenti
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Scuola dell’infanzia in Trentino: senza dati non c’è qualità né trasparenza

Da Paola Demagri 7 Aprile 2026

Dall’ultima legislatura in poi la scuola dell’infanzia trentina è stata raccontata come un sistema solido, stabile, capace di reggere qualsiasi pressione. Una narrazione rassicurante, ripetuta con costanza, che però non coincide più con ciò che accade nelle scuole.
Mentre la Giunta parlava di “attenzione alle famiglie” e “qualità garantita”, nelle sezioni si accumulavano segnali di fragilità che non sono stati affrontati: personale qualificato che se ne va, supplenze improvvisate, sezioni affidate a chi non ha il titolo, malessere crescente tra le insegnanti, e soprattutto progressiva mancanza di trasparenza.
Oggi non sappiamo più come stia davvero funzionando la scuola dell’infanzia. E questo non è un incidente: è il risultato di anni in cui si è preferito non misurare, non monitorare, non rendere pubblici i dati. Perché quando i numeri non circolano, è più facile continuare a dire che tutto va bene.


La scuola dell’infanzia è il primo luogo in cui un bambino incontra il mondo, eppure proprio questo segmento così delicato del sistema educativo trentino vive dentro una crescente opacità. Non esistono dati pubblici, completi e aggiornati che permettano di capire come stia davvero funzionando, quali fragilità stia vivendo e quali rischi stia correndo.
È per questo che abbiamo presentato un’interrogazione: evitando allarmismi, con l’intento però di restituire trasparenza a un settore che merita rispetto e attenzione. Oggi non sappiamo quante sezioni siano affidate a personale non qualificato. Negli ultimi anni il ricorso personale qualificato come senza titolo è aumentato, ma non esiste una fotografia chiara che dica quante insegnanti prive della laurea richiesta stiano lavorando stabilmente nelle sezioni. Senza questo dato non possiamo valutare la qualità del servizio né capire quanto sia fragile la continuità educativa. Anche qui pesa una responsabilità politica: se non si pubblicano i numeri, non si è costretti a rispondere delle scelte fatte.
Non sappiamo nemmeno perché sempre più laureati in Scienze della formazione primaria scelgano di non lavorare nella scuola dell’infanzia o chiedano di essere spostati su incarichi non educativi. È un segnale evidente di perdita di attrattività della professione, ma senza numeri non possiamo capire la portata del fenomeno né intervenire in modo efficace. Dal 2020 la Giunta ha preferito minimizzare, anziché affrontare le condizioni di lavoro e il malessere crescente.
Non sappiamo se i bambini con bisogni educativi speciali ricevono un supporto adeguato. Quante insegnanti di sostegno hanno davvero il titolo specifico? Sono domande che avrebbero dovuto trovare risposta già anni fa, ma la scelta politica è stata un’altra: evitare di rendere pubblici numeri che potrebbero mostrare un sistema in difficoltà. Non sappiamo quanto il sistema stia reggendo dal punto di vista organizzativo. Ci sono scuole che faticano a coprire il tempo di intersezione previsto dalla legge, ma non esiste un monitoraggio pubblico che dica quanti giorni, in quali istituti e con quali conseguenze. Senza trasparenza non si può capire se il sistema è in equilibrio o se sta già cedendo. Anche in questo caso, dal 2020, si è preferito non vedere. Non sappiamo quante supplenze senza titolo durano settimane o mesi, né su quali tipologie di posto. Ciò significa che non possiamo distinguere tra emergenze temporanee e criticità strutturali. E senza questa distinzione non si può programmare nulla. La mancanza di monitoraggio è una scelta politica, non una fatalità.


Non sappiamo quante insegnanti stiano chiedendo di uscire dal sistema: trasferimenti, part‑time, aspettative, cambi di mansione. Sono indicatori preziosi dello stato di salute della professione, ma non vengono resi pubblici. Anche questo silenzio è una scelta: se non si vede il disagio, non si è costretti a intervenire. E infine non sappiamo se la denatalità sia stata usata come alibi. Dal 2020 in poi la Giunta ha spesso ripetuto che “ci sono meno bambini”, come se questo bastasse a giustificare tutto. Ma meno bambini non significa automaticamente più qualità. > Sara: Potrebbe significare, invece, meno personale qualificato, più supplenze improvvisate, più stress organizzativo. Solo i numeri possono dirlo, e proprio quei numeri mancano. Per tutte queste ragioni abbiamo chiesto alla Giunta di fornire dati chiari, completi e verificabili. Non per polemica, ma per responsabilità. Perché senza dati non c’è programmazione, senza trasparenza non c’è fiducia, e senza una fotografia reale non si può costruire una politica per l’infanzia seria, lungimirante e rispettosa del lavoro delle insegnanti. L’esecutivo provinciale ha preferito raccontare che il sistema “tiene”, ma un sistema tiene davvero solo se lo si conosce, lo si monitora e lo si sostiene.
La scuola dell’infanzia non è un servizio accessorio: è il cuore del futuro educativo del Trentino. Chiedere dati significa chiedere verità. E chiedere verità significa assumersi la responsabilità politica di guardare in faccia ciò che non funziona, invece di nasconderlo dietro slogan rassicuranti.
 
Consiglieri provinciali
Demagri Paola Movimento casaautonomia.eu 
Malfer michele Campobase
Maestri Lucia Partito Democratici
Parolari Francesca Partito Democratico
 

7 Aprile 2026 0 Commenti
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Incontro al Liceo Russell: nove classi a confronto con le istituzioni provinciali.

Da Paola Demagri 5 Marzo 2026

L’iniziativa

Ieri mattina il Liceo Russell ha ospitato un incontro che ha coinvolto nove classi, all’interno di un progetto dedicato all’analisi dei bisogni informativi degli studenti e alla loro volontà di approfondire il funzionamento delle istituzioni. Il percorso è stato accolto dalla dirigente scolastica e coordinato dall’insegnante referente, che ha seguito tutte le fasi preparatorie.

La partecipazione istituzionale

All’appuntamento erano presenti rappresentanti del Consiglio provinciale, appartenenti sia alla maggioranza sia alla minoranza, insieme al Presidente e al Segretario generale del Consiglio. Gli studenti hanno potuto rivolgere domande dirette agli interlocutori, esplorando competenze, responsabilità e ambiti di intervento della Provincia autonoma di Trento.

Il lavoro degli studenti

Le domande poste sono state il risultato di un lavoro collettivo approfondito, basato su metodo, analisi e capacità critica già molto sviluppate. La qualità della preparazione evidenzia un gruppo di ragazze e ragazzi attenti al contesto in cui vivono, consapevoli dei problemi e delle opportunità del territorio e interessati a comprendere come le decisioni politiche possano incidere sul futuro del Trentino.

I temi emersi

Tra gli argomenti affrontati:

• il funzionamento delle istituzioni provinciali
• le competenze della Provincia autonoma
• le politiche che possono migliorare le condizioni del territorio
• le prospettive delle nuove generazioni, che nei prossimi anni saranno lavoratori, genitori e cittadini attivi

Il valore dell’esperienza

L’incontro ha confermato l’importanza di creare occasioni stabili di dialogo tra giovani e istituzioni. Favorire la conoscenza dei processi decisionali e delle responsabilità pubbliche contribuisce a far percepire la politica come uno strumento di partecipazione e responsabilità condivisa, e non come mera distribuzione di ruoli.
Un percorso che incoraggia i giovani a informarsi, a porre domande e a sviluppare un pensiero critico, elementi fondamentali per un territorio capace di confrontarsi con il Paese e con il mondo.

5 Marzo 2026 0 Commenti
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Scuole aperte a luglio: molte promesse, nessuna informazione. Depositata interrogazione per chiedere chiarezza alla Giunta

Da Paola Demagri 17 Febbraio 2026

Negli ultimi mesi molte famiglie trentine conservano in agenda un ritaglio di giornale: quello in cui la Giunta annunciava con grande enfasi l’apertura estiva degli istituti scolastici nel mese di luglio, per i bambini della scuola dell’infanzia e per gli alunni dai 6 ai 14 anni. Una misura definita “strategica”, presentata come imminente, sperimentale per due anni e senza impatto sul calendario scolastico. Quel ritaglio, però, da settimane viene solo spostato più avanti, mentre le informazioni concrete continuano a mancare.I genitori interessati cercano risposte, chiedono come accedere ai servizi, quali scuole saranno coinvolte, quali attività verranno proposte, quali costi dovranno sostenere. Ad oggi, di tutto questo non c’è traccia. Se la Giunta non chiarirà rapidamente come intende organizzare il progetto, rischiano di rimanere con un annuncio sulla carta e nulla più. Eppure gennaio e febbraio sono i mesi in cui i lavoratori nel pubblico come nel privato devono programmare ferie e aspettative estive, indispensabili per la cura dei figli. L’incertezza attuale rende impossibile pianificare. Chi non crede che la Provincia riuscirà davvero a partire già dall’estate 2026 si sta organizzando come negli anni scorsi, assumendosi interamente i costi. Altri attendono, ma non potranno farlo ancora a lungo: luglio è dietro l’angolo. È in questo contesto che abbiamo depositato un’interrogazione in Consiglio provinciale, per chiedere finalmente chiarezza su un progetto annunciato come prioritario, finanziato, inserito negli atti di programmazione economica, ma che oggi non mostra alcun avanzamento visibile.
Questa distanza crescente tra gli annunci e la realtà rischia di minare la fiducia delle famiglie e degli stessi soggetti che, negli anni, hanno garantito servizi educativi estivi di qualità. Non è accettabile che una misura definita “strategica”, inserita negli atti di programmazione, finanziata con risorse dedicate e presentata come un pilastro della conciliazione vita-lavoro, rimanga sospesa nel vuoto organizzativo.
La Giunta ha scelto di costruire attorno a questo progetto una narrazione forte, ma oggi quella narrazione non trova riscontro nei fatti. E quando si parla di servizi per l’infanzia, di tempi di vita e di lavoro, di programmazione familiare, non ci si può permettere leggerezze o improvvisazioni.

Per questo abbiamo depositato un’interrogazione: per chiedere trasparenza, tempi certi, responsabilità amministrativa. Perché le famiglie non possono vivere nell’incertezza, le associazioni non possono restare bloccate, e il territorio non può essere lasciato nell’attesa di decisioni che avrebbero dovuto essere già operative. Se la Provincia considera davvero questa misura una priorità, è il momento di dimostrarlo con atti concreti, non con ulteriori annunci.

17 Febbraio 2026 0 Commenti
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