Paola Demagri
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Dopo Ciarleglio se ne va anche la Primaria di Anestesia. Politica e ASUIT navigano a vista. L’appello ai Sindaci della Val di Non e della Val di Sole

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

L’Ospedale di Cles perde un altro pezzo da novanta nel silenzio assordante della Provincia e dell’ASUIT. Dopo l’addio, meno di un anno fa, del dottor Ciarleglio, è di queste ore la notizia dell’uscita della Primaria di Anestesia. Una perdita pesante, sintomo di una totale assenza di visione strategica e di un disinvestimento strutturale che sta riducendo all’osso i servizi sanitari delle nostre valli.

I servizi sanitari territoriali si reggono esclusivamente sulla professionalità, sulle competenze e sul valore delle risorse umane. Sono i professionisti a qualificare le strutture, a renderle attrattive, efficaci ed efficienti per i cittadini. Negli ospedali di valle questo principio è ancora più vitale: la missione di un presidio dipende strettamente dall’équipe medica che vi opera, dal background clinico costruito negli anni e dalla casistica di successo che certifica la sicurezza delle cure. Compito di un’Azienda Sanitaria seria e di una politica lungimirante dovrebbe essere quello di orientare, presidiare, monitorare e, soprattutto, trattenere queste eccellenze. A Cles, purtroppo, sta accadendo l’esatto contrario. La perdita della Primaria di Anestesia dr Zardin Michela è solo l’ultimo tassello di un mosaico di abbandoni. Parliamo di una professionista che negli anni ha saputo strutturare un pool d’eccellenza, capace di garantire una copertura h24 per il Pronto Soccorso, le sale operatorie e le attività ambulatoriali legate alla gestione del dolore. Una colonna portante che garantisce sicurezza e appropriatezza clinica, ma che evidentemente non ha trovato le condizioni ambientali, professionali e di prospettiva per rimanere.

La storia si ripete. Solo dieci mesi fa si assisteva all’addio del dottor Ciarleglio, richiamato dall’Ospedale Universitario di Perugia per dirigere un importante reparto di chirurgia. Se ne andò a malincuore, perché avrebbe voluto restare in Trentino, ma l’ASUIT non è stata capace di offrirgli un percorso di carriera minimamente appetibile. Oggi perdiamo anche la guida dell’anestesia. Chi sarà il prossimo?

Dopo l’addio del dottor Ciarleglio l’ASUIT non ha ancora dato seguito al bando per la nomina del nuovo Direttore. Un reparto può essere ben presidiato dal facente funzioni – e a Cles lo è – ma le scelte strategiche non possono restare sospese nel limbo delle intenzioni. Oggi sembra che si stia ancora decidendo quale cornice dare al bando, come se la definizione del profilo fosse un passaggio complesso. Eppure basterebbe riprendere quello del dottor Ciarleglio, riproporlo, e garantire così che l’Ospedale possa continuare a lavorare nella direzione che ha dimostrato di essere utile e fondamentale per le nostre Valli. La sanità territoriale non vive di attese indefinite: vive di continuità, di stabilità, di scelte che consolidano e non indeboliscono. La perdita della primaria coincide con la scelta della direzione medica di chiudere temporaneamente le sale operatorie per interventi strutturali e sostituzione di apparecchiature. Un intervento legittimo, certo, ma che comporterà una drastica riduzione dell’attività chirurgica e pesanti disagi per i pazienti, costretti a trasferimenti forzati altrove. La vera domanda politica, però, è un’altra: alla riapertura delle sale, quando il cantiere sarà concluso, chi gestirà quelle sale operatorie rimaste prive di una guida autorevole e di elevate competenze?

Lo si è già visto con il progressivo impoverimento del Punto Nascita, ridotto fisiologicamente al lumicino e privato della presenza del Direttore di reparto, accompagnato ad operare altrove per la gestione delle attività territoriali. Il reparto è stato assegnato a un facente funzioni. Qui non va letta la competenza dell’uno o dell’altro, ma la scelta aziendale: sposti il Direttore dall’Unità Operativa che proprio Fugatti vuole tenere aperta? Qui la gatta ci cova. Questa decisione ha molti significati, il primo dei quali è che il reparto si sta avviando al declino definitivo.

Il rischio concreto è che si utilizzi la scusa della mancanza di personale per tagliare linearmente le competenze dell’Ospedale di Cles, declassandolo da presidio di eccellenza a poliambulatorio svuotato di funzioni essenziali.

È necessario, a questo punto, aprire una riflessione delicata ma doverosa sulla Direzione medica. Il suo compito va ben oltre le funzioni ordinarie che riguardano la sicurezza, la Farmacia ospedaliera o l’attività necroscopica. La Direzione medica è il presidio più alto della tutela dei professionisti e dei cittadini che afferiscono all’Ospedale di Cles: è lì che si garantisce la qualità dei percorsi, la continuità delle cure, la protezione delle competenze che fanno la differenza tra un ospedale vivo e un ospedale che si spegne. Ed è proprio per questo che l’appello deve essere rivolto anche a chi governa dentro la Direzione medica: non può farsi scippare in questa maniera professionisti capaci, non può accettare passivamente scelte che indeboliscono il presidio, non può allinearsi ai dettami di altri quando questi dettami non rispondono al bene della comunità. La Direzione medica deve imporsi, deve rivendicare il proprio ruolo, deve essere il primo baluardo a difesa dell’Ospedale di Cles e dei cittadini che ogni giorno vi entrano con la fiducia di trovare competenza, cura e presenza.

In più occasioni ufficiali ho manifestato queste preoccupazioni direttamente all’Assessore alla Salute Mario Tonina, chiedendo quale sia il reale indirizzo politico che si intende dare all’Ospedale di Cles e, di riflesso, a tutti gli ospedali di valle del Trentino. Ad oggi non è pervenuta alcuna risposta. Il sospetto è che all’interno del palazzo si stia navigando a vista, senza una strategia, lasciando che i professionisti si arrangino, privi di tutele e di una chiara prospettiva sul futuro delle strutture che dirigono. Oppure, peggio ancora, che le decisioni di ridimensionamento siano già state prese nelle stanze segrete della Giunta e si attenda solo il momento opportuno per imporle, senza averle mai comunicate ai territori.

Davanti a questo silenzio irresponsabile della politica provinciale e della direzione generale dell’ASUIT, che paiono fare di tutto per far scappare i professionisti migliori, non è più possibile tacere. Non può essere la preoccupazione di una sola persona. Rivolgo un appello accorato e urgente a tutti gli Amministratori locali, ai Sindaci e ai Presidenti delle Comunità della Val di Non e della Val di Sole: è il momento di unire le forze, di fare fronte comune e di battere i pugni sui tavoli dell’Assessorato. Dobbiamo pretendere, con fermezza e senza sconti, garanzie scritte e fatti concreti sul futuro dell’Ospedale di Cles e sui servizi che ha sempre garantito e deve continuare a garantire alla nostra popolazione.

Sia pubblicamente che privatamente avevo già fatto sapere ai nostri Sindaci che, incaponendosi esclusivamente sul Punto Nascita, si sarebbe perso di vista tutto il resto. Gli amministratori di Cles, che frequentano spesso l’ospedale, hanno finito per fare il gioco di Fugatti: concentrare l’attenzione sul Punto Nascita e lasciare andare tutto il resto. E sapete cosa colpisce davvero? Che l’amministrazione di Cles non abbia mai promosso un’alleanza d’intenti con i consiglieri provinciali di riferimento, scegliendo invece la strada dell’autosufficienza.

Questa impostazione, miope e autoreferenziale, ha contribuito a indebolire ulteriormente il presidio. Mentre si difendeva un singolo servizio, tutto il resto veniva progressivamente eroso: reparti impoveriti, professionalità in fuga, scelte aziendali che hanno tolto continuità e direzione proprio alle unità operative che si dichiarava di voler tutelare. È così che si perde un ospedale, non con un colpo improvviso, ma con una serie di rinunce, di silenzi e di mancate prese di posizione.

Oggi non c’è più tempo per divisioni, personalismi o strategie di piccolo cabotaggio. Serve una voce unica, forte, determinata. Serve che i Sindaci, le Comunità, gli amministratori locali si assumano la responsabilità politica di difendere l’Ospedale di Cles nella sua interezza, non a pezzi. Serve che pretendano risposte, che chiedano conto delle scelte, che non accettino più rassicurazioni vaghe o promesse senza seguito.

La salute delle nostre valli non è un tema da trattare con leggerezza né una bandierina da sventolare quando conviene. È un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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Novità? Solo la targa

Da Paola Demagri 1 Luglio 2026

La direttrice di APSS, la dottoressa Signorelli, avrà anche fatto bene il suo lavoro ovvero promuovere sulla stampa ciò che le Case di Comunità dovrebbero offrire ai pazienti ma c’è un grosso, enorme “ma” che l’Assessorato provinciale alla Salute e la governance sanitaria non possono continuare a eludere. Quella descritta oggi sul Vostro quotidiano, con ben due intere pagine dedicate alla struttura della Val di Sole, mi sembra una storia già vecchia, già vista e già conosciuta. Non perché sia desueta, ma semplicemente perché esiste già da tempo. Spacciarla oggi come una novità assoluta, come l’alba di una rivoluzione sanitaria, è un’operazione di pura retorica politica. L’Azienda Sanitaria e l’Assessorato avrebbero fatto un’operazione di onestà intellettuale se avessero ammesso la verità: la Val di Sole era già avanti molti anni fa, perché la sua “casa della comunità” l’aveva costruita e consolidata nel tempo. Le offerte sbandierate oggi sono le stesse di sempre, anzi, al netto di aver perso pezzi importanti di assistenza strada facendo, come la medicina dello sport, l’ostetricia o l’odontoiatria. Stesso posto, stesso personale, stesse prestazioni. L’unica reale introduzione, inserita circa due anni fa, è l’infermiere di famiglia e di comunità. Peccato che sarà una realtà assistenziale non per tutti : a fronte delle 14 Case della Comunità previste, in tutto il Trentino si contano meno di dieci professionisti in servizio. I solandri conoscono bene il valore del proprio presidio e non ci cascheranno: se arriveranno in fondo all’articolo, diranno semplicemente, nel loro dialetto, la verità: “No è cambià negot, l’è sempro sta ausì”. L’esempio della Val di Sole era corretto, sì, ma solo se si fosse giunti all’unica conclusione onesta possibile: era già tutto pronto da anni, bastava solo cambiare l’insegna all’esterno.
Il problema di fondo è che in questo dibattito, alimentato dall’Assessorato, si continua a parlare soltanto di contenitori: di strutture, di muri, di inaugurazioni e tagli di nastro. Ma il DM 77 (il decreto ministeriale sugli standard dell’assistenza territoriale), se letto nella sua interezza e con competenza, affronta la questione in un ventaglio molto più ampio di aspetti, molti dei quali oggi non trovano spazio né nell’azione della Giunta né nella comunicazione istituzionale. Il legislatore non ha ridefinito dei “muri”, ha delineato un modello di sanità che rimette al centro la prossimità, la presa in carico e la continuità assistenziale, riconoscendo che la salute si costruisce nei luoghi della vita quotidiana, dove si intercettano le fragilità prima che diventino emergenze da Pronto Soccorso. Il decreto insiste sulla semplificazione dell’accesso tramite un punto unico di risposta, sulla multidisciplinarietà (équipe reali, non professionisti isolati), sulla prevenzione strutturale e sulla gestione della cronicità, che è la vera sfida demografica del presente. Soprattutto, il modello territoriale nasce per ridurre le disuguaglianze e scardinare l’ospedalocentrismo, spostando il baricentro dalla cura dell’acuto alla cura della persona. Tutti aspetti che non richiederebbero rivoluzioni edilizie:
molti sarebbero di facile attuazione, se solo ci fosse una regia politica capace di leggere il territorio, coinvolgere i professionisti, costruire alleanze istituzionali e sociali. Ciò che manca, oggi in Trentino, è la volontà politica di far vivere questa riforma.
Nelle inaugurazioni-farsa si parla di orari e ambulatori, ma gli elementi realmente innovativi rimangono fuori dalla porta. Penso a quattro nodi centrali, totalmente non presidiati dall’ASUIT e dal mandato politico: la Casa della Comunità come Spazio Civico e Integrazione dei Saperi Non Medici un modello che prevede l’apertura al sociale, alle competenze diffuse, alle esperienze del territorio. È qui che dovrebbero trovare sede i Club Alcologici Territoriali (per le dipendenze), le associazioni che combattono la solitudine degli anziani o promuovono la prevenzione giovanile. Eppure, nelle aperture trentine inclusa la Val di Sole non c’è traccia di coprogettazione, né di integrazione con il terzo settore. Si inaugura un edificio, non un ecosistema. Staremo a vedere se a Cles con tanto di delibera della Giunta comunale queste associazioni troveranno posto. Se così non sarà significa che l’Amministrazione si è fatta scippare un edificio ed è rimasta con un pugno di mosche in mano ( gestire i parcheggi!). Confido però ancora nell’attuazione della Delibera Mucchi.
La Digitalizzazione Utile e l’Interoperabilità. La telemedicina e la cartella clinica condivisa dovrebbero avvicinare i servizi, non aumentare la burocrazia. La realtà sul campo è che i sistemi informatici non si parlano: ogni medico di medicina generale usa software diversi, le assistenti sociali non sono collegate al SIO (Sistema Informativo Ospedaliero), le piattaforme non dialogano e i dati non circolano. Senza interoperabilità, la Casa della Comunità resta un condominio burocratico che non connette nessuno. Quando intende l’Assessorato superare questa frammentazione informatica? Il Ruolo dei Comuni e l’Integrazione Socio-Sanitaria per l’urbanistica, mobilità e politiche abitative che sono determinanti di salute. Ma manca un tavolo stabile che tenga insieme i Comuni e la sanità in un disegno condiviso. Per questo il ritorno ai Distretti di Valle è la scelta politica più importante e urgente. Finché i distretti sanitari rimarranno soltanto tre per l’intero territorio provinciale macro-strutture lontane dai bisogni reali e scollegate dalla geografia delle nostre valli nessuna Casa della Comunità potrà funzionare davvero. Perché la prossimità non si dichiara nei comunicati stampa: si organizza con i servizi.
Questi punti rappresentano la vera novità scientifica e gestionale del DM 77. Sono la parte più avanzata, moderna e trasformativa del nuovo modello di salute. Ma sono anche la parte totalmente ignorata dall’attuale gestione politica. In Trentino si continua a inaugurare ciò che è facile da mostrare davanti a un obiettivo fotografico, rinunciando deliberatamente a implementare ciò che è necessario per far funzionare davvero la sanità del territorio.

1 Luglio 2026 0 Commenti
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La sanità che consuma le persone

Da Paola Demagri 3 Giugno 2026

Negli ultimi anni, la salute mentale in Trentino è passata dall’essere un’emergenza silenziosa a diventare il termometro del fallimento del nostro sistema sanitario. Non si tratta di percezioni, ma di cruda realtà: cresce il disagio psicologico tra i giovani, aumenta la sofferenza isolata degli adulti, si aggrava la solitudine degli anziani. Di fronte a questa tempesta perfetta, i servizi territoriali resistono oltre il limite delle proprie forze, mentre le liste d’attesa si allungano e le famiglie vengono lasciate sole a navigare in un welfare che non offre più approdi sicuri. Questo disagio non è un semplice dato clinico: è una ferita sociale, culturale e comunitaria. È lo specchio di un territorio in cui i legami si indeboliscono e le pressioni aumentano. Proprio per questo, la governance della sanità avrebbe il dovere di garantire stabilità, continuità e valorizzazione delle competenze radicate.
Al contrario, in una cornice già profondamente fragile, si consuma la vicenda del dottor Claudio Agostini, storico direttore della salute mentale trentina. Parliamo di un professionista che ha guidato, coordinato e tenuto insieme un settore ad altissimo rischio, garantendo equilibrio e presenza. Un dirigente che, quando aveva manifestato l’intenzione di fare un passo indietro, era stato convinto dall’Azienda Sanitaria a restare, poiché la sua esperienza era giudicata imprescindibile. Oggi, nel momento di massima vulnerabilità del sistema, assistiamo a un cortocircuito politico e gestionale: il dottor Agostini viene bruscamente accompagnato alla porta. Non per sua scelta, ma per una precisa linea aziendale che ha decretato che la sua figura “non servisse più”, sacrificata sull’altare di accordi di spartizione con il mondo universitario. Qui la crisi della salute mentale e la gestione del personale si intrecciano in una preoccupante deriva politica. Privarsi di una guida storica e autorevole non è una legittima scelta organizzativa: è uno smantellamento programmato. È il segnale plastico di una disattenzione colpevole verso un ambito che andrebbe blindato, non indebolito. Questo caso diventa il simbolo di una gestione della sanità pubblica che ha smarrito la dimensione umana e il senso del proprio mandato istituzionale. Una politica sanitaria che si riempie la bocca di parole come “modelli”, “riorganizzazioni” e “innovazione”, ma che nei fatti logora i professionisti, ne svuota il ruolo e li sostituisce senza una reale trasparenza. Una sanità che appare sempre più subalterna a logiche esterne, quasi costretta a cedere pezzi della nostra Autonomia a chi arriva da fuori, trovando un terreno fertile ma sistematicamente impoverito di motivazioni, entusiasmo e riconoscimento corporativo.
Il “caso Agostini” non è un incidente di percorso, è un preciso campanello d’allarme politico. È la dimostrazione che il collasso della salute mentale non colpisce solo i pazienti, ma disarma gli stessi professionisti. E quando un sistema perde contemporaneamente chi chiede aiuto e chi ha la competenza per offrirlo, la frattura smette di essere congiunturale e diventa strutturale. La tesi è semplice, quanto drammatica: una sanità che non sa proteggere il proprio capitale umano non potrà mai prendersi cura dei cittadini. E una classe dirigente che accetta passivamente questo declino rischia di svendere non solo competenze preziose, ma la capacità stessa del Trentino di tutelare il proprio stato sociale.
Demagri Paola

3 Giugno 2026 0 Commenti
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La sanità trentina è stata allontanata dai cittadini. È ora di riportarla vicino.

Da Paola Demagri 22 Maggio 2026

Da troppo tempo la sanità trentina scivola lungo una traiettoria che tutti vedono e pochi hanno il coraggio di nominare. Ogni giorno peggiora un po’, ogni giorno si aggiunge un tassello a un quadro che non ha più nulla a che fare con l’efficacia, con la prossimità, con quella capacità di leggere i bisogni dei territori che un tempo era il tratto distintivo del nostro sistema. E mentre la situazione si fa più fragile, la risposta della governance aziendale e politica resta sempre la stessa: mancano le risorse, non si trovano professionisti, il problema è nazionale. È una narrazione che si ripete, che si autoalimenta, che finisce per diventare un alibi. Ma non spiega perché un modello che funzionava sia stato abbandonato. Non spiega perché ciò che garantiva qualità e continuità sia stato sostituito da un sistema che ha delocalizzato il potere e svuotato i territori.
Il Trentino non è una provincia qualunque. È una provincia autonoma che in passato ha saputo costruire soluzioni efficaci, riconosciute e apprezzate dalla cittadinanza. Le persone lo ricordano bene, lo dicono ancora oggi: una volta la sanità trentina era in vetta alle classifiche, una volta i problemi che oggi viviamo non c’erano. E non c’erano perché esisteva un modello capace di tenere insieme i servizi, i professionisti, gli amministratori locali, gli ospedali, le comunità. Quel modello si chiamava Distretto. Non un Distretto nominale, non un Distretto gigante, non un Distretto svuotato di potere, ma un Distretto vero, radicato nelle valli, costruito sulla prossimità, sulla conoscenza diretta, sulla responsabilità condivisa. Nei Distretti ci si incontrava con costanza, si ragionava insieme, si intercettavano i problemi prima che esplodessero, si evitavano spostamenti inutili verso i poli estremi della provincia, si aggiornava l’assistenza domiciliare, si includevano tutti i servizi della rete territoriale. Era un sistema che preveniva, non inseguiva. Era un sistema che riconosceva che il Trentino non è un quartiere di Milano, che le valli non sono linee sulla carta ma distanze reali, comunità diverse, bisogni diversi. Era un sistema che funzionava perché era vicino. Poi è arrivata la stagione degli accorpamenti, della razionalizzazione, della centralizzazione. Le Comunità di valle non presidiano più la materia sociosanitaria, i Comuni vengono esclusi dalle decisioni, gli ospedali procedono da soli senza coprogettazione con il territorio, il territorio subisce le scelte degli ospedali e gli ospedali subiscono le carenze del territorio. Si è rotto il punto più delicato: la relazione. Oggi non c’è più nessuno che parla con nessuno. E in mezzo ci sono professionisti straordinari che, con etica e dedizione, cercano di tenere insieme ciò che il sistema ha smesso di tenere insieme. Ma un sistema non può reggersi sulla buona volontà dei singoli.
Se davvero vogliamo migliorare l’assistenza territoriale, rafforzare la presa in carico, ridurre l’istituzionalizzazione, garantire equità in tutte le valli, allora bisogna dirlo con chiarezza: serve tornare al modello manageriale del Distretto. Serve restituire potere ai territori, ricostruire i tavoli, riattivare le relazioni, rimettere in connessione ciò che oggi è frammentato. Serve una visione che guardi avanti, non un’amministrazione che si limita a gestire il finecorsa. Perché quando chi governa non propone soluzioni, quando non immagina il futuro, quando non costruisce alternative, allora il futuro si spegne. E quando il futuro si spegne, l’unica cosa da fare è lasciare spazio a chi le idee le ha, a chi ha a cuore il bene comune, la salute pubblica, l’equità.
Per questo ritengo necessario un confronto diretto, alla pari, con l’assessore Tonina sul tema dei Distretti e della governance territoriale. Non un confronto tecnico, non un confronto burocratico, ma un confronto politico, chiaro, trasparente, che restituisca alla cittadinanza la possibilità di capire quale visione guida le scelte di oggi. È il momento di assumersi la responsabilità di dire come si intende ricostruire ciò che è stato smantellato. È il momento di dire se si crede ancora nella prossimità, nella rete, nella condivisione. È il momento di dire se si vuole davvero restituire al Trentino una sanità territoriale forte.
Io credo che il futuro esista e che debba essere costruito. Credo che il Trentino possa tornare ad avere un sistema sanitario capace di rispondere ai bisogni delle persone. Credo che la strada passi da un ritorno ai Distretti, non come nostalgia, ma come scelta di buon senso, come scelta di responsabilità, come scelta di futuro.

22 Maggio 2026 0 Commenti
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La cura non si deve mettere all’asta

Da Paola Demagri 12 Maggio 2026

Questa mattina sull’Adige leggiamo che il mega appalto dell’assistenza domiciliare, 24 milioni di euro di prestazioni, è stato assegnato a una cooperativa proveniente da fuori provincia. Un altro pezzo di Trentino che se ne va. Per molti sarà una notizia tecnica, per me è uno schiaffo: perché l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque, è la parte più fragile e più preziosa della nostra cura di prossimità, della quale ne abbiamo tanto bisogno.
La scelta sembra figlia della logica del ribasso, quella che riduce un servizio umano a una gara al centesimo. E quando si corre al ribasso, sappiamo già chi paga il conto: i lavoratori.


La famosa clausola sociale, se attivata,  non garantisce né stipendi tutelati né continuità professionale: è un paracadute troppo debole per chi ogni giorno entra nelle case delle persone fragili. E mentre tutto questo accade, mentre si esternalizza un servizio così delicato, l’Assessore Tonina e la sua  maggioranza provinciale a cosa pensano? Ad aumentare lo stipendio dei consiglieri. A blindare i dirigenti. A proteggere se stessa, non i servizi. Due scelte che, messe una accanto all’altra, raccontano con chiarezza quali sono le priorità: non i cittadini, non i lavoratori, non le famiglie.E infatti a pagare saranno in molti: i lavoratori, che rischiano condizioni peggiori; le famiglie, costrette a ricominciare da zero con nuovi referenti; gli utenti, che vedranno spezzarsi il rapporto di fiducia costruito nel tempo con i professionisti che li seguono. L’assistenza domiciliare non è un pacchetto da mettere all’asta. È un patrimonio umano, fatto di continuità, delicatezza, conoscenza dei territori. Svendere questo patrimonio significa indebolire l’intero sistema di cura, proprio mentre il Trentino avrebbe bisogno di rafforzarlo. E allora la domanda finale è inevitabile: com’è possibile che quando si tratta di servizi alle persone si scelga il ribasso, mentre quando si tratta di interessi infrastrutturali si corre spediti? Per far viaggiare più velocemente certi interessi trentini verso altre regioni, si è pronti a riaprire la Valdastico, a spingere sulla A22, a favorire collegamenti che sembrano servire più chi sta fuori che chi vive qui. E tutto questo mentre la nostra autonomia, invece di distinguerci, viene gestita in modo da appiattirci sulla nazione, perdendo ciò che ci rendeva un territorio capace di scegliere, governare e proteggere i propri servizi.

12 Maggio 2026 0 Commenti
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Situazione drammatica per la nostra sanità territoriale

Da Paola Demagri 11 Maggio 2026

Ringrazio per aver riportato questa mattina il dato sulle carenze dei medici di
medicina generale: due domande per sessantatré zone scoperte. È un numero che parla da
solo e che descrive una situazione ormai drammatica per la nostra sanità territoriale.
Ma il punto non è soltanto la mancanza di professionisti disponibili. Il punto è che, in questi
anni, non si è costruita alcuna reale attrattività, né economica né professionale. I giovani
medici che iniziano oggi non hanno garanzie di stabilità, non hanno una liquidità mensile che
permetta loro di accedere a un mutuo o di immaginare un progetto di vita. Il loro contratto è
ancora distante da un vero contratto di lavoro , ora sono nel limbo. A loro si chiede di farsi
carico di migliaia di pazienti, di sostenere la fragilità crescente dei territori, ma senza
strumenti adeguati. È evidente che così non può funzionare. E poi c’è un altro nodo, ancora
più profondo: il mancato coinvolgimento. I medici di medicina generale non sono mai stati
parte della progettazione delle Case della Comunità. Non sono stati chiamati all’inizio,
quando si definivano funzioni, modelli organizzativi, bisogni dei territori. Sono stati coinvolti
solo alla fine, come ultimo tassello, ai quali “assegnare” locali già predisposti e chiedere di
trasferire lì le loro AFT per coprire una parte delle funzioni previste dal DM 77. È un
approccio che ha prodotto esattamente ciò che oggi vediamo: strutture edilizie nuove,
riqualificate grazie al PNRR, ma vuote delle figure e delle funzioni che avrebbero dovuto
renderle il cuore della sanità di prossimità. Case della Comunità consegnate alla comunità
senza la comunità professionale che dovrebbe abitarle. In Trentino non si è visto un
percorso di co-progettazione, non si è visto un avvicinamento della politica ai medici di
medicina generale, non si è vista quella responsabilità istituzionale che avrebbe dovuto
guidare una riforma condivisa. Le cose, semplicemente, se le sono trovate fatte. E allora è
inevitabile che oggi, di fronte alla proposta di riforma del ministro Schillaci, molti medici
prendano le distanze: perché non hanno mai percepito, qui, un modello realmente
collaborativo.La politica avrebbe dovuto dimostrare fin da subito che la progettualità nasce
dall’ascolto dei professionisti, non dalla loro convocazione a giochi fatti. Avrebbe dovuto
usare davvero le leve dell’autonomia per rendere attrattivo il lavoro sul territorio, per
sostenere i giovani, per valorizzare chi ogni giorno tiene in piedi il sistema. Invece, troppo
spesso, dopo averli celebrati come “eroi”, li abbiamo lasciati soli.
Oggi il risultato è chiaro e preoccupante : carenze diffuse, Case della Comunità vuote,
territori scoperti. Se non si interviene immediatamente e con un altro atteggiamento , con
scelte coraggiose e condivise, ci avvieremo verso un fallimento totale della sanità territoriale.


Paola Demagri

11 Maggio 2026 0 Commenti
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PRIMARY NURSING: innovazione organizzativa per la qualità della cura nelle RSA

Da Paola Demagri 29 Aprile 2026

Per migliorare davvero l’assistenza nelle RSA dobbiamo partire da chi questa realtà la vive ogni giorno. Mettere in dialogo esperienza e competenze significa trasformare la teoria in pratica e costruire soluzioni concrete, sostenibili e condivise.
Un momento di confronto aperto tra professionisti per riflettere su modelli organizzativi capaci di migliorare la qualità della cura:

  • Riorganizzare la cura: il primary nursing nelle case di riposodott. Giorgio Magon – Direttore Aziendale delle Professioni Sanitarie, IEO Milano
  • Dalla teoria alla pratica: come il primary nursing cambia l’assistenzadott.ssa Alessandra Colpo – APSP di Brentonico
  • Perché e quando implementare il primary nursing?dott.ssa Serena Momi – APSP di Cles
  • Conduce l’evento Paola Demagri, Consigliera provinciale e regionale

Dettagli dell’evento:

  •  Mercoledì 13 maggio 2026
  •  Ore 16.45
  • Sala della Regione, Piazza Dante 16 – Trento

Ti aspettiamo per costruire insieme nuove prospettive per la cu

29 Aprile 2026 0 Commenti
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Sanità trentina in tilt: non è più un’emergenza, è un sistema che non regge

Da Paola Demagri 24 Aprile 2026

La sanità trentina si è fermata di nuovo. Un guasto informatico ha bloccato tutti i pronto soccorso, e ci hanno raccontato che è solo un problema tecnico, come se fosse normale, come se fosse inevitabile, come se noi cittadini dovessimo accettare tutto in silenzio. Ma la verità è che non è più possibile far finta di niente. Non è più possibile credere che sia solo sfortuna. Non è più possibile accettare che ogni volta ci dicano che va tutto bene mentre tutto cade a pezzi.

Perché questo non è un episodio isolato. È l’ennesimo. È l’ennesima giornata in cui i sistemi informatici non funzionano, le prenotazioni saltano, la TreC si inceppa, le griglie si duplicano, i laboratori si bloccano. È l’ennesima giornata in cui chi lavora nella sanità deve arrangiarsi come può e chi ha bisogno di cure deve sperare che oggi sia il giorno giusto, quello in cui il sistema non decide di crollare.

E intanto il personale se ne va, i pazienti aspettano mesi, tanti rinunciano a curarsi o si rivolgono al privato perché non trovano risposte nel pubblico. E noi dovremmo continuare a sentirci dire che è tutto sotto controllo. Ma sotto controllo non c’è più niente. Sotto controllo non c’è più nemmeno la pazienza delle persone, che è stata tirata, stirata, consumata fino all’ultimo filo.

La verità è che la gente è stufa. Stufa di essere trattata come se non capisse. Stufa di sentirsi dire che è tutto normale quando non lo è. Stufa di vedere la sanità ridotta così, giorno dopo giorno, senza che nessuno si prenda la responsabilità di dire basta. Perché qui non si parla di un capriccio, di un dettaglio, di un fastidio. Qui si parla della salute, del diritto più sacro che abbiamo. E quando un sistema non è più in grado di garantirlo, allora non è la gente che deve adattarsi: è il sistema che deve cambiare.

E allora sì, diciamolo chiaramente: siamo stufi. Siamo stufi di vedere la nostra sanità trattata come se fosse un optional. Siamo stufi di dover sperare che oggi funzioni. Siamo stufi di doverci arrangiare mentre tutto intorno scricchiola. È ora di rimettere al centro la salute delle persone, non le scuse. È ora di pretendere ciò che ci spetta: un sistema che funzioni, che rispetti chi ci lavora e chi ci entra perché ha bisogno di essere curato.

Perché la salute non è un favore. È un diritto. E quando un diritto viene calpestato così, la voce dei cittadini non può più restare bassa.

24 Aprile 2026 0 Commenti
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Le nuove lauree magistrali infermieristiche: un’occasione che il Trentino non può perdere

Da Paola Demagri 5 Marzo 2026

L’annuncio del Ministro della Salute sulla conclusione dell’iter per le tre nuove lauree magistrali infermieristiche è un passo nella direzione giusta. Finalmente si riconosce che la professione infermieristica ha bisogno di percorsi di carriera, di specializzazione clinica avanzata e di strumenti per colmare quei vuoti assistenziali che oggi pesano su tutto il sistema sanitario. Le nuove lauree – Cure Primarie e Sanità Pubblica, Cure Pediatriche e Neonatali, Cure Intensive ed Emergenza – non sono un titolo in più: sono un investimento strategico. Servono a rafforzare i percorsi territoriali, a sostenere i reparti più in difficoltà, a dare risposte dove oggi mancano competenze e continuità. Sono un tassello fondamentale per ridare attrattività alla professione e per costruire un modello di assistenza moderno, capace di affrontare la complessità clinica e demografica dei prossimi anni.

A questo punto la domanda è inevitabile: il Trentino saprà cogliere questa opportunità o resterà ancorato a modelli organizzativi che mostrano tutti i loro limiti? Il nostro sistema sanitario non ha bisogno di manutenzione ordinaria: ha bisogno di innovazione. Ha bisogno di percorsi formativi aggiornati, non di schemi che risalgono a un’altra epoca. Ha bisogno di scelte politiche più coraggiose, più vicine agli interessi dei trentini e dei professionisti che ogni giorno tengono in piedi il sistema.

Un esempio concreto riguarda la prescrizione di ausili, materiali di medicazione e dispositivi del nomenclatore tariffario. Da anni gli infermieri compilano codici su foglietti volanti e i medici fanno da meri trascrittori, sottraendo tempo prezioso alla cura dei pazienti. È un meccanismo inefficiente, anacronistico e dannoso. Una pratica prescrittiva infermieristica, basata su formazione avanzata, responsabilità e competenza, non solo sarebbe coerente con i nuovi percorsi magistrali, ma renderebbe più rapido e lineare l’intero processo di fornitura, che oggi anche in Trentino soffre di tempi lunghi, passaggi inutili e timbri che non aggiungono alcun valore. Ai Medici non verrebbe tolto nulla se non aggiunto tempo paziente.

Ed è proprio per questo che diventa indispensabile che anche l’Università di Trento faccia la sua parte. La formazione infermieristica sia il Corso di Laurea che la Laurea Magistrale deve trovare casa dentro UniTrento. Non come un’aggiunta marginale, ma come una delle prime professioni sanitarie su cui costruire un vero progetto accademico. Se vogliamo competenze avanzate, ricerca applicata, percorsi di carriera e una sanità territoriale all’altezza delle sfide, allora dobbiamo portare la formazione infermieristica nel cuore del sistema universitario trentino. È una scelta strategica: significa trattenere talenti, attrarre nuovi professionisti, creare un ecosistema formativo che dialoghi con le Case della Comunità, con i servizi territoriali, con gli ospedali.

Per questo chiedo  alla Giunta provinciale di attivarsi subito, in collaborazione con l’Università di Trento e con gli enti formativi, per avviare i nuovi corsi già dal primo anno utile e per aggiornare i modelli organizzativi in coerenza con le nuove competenze. Non possiamo permetterci di arrivare ultimi, né di rincorrere emergenze che conosciamo da anni. Serve programmazione, serve visione, serve la volontà di muoversi prima che la carenza di personale diventi irreversibile.

Il Trentino ha sempre rivendicato autonomia e capacità di innovazione. Questa è l’occasione per dimostrarlo: trasformare una riforma nazionale in un’opportunità concreta per rafforzare i nostri servizi, sostenere gli infermieri e garantire ai cittadini un’assistenza più solida, più moderna e più vicina. Non è il momento di difendere l’esistente: è il momento di costruire il futuro.

5 Marzo 2026 0 Commenti
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Basta populismo, bisogna agire

Da Paola Demagri 22 Febbraio 2026

Negli ultimi giorni l’assessore Tonina ha più volte riconosciuto pubblicamente la gravità delle liste d’attesa: ha dato ragione a chi le denuncia, ha ammesso che i tempi sono troppo lunghi, ha assicurato che “si metterà al lavoro” e che chiederà all’ASUIT  di fare meglio.È un atteggiamento che può sembrare umile, quasi consolatorio, ma che finisce per assumere i tratti di un populismo dimesso, fatto di rammarico e comprensione, più che di responsabilità e direzione. Una sorta di politica della penitenza: si prende atto dei problemi, si esprime dispiacere, si condivide la frustrazione dei cittadini… ma nel frattempo i cittadini continuano ad aspettare mesi per una visita.La responsabilità politica, però, non è dire “lo so”. Non è condividere la frustrazione dei cittadini. Non è chiedere agli uffici di arrangiarsi. La responsabilità politica è indicare una direzione, definire strumenti, fissare obiettivi e tempi. La presa d’atto non risolve nulla: è il punto di partenza, non il punto d’arrivo. E quando diventa l’unica risposta, rischia di deresponsabilizzare la politica e di mettere sulle spalle della parte tecnica un compito che dovrebbe essere guidato da un indirizzo chiaro. Il caso della dermatologia è emblematico. Tempi lunghi per una prima visita, difficoltà di accesso ai controlli, rischio che i cittadini si rivolgano al privato o rinuncino del tutto a curarsi. Qui non servono scuse, servono scelte. La Provincia ha tutti gli strumenti per intervenire, se decide di farlo davvero. Le soluzioni esistono e sono già applicate con successo in altre regioni. È possibile potenziare l’offerta pubblica con ambulatori serali e nel weekend, contratti aggiuntivi regolati per gli specialisti disponibili a coprire ore extra, stabilizzazioni mirate per evitare la fuga verso il privato. È possibile utilizzare in modo intelligente il privato accreditato, acquistando prestazioni dermatologiche con tariffe definite o introducendo voucher per le visite non urgenti, così da ridurre i tempi senza scaricare i costi sulle famiglie. È possibile riorganizzare i percorsi interni con un triage clinico vero, la teledermatologia per i casi semplici. È possibile rafforzare la prevenzione con screening mirati e percorsi rapidi per i pazienti già diagnosticati. In questa fase si può chiedere aiuto a Enti accreditati come la LILT.

Queste non sono suggestioni astratte: sono azioni concrete, attuabili, che richiedono una sola cosa per partire davvero: volontà politica. Meno rammarico, più direzione. Meno “avete ragione”, più “questo è il piano”. Meno penitenza, più responsabilità.I cittadini non hanno bisogno di un assessore che si limiti a condividere la loro preoccupazione. Hanno bisogno di un assessore che indichi una strada, la percorra e ne risponda. La presa d’atto non riduce le liste d’attesa. Le decisioni sì.

22 Febbraio 2026 0 Commenti
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