Paola Demagri
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sanità

Scuola e salute: stop ai diktat romani e alla censura ideologica. Il Trentino Autonomo merita rispetto: si tolgano le deleghe all’assessora Gerosa.

Da Paola Demagri 12 Ottobre 2026

Intervengo con profonda preoccupazione, ma soprattutto nel rispetto di un’etica
professionale, culturale e civile che da sempre guida la mia azione politica e il mio impegno
per questa comunità. Il recente e ingiustificato blocco dei progetti di educazione affettiva e
sessuale nelle scuole trentine, unito all’applicazione pedissequa e acritica delle direttive
ministeriali, segna il superamento di un limite non più tollerabile. Sulla scuola e sulla tutela
della salute delle giovani generazioni stiamo rasentando l’intollerabile.

Le ultime decisioni e direttive dell’assessora Gerosa rappresentano l’ennesima ingerenza e un vero e proprio
diktat calato dall’alto, frutto di un’impostazione centralista e ideologica che non appartiene
alla storia e alla cultura d’autonomia della Provincia Autonoma di Trento.
Da consigliera autonomista non posso accettare che nella nostra Provincia vengano
importate e imposte logiche nazionaliste ed estremiste. assistiamo a un continuo
inasprimento e alla circoscrizione della libertà di pensiero e d’insegnamento, con interventi
limitativi che mortificano la professionalità e le competenze che tanti operatori, sanitari e
docenti, hanno costruito in anni di studio e di attività sul campo.

È un’attitudine oscurantista che assomiglia sempre più alle uscite e alle posizioni dell’onorevole Vannacci, del tutto
distanti dall’equilibrio e dallo spirito di servizio di cui il Trentino ha bisogno.
Provo un profondo sdegno per l’operato dell’assessorato e per queste scelte retrograde. Non
sorprende che persino tra gli iscritti di quel partito ci sia chi inizia a sfilarsi: oltre alle questioni
interne di metodo, che non mi riguardano, credo sono forse queste prese di posizione
estremiste a creare sgomento. Ciò che mi capacita ancor meno è il silenzio complice e
l’impassibilità delle liste civiche e delle forze territoriali di centrodestra in Consiglio
provinciale: non basta ‘gufare’ nei corridoi o bisbigliare il proprio malcontento nei banchi
dell’aula, servono atti di responsabilità e prese di posizione chiare per fermare questa deriva.
Come forze di centro-sinistra e autonomiste rimaniamo salde, coerenti e rigorose nella
difesa dei diritti, dell’autonomia scolastica e della salute pubblica.

Ma di fronte all’allarme lanciato chiaramente dall’Ordine delle Ostetriche, di fronte all’agitazione delle
rappresentanze del personale sanitario, dei consultori e degli ordini professionali costretti a
scusarsi per l’applicazione di norme restrittive, diciamo chiaramente che l’unica azione
politica seria da compiere per tutelare la scuola e i nostri giovani è una sola: togliere le
deleghe all’assessora Gerosa. L’appello finale va ai giovani, alle ragazze e ai ragazzi, alle
famiglie e a tutti i cittadini: la libertà di scegliere e di crescere in modo consapevole passa
attraverso la libertà del sapere e dell’informazione. È il momento di far sentire la propria
voce, di scendere in piazza e di difendere il diritto ad un’educazione libera, scientifica e
rispettosa della dignità di ogni persona.
Paola Demagri
Consigliera provinciale Casaautonomia.eu

12 Ottobre 2026 0 Commenti
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Circolare di applicazione della “legge Valditara”: sotto attacco la prevenzione sanitaria e le attività dell’Azienda Sanitaria (ASUIT) rivolte agli studenti.

Da Paola Demagri 8 Ottobre 2026

L’applicazione pedissequa e burocratica della “legge Valditara” attraverso la recente circolare provinciale sta producendo una sostanziale paralisi dell’offerta formativa nelle scuole trentine, dalle primarie alle secondarie, portando con sé un danno diretto e gravissimo al sistema della prevenzione sanitaria pubblica. A farne le spese sono in primo luogo le storiche e pluridecennali attività di educazione alla salute, all’affettività e alle relazioni svolte dagli operatori dei consultori dell’Azienda Sanitaria (ASUIT). 

A denunciarlo sono le consigliere provinciali Francesca Parolari e Lucia Maestri (PD del Trentino), Paola Demagri (Casa Autonomia.eu), Lucia Coppola (AVS) e il consigliere Michele Malfer (Campobase) che hanno depositato un’interrogazione a risposta scritta indirizzata alla Giunta provinciale. 

Le consigliere e il consigliere accendono i riflettori in particolare sulle conseguenze dell’obbligo – introdotto dalla circolare ad anno scolastico già avviato – di sottoporre al vaglio dei Consigli d’Istituto i curricula vitae e le schede dettagliate dei singoli formatori dell’Azienda Sanitaria. 

Si tratta di una richiesta palesemente debordante e del tutto priva di fondamento. 

Gli operatori dei consultori sono dipendenti pubblici e professionisti della salute la cui qualifica, professionalità e competenza sono già ufficialmente certificate dal Servizio Sanitario di appartenenza. Sottoporre specialisti dell’ASUIT alla valutazione discrezionale degli organi scolastici declassa il ruolo delle istituzioni sanitarie e compromette uno spazio protetto fondamentale per affrontare temi cruciali quali la salute riproduttiva, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, la contraccezione e l’educazione alle relazioni. 

Venendo meno la storica collaborazione tra scuola e consultori, si danneggia gravemente la funzione primaria della sanità pubblica di prevenzione e tutela dei giovanissimi, abbandonandoli a fonti d’informazione sregolate e prive di valore educativo. 

Il problema, tuttavia, riguarda trasversalmente l’intero sistema scolastico: la circolare, oltre a vietare i percorsi di educazione affettiva anche nella scuola primaria, sta generando un impatto organizzativo insostenibile. 

Oltre all’imponenza delle procedure di autorizzazione e condivisione dei materiali, gli istituti si trovano di fronte all’impossibilità gestionale di garantire attività didattiche alternative per gli studenti i cui genitori non sottoscrivano il consenso. La cronica assenza di ore-insegnante e di personale a disposizione rende ingestibile l’organizzazione di lezioni parallele. Di conseguenza, pur di evitare un paralizzante carico burocratico e il rischio di contenziosi con le famiglie, diverse dirigenze scolastiche stanno optando per la scelta drastica di annullare del tutto i progetti formativi. 

Nell’interrogazione presentata, Parolari, Maestri, Malfer, Demagri e Coppola sollecitano la Giunta provinciale a chiarire: 

  • su quali basi giuridiche ed amministrative si pretenda di sottoporre la qualifica e il lavoro dei dipendenti sanitari pubblici dell’ASUIT al vaglio dei Consigli d’Istituto; 
  • quali iniziative urgenti si intenda intraprendere per ripristinare pienamente e senza ostacoli la funzione di prevenzione sanitaria svolta dai consultori sul territorio provinciale; 
  • come intenda la Giunta risolvere il grave impatto organizzativo e burocratico generato sulle scuole, in particolare rispetto all’impossibilità di garantire le attività didattiche alternative per gli studenti non partecipanti; 
  • quali azioni si vogliano adottare per salvaguardare il valore e la storicità del modello educativo e sanitario trentino rispetto a un’impostazione che rischia di penalizzare la crescita consapevole delle giovani generazioni. 

Le  Consigliere e il Consigliere provinciali:

  • Francesca Parolari (PD del Trentino) 
  • Lucia Maestri (PD del Trentino) 
  • Michele Malfer (Campobase) 
  • Paola Demagri (Casa Autonomia.eu) 
  • Lucia Coppola (AVS) 
8 Ottobre 2026 0 Commenti
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📌 A PROPOSITO DI DIMISSIONI… DATI AUTOREVOLI SUI QUALI RIFLETTERE

Da Paola Demagri 3 Ottobre 2026

In questi giorni si è parlato molto di quanto sta accadendo all’ospedale di Cles. C’è chi ha provato a farlo passare come un caso isolato, un imprevisto, un classico “fulmine a ciel sereno”. Ma la realtà è un’altra: basta guardare i numeri per capire che siamo di fronte a un trend in costante e preoccupante ascesa. Un dato triste, infelice, ma maledettamente veritiero sullo stato di salute della nostra sanità pubblica. A certificarlo non sono le opinioni, ma i numeri ufficiali del report di Anaao Assomed (“Radiografia della sanità pubblica 2015-2025”). Proviamo a leggerli insieme in modo semplice.


📊 COSA DICONO I DATI SUL TRENTINO-ALTO ADIGE
Nel report sindacale, i dati sono aggregati a livello regionale (comprendendo le Province Autonome di Trento e Bolzano):
Dove eravamo nel 2015: Dieci anni fa si registravano 38 dimissioni volontarie in un anno, pari al 2,0% dei medici in servizio.
Dove siamo oggi (2025): Nel 2025 le dimissioni volontarie stimate toccano quota 102, pari al 4,7% dei medici in servizio. Il 2025 rappresenta il vero picco del decennio.
Quasi triplicate: Il numero di medici che sceglie di lasciare il servizio pubblico è pari a 2,7 volte quello del 2015 (un incremento reale del +168%).
L’accelerazione: Dopo anni in cui la percentuale si era mantenuta stabile attorno al 2%, assistiamo a un’impennata improvvisa che porta l’incidenza delle fughe al 4,7%.


📈 IL CONFRONTO CON IL RESTO D’ITALIA
Se qualcuno pensa che “tutto il mondo è paese”, i confronti dicono altro:
Sopra la media nazionale: Con il 4,7%, il nostro territorio supera di gran lunga la media italiana, che si attesta al 3,5%.
Peggio delle regioni vicine: Mettendo a confronto la nostra regione con i territori confinanti, l’incidenza delle dimissioni è nettamente superiore: in Veneto si ferma al 2,7%, in Lombardia e in Emilia-Romagna al 3,2%.
Partenza e crescita: Già nel 2015 il territorio partiva da una quota più alta (2,0% contro l’1,4% nazionale) e la velocità con cui i medici se ne vanno continua a viaggiare a ritmi superiori al resto del Paese.


💬 OLTRE IL DATO: LA RIFLESSIONE POLITICA
Di fronte a questo scenario, quello che è successo a Cles è la naturale conseguenza di anni di miopia.
Non si può governare un settore delicato come quello sanitario continuando ad agire con la logica dell’emergenza perenne. Qui non si governa: si impone. Non si programma: si rattoppa.
Quando le strutture vanno in sofferenza, la risposta della politica non è mai l’ascolto o la valorizzazione del personale, ma la pressione. E anche quando si annunciano “rientri” o soluzioni tampone, il sapore che rimane è quello di un clima di forte condizionamento e forzatura professionale, non certo di una ritrovata attrattività del sistema.
Il ciclo è diventato tragicamente ripetitivo: 👉 Si stufa il personale con turni logoranti e poca valorizzazione; 👉 I medici se ne vanno (e i dati lo confermano); 👉 Si richiama in emergenza con misure d’impatto; 👉 Si cerca affannosamente di coprire le falle, ma nel frattempo si continua a perdere il patrimonio umano e professionale più prezioso.


La sanità pubblica non si salva con i proclami o con gli interventi d’impatto dell’ultimo minuto. Si salva ascoltando i professionisti, garantendo condizioni di lavoro dignitose e programmando il futuro. Continuare a nascondere la testa sotto la sabbia non farà sparire i numeri: serve un cambio di rotta radicale prima che sia troppo tardi.

Studio AnaaodemografiamedicaDownload

Paola Demagri Consigliera provinciale

Gruppo Casaautonomia.eu

3 Ottobre 2026 0 Commenti
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SANITÀ TRENTINA: BASTA CHIACCHIERE

Da Paola Demagri 26 Settembre 2026

la Giunta si assuma le proprie responsabilità e inizi a dare risposte

È arrivata l’ora che la Giunta la smetta di tergiversare e di giocare allo scaricabile con l’Azienda sanitaria e si assuma le proprie responsabilità nei confronti sia dei cittadini, che sempre più spesso faticano ad accedere alle cure, che del personale sanitario, già sovraccarico e ora alle prese con disservizi pressoché quotidiani.

I gravi malfunzionamenti informatici, che da oltre un anno impattano sull’accesso alle cure e sull’erogazione delle stesse, con un aumentato rischio clinico, sono solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno: tempi di attesa eterni per troppe visite ed esami, con sempre maggiore ricorso al privato; pronto soccorso sovraffollati e con frequenti esplosioni di aggressività; carenza di personale – a partire da infermieri e MMG – e scarsa capacità di trattenerlo e attrarlo, specie nelle valli dove chiudono servizi e posti letto; riorganizzazione territoriale che resta più sulla carta che nei fatti, con Case della Comunità che ad oggi restano poliambulatori; integrazione sociosanitaria solo sulla carta –  si veda il disastro dell’appalto per l’assistenza domiciliare – ; non autosufficienza in crescita esponenziale e ritardo nel farsene carico con carenza di supporti alle famiglie; esplosione dei problemi di salute mentale e mancata riorganizzazione e potenziamento delle risposte.

Di fronte a questo quadro, se oggi la nostra sanità pubblica riesce ancora a dare risposte di qualità  – almeno per chi riesce ad accedervi – è solo per la dedizione e la professionalità di chi vi lavora. Per il resto manca una regia politica e organizzativa su tutte le questioni citate che oggi determina la sanità in affanno che è sotto gli occhi di tutti. 

Dopo otto anni di presidenza Fugatti e dopo tre anni di Tonina assessore alla salute è chiaro di chi siano le responsabilità!

Certo che nella partita della malagestione rientrano anche i vertici di ASUIT, ma è la politica con il suo primato ad averli nominati e messi in quelle posizioni: non funziona il rimpallo di responsabilità, che tra l’altro non ha nemmeno sortito alcun effetto sull’Azienda. 

L’inadeguatezza di un presidente, che sui temi della sanità ha mostrato tutta la sua evanescenza, occupato da sempre solo a difendere la figura del direttore generale di ASUIT, l’abbiamo (ri)vista al tavolo coi sindacati. Così come abbiamo visto e vediamo da troppo tempo un assessore che asseconda sempre a parole le richieste di sindacati, ordini, rappresentanze dei pazienti, minoranze, ma che nei fatti fa poco o niente. Un copione che non regge più. 

Nessuno di noi ha mai detto che sia semplice affrontare i tanti temi legati a salute e sanità, ma da qualche parte bisogna pure iniziare. 

Da anni come minoranze proponiamo di fare il punto con gli Stati generali della sanità, per costruire in maniera condivisa con tutti i portatori di interesse le strategie necessarie per dare risposte ai tanti problemi che attanagliano la sanità e quindi ai bisogni di salute della popolazione. Un percorso sul quale si era preso l’impegno l’assessore e che poteva incrociare quello della definizione del Piano provinciale per la salute 2026-2036, visto che l’attuale è ormai scaduto da un anno. Ma ancora una volta quelle dell’assessore si rivelano essere parole al vento. 

Le solite chiacchiere di cui non se ne può più!

Tante sono le questioni aperte sulle quali ragionare per trovare SOLUZIONI. Tra queste:

  • liste di attesa: dati Agenas e Ispat su rinuncia alle cure dimostrano la privatizzazione nemmeno più tanto strisciante in atto. Bolzano su questo migliora e va confrontato il modello che sta efficientando le attese, oltre ad agire sull’appropriatezza;
  • carenza di personale: dall’attrattività della professione passa anche quella dei percorsi di studio per accedervi, fondamentale se si vuole dare un futuro alla sanità. Per trattenere servono benessere organizzativo, sviluppo di competenze, soluzioni alloggiative e riconoscimento economico;
  • non autosufficienza: servono maggiori sostegni per la domiciliarità e per i caregiver – dopo anni che lo chiediamo, forse arriverà la revisione/aumento dell’assegno di cura – e un ventaglio maggiore di risposte alle persone non autosufficienti e con demenza, con servizi residenziali e semiresidenziali in piccoli nuclei nelle comunità;
  • sanità territoriale e MMG: il DM 77 è ben lontano dall’essere attuato, perché si sono passati quattro anni a costruire muri senza pianificare funzioni e organizzazione delle Case della Comunità. Gli infermieri di Famiglia e Comunità sono un decimo di quelli necessari. La drammatica carenza di MMG lascia intere aree senza adeguata copertura assistenziale e costringe sempre più cittadini a rivolgersi ai Pronto Soccorso anche per bisogni sanitari di base. Finché i MMG non aumenteranno – speriamo grazie alle borse di studio integrative proposte da noi, che però dovevano essere introdotte prima – serve supportare meglio l’organizzazione, sgravandoli ulteriormente di attività burocratiche delegabili a personale amministrativo e potenziando la telemedicina di montagna;
  • integrazione sociosanitaria: bene che si arrivi con un disegno di legge, ma l’impressione è che accentri troppo sul sanitario e su ASUIT, derogando al principio di sussidiarietà che dovrebbe vedere al centro le Comunità. Poi una legge non basta se si gestiscono gli appalti per il sociosanitario come è stato gestito quello relativo all’assistenza domiciliare, del tutto slegato dal socioassistenziale;
  • ospedali nelle valli: serve assegnare vocazioni chiare e appropriate agli ospedali di valle, complementari a quelli di Trento e Rovereto;
  • blocchi informatici: per risolvere i continui tilt dei sistemi informatici serve una vera governance interna (capitolati, collaudi, supervisioni), coinvolgendo chi lavora sul campo, non basta rivalersi su ditte esterne;
  • salute mentale: l’aumento dei problemi psicologico e psichiatrici, a partire dai giovani, richiede – come fatto da noi con due proposte legislative – che si istituisca la figura dello psicologo di base e che si potenzino i consultori e i Centri di salute mentali;
  • prevenzione: nel modello di salute One Health oltre alla prevenzione attraverso gli stili di vita serve pensare all’impatto di tutte le politiche sulla salute, a partire da quelle ambientali per fare fronte ai cambiamenti climatici che causano/aggravano patologie e mietono sempre più vittime.
  • Di fronte a queste problematiche che non vengono affrontate in modo sistematico è bene che presidente e assessore cambino rapidamente passo e inizino ad affrontare le questioni nodali seriamente. Diversamente la cittadinanza saprà trarre le debite conclusioni su un presidente “girasagre” e un assessore “solochiacchiere” che si occupano di tutto tranne che di risolvere i problemi.
  • I/le consiglieri/e dell’Alleanza Democratica Autonomista
26 Settembre 2026 0 Commenti
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L’offesa della parola handicap

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

In Trentino esiste una parola che avrebbe dovuto essere archiviata da anni, cancellata dai documenti, espunta dalla modulistica, sostituita da un linguaggio rispettoso e contemporaneo: handicap. Una parola che la Provincia ha scelto di abbandonare nel 2020 con un voto trasversale, riconoscendo che quel termine non descrive la persona, ma la ferisce; non rappresenta una condizione, ma la stigmatizza; non costruisce inclusione, ma la nega.

Eppure, nel 2026, quella stessa parola continua a comparire nei verbali dell’Unità Operativa di Medicina Legale dell’ASUIT. Continua a essere stampata, timbrata, consegnata ai cittadini. Continua a definire persone che chiedono riconoscimento, tutela, dignità. È un fatto grave, perché non è un errore isolato: è un automatismo burocratico che tradisce una scelta politica chiara e un principio culturale fondamentale.

La disabilità non è un’etichetta, non è un marchio, non è una categoria da incasellare. È una condizione umana che richiede rispetto, attenzione, ascolto. E il linguaggio è parte integrante di questo rispetto. Le parole non sono un dettaglio: sono il primo gesto di cura, il primo segno di riconoscimento, il primo atto di inclusione. Quando un servizio sanitario continua a usare la parola handicap, non sta solo ignorando una legge: sta ignorando la persona.

Il fatto che proprio un ufficio chiamato a valutare le condizioni della Legge 104 continui a produrre documenti con diciture come “handicap”, “condizione di handicap” o addirittura “handicappato” è un segnale allarmante. Significa che la cultura dell’inclusione non è penetrata dove dovrebbe essere più forte. Significa che la sensibilità istituzionale si è fermata sulla soglia degli uffici. Significa che la disabilità viene ancora trattata con un linguaggio che appartiene a un’altra epoca, a un’altra visione, a un’altra idea di fragilità.

Per questo ho portato la questione all’attenzione della Giunta, affinché si interrompa subito una prassi che tradisce la cultura dell’inclusione e la sensibilità che il Trentino ha scelto di adottare.

La Provincia ha scelto di abbandonare la parola handicap; ASUIT continua a usarla. La Provincia ha scelto di promuovere inclusione; ASUIT continua a produrre modulistica che la contraddice. La Provincia ha istituito il Tavolo sulla Disabilità; ASUIT continua a parlare con un linguaggio che quel tavolo dovrebbe contribuire a superare.

La domanda è semplice e inevitabile: come può un territorio che si dice attento alla disabilità tollerare che un servizio sanitario utilizzi un linguaggio che la ferisce? Come può parlare di inclusione se non riesce a praticarla nella forma più elementare, quella delle parole?

La richiesta è chiara: ritiro immediato della modulistica, aggiornamento dei modelli, richiamo formale agli uffici, adeguamento del linguaggio. Perché la dignità non è un dettaglio amministrativo. È il fondamento di ogni politica pubblica. E passa anche, e soprattutto, dalle parole che scegliamo di usare

29 Agosto 2026 0 Commenti
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Liste d’attesa e Libera Professione: la parte scomoda resta senza risposte.

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

Si assiste alla progressiva cancellazione del confine tra servizio sanitario istituzionale e Libera Professione (LP). Un meccansimo contabile e organizzativo distorto attraverso cui l’Azienda sanitaria inserisce nelle agende di Intramoenia i pazienti prenotati nel sistema ordinario (con ticket o esenzione), remunerando però il medico come se svolgesse una prestazione privata. L’utente vive un percorso pubblico, il professionista incassa come libero professionista, l’Azienda registra costi da LP e la Provincia copre la differenza attingendo a fondi pubblici.
Nel 2025 le visite istituzionali confluite in LP sono state 2.569. Nei soli primi tre mesi del 2026 il dato ha già raggiunto quota 3.084, con una proiezione annuale destinata a superare le 12.000 prestazioni. ( significa che il numero di visite in attesa era maggiore nel primo trimestre 2026 che in tutto l’anno 2025) .
La proiezione della LP va di pari passo all’aumento delal lista d’attesa : più aumentano le visite in attesa di risposte o con risposte inaccettabili più si incrementa la Lp .

Impatto sui volumi globali della LP: Il volume complessivo delle prestazioni in Libera Professione passa da 107.000 nel 2025 a una stima di 120.000 nel 2026.

È un vero e proprio colabrodo contabile e organizzativo. Se parliamo di gestione dei flussi, la falla è evidente: non riuscendo a smaltire le visite con i canali ordinari, si fa “cannibalizzare” la Libera Professione trasformandola in una pezza d’emergenza a spese delle casse pubbliche.
Se la mettiamo sul piano della trasparenza, la faccenda si fa ancora più scivolosa: ammettere che le registrazioni delle prestazioni vengono definite “in corsa” equivale a dire che fino a ieri si è navigato a vista. Il risultato? Un effetto domino di dati distorti che partono dai bilanci locali e finiscono per falsare persino le rilevazioni nazionali di Agenas.
Uso strutturale di un canale straordinario: La Libera Professione cessa di essere un’opzione aggiuntiva per diventare un ammortizzatore improprio delle liste d’attesa non gestite dal canale ordinario.
Mancanza di trasparenza e tracciabilità.
Il quadro si fa ancora più critico alla luce della risposta fornita dall’Assessore competente. La dichiarazione secondo cui “si stanno definendo le modalità per la corretta registrazione di tali prestazioni” conferma formalmente che la pratica è stata avviata in assenza di un sistema di tracciamento conforme. Quanto tempo serve per avere flussi di dati completi?
Questo deficit procedurale comporta il rischio concreto di flussi informativi incompleti, con dati trasmessi ad Agenas che potrebbero non riflettere la reale natura delle prestazioni erogate, alterando le statistiche ufficiali e sottostimando i reali tempi e volumi delle liste d’attesa pubbliche.

La parte scomoda non ha avuto risposta e quindi c’è la libertà di interpretare .
La corte dei conti ptrebbe obiettare l’uso di soldi pubblici per pagare la LP al Professionista !

29 Agosto 2026 0 Commenti
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Una testimonianza che non può restare inascoltata.

Da Paola Demagri 16 Agosto 2026

Una mamma della Val di Sole, in attesa del terzo figlio, racconta come negli ultimi anni siano venuti meno servizi e occasioni di accompagnamento alla nascita che un tempo erano parte della vita della comunità.

Corsi preparto lontani, ostetriche meno presenti, occasioni di incontro ridotte. E così tante mamme rinunciano, proprio quando avrebbero più bisogno di prossimità, ascolto e rete.

La prevenzione della solitudine e delle fragilità nel percorso della maternità non si fa solo con i bonus. Si fa con servizi territoriali accessibili, ostetriche presenti e comunità capaci di sostenere le famiglie.

La proposta delle mamme è concreta: riportare i corsi preparto anche in Val di Sole, con una parte degli incontri in presenza e una parte online.

Non servono miracoli. Serve ascoltare, organizzare e avere la volontà di intervenire.

Perché quando una mamma dice che “la rete non c’è più”, la politica ha il dovere di fermarsi e ascoltare.

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Sanità trentina al capolinea: quando la politica abdica e il teatrino istituzionale affonda il sistema

Da Paola Demagri 6 Agosto 2026

La vicenda della sanità trentina è ormai diventata una tragicommedia istituzionale, una di quelle storie in cui non so più se indignarmi o assistere impotente a un declino annunciato. Da mesi il nostro sistema sanitario vive tra tilt informatici, liste d’attesa interminabili, personale allo stremo e cittadini costretti a rivolgersi al privato per ottenere una visita in tempi umani. In mezzo a questo disastro, l’assessore alla salute Mario Tonina recita la parte del giustiziere: critica il direttore generale Antonio Ferro, lo bacchetta, alza la voce, arrivando persino a porre un aut aut che si è rivelato un mero bluff, salvo poi restare serenamente seduto sulla propria poltrona come se nulla fosse. Ferro, dal canto suo, non si muove di un millimetro, mentre il presidente della Provincia Maurizio Fugatti osserva, annuisce e rimanda ogni decisione. La sensazione è quella di assistere a una recita perfetta: Tonina fa la parte del politico indignato, Ferro quella del dirigente intoccabile, e Fugatti veste i panni del regista che rifiuta di cambiare il cast. Una dinamica in cui tutti interpretano rigidamente il proprio copione, mentre a pagare il conto sono i cittadini e gli operatori sanitari. Le cronache quotidiane raccontano di un caos organizzativo strutturale, di decisioni improvvisate, di tentativi di bavaglio istituzionale e di un personale ormai esausto. Non siamo più di fronte a un problema tecnico o a un software difettoso: siamo di fronte a una drammatica questione di governance, di responsabilità e di credibilità politica.
In uno scenario normale, dopo mesi di paralisi, proteste sindacali e cittadinanza infuriata, qualcuno avrebbe già fatto le valigie. In Trentino, invece, si continua a recitare. La conferenza stampa di ieri mi appare come l’ennesimo tentativo di spostare l’asse del discorso, di blindare poltrone e posizioni. Questa crisi non nasce da un errore informatico, ma da una catena di responsabilità politiche che ci si ostina a non affrontare. L’assessore Tonina, che veste i panni del conciliatore e del garante degli equilibri interni, continua a evitare ogni reale assunzione di responsabilità, mentre Ferro resta al suo posto nonostante il fallimento evidente della gestione. D’altronde, le radici di questo disastro affondano lontano: già nel 2018 Fugatti decise di non occuparsi delle sorti del sistema sanitario provinciale, lasciandolo in balia di un declino inarrestabile.
Ritengo ormai incomprensibile, se non attraverso logiche di pura conservazione del potere, questa fede incrollabile nei confronti del direttore generale Ferro. Se la Giunta e la maggioranza ritengono che il dg sia talmente meritevole da poter continuare a gestire indisturbato la sanità pubblica, fino a tenere sotto scacco l’intera amministrazione provinciale, il centrodestra lo proponga direttamente come candidato presidente alle prossime elezioni!
Come ho già avuto modo di ribadire è tempo di riportare urgentemente la discussione sul terreno della responsabilità politica e istituzionale. La sanità trentina ha bisogno di credibilità, di tranquillità, di evolvere. Quando il teatro istituzionale si trasforma in tragedia perché di questo ormai si tratta l’unico modo per salvare il sistema è cambiare gli attori: se Tonina non se ne va e Ferro non se ne va, la sola via d’uscita rimasta è un atto di dignità istituzionale: un passo indietro collettivo per restituire la Sanità ai suoi cittadini.
Paola Demagri Consigliera Provinciale Casaautonomia.eu

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Assistenza domiciliare in Trentino: difendere la continuità della cura e il valore del territorio

Da Paola Demagri 3 Agosto 2026

Parlando di assistenza domiciliare, qualcuno direbbe  “nulla di nuovo sul fronte occidentale”: ciò che sta accadendo oggi era già scritto nella premessa, nei segnali che da mesi attraversavano il sistema. La domanda che pongo, con rispetto per il Consorzio, è semplice: prima di partecipare al bando, il Consorzio Blu ha davvero conosciuto il Trentino? Ha parlato con gli operatori, con le cooperative, con la Federazione? Ha percorso le nostre valli più lontane, quelle dove la distanza non è un dettaglio geografico ma una condizione di vita? Perché è lì, in quei paesi raggiunti dopo chilometri di curve e silenzi, che si capisce chi siamo davvero. Il Trentino è fatto di comunità che non mollano l’osso, che difendono la propria terra non per chiusura ma per responsabilità. È fatto di persone che lavorano per chi vive qui, che conoscono le fragilità e le complessità del territorio, che sanno che l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque ma un patto di fiducia. È un territorio dove la cura di prossimità è pratica, è relazione, è competenza, è aiuto. Una pratica quotidiana, costruita negli anni da operatori che entrano nelle case con rispetto, discrezione, continuità. In Trentino certe cose si capiscono prima che accadano: basta ascoltare le valli, che parlano molto più della politica.  

Io immagino che tutte le controparti abbiano agito correttamente: chi ha partecipato alla gara, chi l’ha vinta, chi non l’ha vinta, chi applica il regolamento per trasferire personale e formazione, chi lascia libertà ai lavoratori di scegliere. E proprio per questo va detto con chiarezza che i lavoratori stanno esercitando una scelta, una valutazione autonoma, legittima, personale. Nessuno può sostenere che non abbiano testa propria, che non abbiano libertà, che qualcuno stia imponendo out‑out. Qui non funziona così. Qui le persone decidono, e decidono sulla base di ciò che conoscono: gli utenti, le famiglie, le cooperative, il territorio. 

Conosco personalmente tanto personale, tante cooperative, tanti utenti. E posso dire che fino a ieri – e auspico che possa esserci ancora – c’era un equilibrio: un quieto vivere fatto di professionalità, di continuità, di apprezzamento reciproco. Un equilibrio che teneva insieme famiglie alle prese con un fine vita delicato, con disabilità complesse, con giornate scandite da operatori che passavano da una fragilità all’altra con competenza e dedizione. Spezzare questo equilibrio è stato il primo errore. Non entro nel merito tecnico della gara, non è mio compito. Ma sull’impatto, sì, ho il dovere di riflettere: perché l’esito rischia di produrre un’ingiustizia evidente. 

Dal 1° ottobre, chi oggi lavora nelle cooperative potrebbe passare al Consorzio Blu. Potrebbe, ma non vuole. Non perché qualcuno lo trattenga, ma perché quel personale conosce gli utenti, le famiglie, le case, le storie. E sa che un cambio improvviso, dopo anni di intimità professionale, è una ferita. Sa che il valore costruito nel tempo  quel know‑how territoriale che non si compra e non si trasferisce rischia di finire altrove, perdendo ciò che ha reso forte il nostro sistema. 

E mentre tutto questo accade, ciò che pesa non è solo la complessità della situazione, ma anche il silenzio. Il silenzio della politica, che osserva senza dire una parola, come se l’assistenza domiciliare fosse un capitolo tecnico e non un pezzo di identità territoriale. Il silenzio di chi ha imbastito la gara, che oggi sembra scomparso dietro procedure e regolamenti, senza assumersi la responsabilità di spiegare perché si è scelto di frammentare un servizio che funzionava, perché si è deciso di mettere in movimento un sistema che aveva trovato un equilibrio delicato e prezioso. Un silenzio che diventa assenso, che diventa distanza, che diventa una forma di rinuncia al proprio ruolo. Mentre si chiede ai lavoratori di cambiare datore di lavoro, mentre si chiede alle famiglie di accettare nuovi volti, mentre si chiede agli utenti di rinunciare alla continuità, la politica provinciale appare impegnata altrove: nelle sue dinamiche interne, nelle sue priorità che non coincidono con quelle dei territori, nelle sue scelte che sembrano guardare più ai tavoli istituzionali che alle case delle persone fragili. È difficile non notare questa distanza, difficile non vedere che chi dovrebbe parlare tace, chi dovrebbe spiegare evita, chi dovrebbe assumersi responsabilità si limita a osservare.Forse bisogna essere del mestiere per capire fino in fondo cosa accadrà. Leggo le dichiarazioni del Consorzio blu e faccio fatica a capire come si siano già trovati alloggi per nuovi lavoratori, quando ogni giorno noi stessi fatichiamo ad aiutare le persone a trovarne uno. E l’idea di concentrare più lavoratori in uno stesso contesto abitativo non posso pensare sia una direzione coerente con la delicatezza del servizio e con la dignità del lavoratore. La proposta di maggiorare il contratto di una mensilità è un gesto che fa onore al Consorzio Blu, ma non è ciò che muove questi lavoratori. Qui non si lavora per un incentivo a spot: si lavora per un territorio, per una comunità, per un patto di fiducia. 

Qualunque sarà l’esito di questa vicenda, una cosa resta: le cooperative sociali del terzo settore sono un tassello fondamentale del nostro sistema. Sono fatte di personale impegnato, rispettoso, radicato. E nessuno vuole sentirsi addosso la parola “traditore”. Perché qui non si tradisce: qui si custodisce. 

Paola Demagri [Ritorno a capo del testo]consigliera provinciale Casaautonomia.eu  

3 Agosto 2026 0 Commenti
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Sanità in Trentino: il crollo delle liste d’attesa certificato da Agenas. Il tempo di risposta al cittadino sia la priorità della Giunta

Da Paola Demagri 23 Luglio 2026

Sanità in Trentino: il crollo delle liste d’attesa certificato da Agenas. Il tempo di risposta al cittadino sia la priorità della Giunta

La direzione dell’azienda sanitaria di Trento inanella ogni giorno brutte figure, ma è impossibile scindere la parte tecnica da quella politica: l’una è complementare all’altra. Se la politica dà l’indirizzo, l’azienda applica persone e processi per raggiungere gli obiettivi. A parole, quindi, l’assessore Tonina ci rassicura da mesi che la situazione delle liste d’attesa migliorerà. Non è chiaro se si tratti di una sua percezione personale o di semplici dichiarazioni di facciata; sta di fatto che l’azienda dopo i recenti crash informatici e i caos legati alle prenotazioni, causati dalla sostituzione del sistema giudicato da chi lo usa meno agile, più complicato e decisamente meno performante  si scontra con una realtà  trasparente: il Trentino è all’ultimo posto in termini di liste d’attesa e prenotazioni.

I dati del monitoraggio nazionale del primo semestre, diffusi ieri da Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), fotografano una realtà inequivocabile: la gestione delle liste d’attesa in Trentino è un vero e proprio disastro. Questo sistema di comparazione e confronto oggettivo è fondamentale, se non altro per sgomberare una volta per tutte il campo dalla propaganda di chi continua a sostenere, contro ogni evidenza, che la situazione sia migliore rispetto allo scorso anno. Ci auguriamo che l’assessore Tonina prenda atto di questi numeri e che in Aula non si debbano più ascoltare gli interventi difensivi di qualche Consigliere di maggioranza, che tenta di giustificare ogni inefficienza scaricando la colpa sul periodo Covid, come se le altre Regioni italiane non fossero state duramente colpite dalla medesima pandemia.

I dati ufficiali, purtroppo, non fanno che confermare la percezione quotidiana del cittadino: quella di una sanità regredita nella sua capacità di dare risposte tempestive. Per l’utente comune, il metro di giudizio dell’efficacia e dell’efficienza del servizio non è l’esito finale dell’intervento, della visita o di un PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale). Il cittadino misura la qualità della sanità pubblica su un dato concreto e immediato: il tempo di attesa per una prestazione. Questa percezione non si può modificare senza azioni concrete per ridurre drasticamente i tempi. E dobbiamo farlo per ragioni precise e inderogabili: garantire diagnosi precoci per intercettare le patologie in tempo, gestire la cronicità, i monitoraggi, tutelare la salute psicologica dei pazienti messi in ansia dall’attesa, e frenare la fuga verso il privato. Il privato deve essere un supporto complementare, ma oggi purtroppo sta colmando un enorme vuoto strutturale, diventando l’unico risolutore di problemi in capo alla sanità pubblica. Il declino della sanità trentina non è legato alle capacità cliniche e professionali dei nostri sanitari, che restano eccellenti, ma a un collasso organizzativo. È evidente che sia necessario lavorare sull’appropriatezza prescrittiva, ma bisogna farlo comprendendo la realtà: i Medici di Medicina Generale (MMG) si trovano spesso “accerchiati” dall’ansia di pazienti che hanno la necessità assoluta di risposte rapide per poter procedere con le terapie. 

L’ASUIT  non può prendere in giro gli utenti rassicurandoli sul rispetto dei tempi previsti dalle classi di priorità (3, 15, 30 giorni) quando i posti reali non ci sono. Attualmente, quando l’operatore del CUP non trova posto, l’impegnativa viene scaricata in un “contenitore/box di transito”. La palla passa così ai referenti del CUP aziendali , che si trovano in mano montagne di richieste bloccate. Al cittadino viene detto “verrà chiamato entro i giorni indicati”, ma di fatto la sua richiesta finisce in un mare magnum da cui non si sa se e quando emergerà. Questo meccanismo di galleggiamento va abolito: servono agende aperte e trasparenti, non scatole nere dove nascondere i ritardi. È auspicabile  rivedere l’accordo contrattuale con i medici sumaisti. Non può funzionare  che le disponibilità delle giornate di visita vengano comunicate di mese in mese, rendendo impossibile qualsiasi seria programmazione. Chiediamo alla Politica un impegno contrattuale nuovo che comprenda  le disponibilità delle agende che dovranno essere garantite con una programmazione di almeno 6 mesi. Solo così il CUP può pianificare e offrire risposte certe e stabili nel tempo. Il fallimento della politica in tema di salute è oggi certificato dai dati nazionali di Agenas, e l’attuale Giunta non può più nascondersi dietro la comoda scusa dell’eredità della pandemia. La difesa d’ufficio del passato non serve a ridurre le liste d’attesa, serve solo a prolungare il calvario dei trentini. Se poi si vuole estirpare il problema alla radice, è necessario sollevare dagli incarichi chi ha dimostrato di non saperli portare avanti. L’assessore Tonina dimostri discontinuità nei fatti e non solo a parole e accolga queste soluzioni tecniche e metta al centro del sistema il fattore “tempo” come diritto universale del cittadino. Se la sanità pubblica cessa di essere tempestiva, cessa di essere pubblica, trasformandosi in un servizio d’élite per chi può permettersi di pagare il privato. La politica trentina ha il dovere di invertire questa rotta subito, prima che il danno diventi irreversibile.

23 Luglio 2026 0 Commenti
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