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Solitudine e anziani

Da Paola Demagri 24 Gennaio 2026

La solitudine non è solo una condizione, ma una fragilità che cresce con l’età e interpella tutta la comunità.
Prendersi cura degli anziani significa ripensare relazioni, servizi e vicinanza umana in una società che cambia.

 29 gennaio 2026

 Ore 20.15

 Cles – Sala Borghesi Bertolla

 Conduce: la consigliera provinciale Paola Demagri

 Intervengono:
– Dr. Fabio Cembrani, medico legale
– Dr.ssa Paola Taufer, psicologa dell’anziano

Un momento di confronto aperto, per capire insieme come prenderci cura di una comunità che invecchia.

24 Gennaio 2026 0 Commenti
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Figli e lavoro: la frattura che il Trentino non può più ignorare

Da Paola Demagri 23 Gennaio 2026

In tutta Italia l’età media della prima maternità ha superato i 33 anni. È un dato che racconta un cambiamento profondo, ma soprattutto una difficoltà crescente: oggi, per molti giovani, la scelta di avere un figlio è subordinata alla conquista di una stabilità lavorativa che arriva sempre più tardi. Il risultato è una contrapposizione di fatto tra lavoro e genitorialità. Una contrapposizione che non nasce nelle famiglie, ma nelle condizioni materiali che la politica ha il compito di creare. Questa dinamica è evidente anche in Trentino, un territorio che per anni si è raccontato come modello di welfare, ma che oggi si trova a fare i conti con un inverno demografico che non risparmia nessuno. Eppure, nonostante la gravità del fenomeno, dopo sette anni di governo provinciale non si vedono risultati tangibili, significativi, concreti. Si annunciano tavoli, si evocano strategie, si promettono misure. Ma la realtà è che la natalità continua a scendere, i giovani continuano a rimandare, e il lavoro continua a essere percepito come un ostacolo non come un alleato nella costruzione di una famiglia.

La maggioranza guidata dal presidente Fugatti afferma di occuparsi del tema. Ma occuparsene non significa citarlo nei discorsi o inserirlo in un elenco di priorità astratte. Occuparsene significa produrre politiche che cambiano davvero la vita delle persone: favorire  contratti stabili e non precari, salari adeguati al costo della vita trentina, servizi per l’infanzia accessibili e diffusi, sostegno reale alla conciliazione, investimenti strutturali e non bonus episodici, una visione che tenga insieme lavoro, comunità e futuro. Poco o nulla di tutto questo, ad oggi, ha trovato una traduzione efficace.

E mentre la politica rinvia, le scelte personali dei giovani vengono condizionate da un sistema che li costringe a scegliere tra stabilità economica e desiderio di famiglia. È qui che si misura la responsabilità pubblica: quando la libertà di diventare genitori viene limitata non da una scelta, ma da un contesto. Il Trentino non può permettersi di mettere in competizione lavoro e natalità. Perché quando questo accade, non è solo il numero delle nascite a diminuire: si indebolisce l’intero tessuto comunitario.

Una comunità che non si rinnova è una comunità che perde forza, continuità, capacità di immaginare il futuro.È una comunità che smette di tramandare, di crescere, di consolidarsi.Per questo è necessario dirlo con chiarezza: non possiamo permettere che la politica continui a trattare la genitorialità come una questione privata, mentre il lavoro resta un terreno di precarietà e disuguaglianze. La politica decide gli obiettivi generali, orienta le condizioni materiali, definisce le priorità collettive. E se dopo sette anni non si vedono risultati, significa che la direzione non è quella giusta.

Il Trentino ha bisogno di una strategia demografica vera. Ha bisogno di politiche che non si limitino a fotografare il problema, ma che lo affrontino alla radice. Ha bisogno di un patto nuovo tra lavoro, comunità e futuro. Perché una comunità che non si sostiene, non si moltiplica, non si consolida e non si tramanda è una comunità che si spegne. E noi autonomisti non possiamo permettere che questo accada.

Paola Demagri Consigliera provinciale Casaautonomia.eu 

23 Gennaio 2026 0 Commenti
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Sanità provinciale: serve un cambio di rotta!

Da Paola Demagri 19 Gennaio 2026

Da tempo assistiamo a un progressivo scivolamento del nostro sistema sanitario provinciale verso una situazione che non è più semplicemente critica: è sfuggita di mano. Prima che altri professionisti decidano di abbandonare definitivamente la nave, serve un gesto politico chiaro, netto, capace di ristabilire ordine, giustizia, visione. Un gesto che segni un vero reset e restituisca fiducia a chi lavora ogni giorno e a chi, ogni giorno, si affida ai nostri servizi.L’Azienda sanitaria ha bisogno di una guida straordinaria, di un commissariamento che rimetta al centro ciò che dovrebbe esserlo da sempre: la salute degli utenti e il benessere dei dipendenti. Perché oggi i processi interni sono corrosi, obsoleti, appesantiti da ingerenze e, in troppi casi, da evidenti mancanze di competenza. Da sette anni assistiamo a un turnover continuo nelle posizioni apicali: nomi che si susseguono, incarichi che durano il tempo di un respiro. È inevitabile che sorga una domanda: davvero sono tutti inadeguati, oppure è il sistema stesso a respingere chi prova a mettervi mano?La verità è che si è stratificato un insieme di problemi, responsabilità diffuse, scatole cinesi che chi entra scopre troppo tardi. E spesso, una volta viste da vicino, l’unica reazione possibile è andarsene.Per questo oggi serve un atto forte. Non un gesto simbolico, ma una scelta politica che dica con chiarezza che la sanità provinciale merita un nuovo inizio. Un commissariamento che apra una fase di ricostruzione, riorganizzazione profonda e trasparente, capace di restituire dignità ai professionisti e sicurezza ai cittadini.Non è una richiesta estrema. È l’unica scelta responsabile per rimettere la salute pubblica al centro del futuro della nostra comunità.

19 Gennaio 2026 0 Commenti
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Giovani sotto accusa? Forse dovremmo guardarci allo specchio

Da Paola Demagri 16 Gennaio 2026

In questi giorni si è acceso un dibattito importante attorno a quanto accade sugli autobus di Trentino Trasporti nella zona di Madonna di Campiglio, dove alcuni autisti hanno segnalato comportamenti inappropriati da parte di passeggeri di rientro dagli après-ski. La risposta istituzionale arrivata dall’assessore Gottardi – un pullman “dedicato” ai giovani che rientrano alterati dall’alcol – sembra voler circoscrivere il problema invece di affrontarlo alla radice.

Il punto, infatti, non è trovare un mezzo separato su cui caricare “tutti insieme” i ragazzi, quasi fossero un gruppo da isolare. Il punto è interrogarsi su ciò che accade prima: locali che somministrano alcol anche a minorenni, contesti che incentivano l’eccesso, un sistema di controlli che non funziona, un Comune che liquida tutto come “emotività”, quando invece parliamo di sicurezza, salute pubblica e impatto sociale.

Eppure, come spesso accade, il dibattito pubblico si è rapidamente trasformato in un processo ai giovani. Sul web, nei commenti, nelle chiacchiere da bar, si è scatenata una vera e propria bullizzazione degli adolescenti e dei ventenni, descritti come irresponsabili, maleducati, incapaci di autocontrollo.

Ma la verità è un’altra: sono gli adulti a dover fare un passo indietro e guardarsi allo specchio.
Perché quando si parla di giovani, gli adulti diventano improvvisamente tutti esperti di educazione, ordine e buone maniere. Eppure sono proprio gli adulti a creare i contesti, a gestire i locali, a definire le regole, a controllare – o non controllare – ciò che accade.

Attaccare i giovani non li aiuta.
Li schiaccia.
Riduce la loro capacità di leggere il mondo e di trovare strategie sane per starci dentro.

Se davvero vogliamo affrontare il tema, dobbiamo smettere di puntare il dito e iniziare ad ascoltare. Coinvolgere chi con i giovani lavora ogni giorno: educatori, psicologi, operatori sociali, insegnanti. Professionisti che sanno quanto spesso i ragazzi si sentano spaesati in un mondo costruito dagli adulti e per gli adulti.

Forse dovremmo esercitare un po’ di autoanalisi collettiva.
Chiederci che direzione stiamo prendendo come comunità.
Domandarci se la risposta giusta sia davvero un pullman separato o piuttosto un’assunzione di responsabilità da parte di chi amministra, di chi gestisce i locali, di chi dovrebbe garantire sicurezza e prevenzione.

I giovani non hanno bisogno di essere bullizzati dagli adulti.
Hanno bisogno di essere accompagnati, ascoltati, riconosciuti.
E noi adulti abbiamo il dovere di costruire contesti che li aiutino a crescere, non a difendersi.

16 Gennaio 2026 0 Commenti
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Il disimpegno sociale e umano della destra trentina nel gelo dell’inverno

Da Paola Demagri 14 Gennaio 2026

Credits Jon Tyson

In questi giorni di freddo pungente, quando il Trentino si ritrova avvolto da temperature che tagliano la pelle , c’è un’altra forma di gelo che pesa ancora di più: quello dell’indifferenza politica. Un gelo che non arriva dal cielo, ma dalle scelte di chi governa. Un gelo che non colpisce tutti allo stesso modo, ma che diventa atroce e malvagio per chi non ha un tetto, un riparo, una possibilità.

Il tema dei senzatetto, che molti dei colleghi stanno giustamente riportando al centro del dibattito, non è un dettaglio marginale né un’emergenza improvvisa. È il risultato di un’impostazione politica che da tempo ha scelto di voltarsi dall’altra parte, di combattere i più deboli invece di proteggerli, di esibire forza dove servirebbe cura, di mostrare muscoli dove servirebbe responsabilità.

Questa destra trentina continua a raccontarsi come pragmatica, concreta, vicina al territorio. Ma la realtà è che non paga sul piano valoriale, non paga sul piano dell’equità, non paga sul piano della costruzione di una società inclusiva. È una politica che divide: forti contro deboli, ricchi contro poveri, potere contro cittadini. Una politica che preferisce la superficialità all’approfondimento, l’autoreferenzialità al merito, la propaganda alla responsabilità.

Io non mi sono mai riconosciuta in una politica così sfacciata, così distante, così povera di umanità. E sono profondamente grata, oggi più che mai, di non aver mai appoggiato forze che hanno scelto di sacrificare gli ultimi sull’altare del consenso facile.

Ci sono passaggi nella vita politica in cui diventa necessario scegliere la strada che rispecchia davvero i propri valori. Il mio impegno oggi nasce proprio da questo: dalla volontà di promuovere e far crescere un movimento che mette al centro la responsabilità sociale, la tutela delle fragilità, la vicinanza concreta ai lavoratori e agli ultimi.

Un movimento che non tradisce la propria identità statutaria, che non si piega alle convenienze del momento e che continua a credere in una politica capace di ascoltare, includere e proteggere. È questa la direzione che ho scelto e che continuo a scegliere ogni giorno, con convinzione e coerenza.

Oggi, davanti al gelo che morde le strade e davanti al gelo politico che morde le coscienze, sento ancora più forte il dovere di dirlo: una comunità si misura da come tratta chi ha meno, non da come si autocelebra. E una politica che non sa proteggere i più fragili non è una politica: è un esercizio di potere.

14 Gennaio 2026 0 Commenti
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Il disimpegno sociale e umano della destra trentina nel gelo dell’inverno

Da Paola Demagri 14 Gennaio 2026

credits Jon Tyson

In questi giorni di freddo pungente, quando il Trentino si ritrova avvolto da temperature che tagliano la pelle , c’è un’altra forma di gelo che pesa ancora di più: quello dell’indifferenza politica. Un gelo che non arriva dal cielo, ma dalle scelte di chi governa. Un gelo che non colpisce tutti allo stesso modo, ma che diventa atroce e malvagio per chi non ha un tetto, un riparo, una possibilità.

Il tema dei senzatetto, che molti dei colleghi stanno giustamente riportando al centro del dibattito, non è un dettaglio marginale né un’emergenza improvvisa. È il risultato di un’impostazione politica che da tempo ha scelto di voltarsi dall’altra parte, di combattere i più deboli invece di proteggerli, di esibire forza dove servirebbe cura, di mostrare muscoli dove servirebbe responsabilità.

Questa destra trentina continua a raccontarsi come pragmatica, concreta, vicina al territorio. Ma la realtà è che non paga sul piano valoriale, non paga sul piano dell’equità, non paga sul piano della costruzione di una società inclusiva. È una politica che divide: forti contro deboli, ricchi contro poveri, potere contro cittadini. Una politica che preferisce la superficialità all’approfondimento, l’autoreferenzialità al merito, la propaganda alla responsabilità.

Io non mi sono mai riconosciuta in una politica così sfacciata, così distante, così povera di umanità. E sono profondamente grata, oggi più che mai, di non aver mai appoggiato forze che hanno scelto di sacrificare gli ultimi sull’altare del consenso facile.

Ci sono passaggi nella vita politica in cui diventa necessario scegliere la strada che rispecchia davvero i propri valori. Il mio impegno oggi nasce proprio da questo: dalla volontà di promuovere e far crescere un movimento che mette al centro la responsabilità sociale, la tutela delle fragilità, la vicinanza concreta ai lavoratori e agli ultimi.

Un movimento che non tradisce la propria identità statutaria, che non si piega alle convenienze del momento e che continua a credere in una politica capace di ascoltare, includere e proteggere. È questa la direzione che ho scelto e che continuo a scegliere ogni giorno, con convinzione e coerenza.

Oggi, davanti al gelo che morde le strade e davanti al gelo politico che morde le coscienze, sento ancora più forte il dovere di dirlo: una comunità si misura da come tratta chi ha meno, non da come si autocelebra. E una politica che non sa proteggere i più fragili non è una politica: è un esercizio di potere.

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E le mele trentine? chi le tutela?

Da Paola Demagri 14 Gennaio 2026

Negli ultimi mesi il dibattito sull’Accordo tra Unione Europea e Paesi del Mercosur è tornato al centro dell’agenda politica. Un negoziato lungo venticinque anni, presentato come un grande passo avanti per il commercio internazionale, ma che per territori come il nostro rischia di tradursi in un arretramento silenzioso, quasi invisibile, e proprio per questo ancora più grave. Mentre l’Europa discute di dazi, quote e reciprocità, qui in Trentino sembrerebbe che troviamo davanti a un dato che non può essere derubricato a dettaglio tecnico.

Secondo quanto riportato da stampa e parti sociali interessate al settore, le mele trentine non comparirebbero tra le Indicazioni geografiche protette dall’accordo. Non c’è traccia della nostra produzione simbolo, della filiera che sostiene intere valli, della qualità che abbiamo costruito in decenni di lavoro, ricerca, investimenti e rigore.

Eppure, a pochi chilometri da noi, la Provincia di Bolzano ha invece ottenuto la tutela delle proprie mele IGP. L’Alto Adige ha saputo presidiare il tavolo europeo, difendere i propri interessi, far valere la propria rappresentanza. La SVP e il suo Eurodeputato hanno portato a casa un risultato concreto, tangibile, misurabile. Il Trentino pare proprio di no. Se conferamto, allora la domanda politica diventerebbe inevitabile: dov’eravamo mentre gli altri difendevano il proprio territorio? Perché mentre Bolzano lavorava, il PATT,  che si definisce partito territoriale, autonomista, vicino alla SVP e allo stesso Dorfmann, non ha ottenuto nulla. E mentre l’assessora Zanotelli si dedicava a presenze pubbliche, nessuno sembra essersi accorto che il principale prodotto agricolo trentino stava scivolando fuori dalle tutele europee?

Non è questione di bandiere o di appartenenze. È questione di responsabilità verso un settore che rappresenta migliaia di famiglie, un pezzo della nostra identità economica e culturale, un presidio ambientale e sociale. È questione di capire perché altri territori hanno saputo far valere la propria voce, mentre il nostro è rimasto in silenzio. Per questo serve chiarezza. Serve sapere se questa notizia, così come mediaticametne esposta corrispnde alla realtà, o se fortunatamente vi fossero invece valide alterantive di ripiego ad un danno che altrimenti sembra inevitabilmente evidente. A quanto pare fra l’altro la presenza dei leader nazionali Meloni –  Lollobrigida intervenuti solo due mesi fa per inaugurare la funivia che trasporta le mele nelle celle ipogee non ha dato garanzie in tal senso, se non il presenzialismo puro che ha anche innescato qualche mal di pancia. La politica non può limitarsi a commentare a posteriori: deve presidiare, prevenire, difendere. E quando non lo fa, deve rispondere, perchè.

S’interroga la Giunta per sapere :

1. Se fosse a conoscenza, durante le fasi negoziali dell’Accordo UE–Mercosur, del fatto che le mele trentine non sarebbero state incluse tra le Indicazioni geografiche protette.

2. Quali azioni politiche, istituzionali o tecniche siano state intraprese per ottenere tale tutela e con quali risultati.

3. Se la Provincia abbia interloquito con il Governo italiano, con la Farnesina o con la Commissione europea per difendere le produzioni trentine, e in quali forme.

4. Se vi siano stati contatti con la SVP o con l’eurodeputato Herbert Dorfmann, e quali esiti abbiano prodotto tali interlocuzioni.

5. Quali iniziative urgenti intenda assumere per evitare che l’accordo, una volta operativo, penalizzi ulteriormente le filiere agricole trentine, già esposte alla concorrenza internazionale e al rischio di importazioni prive degli standard europei.

14 Gennaio 2026 0 Commenti
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Nuovi ambulatori di Taio

Da Paola Demagri 11 Gennaio 2026

Oggi sono stati inaugurati i nuovi ambulatori medici presso la struttura di proprietà dell’ASUC di Taio, realizzati grazie alla collaborazione tra ASUC, Comune e BIM. Uno spazio rinnovato, sicuro, funzionale e pensato per chi ogni giorno si prende cura della nostra comunità.

Non si tratta solo di “nuovi locali”. Si tratta di un investimento culturale, prima ancora che infrastrutturale. Perché questi ambienti rappresentano una visione precisa del territorio e del suo futuro.

1. Prossimità

Prossimità non come semplice distanza ridotta, ma come principio di giustizia territoriale. Significa garantire servizi che non si limitano a esistere, ma che raggiungono davvero le persone, soprattutto quelle che rischiano di rimanere ai margini. Significa dire, con i fatti, che la salute non è un privilegio, ma un diritto che deve essere accessibile.

2. Presidio

Un presidio non è un edificio: è una responsabilità condivisa. È una presenza viva, capace di intercettare bisogni prima che diventino emergenze. È un luogo che rassicura, che accompagna, che rimane. E questo nuovo spazio vuole essere esattamente questo: un punto fermo per la comunità.

3. Continuità di cura

La struttura è nuova, ma la sua vera forza sta nelle persone che la abiteranno: medici, infermieri, operatori sanitari. Professionisti che garantiscono percorsi stabili, relazioni che durano, ascolto che non si interrompe. La continuità di cura è ciò che permette a un territorio di sentirsi davvero tutelato.

4. Prevenzione attiva

Non la prevenzione “raccomandata”, ma quella costruita giorno per giorno: educazione, ascolto, collaborazione tra istituzioni, territorio e professionisti. Un luogo che non si limita a curare, ma che aiuta a vivere meglio, prima ancora che a guarire.

Questi ambulatori sono un segno concreto di ciò che possiamo realizzare quando istituzioni e comunità lavorano insieme. Un passo avanti per la salute, per la qualità della vita, per la dignità dei servizi nei nostri paesi. Un investimento che parla di futuro, di cura e di responsabilità reciproca.

11 Gennaio 2026 0 Commenti
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Un pezzo della mia vita.

Da Paola Demagri 10 Gennaio 2026

Ieri ho firmato il mio licenziamento dall’Azienda sanitaria. Faccio ancora un po’ fatica a chiamarla “ASUIT”, ma il dato è semplice: dal 1° febbraio sarò in pensione.

Di questi anni non posso che raccontare le cose migliori. Il mio è stato un percorso sempre in crescita, fatto di innumerevoli opportunità che direttori generali e direttori mi hanno offerto con fiducia. Ho avuto la fortuna – e la considero davvero una fortuna – di lavorare sia in ospedale sia nel distretto, di spaziare tra ambiti diversi, di formarmi continuamente, di partecipare a gruppi di lavoro, tavoli, protocolli, procedure che cambiavano… ma mai da sola. Sempre dentro una rete di collaborazione viva.

In più di quarant’anni ho visto cambiare tutto: divise, arredi, percorsi interni, reparti che aprivano e chiudevano, soffitti che crollavano, direttori che si avvicendavano, servizi esternalizzati che mutavano. Ma in mezzo a tutto questo ho incontrato persone. Persone verso le quali ho sempre portato rispetto per il ruolo e la funzione che rappresentavano.

Per me sono stati colleghi tutti: chi teneva pulito il mio ufficio, chi serviva i pasti nella – lussuosa dal punto di vista alimentare – mensa di Cles, chi lavorava nei reparti, negli uffici, nei servizi più visibili e in quelli più nascosti.

Avrei pagine e pagine di aneddoti, questioni risolte, riunioni, mail, sistemi modificati. Alcuni ricordi li tengo per me, altri riaffiorano quando la vita li richiama. E allora scappa un “mi ricordo quella volta…”.

Ho sempre avuto grande rispetto per l’Azienda e per chi la rappresentava. Poi un giorno è arrivata la politica a cercarmi. Dire sì alla candidatura non fu semplice, ma oggi sono felice di aver intrapreso questo percorso. Mi ci sono buttata con tutto l’impegno che avevo promesso agli elettori e ai Trentini, concentrando gran parte delle mie energie sull’ambiente sociosanitario.

Sono stata – e sono – critica, perché ciò che mi raccontano oggi le persone che lavorano in Azienda mi stringe il cuore. Non è più quella di una volta. Io però quella di una volta me la porto dentro, e la custodisco con gratitudine.

Ringrazio chi, il primo giorno, mi propose di pagare i contributi della scuola infermieristica: non l’ho mai dimenticato. Ringrazio l’amministrazione, sempre di supporto nelle decisioni sanitarie. Ringrazio i fornitori interni ed esterni, capaci di tamponare anche le emergenze. Ringrazio chi garantiva ordine e pulizia: so che qualche anno fa ho lasciato un buon ricordo, con uno spogliatoio finalmente dignitoso.

Mi sarebbe facile ringraziare medici e infermieri – e lo faccio – ma voglio ricordare anche chi passa spesso inosservato. Per me non c’è mai stata una graduatoria: c’è stata la stima, per ognuno.

E non dimentico i pazienti e i familiari. In particolare quelli incontrati nei miei 17 anni di cure domiciliari: persone che si facevano carico dei propri cari 24 ore al giorno, tra problemi cronici e urgenze, tra improvvisazioni e attese, tra telefonate per una flebo che si fermava all’improvviso. Loro hanno un valore immenso. Sono Care Giver indispensabili per il nostro sistema sanitario.

So di essermi alzata di notte per risolvere problemi. So di essere andata fuori turno per dare una mano.So di aver regalato qualche notte assistenziale a famiglie in difficoltà. So di aver portato avanti pratiche burocratiche per chi non sapeva da dove iniziare. So di non aver mai lasciato indietro nessuno.

Ho amato il mio lavoro. E tutto è iniziato quando avevo 16 anni, quando mia mamma mi obbligò a passare i pomeriggi in ospedale con mia nonna, ricoverata per uno scompenso. Guardavo tutto con stupore. Forse è lì che è cominciato tutto.

Oggi chiudo una porta, ma porto con me un ricordo bellissimo.

E un grazie che non finisce.

10 Gennaio 2026 0 Commenti
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La Scuola non è scuola se non ha la S maiuscola

Da Paola Demagri 6 Gennaio 2026

il T quotidiano 06/01/2026

6 Gennaio 2026 0 Commenti
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