Un pezzo della mia vita.

Da Paola Demagri

Ieri ho firmato il mio licenziamento dall’Azienda sanitaria. Faccio ancora un po’ fatica a chiamarla “ASUIT”, ma il dato è semplice: dal 1° febbraio sarò in pensione.

Di questi anni non posso che raccontare le cose migliori. Il mio è stato un percorso sempre in crescita, fatto di innumerevoli opportunità che direttori generali e direttori mi hanno offerto con fiducia. Ho avuto la fortuna – e la considero davvero una fortuna – di lavorare sia in ospedale sia nel distretto, di spaziare tra ambiti diversi, di formarmi continuamente, di partecipare a gruppi di lavoro, tavoli, protocolli, procedure che cambiavano… ma mai da sola. Sempre dentro una rete di collaborazione viva.

In più di quarant’anni ho visto cambiare tutto: divise, arredi, percorsi interni, reparti che aprivano e chiudevano, soffitti che crollavano, direttori che si avvicendavano, servizi esternalizzati che mutavano. Ma in mezzo a tutto questo ho incontrato persone. Persone verso le quali ho sempre portato rispetto per il ruolo e la funzione che rappresentavano.

Per me sono stati colleghi tutti: chi teneva pulito il mio ufficio, chi serviva i pasti nella – lussuosa dal punto di vista alimentare – mensa di Cles, chi lavorava nei reparti, negli uffici, nei servizi più visibili e in quelli più nascosti.

Avrei pagine e pagine di aneddoti, questioni risolte, riunioni, mail, sistemi modificati. Alcuni ricordi li tengo per me, altri riaffiorano quando la vita li richiama. E allora scappa un “mi ricordo quella volta…”.

Ho sempre avuto grande rispetto per l’Azienda e per chi la rappresentava. Poi un giorno è arrivata la politica a cercarmi. Dire sì alla candidatura non fu semplice, ma oggi sono felice di aver intrapreso questo percorso. Mi ci sono buttata con tutto l’impegno che avevo promesso agli elettori e ai Trentini, concentrando gran parte delle mie energie sull’ambiente sociosanitario.

Sono stata – e sono – critica, perché ciò che mi raccontano oggi le persone che lavorano in Azienda mi stringe il cuore. Non è più quella di una volta. Io però quella di una volta me la porto dentro, e la custodisco con gratitudine.

Ringrazio chi, il primo giorno, mi propose di pagare i contributi della scuola infermieristica: non l’ho mai dimenticato. Ringrazio l’amministrazione, sempre di supporto nelle decisioni sanitarie. Ringrazio i fornitori interni ed esterni, capaci di tamponare anche le emergenze. Ringrazio chi garantiva ordine e pulizia: so che qualche anno fa ho lasciato un buon ricordo, con uno spogliatoio finalmente dignitoso.

Mi sarebbe facile ringraziare medici e infermieri – e lo faccio – ma voglio ricordare anche chi passa spesso inosservato. Per me non c’è mai stata una graduatoria: c’è stata la stima, per ognuno.

E non dimentico i pazienti e i familiari. In particolare quelli incontrati nei miei 17 anni di cure domiciliari: persone che si facevano carico dei propri cari 24 ore al giorno, tra problemi cronici e urgenze, tra improvvisazioni e attese, tra telefonate per una flebo che si fermava all’improvviso. Loro hanno un valore immenso. Sono Care Giver indispensabili per il nostro sistema sanitario.

So di essermi alzata di notte per risolvere problemi. So di essere andata fuori turno per dare una mano.So di aver regalato qualche notte assistenziale a famiglie in difficoltà. So di aver portato avanti pratiche burocratiche per chi non sapeva da dove iniziare. So di non aver mai lasciato indietro nessuno.

Ho amato il mio lavoro. E tutto è iniziato quando avevo 16 anni, quando mia mamma mi obbligò a passare i pomeriggi in ospedale con mia nonna, ricoverata per uno scompenso. Guardavo tutto con stupore. Forse è lì che è cominciato tutto.

Oggi chiudo una porta, ma porto con me un ricordo bellissimo.

E un grazie che non finisce.