Paola Demagri
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Trentino

La salute mentale deve essere un diritto di cittadinanza garantito dal nostro sistema sanitario, non un privilegio per chi può permetterselo.

Da Paola Demagri 15 Settembre 2026

Oggi depositiamo il disegno di legge unificato frutto della mia proposta e di quella della collega Coppola, sostenuto da tutto il centro-sinistra per istituire ufficialmente il Servizio di Psicologia delle Cure Primarie in Trentino.

I bonus e le misure d’emergenza non bastano più: servono strutture permanenti.

📌1 psicologo ogni 4 medici di medicina generale Presidio gratuito e diffuso nelle Case della Comunità, negli ambulatori e a domicilio

📌Prevenzione e diagnosi precoce al fianco di medici, pediatri, scuole e servizi sociali

📌I dati di ASUIT parlano chiaro: in Trentino il 4% della popolazione (19.000 persone) soffre di sintomi depressivi e 1 giovane su 10 tra i 11 e i 17 anni mostra segni di disagio.

Dopo tre anni di attesa, è il momento di portare il testo in Commissione e poi in Aula.

🎧 Ascolta la puntata completa del podcast per conoscere tutti i dettagli del DDL👉👉👉

https://t.me/paola_demagri/75

15 Settembre 2026 0 Commenti
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Finanziamento da 300mila euro a Cavareno e Romeno: la Giunta chiarisca criteri ed equità. Qual è la politica per la finanza locale?

Da Paola Demagri 15 Settembre 2026

L’accordo di “gestione distrettualizzata” tra i Comuni di Cavareno e Romeno ha riportato al centro del dibattito la vera ed enorme emergenza dei Comuni trentini: la drammatica carenza di personale e la mancanza di competenze per affrontare sfide complesse, a partire dalla gestione dei fondi del PNRR, a cui molte amministrazioni hanno dovuto rinunciare proprio per carenza di organico e segretari comunali ormai perennemente a scavalco.

I due Comuni hanno cercato una strada per garantire continuità ai servizi ed efficienza alla macchina amministrativa. Ciò che lascia profondamente perplessi e basiti non è lo sforzo di riorganizzazione, ma il metodo discrezionale adottato dalla Giunta provinciale nell’assegnazione delle risorse.

Come si giustifica lo stanziamento straordinario di 300 mila euro di soldi pubblici riservato esclusivamente a questo progetto? Soltanto Cavareno e Romeno avevano questa esigenza?

Per fare chiarezza ho provveduto a depositare un’interrogazione consiliare per chiedere alla Giunta: se la stessa opportunità di finanziamento sia stata data a tutti gli altri Comuni del Trentino e con quale grado di informazione e trasparenza. Quali siano i criteri oggettivi utilizzati per l’assegnazione di questo corposo contributo e se il Consiglio delle Autonomie Locali sia stato coinvolto o abbia espresso un parere su questa erogazione. Se e come la Provincia intenda rispondere qualora altri Comuni in gestione associata chiedessero da domani mattina un analogo sostegno economico per le proprie attività.

Il provvedimento appare privo di equità e di una reale programmazione. A dieci anni dalle prime fusioni, alcune delle quali complesse e bisognose di supporto (come nel caso del Comune di Predaia), in questi anni di governo leghista non si è visto alcun interesse per esse, né alcun impegno a sostenere quelle in essere o a favorirne di nuove. Il tutto affiancato dalla constatazione che le gestioni associate non abbiano reso quanto sperato. Ora la Giunta spunta con una “terza via” finanziata generosamente. Il rischio di questo ennesimo “bonus spot” è evidente: di fronte a finanziamenti di questa entità per chi non si fonde, quale segnale si dà a chi ha fatto la scelta coraggiosa della fusione? Perché non dovrebbero valutare di tornare indietro verso forme di gestione distrettualizzata pur di accedere a simili contributi?

La finanza locale non può essere gestita a macchia di leopardo con interventi . Il Trentino ha bisogno di un piano strutturale e trasparente, uguale per tutti i Comuni, e non di risorse distribuite, magari senza criteri chiari.

Articolo del T quotidiano pagina 31, Iori W.

15 Settembre 2026 0 Commenti
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Oltre il disagio giovanile: l’alfabetizzazione finanziaria per prendere in mano la propria vita

Da Paola Demagri 12 Settembre 2026

Trovare casa, accedere a un mutuo, costruirsi un lavoro stabile e dignitoso: essere giovani oggi significa convivere con tanti interrogativi. Ma il “disagio giovanile” non è un destino subito, è un punto da cui partire per darci risposte reali. In questo episodio speciale parliamo di come trasformare la fragilità in autonomia grazie all’alfabetizzazione finanziaria e all’ascolto delle storie di chi il futuro lo sta già costruendo. Un viaggio verso l’evento di Giovedì 17 Settembre alle ore 17:00 a Trento (Sala di Rappresentanza del Palazzo della Regione). Ascolta la puntata e vieni a prendere in mano il futuro insieme a noi!

Link al podcast

https://t.me/paola_demagri/67

12 Settembre 2026 0 Commenti
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Il grande bluff della Lega

Da Paola Demagri 11 Settembre 2026

Nel 2018 l’autonomia del Trentino e dell’Alto Adige fece un grosso passo in avanti nel lungo percorso di gestione e regimazione della presenza dei grandi carnivori a livello provinciale.

La legge 9 del 2018, approvata negli stessi giorni dai due consessi provinciali separati di Trento e Bolzano, stabiliva finalmente – con la convalidazione costituzionale arrivata un anno dopo – che per difendere l’alpicoltura la Provincia avrebbe potuto attuare piani straordinari. Fino a quel momento chiunque avesse tolto un pelo a un orso avrebbe dovuto passare le forche caudine di lunghi procedimenti giudiziari. Erano i tempi in cui la Lega banchettava alle feste campestri a base di carne di orso e chiedeva il voto proclamandosi il partito che avrebbe risolto il problema a fucilate in due mesi. Il resto della storia lo conosciamo: la Lega è al governo non da due mesi, ma da 8 anni. Ed 8 deve essere un numero magico per la Lega, perché era anche il numero di orsi che, qualche tempo dopo essere salita al governo, proclamava che avrebbe ucciso ogni anno. Invece di applicarla, sulla legge 9 del 2018 ci aveva vomitato sopra una modifica dall’aspetto piuttosto ameno: non un piano di gestione serio, ma un numero massimo di orsi ammessi alla soppressione, senza dare il minimo accenno di come avrebbe fatto a gestire almeno il primo. Fuori dai microfoni, di solito la Giunta se la cava apostrofando l’esasperato allevatore di turno con la solita frase: «Chiedi a chi li ha liberati!». E in parte può anche avere ragione, visto che all’inizio degli anni 2000 il progetto è davvero partito monco: si sperava che gli orsi si distribuissero controllandosi da soli, ma nell’impianto normativo che prevedeva la reintroduzione non era stato previsto un relativo controllo o, meglio ancora, la gestione della popolazione.

Questo però non basta, perché a mio modo di vedere c’è una grossa colpa da parte di questa amministrazione.

Vi è infatti un diffuso e incomprensibile impegno a tenere il livello di informazione intorno alla cronaca che riguarda i carnivori pesantemente basso. I comunicati roboanti dell’ufficio stampa, pronti a celebrare ogni minimo taglio di nastro o nastrino da parte della Giunta provinciale (che procedendo di questo passo arriverà ad inaugurare anche le nuove fermate degli scuolabus), raccontano sempre più raramente l’interazione tra grandi carnivori e uomo nella nostra provincia. Eppure ce ne sarebbe da raccontare, e ce ne sarebbe bisogno. Fossero stati informati gli abitanti di Vermiglio – per prendere un esempio dalla cronaca di queste ultime ore –, informati della presenza in zona di carnivori particolarmente attivi, avrebbero lasciato al pascolo le proprie bovine? E se i nostri preziosi servizi forestali fossero stati indirizzati ad effettuare un servizio di prevenzione e informazione pedissequa in paese, anziché occuparsi minuziosamente (forse, com’è giusto che sia) del rispetto delle norme nel bosco?

Sappiamo ad esempio che il quadro normativo prevede che monitoraggi, campionamenti ed osservazioni permettano di attribuire una scheda di dannosità/pericolosità ad ogni singolo esemplare. Quali sono gli esemplari presenti in Val di Sole? Qual è il punteggio sulla scheda di ogni singolo esemplare? E ricordiamoci che sui campionamenti per il monitoraggio questa Lega ha deciso di risparmiare: nonostante questi anni vedano la Provincia con una dotazione finanziaria mai vista prima, si è deciso di passare dai campionamenti annuali a quelli ad anni alterni.

Certo, capiamo che costruire un’ordinanza di abbattimento richieda un pregresso di condizioni molto complicate da attuarsi, ma la sensazione della popolazione in questo momento è che in questi otto anni, rispetto alla pietra miliare della legge, si siano fatti passi indietro anziché in avanti e si sia tornati agli albori della gestione, quando ancora nulla si sapeva di come si sarebbe riusciti a controllare i danni o le potenziali tragedie provocate da questi animali. Avevamo chiesto un potenziamento dei servizi forestali e del personale dedicato alla protezione della popolazione e degli animali: il diniego in Consiglio provinciale è stato accompagnato dallo scherno all’esterno. I comunicati della Giunta provinciale, che in un primo tempo si affidavano al populismo delle rassicurazioni di abbattimenti a raffica, sono stati sostituiti da blande raccomandazioni ad effettuare la prevenzione.

Sarà anche cambiato il governo provinciale, ma rispetto alle tanto criticate amministrazioni del passato l’unico cambiamento che si percepisce è quello in peggio.

Paola Demagri Consigliera Provinciale 

Michele Dallapiccola Segretario politico 

11 Settembre 2026 0 Commenti
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La Scossa Tedesca

Da Paola Demagri 8 Settembre 2026

 Perché l’avanzata della destra radicale riguarda tutti noi e come il centrosinistra può ritrovare la rotta.

Oggi parliamo di quello che sta succedendo appena oltre le nostre Alpi, in Germania, perché i fatti delle ultime tornate elettorali — con il voto in Sassonia-Anhalt dove la destra radicale dell’AfD ha superato il 43% dei consensi — hanno mandato una scossa in tutta Europa.

Cerchiamo di capire cosa è successo, senza allarmismi da talk show ma con la lucidità che serve a chi guarda alla politica da una prospettiva di centrosinistra.

L’AfD (Alternative für Deutschland) ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre. Ma il dato che deve farci riflettere più di tutti è un altro: l’affluenza alle urne è salita a livelli record, sfiorando l’80%. Non siamo di fronte a un’elezione decisa dall’apatia o da chi è rimasto a casa. La gente è andata a votare in massa, e ha scelto in maggioranza una forza che fino a pochi anni fa veniva considerata ai margini della vita politica.

Per chi crede nei valori progressisti, democratici ed europeisti, questo non è solo un campanello d’allarme. È una sveglia a pieno volume.

Ma come si spiega un risultato del genere? I politologi e gli analisti sociali ci dicono che non si tratta di una “follia collettiva” improvvisa, ma del punto d’arrivo di tre grandi fratture.

1. Il malessere economico e il costo della vita

In Germania, specialmente nelle regioni orientali, molte persone sentono di aver perso sicurezza economico-sociale. L’inflazione, il costo dell’energia e la percezione che le politiche di transizione ecologica pesino di più sulle tasche delle famiglie lavoratrici che su quelle dei grandi patrimoni hanno creato un profondo senso di ingiustizia.

2. La gestione dell’immigrazione e della sicurezza

Il tema migratorio è stato vissuto da molti cittadini come un fenomeno subito e non governato. Quando i partiti moderati evitano di affrontare la gestione dei flussi e dell’integrazione sul territorio per timore di sembrare duri, la destra radicale riempie quel vuoto con risposte semplici, d’impatto e divisive.

3. La sensazione di non essere ascoltati

C’è un dato culturale enorme: l’elettorato di periferia, della provincia e del mondo del lavoro manuale percepisce una forte distanza dalle élite politiche. L’AfD non ha vinto solo offrendo soluzioni, ma intercettando la rabbia di chi si sente giudicato o dimenticato dal discorso pubblico delle città.

Se guardiamo a questi fatti con gli occhi di chi è di centrosinistra, le preoccupazioni sono concrete e non riguardano solo la Germania, ma anche l’Italia e il resto d’Europa.

La prima preoccupazione è il crollo dei partiti tradizionali di governo. Quando la politica si riduce a un’alleanza permanente tra centrodestra e centrosinistra pur di tenere fuori la destra radicale, si crea un corto circuito: i cittadini finiscono per vedere tutti i partiti tradizionali come “un unico blocco di potere” e la destra radicale come “l’unica vera alternativa”.

La seconda preoccupazione è l’inefficacia del solo divieto morale. Per anni si è pensato che bastasse dire “loro sono estremisti, noi siamo i democratici” per fermare il consenso della destra radicale. I risultati dimostrano che la sola condanna morale non basta se non è accompagnata da soluzioni concrete ai problemi quotidiani delle persone.

I politologi che studiano i comportamenti elettorali europei ci offrono indicazioni molto precise su cosa il centrosinistra può e deve fare per evitare che questo scenario si ripeta ovunque.

  • Tornare sui temi materiali (lavoro, casa, sanità): Il centrosinistra vince quando parla della vita reale delle persone. Salari dignitosi, difesa del potere d’acquisto, sanità pubblica funzionante e casa. Le battaglie sui diritti civili sono fondamentali, ma devono camminare di pari passo con la giustizia sociale.
  • Governare i temi complessi anziché evitarli: Sull’immigrazione e sulla sicurezza, il centrosinistra non deve inseguire lo slogan della destra, ma non può neanche far finta che il tema non esista. Serve un modello basato su regole chiare, percorsi di integrazione reali e presenza dello Stato nei quartieri più fragili.
  • Una transizione ecologica popolare: La lotta al cambiamento climatico è essenziale, ma se viene percepita come un costo che grava sui lavoratori e non sui grandi inquinatori, la destra vincerà facile proponendosi come “difensore del popolo”. La transizione deve essere giusta, finanziata e accompagnata da aiuti diretti alle famiglie.
  • Ascolto e presenza sul territorio: Occorre ricostruire la presenza fisica nelle periferie, nei piccoli comuni, nei luoghi di lavoro. La politica non si fa solo sui social o nelle grandi città universitarie.

Per concludere: quello che è successo in Germania non è un destino ineluttabile. È il risultato di errori politici e di un disagio sociale che è stato lasciato montare per troppi anni.

Per chi è di centrosinistra, la lezione è chiarissima: non serve disperarsi o colpevolizzare gli elettori che hanno votato a destra. Serve ricostruire un’alternativa credibile, popolare e radicata nella realtà quotidiana. La democrazia non si difende con le parole

8 Settembre 2026 0 Commenti
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La Corte di giustizia UE conferma ciò che nel 2020 avevamo capito in pochi, come si doveva fare.

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Ascolta il podcast https://t.me/paola_demagri/59

È una notizia, certo. Ma per me è una notizia non‑notizia. Perché ciò che oggi la Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma con chiarezza, io lo sostenevo già nel 2020, quando con i Colleghi Rossi e Dallapiccola dicevamo che mettere a gara le piccole centrali idroelettriche era un errore politico, giuridico e istituzionale. Allora sembrò una posizione controcorrente; oggi è semplicemente confermata dall’Europa. E questo, per chi ha a cuore l’Autonomia, non può che essere un passaggio importante.

Ci sono temi che tornano ciclicamente nella vita politica di un territorio. Temi che sembrano tecnici, quasi marginali, e che invece custodiscono la sostanza profonda di ciò che siamo. L’acqua è uno di questi. L’acqua come bene prezioso, come risorsa che non appartiene a nessuno e appartiene a tutti, come elemento che tiene insieme comunità, paesaggio, economia, identità. Nel 2020, quando si discusse della legge provinciale sulle concessioni idroelettriche, portammo  in aula una visione che non era solo tecnica o giuridica: era la visione di Casaautonomia.eu, un progetto politico che stava nascendo e che interpretavamo come un luogo di responsabilità, di cura del territorio, di difesa delle comunità e delle loro risorse. Oggi, la sentenza della Corte UE restituisce pieno valore a quella posizione. E ci permette di dire, con serenità e con forza, che quella battaglia non era contro qualcuno: era per il Trentino.

In quell’occasione la Provincia scelse di applicare la direttiva Bolkestein.. Una scelta isolata in Italia e in Europa, che ignorava la natura delle piccole derivazioni: non grandi impianti industriali, ma presidi territoriali, strumenti di sviluppo locale, fonti di entrata essenziali per i Comuni. In aula dissi che l’Autonomia non si difende applicando direttive europee come automatismi, ma interpretandole con intelligenza. Dissi che mettere a gara quelle concessioni significava togliere ai Comuni una delle loro principali risorse, esporli a una competizione industriale che non potevano sostenere, aprire la porta a soggetti esterni che avrebbero visto nelle piccole centrali non un presidio comunitario, ma un asset economico da sfruttare. Dissi che l’Autonomia non è un grido identitario, ma un metodo: la capacità di normare in modo differenziato, di proteggere le comunità, di evitare che una direttiva europea diventi un grimaldello per indebolire i territori.

Casaautonomia.eu nasceva così: come un luogo politico che guarda alle valli e alle città, che tiene insieme la dimensione istituzionale e quella comunitaria, che difende le risorse non per chiuderle, ma per farle funzionare meglio. Oggi la Corte UE dice esattamente questo: le piccole derivazioni non rientrano automaticamente nella Bolkestein; non è obbligatorio ricorrere alle gare pubbliche; la riassegnazione senza gara è compatibile con il diritto europeo; la valutazione deve essere proporzionata; gli impianti sotto i 3 MW non possono essere trattati come grandi concessioni industriali. È la conferma che nel 2020 Casaautonomia.eu aveva visto giusto. È la conferma che la politica, quando è fatta con serietà, trova riscontro nel tempo.

Il tema delle grandi derivazioni idroelettriche è diverso, e va affrontato con realismo. Le grandi centrali sono nate nel secondo dopoguerra dentro un quadro nazionale, costruite da grandi soggetti pubblici , con investimenti enormi e con una rete elettrica che, per sua natura, non può essere frammentata. L’energia non si immagazzina, non si ferma ai confini, non può essere provincializzata. Pretendere oggi di “riprendere” le grandi derivazioni come se fossero un bene locale è impossibile. Non lo consente la storia, non lo consente la fisica, non lo consente il diritto. La vera Autonomia non è quella che pretende ciò che non può ottenere, ma quella che usa bene ciò che può governare. E ciò che può governare sono le piccole derivazioni ed entro il 2029 con responsabilità politica decidere per le grandi derivazioni e non lasciare che siano altri a manipolare la decisione. Per questo la battaglia del 2020 era così importante: perché era una battaglia possibile, concreta, fondata. Una battaglia che difendeva i Comuni, non un’idea astratta di sovranità. Una battaglia che oggi la Corte UE conferma.

Arriviamo al punto più profondo: l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere la comunità. Significa difendere la manutenzione dei corsi d’acqua, la sicurezza dei territori, la qualità del paesaggio, la capacità dei Comuni di investire, di mantenere servizi, di garantire equilibrio. L’acqua non è una merce. Non è un oggetto di competizione economica. Non è un bene da mettere all’asta. L’acqua è un bene prezioso, irrinunciabile, identitario. E la sentenza della Corte UE ci dice che questa visione non è romantica: è giuridicamente fondata, politicamente solida, istituzionalmente corretta. Difendere le piccole derivazioni significa difendere l’acqua. Difendere l’acqua significa difendere l’Autonomia. Difendere l’Autonomia significa difendere il Trentino.

La politica non è solo il tempo presente,  non è solo il qui ed ora è anche la capacità di vedere un po’ più in là. Nel 2020 lo facemmo. Oggi la Corte UE ce lo riconosce. E domani questa consapevolezza deve guidarci ancora, perché l’acqua, l’energia, il territorio e l’Autonomia non sono capitoli separati: sono la stessa storia. La nostra.

7 Settembre 2026 0 Commenti
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Il paradosso del Payback: l’Autonomia trentina non può restare a guardare

Da Paola Demagri 7 Settembre 2026

Immaginate di andare al ristorante, ordinare la cena dal menù, pagare il conto pattuito e, cinque anni dopo, vedervi recapitare la richiesta di saldare il deficit del proprietario del locale. Sembra un paradosso surreale, eppure è esattamente la logica grottesca che regge il payback sui dispositivi medici. Un meccanismo che sta trasformando la buona sanità e il lavoro pulito delle nostre imprese in un conto salatissimo da pagare a posteriori.

La vicenda è nota nei numeri, ma taciuta nella sua gravità politica. Quando il Servizio Sanitario supera il tetto di spesa fissato dallo Stato (un rigido 4,6% del fabbisogno), la legge nazionale impone alle imprese private che hanno fornito bisturi, garze, macchinari per la radioterapia e protesi di ripianare di tasca propria il 50% di quello sforamento. Non si parla di restituzione degli utili, ma di un prelievo forzoso sul fatturato. In un settore dove i margini di guadagno oscillano tra il 7 e il 10%, significa pretendere dalle aziende somme che spesso superano i loro interi profitti. Per il Trentino non parliamo di dettagli trascurabili: sono circa 46 milioni di euro chiesti a un comparto locale di 30 imprese, 600 lavoratori e 350 milioni di fatturato.

Realtà che non hanno speculato, ma che hanno partecipato a gare pubbliche, consegnato materiale salvavita nei nostri ospedali e pagato regolarmente tasse e stipendi. Oggi si chiede loro di coprire i buchi della programmazione pubblica. Il percorso del contenzioso ha ormai travalicato i confini nazionali. Dopo la pioggia di ricorsi ai TAR e la fredda presa d’atto della Corte Costituzionale che ha riconosciuto le enormi criticità del sistema senza però smantellarlo , la palla passa ora ai giudici europei. Le aziende stanno infatti bussando alle porte della Corte di Giustizia dell’UE e della CEDU, denunciando la palese violazione della certezza del diritto e della libertà d’impresa. Ma la giustizia europea ha i suoi tempi, e le nostre PMI rischiano di soffocare molto prima. Qui si misura la vera statura della politica. Non possiamo accettare che la sanità sia messa contro chi la rende possibile ogni giorno nei reparti. Se le imprese falliscono o decidono di abbandonare i bandi pubblici per disperazione, a rimanere senza forniture non saranno i bilanci, ma i nostri ospedali e i nostri cittadini.

È qui che l’Autonomia speciale del Trentino deve ruggire, dimostrando di non essere un semplice arredo istituzionale. La nostra storia ci ha insegnato che quando una norma statale è storta, l’Autonomia ha il dovere politico e morale di fare da scudo. La Provincia non può limitarsi a fare da esattrice per conto dello Stato. Deve guidare il fronte dei territori, pretendere dal Governo il superamento definitivo di questa norma-ghigliottina e congelare nell’immediato le pretese esecutive sulle aziende locali. L’Autonomia non serve a gestire l’ordinario nella bonaccia, ma a proteggere la propria comunità quando arriva la tempesta. Il caso payback è la tempesta perfetta: sta a noi decidere se subirla o governarla.

7 Settembre 2026 0 Commenti
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Il Trentino sta dalla parte della democrazia: qui non si normalizza l’estrema destra

Da Paola Demagri 3 Settembre 2026


Quando si parla di gruppi come Skinhead o della sigla Camelot, ci si riferisce a realtà che nascono tra gli anni ’80 e ’90 dentro la cultura neofascista e neonazista. Sono ambienti che hanno usato concerti, raduni e propaganda per diffondere idee di odio, superiorità etnica, discriminazione e una lettura distorta della storia. Il raduno previsto in questi giorni a Dro si inserisce esattamente in questa tradizione: un momento di richiamo tra gruppi dell’estrema destra italiana ed europea, costruito per rafforzare identità radicali e per fare proselitismo.
Nella loro narrazione, nomi come “Camelot” diventano simboli di una presunta “fortezza europea” da difendere contro la globalizzazione, l’immigrazione e il cambiamento culturale. È un immaginario che mescola identitarismo, nazionalismo e un’idea di società chiusa, divisa, fondata sulla paura dell’altro. I contenuti del raduno lo confermano: conferenze ideologiche, musica della scena Rock Against Communism ( rock contro la democrazia), dibattiti contro l’Europa e contro l’immigrazione. Non è un semplice evento privato: è un messaggio politico preciso, che storicamente ha generato polemiche, mobilitazioni antifasciste e controlli serrati di sicurezza.
Di fronte all’impossibilità giuridica di vietare un raduno organizzato in uno spazio privato, la risposta non poteva essere il silenzio. Quando la legge non può intervenire, è la comunità democratica che deve farlo. Tacere significa normalizzare ideologie che negano diritti e libertà. Mobilitarsi pacificamente, invece, significa tracciare un confine chiaro: dire che il nostro territorio non accetta la cultura dell’odio, della discriminazione e della violenza simbolica. La mobilitazione di queste ore nasce proprio da questo: dalla volontà civile di difendere la nostra comunità dall’indifferenza e di ribadire che certe idee non possono diventare la normalità. Alleanza Democratica Autonomista sarà presente, perché la nostra presenza è una scelta di valori. Mentre le frange neofasciste e neonaziste alimentano divisione e sopraffazione, il nostro impegno quotidiano è rivolto alla difesa della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti civili.
La mia posizione, come Consigliera provinciale di Casaautonomiua.eu , è totale e intransigente: il Trentino ha costruito la propria Autonomia sui valori dell’antifascismo e della convivenza pacifica. Proteggere questa storia non è solo un dovere politico, ma un dovere morale verso la nostra comunità.

3 Settembre 2026 0 Commenti
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Oltre l’odio: perchè la destra non ci appartiene.

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

Non è intolleranza dire no all’odio: è l’unico modo che abbiamo per custodire la libertà di tutti. Sono partita dall’episodio di Dro per fare un viaggio dentro i valori che mi hanno formata, quelli che difendo ogni giorno e che definiscono la mia appartenenza politica. Questo podcast è una riflessione a cuore aperto che dedico a chi non si rassegna all’indifferenza

Tratto dal podcast: https://t.me/paola_demagri/43

Se avete letto le notizie di questi giorni, sapete che il nostro territorio  precisamente la zona di Dro, qui in Trentino  è stato scelto come cornice per un raduno di matrice nazi-skinhead. Una notizia che lascia il segno, non solo per la natura dell’evento in sé, ma per le reazioni che ha generato. A me ha colpito in modo particolare la dichiarazione del proprietario della struttura ricettiva che ha ospitato il raduno. Ha detto, in sostanza, che per lui si tratta solo di lavoro, che l’ospitalità si offre a tutti e che non spetta a lui valutare l’appartenenza politica dei clienti.

Ecco, io su questo voglio farmi e farvi una riflessione. Capisco il tema dell’etica professionale, ma esiste un confine preciso tra la legittima attività d’impresa e quella che definisco una falsa neutralità. Se parliamo di accoglienza, dobbiamo chiederci: accoglieremmo con la stessa leggerezza qualsiasi gruppo? O ci sono idee che, per la loro stessa natura, negano il diritto d’esistenza altrui? Quando un raduno richiama simboli, retoriche e appartenenze che si rifanno al neonazismo e al neofascismo, non siamo davanti a una semplice “opinione politica”. Siamo di fronte all’apologia di ideologie che la nostra Costituzione ha già giudicato e respinto. Nascondersi dietro il “io lavoro e non guardo la politica” significa far finta che le idee non abbiano conseguenze materiali sulla vita delle persone e sulla sicurezza di una comunità.

Ma perché questo episodio ci deve indignare così profondamente? Perché Paola, da donna che fa politica attiva, sente il bisogno di prendere la parola? Perché ciò che muove quei raduni non è un programma politico alternativo: è un vero e proprio sistema di disvalori. E dobbiamo avere il coraggio di chiamarli con il loro nome, attingendo a un lessico di verità.

L’estrema destra e i movimenti nazi-skinhead si fondano sulla persuasione che gli esseri umani non siano tutti uguali. Coltivano il suprematismo, il razzismo, la discriminazione per motivi etnici, religiosi o di orientamento sessuale. È la cultura del disprezzo verso il più debole. Dove noi vediamo il confronto democratica e il pluralismo, loro vedono la forza, il potere assoluto, la soppressione del pensiero critico. C’è un’esaltazione costante della violenza  fisica e verbale  come strumento di risoluzione dei conflitti. Non è “libertà d’espressione” inneggiare all’annientamento dell’altro. L’ideologia neo-fascista inneggia alla cattiveria organizzata, all’omologazione, al mito del capo, azzerando la ricchezza della complessità umana.

Quando vedo questi raduni, io non vedo solo qualche decina di persone con simboli del passato. Vedo un tentativo costante e organizzato di far penetrare questi disvalori nei nostri territori, di normalizzarli, di farli sembrare una “delle tante posizioni possibili”. E questo è il pericolo più grande: la banalizzazione del male e dell’orrore storico.

Pensavamo che il Trentino fosse un’isola felice. Un territorio protetto dalla sua storia di autonomia, dalle sue radici comunitarie, dalla sua tradizione di solidarietà e di autogoverno. Invece dobbiamo essere onesti: le pieghe  e a volte le piaghe  dell’insoddisfazione sociale, dell’ignoranza, della superficialità e della rabbia stanno aprendo varchi pericolosi anche qui. L’estrema destra avanza a livello globale ed europeo, e il Trentino non è permeabile per diritto divino.

Mi ha fatto piacere constatare che buona parte della rappresentanza istituzionale trentina si sia preoccupata e indignata per il raduno di Dro. Ma non posso fare a meno di notare che la reazione non è stata davvero trasversale. C’è chi ha preso le distanze con nettezza e chi, invece, è rimasto in un silenzio tattico, imbarazzato o distante dal giudizio.

E qui sta il nodo politico centrale. Spesso mi sento dire: “Ma dai, in Trentino la destra è diversa, è una destra autonomista, è accettabile”. A me questa narrazione fa sorridere, ma di un sorriso amaro. Perché la storia politica ci insegna che basta pochissimo. Basta un attimo perché il centrodestra strizzi l’occhio alla destra radicale, e perché la destra radicale finisca per sdoganare o giustificare i linguaggi dell’estrema destra. Quando si rincorrono le retoriche del risentimento, quando si strizza l’occhio a figure che basano la loro visibilità sulla denigrazione delle minoranze o sul richiamo all’ordine identitario e nativista, si sta spianando la strada a questi raduni. Se la politica istituzionale alza la soglia di tolleranza verso i linguaggi d’odio, non deve poi stupirsi se nei boschi o nei paesi delle nostre valli si organizzano i raduni nazi-skinhead.

E la prova della gravità della situazione sta nell’intervento delle istituzioni di garanzia: quando deve muoversi il Prefetto, quando devono intervenire le forze dell’ordine e il Comitato per la Sicurezza, significa che non siamo sul terreno delle opinioni, ma su quello della minaccia concreta alla convivenza civile e alla tenuta democratica.

È di fronte a questa realtà che riscopro le motivazioni profonde della mia appartenenza politica. La domanda che mi sono fatta è: perché io? Perché ho scelto da sempre di collocarmi e di battermi all’interno del centro-sinistra?

La risposta non sta solo in una tessera o in una formula elettorale. Sta in un’idea di società e di persona.

Io mi considero fortunata. La mia posizione nasce prima di tutto dai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori. Ma la famiglia da sola non basta: a formare una coscienza civile è la comunità intera. Sono le frequentazioni, i gruppi giovanili, la scuola, le associazioni di volontariato, i luoghi di lavoro, la rete di relazioni sociali con cui si cresce. Ho avuto la fortuna di formare il mio pensiero in ambiti dove l’altro non è mai stato visto come una minaccia, ma come una ricchezza; dove la solidarietà non è un costo, ma un investimento civile; dove la libertà individuale vive dentro la responsabilità collettiva.

Stare nel centro-sinistra, per me, significa prendere categoricamente le distanze da una visione del mondo gerarchica, escludente e autoritaria. Significa riaffermare ogni giorno che la democrazia non è uno stato naturale delle cose, ma una conquista che va difesa continuamente.

Il centro-sinistra è il campo che riconosce nella Costituzione nata dalla Resistenza antifascista la propria bussola non negoziabile. Non è un caso se l’articolo 3 della nostra Carta parla di pari dignità sociale e di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quella è l’antitesi esatta della visione reazionaria e neo-fascista che vede nella diversità un nemico da annientare.

29 Agosto 2026 0 Commenti
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L’offesa della parola handicap

Da Paola Demagri 29 Agosto 2026

In Trentino esiste una parola che avrebbe dovuto essere archiviata da anni, cancellata dai documenti, espunta dalla modulistica, sostituita da un linguaggio rispettoso e contemporaneo: handicap. Una parola che la Provincia ha scelto di abbandonare nel 2020 con un voto trasversale, riconoscendo che quel termine non descrive la persona, ma la ferisce; non rappresenta una condizione, ma la stigmatizza; non costruisce inclusione, ma la nega.

Eppure, nel 2026, quella stessa parola continua a comparire nei verbali dell’Unità Operativa di Medicina Legale dell’ASUIT. Continua a essere stampata, timbrata, consegnata ai cittadini. Continua a definire persone che chiedono riconoscimento, tutela, dignità. È un fatto grave, perché non è un errore isolato: è un automatismo burocratico che tradisce una scelta politica chiara e un principio culturale fondamentale.

La disabilità non è un’etichetta, non è un marchio, non è una categoria da incasellare. È una condizione umana che richiede rispetto, attenzione, ascolto. E il linguaggio è parte integrante di questo rispetto. Le parole non sono un dettaglio: sono il primo gesto di cura, il primo segno di riconoscimento, il primo atto di inclusione. Quando un servizio sanitario continua a usare la parola handicap, non sta solo ignorando una legge: sta ignorando la persona.

Il fatto che proprio un ufficio chiamato a valutare le condizioni della Legge 104 continui a produrre documenti con diciture come “handicap”, “condizione di handicap” o addirittura “handicappato” è un segnale allarmante. Significa che la cultura dell’inclusione non è penetrata dove dovrebbe essere più forte. Significa che la sensibilità istituzionale si è fermata sulla soglia degli uffici. Significa che la disabilità viene ancora trattata con un linguaggio che appartiene a un’altra epoca, a un’altra visione, a un’altra idea di fragilità.

Per questo ho portato la questione all’attenzione della Giunta, affinché si interrompa subito una prassi che tradisce la cultura dell’inclusione e la sensibilità che il Trentino ha scelto di adottare.

La Provincia ha scelto di abbandonare la parola handicap; ASUIT continua a usarla. La Provincia ha scelto di promuovere inclusione; ASUIT continua a produrre modulistica che la contraddice. La Provincia ha istituito il Tavolo sulla Disabilità; ASUIT continua a parlare con un linguaggio che quel tavolo dovrebbe contribuire a superare.

La domanda è semplice e inevitabile: come può un territorio che si dice attento alla disabilità tollerare che un servizio sanitario utilizzi un linguaggio che la ferisce? Come può parlare di inclusione se non riesce a praticarla nella forma più elementare, quella delle parole?

La richiesta è chiara: ritiro immediato della modulistica, aggiornamento dei modelli, richiamo formale agli uffici, adeguamento del linguaggio. Perché la dignità non è un dettaglio amministrativo. È il fondamento di ogni politica pubblica. E passa anche, e soprattutto, dalle parole che scegliamo di usare

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