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Salute collettiva e approccio territoriale

Da Paola Demagri 16 Febbraio 2026

Dal concetto di One Health alle Case della Comunità: come possiamo prenderci cura delle persone, degli animali e del territorio in modo integrato?

Quando? 24 febbraio 2026 – Ore 20.15

Dove? Ossana – Sala Comunale

Conduce: Paola Demagri, Consigliera provinciale

Intervengono:

  • Dr. Michele Dallapiccola, medico veterinario
  • Dr. Alberto Pasquesi, medico di medicina generale

Perché stare bene significa farlo insieme, anche nelle valli.

Vi aspettiamo!

16 Febbraio 2026 0 Commenti
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Una nuova campagna sui Territori – Trentino 2030/50

Da Paola Demagri 13 Febbraio 2026

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Intitolare per ricordare: l’eredità silenziosa e concreta di Clara Marchetto

Da Paola Demagri 12 Febbraio 2026

Prima di discutere dell’intitolazione, credo sia doveroso ricordare chi è stata Clara Marchetto e quale contributo abbia dato alla nostra comunità. Clara ha lavorato per anni nell’amministrazione pubblica trentina, occupandosi in particolare di servizi sociali e di organizzazione amministrativa. Due ambiti cruciali, che negli anni in cui lei operava stavano cambiando profondamente e richiedevano competenza, equilibrio e una grande capacità di tenere insieme persone, procedure e bisogni reali. Nel settore dei servizi sociali, Clara ha seguito da vicino i percorsi di sostegno alle famiglie, alle donne, alle persone fragili. Ha contribuito a costruire reti territoriali che allora non erano affatto scontate, lavorando perché i servizi fossero accessibili, coordinati, capaci di rispondere ai bisogni senza lasciare indietro nessuno. Nell’ambito dell’organizzazione amministrativa, ha garantito rigore, continuità e affidabilità in un contesto normativo e istituzionale in rapida evoluzione. Era una di quelle figure che tengono in piedi la macchina pubblica senza clamore, ma con una precisione e una serietà che tutti riconoscevano. E tutto questo lo ha fatto in un tempo e in un ambiente prevalentemente maschile, dove la presenza delle donne nei ruoli di responsabilità era minima, spesso guardata con sospetto, talvolta tollerata più che valorizzata. Essere donna, in quegli anni, significava dover dimostrare ogni giorno di meritare il posto che si occupava. Significava sapere che un errore sarebbe stato giudicato più severamente, e un successo più facilmente attribuito alla fortuna che alla competenza. Clara ha attraversato tutto questo con dignità, con fermezza, con una professionalità che oggi riconosciamo come esemplare. Non ha mai alzato la voce, ma non ha mai abbassato lo sguardo. Ha portato competenza, metodo, responsabilità. Ha mostrato che la cura non è debolezza, ma un modo di lavorare. Che la fermezza può essere gentile. Che il servizio pubblico, quando è fatto bene, è un impegno quotidiano e non una vetrina. Ed è proprio per questo che intestare un luogo istituzionale al suo nome ha un significato profondo. Non è un gesto decorativo, né un atto di cortesia postuma. Intestare significa riconoscere pubblicamente un’eredità, farla entrare nello spazio comune, renderla parte della nostra identità collettiva. Significa dire che la storia di Clara non appartiene solo ai ricordi di chi l’ha conosciuta, ma appartiene alla comunità intera. Significa affermare che certi percorsi, certi modi di lavorare, certi esempi non devono andare dispersi nel tempo, ma diventare orientamento per chi verrà dopo di noi.

Il tempo passa, e passa per tutti. Ma non tutto può essere lasciato andare. Ci sono storie che non si dissolvono, perché raccontano non solo una persona, ma un’epoca, un modo di intendere il lavoro pubblico, un’idea di responsabilità che oggi abbiamo il dovere di custodire. La memoria non è nostalgia: è un atto di giustizia verso chi ha costruito, spesso in silenzio, le basi su cui noi oggi camminiamo.Per questo ritengo giusto, e profondamente significativo, che il nome di Clara Marchetto entri in questo spazio. Perché la sua storia continui a parlare, e continui a chiedere a ciascuno di noi di essere all’altezza della responsabilità che portiamo.

Foto: Trentino Cultura (https://www.cultura.trentino.it/Appuntamenti/Clara-Marchetto-Sola-contro-tutti)

12 Febbraio 2026 0 Commenti
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Dalla malattia ai diritti: un impegno politico quotidiano

Da Paola Demagri 11 Febbraio 2026

Oggi, nella 34ª Giornata Mondiale del Malato, sento riaffiorare tutto ciò che negli anni ho visto, ascoltato, accompagnato. La malattia non è mai solo una condizione clinica: è un’esperienza umana che attraversa le vite, le famiglie, le comunità. È un fatto politico, perché ogni fragilità che resta senza risposta è una responsabilità collettiva mancata.

Le persone malate non chiedono compassione: chiedono diritti, ascolto, presenza. Chiedono che la cura non sia un percorso a ostacoli, che la solitudine non diventi un secondo dolore, che la dignità non sia negoziabile. E oggi la solitudine è una nuova pandemia silenziosa: colpisce chi è malato, chi è anziano, chi vive la disabilità, chi non ha reti o chi le ha viste sgretolarsi. La solitudine non è un destino individuale, è un fallimento sociale e politico.

La disabilità, poi, continua a essere trattata come un capitolo a parte, invece di essere riconosciuta come parte piena della cittadinanza. Non basta parlare di inclusione: servono accessibilità reale, sostegni concreti, servizi che funzionano, percorsi di autonomia possibili. La disabilità non è un problema da gestire, è una condizione che chiede diritti, opportunità, rispetto.

Per questo non mi basta una ricorrenza. Vorrei che questa giornata fosse un impegno politico concreto: investimenti veri nella sanità pubblica, servizi territoriali che funzionano, sostegno alle famiglie, assistenza domiciliare che non lasci indietro nessuno, salute mentale trattata come priorità. E vorrei una prevenzione che inizi nei luoghi dove si costruisce il futuro: la scuola, lo sport, il sociale. Luoghi dove si impara a prendersi cura di sé e degli altri, dove si combattono le disuguaglianze prima che diventino malattia.

11 Febbraio 2026 0 Commenti
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Io combatto contro la deriva!

Da Paola Demagri 10 Febbraio 2026

In questi giorni mi sento profondamente preoccupata. Preoccupata non solo per come reagiamo, ma per come ci portiamo dietro le reazioni delle persone che hanno davvero a cuore il futuro della nostra comunità. Questa preoccupazione nasce da una sensazione sempre più forte: molte persone si stanno appiattendo su una condizione generalizzata che ci sta trascinando verso una deriva sociale.È facile guardare oltre i nostri confini, persino quelli internazionali, e pensare che ciò che descrivo riguardi scenari lontani, conflitti remoti, dinamiche che “non ci appartengono”. E invece no. Hanno molto a che fare anche con noi. Perché ormai tutto ciò che accade lontano, in un attimo, diventa vicino. L’effetto dei media, dei social, della velocità dell’informazione, della facilità con cui ci si muove nel mondo e si incontrano persone di ogni provenienza: tutto questo ci attraversa, ci influenza, ci cambia.

Non voglio tirarla troppo lunga, quindi torno al punto da cui sono partita: l’appiattimento. L’appiattimento della politica, che sta insinuando nelle nostre menti l’idea che la violenza sia accettabile se esercitata da chi ha un mandato “autorevole”. Che la difesa debba trasformarsi sempre in autodifesa. Che educare al rispetto fin dall’infanzia non sia responsabilità delle istituzioni ma solo dei genitori. Che il fascismo “non esista più” e che l’antifascismo sia una semplice opinione, una posizione come un’altra. Io questa normalizzazione non riesco ad accettarla. La sento come un indebolimento degli anticorpi democratici, come una perdita di profondità nel nostro modo di guardare al mondo e a noi stessi. E non riguarda solo i grandi scenari globali: riguarda ogni comunità, anche la nostra. Perché ciò che accade altrove arriva qui, nelle conversazioni quotidiane, nei comportamenti, nelle aspettative.

E questa sensazione di appiattimento la ritrovo anche in ciò che sta accadendo a livello provinciale. Le scelte politiche della maggioranza rischiano di indebolire il nostro pensiero critico, di abituarci a una narrazione fatta di slogan, di annunci, di promesse che soffocano ciò che davvero conta.Ma io sono certa che i Trentini sapranno risollevarsi. Sapranno liberarsi dal soffocamento degli spot, dal soffocamento delle prebende, dal soffocamento degli annunci e delle promesse. Sapranno riconoscere l’indebolimento progressivo di ciò che è essenziale: l’istruzione, la sanità, la cura del territorio, l’attenzione alle fragilità, alla disabilità, alla marginalità, alla dignità economica di ogni singola persona. Io non ci sto. Per questo reagisco ogni giorno. Per questo mi impegno affinché, anche solo un passo alla volta, si generi una piccola rivoluzione culturale e politica. Una rivoluzione che ribalti le vedute e apra la strada a un Trentino più resistente, più forte, più autonomo, più incisivo. Un Trentino che sia davvero per tutti, non per pochi.

10 Febbraio 2026 0 Commenti
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Il bullismo degli adulti e la responsabilità della politica

Da Paola Demagri 9 Febbraio 2026

Si parla spesso di bullismo pensando ai ragazzi, alle scuole, alle dinamiche dell’adolescenza. È come se questo fenomeno appartenesse solo a un’età fragile e in formazione, come se gli adulti ne fossero immuni. E invece la realtà ci mostra qualcosa di molto diverso: il bullismo degli adulti esiste, è diffuso e, in molti casi, è persino più duro di quello giovanile. Si nutre di gruppi, di dinamiche di branco, di strumenti comunicativi potenti come i media o i social. E quando non si limita a un semplice atto canzonatorio, spesso mascherato da satira, ma diventa un’azione organizzata, pubblica anche dentro alle nostre piccole comunità, dove tutti ci conosciamo, l’effetto è ancora più violento.

Di fronte a tutto questo, la domanda che mi pongo e che credo dovremmo porci tutti, è semplice e scomoda: come possiamo pretendere di educare i nostri giovani al rispetto, all’impegno, all’etica, se siamo noi adulti i primi a tradire quei valori? Come possiamo parlare di “buoni comportamenti” se poi tolleriamo, giustifichiamo o addirittura applaudiamo forme di umiliazione pubblica verso chi ha ricoperto un ruolo amministrativo o civico? Prima di essere amministratori, professionisti, volontari o politici, siamo cittadini. E come cittadini abbiamo il dovere di indossare gli abiti civili, quelli del rispetto reciproco. Solo dopo possiamo indossare gli abiti della critica, della satira, del confronto politico. Ma mai a scapito della dignità delle persone. La satira è un linguaggio prezioso, ma quando smette di essere strumento culturale e diventa gogna, allora non è più satira: è bullismo.

Questa riflessione personale si intreccia con ciò che è accaduto ieri in Prima Commissione, dove abbiamo aperto  l’esame del disegno di legge n° 49  presentato dalla consigliera provinciale Lucia Maestri e sottoscritto anche da me e da tutti i Consiglieri di ADA per l’istituzione di un “Osservatorio provinciale sulle discriminazioni, l’intolleranza e l’odio in provincia di Trento”. È stato un momento importante, perché ha trovato ampia adesione da parte dei commissari, che hanno chiesto di approfondire il tema attraverso un ciclo di audizioni.

Come componente della Prima Commissione, accolgo con convinzione questo percorso. Peccato che la reazione di alcuni colleghi di maggioranza sia stata molto molto timida. C’è da sperare che dopo le audizioni si trovi l’appoggio al ddl da parte di tutte le forze politiche presenti in commissione. Credo che un Osservatorio possa rappresentare un presidio fondamentale per analizzare in modo scientifico e non emotivo ciò che accade nel dibattito pubblico. Un luogo capace di distinguere la critica legittima dalla violenza verbale, di riconoscere quando un attacco supera la soglia del confronto e diventa bullismo, di offrire criteri tecnici e non discriminatori. Un Osservatorio non giudica le persone: aiuta la comunità a capire, a misurare, a prevenire. E soprattutto restituisce dignità al discorso pubblico.

Anche la campagna elettorale che mi ha coinvolta a Cles è stata segnata da “dicerie” e narrazioni costruite. Non lo ricordo per rivendicare qualcosa, ma perché il tempo, alla fine, non cancella: chiarisce. Chiarisce la qualità delle persone, dei comportamenti, delle scelte. E ci ricorda che la politica può essere un luogo di cura o un luogo di ferita, a seconda di come decidiamo di abitarla.

Il bullismo degli adulti non è folclore, non è tradizione, non è satira. È un problema culturale che mina la qualità della nostra democrazia e delle nostre comunità. Per questo ritengo importante sostenere il percorso avviato in Commissione: perché la politica deve essere il primo luogo in cui il rispetto diventa pratica quotidiana, non eccezione. E perché solo una società adulta capace di guardarsi allo specchio può davvero chiedere ai giovani di fare altrettanto.

9 Febbraio 2026 0 Commenti
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Lettera al T Quotidiano del 08/02/2026

Da Paola Demagri 8 Febbraio 2026
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Vengo dalle valli

Da Paola Demagri 7 Febbraio 2026

E quando parlo di aree interne e spopolamento non lo faccio per slogan, ma perché so cosa significa vivere in territori che non sono “periferia”, ma cuore vivo del Trentino. Territori diversi tra loro, con bisogni diversi, con equilibri delicati che non si possono trattare come fossero tutti uguali. Oggi in Italia si discute molto di aree interne, di spopolamento, di servizi che arretrano. In Trentino questo tema non è solo politico: è identitario. Riguarda la nostra storia, la nostra autonomia, la nostra idea di comunità. E riguarda soprattutto quattro nodi che qui si sentono più che altrove:

Nelle valli un servizio non è mai “solo” un servizio. È un presidio, un punto di riferimento, un pezzo di comunità. Un nido che chiude non è solo un nido che chiude: è una famiglia che rinuncia, una giovane coppia che se ne va, un paese che perde un pezzo di futuro. Lo stesso vale per ambulatori, sportelli, trasporti, servizi sociali. Chi vive nelle valli conosce bene la differenza tra “collegato” e “isolato”. Un’ora di autobus in più, una corsa in meno, una strada non messa in sicurezza: sono scelte che cambiano la vita quotidiana. La mobilità non è un dettaglio tecnico: è ciò che permette alle persone di restare. Nelle aree interne la scuola non è solo un luogo educativo: è il centro della comunità. E i servizi per l’infanzia sono ciò che permette alle famiglie di restare, lavorare, costruire futuro. Quando si parla di riforme che toccano lo 0–3 e il 3–6, nelle valli non si parla di “modelli organizzativi”: si parla di tenuta dei territori.

Lo spopolamento non arriva all’improvviso. Arriva quando i servizi arretrano, quando il personale non si trova, quando le famiglie non si sentono sostenute, quando i giovani non vedono prospettive.È un processo lento, ma inesorabile, se non si interviene con politiche mirate e costruite insieme ai territori.

7 Febbraio 2026 0 Commenti
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Perchè non si può disertare l’aula consigliare

Da Paola Demagri 6 Febbraio 2026

L’aula consiliare è solo una parte del nostro lavoro, ma è una parte decisiva. È il luogo in cui le parole diventano atti, in cui si costruiscono cornici e indirizzi che orientano tutte le deleghe della nostra Provincia autonoma. Lo raccontiamo spesso ai ragazzi quando vengono a trovarci in aula con i loro insegnanti: da qui escono scelte che toccano la vita di tutti.

L’aula è fatta di persone, di gruppi, di coalizioni. È fatta di differenze che si incontrano, si confrontano, discutono. È il luogo del dibattito, della responsabilità, dell’azione politica. E nulla di ciò che facciamo è per noi stessi: ogni intervento, ogni voto, ogni posizione è pensata per i Trentini.

Vorrei ricordarlo ogni tanto, anche fuori dai momenti più visibili: la democrazia vive anche qui, nel lavoro quotidiano e spesso silenzioso che prova, giorno dopo giorno, a costruire un pezzo di futuro comune.

Oggi sentivo il bisogno di tornare sull’importanza del lavoro d’aula. Dopo tre giorni di attività consiliare, in gran parte disertata dalla maggioranza con la motivazione che non c’era nulla di interessante, è difficile non notare il contrasto con altre occasioni. Per esempio, quando si parla di temi come le indennità dei consiglieri, la Valdastico o la legge elettorale per il terzo mandato, l’aula improvvisamente si riempie: i colleghi di maggioranza sembrano incollati alla sedia, il dibattito si accende, gli interventi si susseguono.

Non ha importanza chi porta un argomento in aula: ciascuno di noi ha il dovere di contribuire al confronto costruttivo, portando le proprie idee o quelle del gruppo che rappresenta. Questo è possibile solo ascoltando le posizioni degli altri e mettendo ordine in ciò che diventa materia democratica.

Sono tornata su questo tema perché ho riscontrato disagio da parte di chi, nei giorni scorsi, ha osservato come me il menefreghismo totale e il lassismo nel lavoro d’aula, a partire dal Presidente che, ormai dall’inizio della legislatura, si presenta in aula solo quando c’è un interesse diretto, come nel caso della discussione sul terzo mandato.

6 Febbraio 2026 0 Commenti
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Diventare Amministratore di Sostegno: un gesto semplice che cambia vite

Da Paola Demagri 2 Febbraio 2026

Da quindici anni svolgo il ruolo di Amministratrice di Sostegno. In questo tempo ho incontrato tante persone fragili, sole, spesso senza una rete familiare o con difficoltà che impediscono loro di gestire aspetti fondamentali della vita quotidiana: pratiche sanitarie, questioni amministrative, scelte economiche, rapporti con i servizi. L’Amministratore di Sostegno è una figura nominata dal Tribunale per affiancare queste persone, rispettandone la storia, le abitudini, la dignità. Non si tratta di “sostituirsi” al beneficiario, ma di accompagnarlo. Significa agire secondo le indicazioni del giudice tutelare, con competenza e soprattutto con umanità: adattandosi al modo di pensare della persona, proteggendola dove serve, senza mai imporre scelte che non le appartengono. Un esempio semplice: se il beneficiario è vegano, l’Amministratore non può e non deve modificarne le abitudini alimentari. Se invece non ha capacità amministrativa, l’Amministratore interviene per tutelare il suo patrimonio, piccolo o grande che sia. Racconto tutto questo perché considero questo ruolo un atto dovuto verso chi ha perso alcune abilità e rischia di farsi del male economicamente, socialmente, talvolta anche nella gestione della propria vita. È anche un sostegno concreto ai servizi pubblici che ogni giorno seguono queste persone: servizi sociali, alcologia, psichiatria, dipendenze. Non possiamo lasciare tutto sulle loro spalle. Il Trentino ha una rete sociale forte: possiamo esserne parte attiva. Diventare Amministratore di Sostegno significa mettere a disposizione un po’ del proprio tempo e scoprire qualità che spesso non sappiamo nemmeno di avere. Significa assumersi la responsabilità del decreto di nomina del Tribunale e diventare un punto di riferimento per qualcuno che, senza di noi, sarebbe davvero solo. C’è un grande bisogno di nuovi volontari.Se senti che questo ruolo potrebbe parlarti, fatti avanti. Entra nella nostra rete di sostegno: è un gesto che fa bene a chi lo riceve, ma anche a chi lo compie.

2 Febbraio 2026 0 Commenti
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