Testo di Carla Podetti:
Le Lezioni di Autonomia disponibili anche in questo periodo che si chiuderanno con l’intervento di Daria De Pretis rischiano di rimanere parole “parafulmine” formule evocative ma vuote se non si traducono in azioni conseguenti e misurabili. Se la narrazione politica racconta una realtà e le persone ne vivono un’altra, il risultato è l’inevitabile disamoramento democratico e l’astensionismo civile.
Come sottolinea Francesco Costa, la politica puramente dichiarativa ha fallito: l’Autonomia richiede invece la “sana fatica” di esserci, di scegliere, di prevedere le conseguenze e di fare manutenzione quotidiana dei diritti. L’Autonomia non è un privilegio calato dall’alto o un orpello retorico: “L’Autonomia o è in tutti gli aspetti, o non è” e mi rivolgo a Simone Marchiori assessore all’Autonomia. Richiede l’accettazione di regole e limiti, anche scomodi, che rappresentano l’onere necessario per la vita in comunità , cit. Stefania Andreoli.
Un’Autonomia che funziona si basa su un patto chiaro tra i diversi attori della società dove la Politica ha il compito di tracciare le linee generali, definire la visione di lungo periodo e stanziare le risorse necessarie. Le Istituzioni, i Corpi Intermedi e gli Esperti (amministrazione, scuola, sanità, sindacati, organi di gestione, associazioni) concorrono – in virtù di competenze specifiche hanno il compito di strutturare l’organizzazione, i contratti, i contenuti e le pratiche. Insomma tutti coinvolti con ruoli o funzioni importanti , le une propedeutiche alle altre. Ma quando la politica invade il campo delle competenze scientifiche e professionali, l’Autonomia si snatura e il campo è svuotato dalle competenze.
Mi spiego. In campo educativo, ad esempio, le competenze relazionali, affettive e sociali richiedono continuo aggiornamento e rispetto della professionalità docente. La politica non può pretendere di dettare come si insegna “in classe” l’educazione all’affettività o alla corporeità, così come non si sognerebbe di imporre agli agricoltori trentini quali prodotti usare senza un confronto tecnico. In agricoltura, chi “sa” e chi “fa” concorda le transizioni esercitando la competenza primaria provinciale; la stessa dignità e autonomia scientifica va garantita alla scuola.
Ma torniamo alla nostra Autonomia speciale e ai suoi capisaldi. Analizzando l’attualità del contesto trentino, si evidenziano diverse fratture tra le potenzialità dello Statuto di Autonomia e la sua applicazione pratica. La Provincia Autonoma di Trento possiede competenza primaria sulla scuola dell’infanzia e concorrente su primaria e secondaria. La recente applicazione della riforma nazionale ( DEL Valditara) attraverso una semplice circolare dirigenziale senza un passaggio politico in Consiglio provinciale per adeguarla o integrarla con la normativa locale rappresenta una rinuncia all’esercizio della propria potestà legislativa.
Nonostante il Trentino trattenga il 90% delle entrate fiscali, gli stipendi del personale scolastico soffrono il costo della vita elevato, il lavoro precario e il part-time involontario (che colpisce in prevalenza le donne). Un’Autonomia vissuta appieno dovrebbe utilizzare le leve provinciali per valorizzare il lavoro, adeguare i salari e garantire dignità a tutte le figure del sistema educativo. La scuola trentina sta perdendo la sua visione di scuola di qualità, trasformandosi in un settore segnato da precarietà strutturale e carenza organica di docenti titolati. Inoltre, si assiste alla svalutazione di interi segmenti e figure chiave. Ne faccio alcuni esempi: la scuola dell’infanzia, parificata nei titoli ma sovraccarica di richieste non riconosciute. Gli assistenti educatori e di laboratorio, fondamentali nel consiglio di classe ma marginalizzati sul piano retributivo e di riconoscimento. Il personale amministrativo e i
collaboratori scolastici, tasselli indispensabili del “fare scuola”.
La scuola autonoma deve garantire a ogni persona la possibilità di esprimere il meglio di sé, al di là di codici di patologia o certificazioni. Il vero “merito” non è una selezione competitiva, ma la capacità del sistema di mettere ciascuno in condizione di contribuire al benessere collettivo e individuale. Le garanzie storiche non possono più essere date per scontate, si accende la reazione sana della comunità, come dimostrano le recenti mobilitazioni studentesche. L’Autonomia non può permettersi di creare un clima di sfiducia, delegittimando chi esercita il proprio ruolo o temendo il confronto autentico. Abdicare alla potestà legislativa ed esecutiva significa impoverire l’investimento sociale a lungo termine. L’Autonomia o torna ad alzare la testa e la voce per il bene comune di tutte e tutti traducendosi in norme coraggiose, risorse adeguate e rispetto della professionalità o rischia di rimanere un guscio vuoto.