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Trentino

Basta populismo, bisogna agire

Da Paola Demagri 22 Febbraio 2026

Negli ultimi giorni l’assessore Tonina ha più volte riconosciuto pubblicamente la gravità delle liste d’attesa: ha dato ragione a chi le denuncia, ha ammesso che i tempi sono troppo lunghi, ha assicurato che “si metterà al lavoro” e che chiederà all’ASUIT  di fare meglio.È un atteggiamento che può sembrare umile, quasi consolatorio, ma che finisce per assumere i tratti di un populismo dimesso, fatto di rammarico e comprensione, più che di responsabilità e direzione. Una sorta di politica della penitenza: si prende atto dei problemi, si esprime dispiacere, si condivide la frustrazione dei cittadini… ma nel frattempo i cittadini continuano ad aspettare mesi per una visita.La responsabilità politica, però, non è dire “lo so”. Non è condividere la frustrazione dei cittadini. Non è chiedere agli uffici di arrangiarsi. La responsabilità politica è indicare una direzione, definire strumenti, fissare obiettivi e tempi. La presa d’atto non risolve nulla: è il punto di partenza, non il punto d’arrivo. E quando diventa l’unica risposta, rischia di deresponsabilizzare la politica e di mettere sulle spalle della parte tecnica un compito che dovrebbe essere guidato da un indirizzo chiaro. Il caso della dermatologia è emblematico. Tempi lunghi per una prima visita, difficoltà di accesso ai controlli, rischio che i cittadini si rivolgano al privato o rinuncino del tutto a curarsi. Qui non servono scuse, servono scelte. La Provincia ha tutti gli strumenti per intervenire, se decide di farlo davvero. Le soluzioni esistono e sono già applicate con successo in altre regioni. È possibile potenziare l’offerta pubblica con ambulatori serali e nel weekend, contratti aggiuntivi regolati per gli specialisti disponibili a coprire ore extra, stabilizzazioni mirate per evitare la fuga verso il privato. È possibile utilizzare in modo intelligente il privato accreditato, acquistando prestazioni dermatologiche con tariffe definite o introducendo voucher per le visite non urgenti, così da ridurre i tempi senza scaricare i costi sulle famiglie. È possibile riorganizzare i percorsi interni con un triage clinico vero, la teledermatologia per i casi semplici. È possibile rafforzare la prevenzione con screening mirati e percorsi rapidi per i pazienti già diagnosticati. In questa fase si può chiedere aiuto a Enti accreditati come la LILT.

Queste non sono suggestioni astratte: sono azioni concrete, attuabili, che richiedono una sola cosa per partire davvero: volontà politica. Meno rammarico, più direzione. Meno “avete ragione”, più “questo è il piano”. Meno penitenza, più responsabilità.I cittadini non hanno bisogno di un assessore che si limiti a condividere la loro preoccupazione. Hanno bisogno di un assessore che indichi una strada, la percorra e ne risponda. La presa d’atto non riduce le liste d’attesa. Le decisioni sì.

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Io mi indigno di fronte a tanta indifferenza

Da Paola Demagri 20 Febbraio 2026

In questi giorni faccio fatica a mandare giù ciò che sta accadendo a Trento. La presenza crescente di persone costrette a dormire all’aperto, nel gelo, è il segno più evidente di un degrado umano che non appartiene alla nostra comunità. Trento è sempre stata una città accogliente, attenta alle fragilità, capace di coniugare responsabilità sociale e umanità. Oggi, invece, assistiamo al risultato di scelte politiche che hanno smantellato un modello di accoglienza diffusa costruito negli anni e riconosciuto come efficace.

È difficile comprendere come il Presidente della Provincia e chi lo sostiene possano considerare accettabile una situazione in cui la possibilità di dormire al caldo o al freddo dipende da un “contingentamento delle temperature”. Non è così che si tutela la dignità delle persone, soprattutto di chi si trova sul nostro territorio per ragioni internazionali e non ha una fissa dimora. Passare accanto a chi è costretto a dormire per terra, al gelo, senza una risposta minima a un bisogno primario, genera un disagio profondo. E non posso non pensare a come reagirei se fossi al loro posto.

Questa gestione non solo aumenta il disagio sociale, ma rischia di alimentare tensioni e sofferenze evitabili. Sono convinta che nell’intero sistema che riguarda immigrazione, CPR, senzatetto e politiche correlate ci siano zone d’ombra, dinamiche poco trasparenti e interessi che non vengono dichiarati. È legittimo chiedersi se il Presidente Fugatti non stia rispondendo a logiche e patti politici che nulla hanno a che fare con i bisogni dei trentini.

Il disagio che provo e che molti cittadini condividono, insieme alla voce del vescovo, dell’arcidiocesi e di numerose associazioni  nasce da un’idea semplice: una comunità si misura da come tratta le sue fragilità. Non mi riconosco nelle logiche di influenza, ma in quelle della persona e del bene comune.

Ed è proprio per questo che rivendico un modello chiaro, serio e responsabile: quello dell’accoglienza diffusa, della presenza immigratoria regolare, controllata, organizzata, impegnata, responsabile, utile alla comunità, lavoratrice e rispettosa delle regole. Un modello che non è buonismo, ma capacità amministrativa. Un modello che previene il degrado, tutela la sicurezza, rafforza la coesione sociale e permette a tutti – cittadini e nuovi arrivati – di vivere in un contesto ordinato, umano e civile.

Per queste ragioni ritengo necessario un cambio di passo immediato. Non servono soluzioni tampone né annunci stagionali: serve una scelta politica chiara, che rimetta al centro la dignità delle persone e la responsabilità istituzionale verso chi vive una condizione di estrema fragilità.

Per questo ho depositato un’interrogazione che chiede alla Giunta di chiarire quale modello di comunità intenda perseguire:se uno fondato sulla tutela della dignità umana, garantendo un’accoglienza minima e continuativa;  oppure uno in cui il diritto a non dormire all’addiaccio dipende da soglie termiche e decisioni discrezionali.

Chiedo inoltre al Presidente della Provincia di dichiarare pubblicamente quale sia l’indirizzo politico che guida la scelta di lasciare persone senza riparo, e se questa impostazione risponda a valutazioni autonome o a impegni assunti con forze politiche esterne al Trentino.

Sono domande semplici, ma decisive. Non chiedono numeri: chiedono una visione.

E una comunità come la nostra merita di sapere da che parte sta chi la governa.

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Liste d’attesa senza trasparenza: impossibile programmare soluzioni

Da Paola Demagri 18 Febbraio 2026

La Fondazione GIMBE rileva che, a 18 mesi dalla conversione del DL Liste d’attesa, non è arrivato alcun beneficio concreto per i cittadini: mancano ancora due decreti attuativi e la piattaforma nazionale non rende pubblici i dati necessari per capire dove si concentrano i ritardi. Le liste d’attesa restano così il segnale più evidente dell’indebolimento del Servizio sanitario nazionale, con milioni di persone costrette a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure. 

E noi in Trentino?  Senza dati provinciali pubblici e disaggregati, non è possibile sapere con precisione dove si concentrano i ritardi, quali prestazioni sono più critiche e quanto pesa l’intramoenia sul nostro territorio. Questo è il punto politico: il Trentino non è valutabile, e questo rende impossibile programmare interventi seri. Ciò che però sappiamo perché emerge da operatori, amministratori e cittadini è che le liste d’attesa sono un problema crescente anche qui, soprattutto per la diagnostica di base e le visite specialistiche più richieste. La carenza di personale pesa in modo particolare nelle valli, dove sostituire i professionisti è più difficile. L’intramoenia è in aumento e spesso rappresenta l’unica via per ottenere una prestazione in tempi ragionevoli. Il CUP trentino è andato in crash come dimostrato nelle scorse settimane, non è integrato con un sistema nazionale e non offre strumenti chiari ai cittadini quando i tempi massimi non vengono rispettati. Le prenotazion i dal sistema Tre C non sempre vanno a buon fine. Manca trasparenza: non è possibile confrontare i tempi tra pubblico, privato accreditato e intramoenia, né tra territori diversi. In sintesi: il Trentino non fa eccezione. Senza dati pubblici e leggibili non possiamo misurare il problema né pretendere soluzioni adeguate. Ed è un limite politico e amministrativo che va denunciato con forza.
Non è sufficiente che l’Assessore Tonina riconosca l’esistenza del problema, la sua complessità e la volontà di trovare soluzioni. Le scelte politiche non possono basarsi su percezioni o dichiarazioni di principio: devono poggiare su dati, analisi e trasparenza. E oggi in Trentino questi elementi mancano. Mancano i numeri, i rapporti, le percentuali che permetterebbero di capire dove intervenire e con quali priorità. Senza dati pubblici e verificabili, ogni promessa rischia di restare un esercizio retorico, non una risposta concreta ai cittadini.

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Scuole aperte a luglio: molte promesse, nessuna informazione. Depositata interrogazione per chiedere chiarezza alla Giunta

Da Paola Demagri 17 Febbraio 2026

Negli ultimi mesi molte famiglie trentine conservano in agenda un ritaglio di giornale: quello in cui la Giunta annunciava con grande enfasi l’apertura estiva degli istituti scolastici nel mese di luglio, per i bambini della scuola dell’infanzia e per gli alunni dai 6 ai 14 anni. Una misura definita “strategica”, presentata come imminente, sperimentale per due anni e senza impatto sul calendario scolastico. Quel ritaglio, però, da settimane viene solo spostato più avanti, mentre le informazioni concrete continuano a mancare.I genitori interessati cercano risposte, chiedono come accedere ai servizi, quali scuole saranno coinvolte, quali attività verranno proposte, quali costi dovranno sostenere. Ad oggi, di tutto questo non c’è traccia. Se la Giunta non chiarirà rapidamente come intende organizzare il progetto, rischiano di rimanere con un annuncio sulla carta e nulla più. Eppure gennaio e febbraio sono i mesi in cui i lavoratori nel pubblico come nel privato devono programmare ferie e aspettative estive, indispensabili per la cura dei figli. L’incertezza attuale rende impossibile pianificare. Chi non crede che la Provincia riuscirà davvero a partire già dall’estate 2026 si sta organizzando come negli anni scorsi, assumendosi interamente i costi. Altri attendono, ma non potranno farlo ancora a lungo: luglio è dietro l’angolo. È in questo contesto che abbiamo depositato un’interrogazione in Consiglio provinciale, per chiedere finalmente chiarezza su un progetto annunciato come prioritario, finanziato, inserito negli atti di programmazione economica, ma che oggi non mostra alcun avanzamento visibile.
Questa distanza crescente tra gli annunci e la realtà rischia di minare la fiducia delle famiglie e degli stessi soggetti che, negli anni, hanno garantito servizi educativi estivi di qualità. Non è accettabile che una misura definita “strategica”, inserita negli atti di programmazione, finanziata con risorse dedicate e presentata come un pilastro della conciliazione vita-lavoro, rimanga sospesa nel vuoto organizzativo.
La Giunta ha scelto di costruire attorno a questo progetto una narrazione forte, ma oggi quella narrazione non trova riscontro nei fatti. E quando si parla di servizi per l’infanzia, di tempi di vita e di lavoro, di programmazione familiare, non ci si può permettere leggerezze o improvvisazioni.

Per questo abbiamo depositato un’interrogazione: per chiedere trasparenza, tempi certi, responsabilità amministrativa. Perché le famiglie non possono vivere nell’incertezza, le associazioni non possono restare bloccate, e il territorio non può essere lasciato nell’attesa di decisioni che avrebbero dovuto essere già operative. Se la Provincia considera davvero questa misura una priorità, è il momento di dimostrarlo con atti concreti, non con ulteriori annunci.

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Salute collettiva e approccio territoriale

Da Paola Demagri 16 Febbraio 2026

Dal concetto di One Health alle Case della Comunità: come possiamo prenderci cura delle persone, degli animali e del territorio in modo integrato?

Quando? 24 febbraio 2026 – Ore 20.15

Dove? Ossana – Sala Comunale

Conduce: Paola Demagri, Consigliera provinciale

Intervengono:

  • Dr. Michele Dallapiccola, medico veterinario
  • Dr. Alberto Pasquesi, medico di medicina generale

Perché stare bene significa farlo insieme, anche nelle valli.

Vi aspettiamo!

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Intitolare per ricordare: l’eredità silenziosa e concreta di Clara Marchetto

Da Paola Demagri 12 Febbraio 2026

Prima di discutere dell’intitolazione, credo sia doveroso ricordare chi è stata Clara Marchetto e quale contributo abbia dato alla nostra comunità. Clara ha lavorato per anni nell’amministrazione pubblica trentina, occupandosi in particolare di servizi sociali e di organizzazione amministrativa. Due ambiti cruciali, che negli anni in cui lei operava stavano cambiando profondamente e richiedevano competenza, equilibrio e una grande capacità di tenere insieme persone, procedure e bisogni reali. Nel settore dei servizi sociali, Clara ha seguito da vicino i percorsi di sostegno alle famiglie, alle donne, alle persone fragili. Ha contribuito a costruire reti territoriali che allora non erano affatto scontate, lavorando perché i servizi fossero accessibili, coordinati, capaci di rispondere ai bisogni senza lasciare indietro nessuno. Nell’ambito dell’organizzazione amministrativa, ha garantito rigore, continuità e affidabilità in un contesto normativo e istituzionale in rapida evoluzione. Era una di quelle figure che tengono in piedi la macchina pubblica senza clamore, ma con una precisione e una serietà che tutti riconoscevano. E tutto questo lo ha fatto in un tempo e in un ambiente prevalentemente maschile, dove la presenza delle donne nei ruoli di responsabilità era minima, spesso guardata con sospetto, talvolta tollerata più che valorizzata. Essere donna, in quegli anni, significava dover dimostrare ogni giorno di meritare il posto che si occupava. Significava sapere che un errore sarebbe stato giudicato più severamente, e un successo più facilmente attribuito alla fortuna che alla competenza. Clara ha attraversato tutto questo con dignità, con fermezza, con una professionalità che oggi riconosciamo come esemplare. Non ha mai alzato la voce, ma non ha mai abbassato lo sguardo. Ha portato competenza, metodo, responsabilità. Ha mostrato che la cura non è debolezza, ma un modo di lavorare. Che la fermezza può essere gentile. Che il servizio pubblico, quando è fatto bene, è un impegno quotidiano e non una vetrina. Ed è proprio per questo che intestare un luogo istituzionale al suo nome ha un significato profondo. Non è un gesto decorativo, né un atto di cortesia postuma. Intestare significa riconoscere pubblicamente un’eredità, farla entrare nello spazio comune, renderla parte della nostra identità collettiva. Significa dire che la storia di Clara non appartiene solo ai ricordi di chi l’ha conosciuta, ma appartiene alla comunità intera. Significa affermare che certi percorsi, certi modi di lavorare, certi esempi non devono andare dispersi nel tempo, ma diventare orientamento per chi verrà dopo di noi.

Il tempo passa, e passa per tutti. Ma non tutto può essere lasciato andare. Ci sono storie che non si dissolvono, perché raccontano non solo una persona, ma un’epoca, un modo di intendere il lavoro pubblico, un’idea di responsabilità che oggi abbiamo il dovere di custodire. La memoria non è nostalgia: è un atto di giustizia verso chi ha costruito, spesso in silenzio, le basi su cui noi oggi camminiamo.Per questo ritengo giusto, e profondamente significativo, che il nome di Clara Marchetto entri in questo spazio. Perché la sua storia continui a parlare, e continui a chiedere a ciascuno di noi di essere all’altezza della responsabilità che portiamo.

Foto: Trentino Cultura (https://www.cultura.trentino.it/Appuntamenti/Clara-Marchetto-Sola-contro-tutti)

12 Febbraio 2026 0 Commenti
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Il bullismo degli adulti e la responsabilità della politica

Da Paola Demagri 9 Febbraio 2026

Si parla spesso di bullismo pensando ai ragazzi, alle scuole, alle dinamiche dell’adolescenza. È come se questo fenomeno appartenesse solo a un’età fragile e in formazione, come se gli adulti ne fossero immuni. E invece la realtà ci mostra qualcosa di molto diverso: il bullismo degli adulti esiste, è diffuso e, in molti casi, è persino più duro di quello giovanile. Si nutre di gruppi, di dinamiche di branco, di strumenti comunicativi potenti come i media o i social. E quando non si limita a un semplice atto canzonatorio, spesso mascherato da satira, ma diventa un’azione organizzata, pubblica anche dentro alle nostre piccole comunità, dove tutti ci conosciamo, l’effetto è ancora più violento.

Di fronte a tutto questo, la domanda che mi pongo e che credo dovremmo porci tutti, è semplice e scomoda: come possiamo pretendere di educare i nostri giovani al rispetto, all’impegno, all’etica, se siamo noi adulti i primi a tradire quei valori? Come possiamo parlare di “buoni comportamenti” se poi tolleriamo, giustifichiamo o addirittura applaudiamo forme di umiliazione pubblica verso chi ha ricoperto un ruolo amministrativo o civico? Prima di essere amministratori, professionisti, volontari o politici, siamo cittadini. E come cittadini abbiamo il dovere di indossare gli abiti civili, quelli del rispetto reciproco. Solo dopo possiamo indossare gli abiti della critica, della satira, del confronto politico. Ma mai a scapito della dignità delle persone. La satira è un linguaggio prezioso, ma quando smette di essere strumento culturale e diventa gogna, allora non è più satira: è bullismo.

Questa riflessione personale si intreccia con ciò che è accaduto ieri in Prima Commissione, dove abbiamo aperto  l’esame del disegno di legge n° 49  presentato dalla consigliera provinciale Lucia Maestri e sottoscritto anche da me e da tutti i Consiglieri di ADA per l’istituzione di un “Osservatorio provinciale sulle discriminazioni, l’intolleranza e l’odio in provincia di Trento”. È stato un momento importante, perché ha trovato ampia adesione da parte dei commissari, che hanno chiesto di approfondire il tema attraverso un ciclo di audizioni.

Come componente della Prima Commissione, accolgo con convinzione questo percorso. Peccato che la reazione di alcuni colleghi di maggioranza sia stata molto molto timida. C’è da sperare che dopo le audizioni si trovi l’appoggio al ddl da parte di tutte le forze politiche presenti in commissione. Credo che un Osservatorio possa rappresentare un presidio fondamentale per analizzare in modo scientifico e non emotivo ciò che accade nel dibattito pubblico. Un luogo capace di distinguere la critica legittima dalla violenza verbale, di riconoscere quando un attacco supera la soglia del confronto e diventa bullismo, di offrire criteri tecnici e non discriminatori. Un Osservatorio non giudica le persone: aiuta la comunità a capire, a misurare, a prevenire. E soprattutto restituisce dignità al discorso pubblico.

Anche la campagna elettorale che mi ha coinvolta a Cles è stata segnata da “dicerie” e narrazioni costruite. Non lo ricordo per rivendicare qualcosa, ma perché il tempo, alla fine, non cancella: chiarisce. Chiarisce la qualità delle persone, dei comportamenti, delle scelte. E ci ricorda che la politica può essere un luogo di cura o un luogo di ferita, a seconda di come decidiamo di abitarla.

Il bullismo degli adulti non è folclore, non è tradizione, non è satira. È un problema culturale che mina la qualità della nostra democrazia e delle nostre comunità. Per questo ritengo importante sostenere il percorso avviato in Commissione: perché la politica deve essere il primo luogo in cui il rispetto diventa pratica quotidiana, non eccezione. E perché solo una società adulta capace di guardarsi allo specchio può davvero chiedere ai giovani di fare altrettanto.

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Lettera al T Quotidiano del 08/02/2026

Da Paola Demagri 8 Febbraio 2026
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Vengo dalle valli

Da Paola Demagri 7 Febbraio 2026

E quando parlo di aree interne e spopolamento non lo faccio per slogan, ma perché so cosa significa vivere in territori che non sono “periferia”, ma cuore vivo del Trentino. Territori diversi tra loro, con bisogni diversi, con equilibri delicati che non si possono trattare come fossero tutti uguali. Oggi in Italia si discute molto di aree interne, di spopolamento, di servizi che arretrano. In Trentino questo tema non è solo politico: è identitario. Riguarda la nostra storia, la nostra autonomia, la nostra idea di comunità. E riguarda soprattutto quattro nodi che qui si sentono più che altrove:

Nelle valli un servizio non è mai “solo” un servizio. È un presidio, un punto di riferimento, un pezzo di comunità. Un nido che chiude non è solo un nido che chiude: è una famiglia che rinuncia, una giovane coppia che se ne va, un paese che perde un pezzo di futuro. Lo stesso vale per ambulatori, sportelli, trasporti, servizi sociali. Chi vive nelle valli conosce bene la differenza tra “collegato” e “isolato”. Un’ora di autobus in più, una corsa in meno, una strada non messa in sicurezza: sono scelte che cambiano la vita quotidiana. La mobilità non è un dettaglio tecnico: è ciò che permette alle persone di restare. Nelle aree interne la scuola non è solo un luogo educativo: è il centro della comunità. E i servizi per l’infanzia sono ciò che permette alle famiglie di restare, lavorare, costruire futuro. Quando si parla di riforme che toccano lo 0–3 e il 3–6, nelle valli non si parla di “modelli organizzativi”: si parla di tenuta dei territori.

Lo spopolamento non arriva all’improvviso. Arriva quando i servizi arretrano, quando il personale non si trova, quando le famiglie non si sentono sostenute, quando i giovani non vedono prospettive.È un processo lento, ma inesorabile, se non si interviene con politiche mirate e costruite insieme ai territori.

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Perchè non si può disertare l’aula consigliare

Da Paola Demagri 6 Febbraio 2026

L’aula consiliare è solo una parte del nostro lavoro, ma è una parte decisiva. È il luogo in cui le parole diventano atti, in cui si costruiscono cornici e indirizzi che orientano tutte le deleghe della nostra Provincia autonoma. Lo raccontiamo spesso ai ragazzi quando vengono a trovarci in aula con i loro insegnanti: da qui escono scelte che toccano la vita di tutti.

L’aula è fatta di persone, di gruppi, di coalizioni. È fatta di differenze che si incontrano, si confrontano, discutono. È il luogo del dibattito, della responsabilità, dell’azione politica. E nulla di ciò che facciamo è per noi stessi: ogni intervento, ogni voto, ogni posizione è pensata per i Trentini.

Vorrei ricordarlo ogni tanto, anche fuori dai momenti più visibili: la democrazia vive anche qui, nel lavoro quotidiano e spesso silenzioso che prova, giorno dopo giorno, a costruire un pezzo di futuro comune.

Oggi sentivo il bisogno di tornare sull’importanza del lavoro d’aula. Dopo tre giorni di attività consiliare, in gran parte disertata dalla maggioranza con la motivazione che non c’era nulla di interessante, è difficile non notare il contrasto con altre occasioni. Per esempio, quando si parla di temi come le indennità dei consiglieri, la Valdastico o la legge elettorale per il terzo mandato, l’aula improvvisamente si riempie: i colleghi di maggioranza sembrano incollati alla sedia, il dibattito si accende, gli interventi si susseguono.

Non ha importanza chi porta un argomento in aula: ciascuno di noi ha il dovere di contribuire al confronto costruttivo, portando le proprie idee o quelle del gruppo che rappresenta. Questo è possibile solo ascoltando le posizioni degli altri e mettendo ordine in ciò che diventa materia democratica.

Sono tornata su questo tema perché ho riscontrato disagio da parte di chi, nei giorni scorsi, ha osservato come me il menefreghismo totale e il lassismo nel lavoro d’aula, a partire dal Presidente che, ormai dall’inizio della legislatura, si presenta in aula solo quando c’è un interesse diretto, come nel caso della discussione sul terzo mandato.

6 Febbraio 2026 0 Commenti
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