da il Corriere del Trentino pag 5 Marika Damaggio 6 settembre 2025
Trentino
Desidero augurare buon lavoro al Dr. Ziglio, con l’auspicio che la sua nomina rappresenti l’inizio di una nuova fase per la sanità trentina e per l’intero ambito delle Politiche sociali. All’Assessore Tonina rivolgo l’augurio di aver individuato la figura più adatta a guidare questo settore strategico nella direzione giusta: quella capace di rispondere concretamente alle esigenze degli utenti, valorizzando al contempo il lavoro e la professionalità degli operatori.
Il Trentino merita di rimanere ai vertici non per il riconoscimento di sondaggi esterni, ma per la reale soddisfazione di chi usufruisce dei servizi e di chi li eroga. C’è molto lavoro da fare e siamo in tanti a voler dare un buon contributo.
Credo fermamente che l’Azienda possa ritrovare piena credibilità attraverso il lavoro dei suoi professionisti, il miglioramento dei processi organizzativi e l’attuazione di programmi edilizi adeguati. La salute dei cittadini deve tornare al centro, con un sistema efficiente, umano e moderno.
Per quanto riguarda il Sociale, in gran parte affidato alle Comunità di Valle, è fondamentale costruire un sistema integrato, fluido ed equo, capace di affrontare con efficacia le grandi sfide del nostro tempo: l’invecchiamento della popolazione, la solitudine, la disabilità, le fragilità e molte altre tematiche che richiedono risposte urgenti e coordinate.
La ricetta? Unire gli ingredienti giusti: competenze, ascolto, visione e volontà politica. Solo così sarà possibile affrontare e risolvere le questioni aperte, dando finalmente forma a un sistema sanitario e sociale all’altezza delle aspettative dei cittadini trentini.
L’Adige Cristiano Moiola 19 agosto pag 23
il T Quotidiano Baldo Donatello 15 agosto pag 15
Il T Quotidiano 15 agosto pag 3
In Trentino, la povertà relativa colpisce oggi circa 36.000 persone e 18.000 famiglie, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti.Questi sono i dati presentati dal Presidente delle ACLI Walter Nicoletti. Non si tratta solo di numeri: sono volti, storie, bambini, donne, anziani. Secondo il report di ActionAid, torna a crescere anche la deprivazione materiale e sociale, con 30.965 persone che non riescono ad accedere a un pasto completo ogni due giorni. È la prima volta dal 2019 che si registra un’inversione di tendenza così netta.
Il confronto con l’Alto Adige è impietoso: lì la povertà relativa è contenuta al 2%, mentre in Trentino si supera il 6%, con punte dell’8,8% tra i minori. Questo divario evidenzia una fragilità strutturale che non può essere ignorata.
Le cause principali
- Disoccupazione femminile e precarietà lavorativa
- Costo della vita elevato, in particolare per l’abitazione (che assorbe oltre il 50% del reddito delle famiglie povere)
- Gap di genere: le donne con figli sono le più esposte al rischio di povertà
- Povertà educativa e mentale: il basso reddito si accompagna spesso a minore istruzione e maggiore stress decisionale
Pensavo che la parola “povertà” potesse, un giorno, scomparire dal nostro vocabolario. Invece non è solo una parola: è diventata un dato di fatto, quasi ordinario. E posso testimoniarlo personalmente. Come amministratrice di sostegno, in oltre due terzi dei casi che mi sono stati assegnati dal tribunale, la questione principale da affrontare è proprio la povertà. Si fatica ad arrivare a fine mese, i pacchi della Caritas diventano indispensabili, le restrizioni economiche sono la quotidianità. È una realtà che non si può più ignorare
La revisione dell’ICEF: un’opportunità da non sprecare
La Giunta provinciale ha approvato in prima adozione la riforma dell’ ICEF, che riduce gli indicatori da 36 a 4, suddivisi per aree tematiche: Famiglia, Povertà, Casa, Disabilità. L’obiettivo dichiarato è garantire maggiore equità e semplificare l’accesso ai benefici. Al momento in 4 Commissione è stato presentato il progetto di un nuovo calcolatore e non le politiche a cui applicarlo, per bocca dell’Assessore Spinelli le politiche verranno dopo. Convengo che la semplificazione e la revisione del sistema di calcolo era necessaria in quanto , il sistema attuale era troppo articolato e dispersivo.
Auspico che la semplificazione non debba tradursi in esclusione. I sindacati hanno già espresso preoccupazione: il nuovo modello potrebbe penalizzare le famiglie con due redditi e non valorizzare l’occupazione femminile. Inoltre, l’incertezza sulle soglie di accesso rischia di lasciare molte famiglie nell’incognita fino a settembre.
La IV Commissione è chiamata a discutere le “Nuove disposizioni per la valutazione della condizione economica dei richiedenti interventi agevolativi”. È un passaggio cruciale. Non possiamo permetterci una riforma che non tenga conto della realtà sociale.
La povertà si vede, si tocca, si sente. Porta con sé degrado, esclusione, povertà intellettuale, alimentare, sanitaria. La politica trentina deve reagire con misure riparatorie e cautelative, che mettano al centro: le famiglie numerose, il problema casa, le donne, soprattutto madri.
Non mi sento di esprimere giudizi definitivi prima di aver approfondito con la struttura e la politica gli esiti di applicazione della norma che l’Assessore intende portare avanti. Ma so che la gente chiede attenzione, e che il Trentino non può restare a guardare e per questo mi farò portavoce partendo da qui.
C’è stato un tempo in cui la sanità trentina era considerata un modello. Un sistema solido, radicato nel territorio, capace di garantire cure di qualità e continuità assistenziale. Poi qualcosa si è rotto. E non è stato il Covid a rompere tutto, come qualcuno vorrebbe far credere. Il virus ha solo accelerato un declino che era già iniziato nel 2018, quando la politica – guidata dalla Lega – ha smesso di investire nella sanità pubblica e ha iniziato a delegare, a rinunciare, a fare spallucce.
Oggi, il quadro è desolante. I reparti chiave – pronto soccorso, punti nascita, medicina penitenziaria, psichiatria – sono sorretti da medici gettonisti, pagati a ore, magari senza specializzazione adeguata. In alcune strutture, coprono fino all’80% dei turni. Non passano per concorsi pubblici, non garantiscono continuità, non collaborano alla predisposizione di protocolli della struttura. Chissà se li conoscono fino in fondo! Ma costano. E tanto. In cinque anni, la Provincia ha speso oltre 12 milioni di euro per compensi orari che arrivano a oltre 200€. Una cifra che grida vendetta, soprattutto se confrontata con gli stipendi dei medici strutturati, costretti a turni massacranti, notti, festivi, ferie negate in molti casi.
Il risultato? Un sistema squilibrato, ingiusto, demotivante. I medici strutturati si sentono abbandonati, penalizzati, mentre i gettonisti scelgono quando e dove lavorare. E la qualità delle cure ne risente. Perché non basta avere un camice per essere un medico d’urgenza. Servono competenze, esperienza, continuità. Tutto ciò che il sistema dei gettonisti non può offrire.
La politica ha fallito. Ha preferito tamponare invece di riformare. Ha scelto la scorciatoia del contratto esterno, invece di affrontare il nodo della formazione, della pianificazione, dell’attrattività del lavoro ospedaliero. Ha usato il Covid come scusa, chiedendo venia ai trentini, ma senza mai assumersi la responsabilità di una sconfitta organizzativa, direzionale, strategica.
Non basteranno gli aumenti salariali promessi: qualche euro in più non riempirà il vuoto che si è creato. Serve una svolta. Serve un piano straordinario di assunzioni, concorsi pubblici, incentivi reali. Serve una redistribuzione equa dei turni, una valorizzazione delle specializzazioni critiche, una visione politica che metta al centro la salute dei cittadini e la dignità dei professionisti.
Alcuni spunti, se mi è consentito, vorrei offrire: conosco bene il sistema. I Pronto Soccorso degli ospedali di valle sono incardinati nei reparti di Medicina Interna. Sarebbe quindi sufficiente assegnare personale medico direttamente a questi reparti. I Direttori delle Medicine potrebbero così garantire la copertura dei turni di PS con personale strutturato e competente. Questa sarebbe già una prima svolta concreta per ridurre il ricorso ai medici gettonisti.
Politica e APSS non facciano finta di non vedere il lento declino dei Punti Nascita negli ospedali di valle. I numeri parlano chiaro: sempre più coppie scelgono di partorire a Trento o Rovereto. A Cles, proprio in questi giorni, se ne va una professionista che da 11 anni lavorava al Punto Nascita. Il 31 luglio è stato il suo ultimo giorno di lavoro. Come intende coprire questi turni APSS? Ancora con i gettonisti? Per favore, siate seri. Prendete finalmente la decisione giusta, quella che la popolazione vi sta offrendo su un piatto d’argento.
E chiedete agli amministratori locali una presa d’atto seria: chiudere alcuni servizi non significa fallire, ma semplicemente investire dove c’è davvero bisogno.
La sanità trentina non può più permettersi di galleggiare. È tempo di ricostruire. Con coraggio, con responsabilità, con rispetto per chi ogni giorno – nonostante tutto – continua a credere nella medicina pubblica.
La sicurezza è un tema troppo importante per essere ridotto a bandiera di parte o usato come strumento di propaganda. Eppure, sembra essere questo l’approccio scelto dalla Lega – o forse dal Consiglio Regionale, visto che il manifesto del recente convegno non lo chiarisce, come abbiamo già rilevato. L’evento, riservato a un pubblico selezionato, è stato l’ennesima occasione per alzare i toni e rilanciare accuse. Durante l’incontro, il Presidente della Provincia, Maurizio Fugatti, ha scelto ancora una volta la strada dello scontro, scaricando la responsabilità della sicurezza sui sindaci. Una narrazione semplicistica, che però non regge di fronte alla realtà. È bene ricordare che nei territori dove è presente un Commissariato, l’autorità responsabile dell’ordine pubblico è il Questore.
Dove invece il Commissariato manca, il Sindaco agisce sì come ufficiale di governo, ma il coordinamento delle forze dell’ordine resta una competenza statale, con il contributo rilevante della Provincia autonoma. Non è un caso se all’incontro sono stati invitati anche rappresentanti del Governo nazionale: la sicurezza è una questione complessa, che coinvolge più livelli istituzionali. Addossare quindi ai sindaci l’intera responsabilità della sicurezza è non solo scorretto, ma fuorviante. Significa semplificare un tema delicato e scaricare sulle autonomie locali il peso di problemi strutturali che richiedono risposte condivise. E soprattutto, significa ignorare il ruolo fondamentale della Provincia autonoma di Trento, che ha il dovere di affiancare le forze dell’ordine, rafforzare il presidio sul territorio, investire in prevenzione e mediazione sociale. Le dichiarazioni non bastano: servono atti concreti. Lo abbiamo ribadito anche in Consiglio provinciale, durante il dibattito sull’assestamento di bilancio: pensare che dotare la polizia locale di Taser risolva il problema della sicurezza è illusorio.
Quello che serve sono risorse certe, strumenti adeguati e un coordinamento efficace tra tutti i soggetti coinvolti. La sicurezza nasce dalla collaborazione quotidiana tra istituzioni e forze dell’ordine. È un lavoro che richiede metodo, analisi dei dati e interventi mirati. I sindaci lo sanno bene e, ogni giorno, affrontano questo impegno con serietà e responsabilità. Ma episodi come quello del convegno, dove rappresentanti del Governo puntano il dito contro magistrati e amministratori locali, non fanno che alimentare l’incertezza tra i cittadini.
Se si continuerà a rivendicare i meriti quando le cose vanno bene e a scaricare le colpe sugli altri quando emergono le criticità, sarà impossibile costruire una politica della sicurezza all’altezza delle sfide reali del territorio. Il rispetto per le istituzioni si misura nella capacità di agire con responsabilità. Non nel cercare, ogni volta, qualcuno a cui dare la colpa. A ciascuno il suo.
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In un silenzio che ormai fa più rumore delle parole, il sistema sanitario provinciale incassa un altro colpo. D’Urso, il dirigente in cui molti avevano riposto fiducia, pare che saluti il Trentino e si diriga verso Perugia. Non una semplice uscita, ma un segnale. Un messaggio non detto che suona forte: qui non ci sono le condizioni per restare.
Durante i suoi nove mesi, D’Urso si è immerso nei problemi più spinosi: i gettonisti, il NOT, la riforma ASUIT, le liste d’attesa. Ma ha trovato anche altro: il tema dell’ accoglienza, il personale sanitario in fuga, un clima generale che non sostiene il cambiamento imposto.
Un copione che si ripete E non è un caso isolato. In sei mesi, più primari hanno abbandonato le guide delle loro UUOO. Tutti verso lidi dove la sanità ancora funziona. Il messaggio è chiaro: qui non mancano solo le risorse, manca la visione.
Il Sistema sanitario si sbriciola. La sanità trentina non è più un terreno fertile per professionisti che cercano stabilità, modelli innovativi, rispetto e fiducia. Troppi progetti lasciati a metà, troppi obiettivi senza rotta. L’organizzazione arranca, mentre chi potrebbe fare la differenza sceglie di andare altrove.
Questa è certamente una scelta politica e non gestionale. Non ho mai incontrato D’Urso, ma ho sempre creduto fosse davvero impegnato per il bene del territorio. Non si è fatto vedere nei corridoi del Consiglio provinciale ( come il suo predecessore !) , perché molto occupato a lavorare. Ma ora la sua partenza lascia il vuoto.
E qui la politica non può restare fuori dal discorso. Fugatti, nel 2018, ha tracciato il destino della sanità trentina: nessuna progettualità, l’introduzione della scuola di Medicina con processi non governati e non condivisi, decisioni timide e spesso inopportune, e una strategia che ha messo la provincia sotto il tappeto della Lega nazionale. Un Trentino che doveva essere calmierato e mai protagonista . Un Trentino che per la Lega nazionale non doveva più svettare:
Abbiamo davanti un futuro che rischia di restare solo promesso. Oggi ci parlano di PIL in crescita, manovre ricche, ricchissime per pochi, turisti soddisfatti. Ma la cornice che conta davvero manca: sanità solida, istruzione seria, spazi per i giovani, equità per tutti, servizi per gli anziani. Se togliamo questi elementi, il quadro del Trentino resta incompleto. E rischia di scolorirsi.