Più che di progetto quello di Marchiori sa di anelito o aspirazione. Questo perché sarà molto difficile per lui riuscire a federare liste civiche ora presenti in consiglio provinciale ma sedute su parti opposte dell’emiciclo consiliare. Né potrà essere sufficiente, come collante, il non mostrare riferimento nazionale nel simbolo.
Questa boutade politica sa piuttosto di operazione nostalgia forse tentando di richiamare momenti felici come furono quelli del Centro della Margherita di Dellai o del PATT di Rossi.
Ormai anche in Trentino i partiti nazionali sono sempre più decisivi a scrivere le sorti di una tornata elettorale anche provinciale. Se l’affannato segretario spera che possa esistere un progetto senza schieramenti rischia di cantarsela e suonarsela da solo al centro… in minoranza.
Dopodiché i trentini governati da una forza nazionale hanno estremamente bisogno di un bilanciamento civico al centro indipendentemente da quale schieramento conquisti il governo del Trentino.
A queste forze, che ne prendano atto o meno, risulterà impossibile pensare di poter governare senza doversi dunque schierare. L’ambiguità del segretario assai difficilmente potrà trasformarsi in un vero progetto politico che vada da qualche parte senza aver comunicato ai Trentini da che parte sta.
Insomma questa di Marchiori nel significato è sicuramente un’operazione lodevole. Ma nei contenuti e nella credibilità di chi la sta portando avanti sembra un’operazione piuttosto pretenziosa e velleitaria dettata da chi i numeri per portarla avanti non li ha.
Infine, leggiamo che a stretto giro di stampa, l’audace proposta politica ha già ricevuto la risposta di Spinelli. Fredda ad essere eufemistici. insomma sembra proprio che al centro – nel centro – di questa proposta politica, a giocarci rimarranno soltanto personaggi di spicco del capoluogo giudicariese.
politica locale
Centro “fai-da-te” e alleanze di convenienza: la fallimentare strategia del PATT tra nostalgie vintage e specchietti per le allodole
Le recenti dichiarazioni del segretario del PATT Simone Marchiori hanno più l’aspetto di un colpo di calore estivo che l’ossatura di un progetto politico serio e lungimirante. Davanti a certe uscite, la domanda sorge spontanea: stiamo parlando di un centro per il Trentino o semplicemente dell’ennesimo tentativo di mettere “Tione al centro” delle poltrone? Dalla maggioranza (e non solo) arrivano già le prime, inevitabili repliche a quella che si configura come un’idea sinceramente balzana.
Pensare di coinvolgere liste civiche che oggi sono chiaramente posizionate nell’emiciclo consiliare – chi a destra, chi a sinistra – avendo come regista chi, storicamente, si colloca solo dove più gli conviene, è pura fantascienza politica. Il PATT, d’altronde, ha dimostrato negli anni una preoccupante dote di galleggiamento: un opportunismo cronico che non permette ai suoi stessi tesserati di avere un orientamento chiaro, nitido e programmato. Questo modus operandi fa una sola cosa: destabilizza chi, iscrivendosi a un partito, cerca una linea politica coerente e inconfutabile.
A ben pensarci, questa mossa sembra una sorta di anticipazione fuori stagione di un blockfrei. Un film già visto nel 2018, con la differenza che allora si consumò a ridosso delle elezioni; oggi, invece, si gioca d’anticipo, tentando di racimolare disperatamente tutto ciò che potrebbe essere disponibile nello scenario politico,
In questo momento storico, la polarizzazione tra destra e sinistra è più che mai radicata e sentita, con risvolti evidenti anche nel nostro Trentino. Se il PATT ha nostalgia del tempo che fu, è evidente che ha sbagliato i tempi: quel progetto territoriale è ormai decisamente vintage.
Se in passato certe formule hanno funzionato – all’epoca della Margherita o del PATT a trazione Rossi – oggi lo scenario è profondamente mutato. Siamo passati attraverso l’ondata leghista e ora ci prepariamo a quella dei “vannacciani”. In questo contesto, un progetto politico territoriale è certamente nobile sulla carta, ma se vogliamo essere sinceri e credibili, è semplicemente improbabile da applicare. Meglio lasciarlo stare e proseguire sulla retta via.
Casa Autonomia ha un’ambizione chiara: essere una lista civica capace di controbilanciare, rendere più efficace e allargare il perimetro del centrosinistra, insieme a compagni di viaggio che ,auspichiamo , non abbandonino la coalizione. Da parte nostra, la risposta a queste manovre di palazzo è netta: dagli specchietti per le allodole stiamo ben lontani. Soprattutto quando a proporli è chi ha sposato l’ambiguità e il trasformismo come unica bussola, rinnegando la coerenza
Dentro l’incoerenza: dieci anni di slogan e smantellamenti
Da quasi dieci anni la Lega trentina ripete la parola “sicurezza” come fosse un marchio di fabbrica. La usa per descrivere Trento e di conseguenza il Trentino come luoghi allo sbando, per accusare i Comuni e gli Amministratori, per alimentare un clima di allarme permanente. Ma basta ripercorrere i fatti dal 2017 a oggi per vedere ciò che la propaganda non dice: la Lega ha demolito gli strumenti che garantivano sicurezza reale, trasformando un tema serio in un dispositivo di consenso.
La fabbrica dell’emergenza (2017–2018)
Prima si costruisce il racconto: “Trento insicura”, “tolleranza zero”, “ripuliremo la città”. Non importa che i dati dicessero altro: serviva un nemico, serviva un’emergenza, serviva un bersaglio. Lo avevano trovato a Roma con Salvini e andava portato in Trentino partendo da Avio.La sicurezza diventa un palcoscenico, non una politica.
Il paradosso del potere (2019–2021)
Quando la Lega arriva in Provincia, la narrazione non cambia. Cambia invece la responsabilità: ora governano. E cosa fanno?Indeboliscono i presidi che funzionavano.
Il caso simbolo è la Residenza Fersina. Un luogo che garantiva controllo, monitoraggio, mediazione, riduzione della marginalità.Un presidio che teneva insieme sicurezza e dignità.
La Lega lo trasforma in un capro espiatorio: “crea insicurezza”.E decide di superarlo. È qui che l’incoerenza diventa evidente: si attacca ciò che funziona per poter dire che nulla funziona. A nulla valgono i molteplici interventi del mondo politico che ha altra visione in tema di sicurezza e responsabilità
Lo smantellamento mascherato (2022–2023)
La linea è chiara: chiudere, ridurre, indebolire, centralizzare, impaurire.
Non per migliorare la sicurezza, ma per alimentare la narrazione dell’emergenza.Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più persone in strada, più vulnerabilità, più conflitti visibili.E quindi più materiale per dire che “la città è fuori controllo”. È un meccanismo perfetto: si crea il vuoto, poi si denuncia il vuoto, poi si usa il vuoto per attaccare gli altri.
La città come bersaglio politico (2024–2026)
Negli ultimi anni la retorica è diventata ancora più aggressiva:“Trento capitale del degrado”, “Serve l’esercito”, “Il Comune non controlla nulla”.
Non è un’analisi: è una strategia. Non è un allarme: è un investimento politico. La sicurezza non è più un obiettivo, ma un pretesto.Guardare dall’alto per capire la contraddizione
A volte basta davvero “un escursionista”, qualcuno che prende quota e guarda il sentiero dall’alto. D’altronde vengo dalle Valli, sono montanara abituata a guardare avanti per non inciampare nel sentiero e a guardare in giù per tenere lontano ogni pericolo. Perché da lì si vede tutto: la Lega denuncia un problema, smantella gli strumenti che lo gestivano, poi denuncia il peggioramento che essa stessa ha prodotto. È una spirale costruita con cura: più allarme, meno soluzioni; più slogan, meno responsabilità.
A fine 2025 Fugatti ha compiuto un gesto che dice più di mille conferenze stampa: ha tolto l’Assessorato all’immigrazione a Tonina e lo ha accentrato nelle sue mani. Non per governare meglio, ma per governare il messaggio. Perché quando la sicurezza è uno slogan, la prima preoccupazione non è la gestione: è il controllo del microfono.
La sicurezza è una cosa seria. Riguarda la vita delle persone, non la vita dei partiti. E allora la domanda è inevitabile: come si può parlare di sicurezza dopo aver indebolito ciò che la garantiva? Perché oggi è chiaro: la Lega non ha reso Trento e il Trentino più sicuri.
Ha reso più fragile il sistema che la proteggeva. Guardando il sentiero dall’alto, l’incoerenza diventa evidente: chi ha tolto i ponti ora denuncia i fiumi. Ma la città non ha bisogno di chi grida alla piena. Ha bisogno di chi ricostruisce i ponti. La sicurezza non nasce dalla paura: nasce dalla responsabilità. E quella, oggi, è la grande assente.
Consigliera Provinciale Paola Demagri
Movimento Casaautonomia.eu
Se una staffetta è sempre stata considerata normale amministrazione, ma improvvisamente non si vuole più procedere, significa che la consuetudine non basta più a tenere insieme la coalizione. Il non rispetto di una prassi è già un messaggio politico.
Il fatto che qualcuno in questo caso Fratelli d’Italia rivendichi il posto come “proprio” mostra due cose:
la coalizione non è un blocco compatto i rapporti di forza interni stanno cambiando la logica non è quella della collegialità, ma della spartizione, come gia ampiamente dimostrato in altre situazioni .
A mio modo di vedere si mette inoltre in discussione la leadership
Se la staffetta salta perché il partito rivendica il ruolo, allora il messaggio è chiaro:
la leadership della coalizione è contestata.
E la narrazione del “tutto sotto controllo” si incrina si vede che la coalizione non parla con una voce sola e si capisce che la gestione interna è più fragile di quanto dichiarato.
E il messaggio che arriva ai cittadini è che :
Se la politica discute di posti, significa che non sta discutendo di contenuti . E questo, per chi guarda da fuori, è sempre un segnale di debolezza.
Quando una staffetta è sempre stata considerata normale amministrazione, ma all’improvviso non si vuole più procedere, il segnale è chiaro: la consuetudine non basta più a tenere insieme la coalizione.
Il semplice fatto di non rispettare una prassi è già un messaggio politico, e non un messaggio rassicurante.
Se poi un partito – in questo caso Fratelli d’Italia – rivendica il posto come “proprio”, emergono due verità difficili da nascondere:
• la coalizione non è un blocco compatto
• i rapporti di forza interni stanno cambiando, e non in modo ordinato
Non è collegialità: è spartizione. E non è la prima volta che accade.
Ma c’è un punto ancora più evidente: si mette in discussione la leadership.
Se la staffetta salta perché un partito pretende il ruolo, allora il messaggio è inequivocabile:
la leadership della coalizione è contestata, la narrazione del “tutto sotto controllo” si incrina, e diventa chiaro che la voce della coalizione non è una sola.
E ciò che arriva ai cittadini è semplice:
quando la politica discute di posti, significa che non sta discutendo di contenuti.
E questo, per chi guarda da fuori, è sempre un segnale di debolezza.