Paola Demagri
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La Giunta parla delle zecche per non parlare di grandicarnivori

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

Grandi carnivori e zecche: la Giunta usa l comunicazione come uno scudo.
Quando in Val di Sole è successa quella
tragedia e si parlava solo di grandi carnivori, io mi permettevo di far notare che c’erano anche morti silenziosi causati dalle punture di zecca. Nessuno mi ascoltava.
Oggi la situazione si è ribaltata, ma la strategia politica e sempre la stessa: distrarre le persone. In questi giorni si parla purtroppo di casi gravissimi e decessi dovuti alle zecche, mentre sui grandi carnivori che continuano a predare e ad essere avvistati è calato il silenzio assoluto.
Il sospetto è forte: la Giunta tiene chiusi nei cassetti i comunicati stampa sui grandi carnivori per far calmare le acque e far sedimentare la paura della gente. Al loro sto, preferiscono mandare comunicati c
Ichi e usare il tema delle zecche o
coprire tutto il resto.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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Dopo Ciarleglio se ne va anche la Primaria di Anestesia. Politica e ASUIT navigano a vista. L’appello ai Sindaci della Val di Non e della Val di Sole

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

L’Ospedale di Cles perde un altro pezzo da novanta nel silenzio assordante della Provincia e dell’ASUIT. Dopo l’addio, meno di un anno fa, del dottor Ciarleglio, è di queste ore la notizia dell’uscita della Primaria di Anestesia. Una perdita pesante, sintomo di una totale assenza di visione strategica e di un disinvestimento strutturale che sta riducendo all’osso i servizi sanitari delle nostre valli.

I servizi sanitari territoriali si reggono esclusivamente sulla professionalità, sulle competenze e sul valore delle risorse umane. Sono i professionisti a qualificare le strutture, a renderle attrattive, efficaci ed efficienti per i cittadini. Negli ospedali di valle questo principio è ancora più vitale: la missione di un presidio dipende strettamente dall’équipe medica che vi opera, dal background clinico costruito negli anni e dalla casistica di successo che certifica la sicurezza delle cure. Compito di un’Azienda Sanitaria seria e di una politica lungimirante dovrebbe essere quello di orientare, presidiare, monitorare e, soprattutto, trattenere queste eccellenze. A Cles, purtroppo, sta accadendo l’esatto contrario. La perdita della Primaria di Anestesia dr Zardin Michela è solo l’ultimo tassello di un mosaico di abbandoni. Parliamo di una professionista che negli anni ha saputo strutturare un pool d’eccellenza, capace di garantire una copertura h24 per il Pronto Soccorso, le sale operatorie e le attività ambulatoriali legate alla gestione del dolore. Una colonna portante che garantisce sicurezza e appropriatezza clinica, ma che evidentemente non ha trovato le condizioni ambientali, professionali e di prospettiva per rimanere.

La storia si ripete. Solo dieci mesi fa si assisteva all’addio del dottor Ciarleglio, richiamato dall’Ospedale Universitario di Perugia per dirigere un importante reparto di chirurgia. Se ne andò a malincuore, perché avrebbe voluto restare in Trentino, ma l’ASUIT non è stata capace di offrirgli un percorso di carriera minimamente appetibile. Oggi perdiamo anche la guida dell’anestesia. Chi sarà il prossimo?

Dopo l’addio del dottor Ciarleglio l’ASUIT non ha ancora dato seguito al bando per la nomina del nuovo Direttore. Un reparto può essere ben presidiato dal facente funzioni – e a Cles lo è – ma le scelte strategiche non possono restare sospese nel limbo delle intenzioni. Oggi sembra che si stia ancora decidendo quale cornice dare al bando, come se la definizione del profilo fosse un passaggio complesso. Eppure basterebbe riprendere quello del dottor Ciarleglio, riproporlo, e garantire così che l’Ospedale possa continuare a lavorare nella direzione che ha dimostrato di essere utile e fondamentale per le nostre Valli. La sanità territoriale non vive di attese indefinite: vive di continuità, di stabilità, di scelte che consolidano e non indeboliscono. La perdita della primaria coincide con la scelta della direzione medica di chiudere temporaneamente le sale operatorie per interventi strutturali e sostituzione di apparecchiature. Un intervento legittimo, certo, ma che comporterà una drastica riduzione dell’attività chirurgica e pesanti disagi per i pazienti, costretti a trasferimenti forzati altrove. La vera domanda politica, però, è un’altra: alla riapertura delle sale, quando il cantiere sarà concluso, chi gestirà quelle sale operatorie rimaste prive di una guida autorevole e di elevate competenze?

Lo si è già visto con il progressivo impoverimento del Punto Nascita, ridotto fisiologicamente al lumicino e privato della presenza del Direttore di reparto, accompagnato ad operare altrove per la gestione delle attività territoriali. Il reparto è stato assegnato a un facente funzioni. Qui non va letta la competenza dell’uno o dell’altro, ma la scelta aziendale: sposti il Direttore dall’Unità Operativa che proprio Fugatti vuole tenere aperta? Qui la gatta ci cova. Questa decisione ha molti significati, il primo dei quali è che il reparto si sta avviando al declino definitivo.

Il rischio concreto è che si utilizzi la scusa della mancanza di personale per tagliare linearmente le competenze dell’Ospedale di Cles, declassandolo da presidio di eccellenza a poliambulatorio svuotato di funzioni essenziali.

È necessario, a questo punto, aprire una riflessione delicata ma doverosa sulla Direzione medica. Il suo compito va ben oltre le funzioni ordinarie che riguardano la sicurezza, la Farmacia ospedaliera o l’attività necroscopica. La Direzione medica è il presidio più alto della tutela dei professionisti e dei cittadini che afferiscono all’Ospedale di Cles: è lì che si garantisce la qualità dei percorsi, la continuità delle cure, la protezione delle competenze che fanno la differenza tra un ospedale vivo e un ospedale che si spegne. Ed è proprio per questo che l’appello deve essere rivolto anche a chi governa dentro la Direzione medica: non può farsi scippare in questa maniera professionisti capaci, non può accettare passivamente scelte che indeboliscono il presidio, non può allinearsi ai dettami di altri quando questi dettami non rispondono al bene della comunità. La Direzione medica deve imporsi, deve rivendicare il proprio ruolo, deve essere il primo baluardo a difesa dell’Ospedale di Cles e dei cittadini che ogni giorno vi entrano con la fiducia di trovare competenza, cura e presenza.

In più occasioni ufficiali ho manifestato queste preoccupazioni direttamente all’Assessore alla Salute Mario Tonina, chiedendo quale sia il reale indirizzo politico che si intende dare all’Ospedale di Cles e, di riflesso, a tutti gli ospedali di valle del Trentino. Ad oggi non è pervenuta alcuna risposta. Il sospetto è che all’interno del palazzo si stia navigando a vista, senza una strategia, lasciando che i professionisti si arrangino, privi di tutele e di una chiara prospettiva sul futuro delle strutture che dirigono. Oppure, peggio ancora, che le decisioni di ridimensionamento siano già state prese nelle stanze segrete della Giunta e si attenda solo il momento opportuno per imporle, senza averle mai comunicate ai territori.

Davanti a questo silenzio irresponsabile della politica provinciale e della direzione generale dell’ASUIT, che paiono fare di tutto per far scappare i professionisti migliori, non è più possibile tacere. Non può essere la preoccupazione di una sola persona. Rivolgo un appello accorato e urgente a tutti gli Amministratori locali, ai Sindaci e ai Presidenti delle Comunità della Val di Non e della Val di Sole: è il momento di unire le forze, di fare fronte comune e di battere i pugni sui tavoli dell’Assessorato. Dobbiamo pretendere, con fermezza e senza sconti, garanzie scritte e fatti concreti sul futuro dell’Ospedale di Cles e sui servizi che ha sempre garantito e deve continuare a garantire alla nostra popolazione.

Sia pubblicamente che privatamente avevo già fatto sapere ai nostri Sindaci che, incaponendosi esclusivamente sul Punto Nascita, si sarebbe perso di vista tutto il resto. Gli amministratori di Cles, che frequentano spesso l’ospedale, hanno finito per fare il gioco di Fugatti: concentrare l’attenzione sul Punto Nascita e lasciare andare tutto il resto. E sapete cosa colpisce davvero? Che l’amministrazione di Cles non abbia mai promosso un’alleanza d’intenti con i consiglieri provinciali di riferimento, scegliendo invece la strada dell’autosufficienza.

Questa impostazione, miope e autoreferenziale, ha contribuito a indebolire ulteriormente il presidio. Mentre si difendeva un singolo servizio, tutto il resto veniva progressivamente eroso: reparti impoveriti, professionalità in fuga, scelte aziendali che hanno tolto continuità e direzione proprio alle unità operative che si dichiarava di voler tutelare. È così che si perde un ospedale, non con un colpo improvviso, ma con una serie di rinunce, di silenzi e di mancate prese di posizione.

Oggi non c’è più tempo per divisioni, personalismi o strategie di piccolo cabotaggio. Serve una voce unica, forte, determinata. Serve che i Sindaci, le Comunità, gli amministratori locali si assumano la responsabilità politica di difendere l’Ospedale di Cles nella sua interezza, non a pezzi. Serve che pretendano risposte, che chiedano conto delle scelte, che non accettino più rassicurazioni vaghe o promesse senza seguito.

La salute delle nostre valli non è un tema da trattare con leggerezza né una bandierina da sventolare quando conviene. È un diritto dei cittadini e un dovere delle istituzioni.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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A unire è difficile , a dividere si fa marcia indietro

Da Paola Demagri 21 Luglio 2026

In merito alla recente nascita del comitato civico per la scissione delle frazioni di Coredo, Smarano e Tavon dal Comune di Predaia, avverto il dovere istituzionale di intervenire. Non lo faccio mossa da un interesse locale diretto o di parte, ma dal mio osservatorio in Consiglio Provinciale, con una visione d’insieme sulle riforme che normano l’assetto del nostro territorio trentino. Guardo a quanto sta accadendo con preoccupazione e intendo porre una riflessione che ricollochi questo delicato dibattito all’interno di una rigorosa cornice tecnica e amministrativa, a tutela della stabilità e dell’efficienza dei servizi per i cittadini. La costituzione del Comune della Predaia nel 2015 non è stata un’imposizione ideologica calata dall’alto, bensì l’esito di un percorso democratico ratificato da una netta consultazione popolare. Quella scelta affondava le sue radici in necessità strutturali oggettive: ottimizzare le risorse, superare la paralisi causata dalla carenza di personale nei piccoli municipi e creare uffici strutturati in grado di rispondere alle complessità burocratiche moderne.

Trovo pienamente legittimo che, a distanza di undici anni, una comunità senta l’esigenza di tracciare un bilancio. Tuttavia, come rappresentante delle istituzioni provinciali, voglio mettere in guardia i proponenti affinché non agiscano per una visione puramente ideologica o identitaria. L’identità territoriale è un valore prezioso, profondamente radicato in ciascuno di noi, ma per sua natura non è un dato misurabile. Le decisioni che impattano sulle generazioni future devono basarsi sui risultati concreti, sulla genesi storica del progetto e sui traguardi oggettivamente raggiunti in termini di investimenti, bilanci e stabilità organizzativa. Mettere in discussione una riforma istituzionale strutturata richiede dati alla mano: non ci si può basare solo sul sentiment o sulla rincorsa a un malumore. Da qui la pretesa di incontri pubblici per analizzare il raggiungimento o meno degli obiettivi posti in capo alla fusione voluta nel 2015.

In un momento storico in cui la Pubblica Amministrazione fatica drammaticamente a reperire e trattenere personale qualificato, smantellare un ente strutturato per ritornare a micro-comuni sarebbe probabilmente deleterio. Chiediamoci quindi ricadute avrebbero queste decisioni sugli uffici e sulla macchina amministrativa. È già estremamente complesso trovare professionisti disposti a lavorare nei Comuni; frammentare le strutture e ridurne la massa critica non produrrebbe maggiore vicinanza, ma potrebbe trasformarsi in una vera e propria fuga del personale verso enti più stabili e organizzati, lasciando i territori scoperti proprio nella gestione dei servizi essenziali. Se una porzione di popolazione manifesta oggi una percezione di distanza dalle istituzioni, la risposta politica corretta non è la frammentazione del territorio o lo smembramento del bene comune. Credo fermamente che valga la pena trovare strategie interne per far sentire i cittadini più rappresentati. L’identità di una frazione e l’attaccamento alla propria storia non si difendono moltiplicando i costi della politica o erigendo nuovamente vecchi confini burocratici, ma valorizzandoli attraverso azioni culturali, consulte partecipate e un decentramento funzionale intelligente.Il comitato punta a una consultazione popolare per verificare il consenso verso un nuovo assetto. È corretto e sacrosanto appellarsi alla democrazia, ma dobbiamo chiederci: questa spinta è realmente voluta e condivisa dalla maggioranza della popolazione o rappresenta l’esigenza e il sentiment di pochi?

Allora, da questo mio osservatorio in Consiglio Provinciale, voglio piuttosto lanciare un forte appello a tutta la cittadinanza. Invito le nostre comunità a essere vigili e a pretendere che i propri Comuni non vengano progressivamente privati delle loro legittime e storiche funzioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una tendenza provinciale che rischia di accentrare e smantellare le competenze tipiche degli enti locali: è un errore a cui dobbiamo opporci. È esattamente a livello locale che la nostra Autonomia deve emergere con forza; è lì che essa deve rimanere il caposaldo insostituibile di una funzione pubblica, amministrativa e politica che sia davvero vicina al territorio. Difendere l’efficienza di un Comune Unico e strutturato come Predaia significa anche questo: dare alle nostre comunità una voce abbastanza forte e solida per arginare il centralismo e rivendicare il proprio diritto a governarsi.

21 Luglio 2026 0 Commenti
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Novità? Solo la targa

Da Paola Demagri 1 Luglio 2026

La direttrice di APSS, la dottoressa Signorelli, avrà anche fatto bene il suo lavoro ovvero promuovere sulla stampa ciò che le Case di Comunità dovrebbero offrire ai pazienti ma c’è un grosso, enorme “ma” che l’Assessorato provinciale alla Salute e la governance sanitaria non possono continuare a eludere. Quella descritta oggi sul Vostro quotidiano, con ben due intere pagine dedicate alla struttura della Val di Sole, mi sembra una storia già vecchia, già vista e già conosciuta. Non perché sia desueta, ma semplicemente perché esiste già da tempo. Spacciarla oggi come una novità assoluta, come l’alba di una rivoluzione sanitaria, è un’operazione di pura retorica politica. L’Azienda Sanitaria e l’Assessorato avrebbero fatto un’operazione di onestà intellettuale se avessero ammesso la verità: la Val di Sole era già avanti molti anni fa, perché la sua “casa della comunità” l’aveva costruita e consolidata nel tempo. Le offerte sbandierate oggi sono le stesse di sempre, anzi, al netto di aver perso pezzi importanti di assistenza strada facendo, come la medicina dello sport, l’ostetricia o l’odontoiatria. Stesso posto, stesso personale, stesse prestazioni. L’unica reale introduzione, inserita circa due anni fa, è l’infermiere di famiglia e di comunità. Peccato che sarà una realtà assistenziale non per tutti : a fronte delle 14 Case della Comunità previste, in tutto il Trentino si contano meno di dieci professionisti in servizio. I solandri conoscono bene il valore del proprio presidio e non ci cascheranno: se arriveranno in fondo all’articolo, diranno semplicemente, nel loro dialetto, la verità: “No è cambià negot, l’è sempro sta ausì”. L’esempio della Val di Sole era corretto, sì, ma solo se si fosse giunti all’unica conclusione onesta possibile: era già tutto pronto da anni, bastava solo cambiare l’insegna all’esterno.
Il problema di fondo è che in questo dibattito, alimentato dall’Assessorato, si continua a parlare soltanto di contenitori: di strutture, di muri, di inaugurazioni e tagli di nastro. Ma il DM 77 (il decreto ministeriale sugli standard dell’assistenza territoriale), se letto nella sua interezza e con competenza, affronta la questione in un ventaglio molto più ampio di aspetti, molti dei quali oggi non trovano spazio né nell’azione della Giunta né nella comunicazione istituzionale. Il legislatore non ha ridefinito dei “muri”, ha delineato un modello di sanità che rimette al centro la prossimità, la presa in carico e la continuità assistenziale, riconoscendo che la salute si costruisce nei luoghi della vita quotidiana, dove si intercettano le fragilità prima che diventino emergenze da Pronto Soccorso. Il decreto insiste sulla semplificazione dell’accesso tramite un punto unico di risposta, sulla multidisciplinarietà (équipe reali, non professionisti isolati), sulla prevenzione strutturale e sulla gestione della cronicità, che è la vera sfida demografica del presente. Soprattutto, il modello territoriale nasce per ridurre le disuguaglianze e scardinare l’ospedalocentrismo, spostando il baricentro dalla cura dell’acuto alla cura della persona. Tutti aspetti che non richiederebbero rivoluzioni edilizie:
molti sarebbero di facile attuazione, se solo ci fosse una regia politica capace di leggere il territorio, coinvolgere i professionisti, costruire alleanze istituzionali e sociali. Ciò che manca, oggi in Trentino, è la volontà politica di far vivere questa riforma.
Nelle inaugurazioni-farsa si parla di orari e ambulatori, ma gli elementi realmente innovativi rimangono fuori dalla porta. Penso a quattro nodi centrali, totalmente non presidiati dall’ASUIT e dal mandato politico: la Casa della Comunità come Spazio Civico e Integrazione dei Saperi Non Medici un modello che prevede l’apertura al sociale, alle competenze diffuse, alle esperienze del territorio. È qui che dovrebbero trovare sede i Club Alcologici Territoriali (per le dipendenze), le associazioni che combattono la solitudine degli anziani o promuovono la prevenzione giovanile. Eppure, nelle aperture trentine inclusa la Val di Sole non c’è traccia di coprogettazione, né di integrazione con il terzo settore. Si inaugura un edificio, non un ecosistema. Staremo a vedere se a Cles con tanto di delibera della Giunta comunale queste associazioni troveranno posto. Se così non sarà significa che l’Amministrazione si è fatta scippare un edificio ed è rimasta con un pugno di mosche in mano ( gestire i parcheggi!). Confido però ancora nell’attuazione della Delibera Mucchi.
La Digitalizzazione Utile e l’Interoperabilità. La telemedicina e la cartella clinica condivisa dovrebbero avvicinare i servizi, non aumentare la burocrazia. La realtà sul campo è che i sistemi informatici non si parlano: ogni medico di medicina generale usa software diversi, le assistenti sociali non sono collegate al SIO (Sistema Informativo Ospedaliero), le piattaforme non dialogano e i dati non circolano. Senza interoperabilità, la Casa della Comunità resta un condominio burocratico che non connette nessuno. Quando intende l’Assessorato superare questa frammentazione informatica? Il Ruolo dei Comuni e l’Integrazione Socio-Sanitaria per l’urbanistica, mobilità e politiche abitative che sono determinanti di salute. Ma manca un tavolo stabile che tenga insieme i Comuni e la sanità in un disegno condiviso. Per questo il ritorno ai Distretti di Valle è la scelta politica più importante e urgente. Finché i distretti sanitari rimarranno soltanto tre per l’intero territorio provinciale macro-strutture lontane dai bisogni reali e scollegate dalla geografia delle nostre valli nessuna Casa della Comunità potrà funzionare davvero. Perché la prossimità non si dichiara nei comunicati stampa: si organizza con i servizi.
Questi punti rappresentano la vera novità scientifica e gestionale del DM 77. Sono la parte più avanzata, moderna e trasformativa del nuovo modello di salute. Ma sono anche la parte totalmente ignorata dall’attuale gestione politica. In Trentino si continua a inaugurare ciò che è facile da mostrare davanti a un obiettivo fotografico, rinunciando deliberatamente a implementare ciò che è necessario per far funzionare davvero la sanità del territorio.

1 Luglio 2026 0 Commenti
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Marchiori e il centro impossibile: tra nostalgia e velleità

Da Paola Demagri 1 Luglio 2026

Più che di progetto quello di Marchiori sa di anelito o aspirazione. Questo perché sarà molto difficile per lui riuscire a federare liste civiche ora presenti in consiglio provinciale ma sedute su parti opposte dell’emiciclo consiliare. Né potrà essere sufficiente, come collante, il non mostrare riferimento nazionale nel simbolo.
Questa boutade politica sa piuttosto di operazione nostalgia forse tentando di richiamare momenti felici come furono quelli del Centro della Margherita di Dellai o del PATT di Rossi.
Ormai anche in Trentino i partiti nazionali sono sempre più decisivi a scrivere le sorti di una tornata elettorale anche provinciale. Se l’affannato segretario spera che possa esistere un progetto senza schieramenti rischia di cantarsela e suonarsela da solo al centro… in minoranza.
Dopodiché i trentini governati da una forza nazionale hanno estremamente bisogno di un bilanciamento civico al centro indipendentemente da quale schieramento conquisti il governo del Trentino.
A queste forze, che ne prendano atto o meno, risulterà impossibile pensare di poter governare senza doversi dunque schierare. L’ambiguità del segretario assai difficilmente potrà trasformarsi in un vero progetto politico che vada da qualche parte senza aver comunicato ai Trentini da che parte sta.
Insomma questa di Marchiori nel significato è sicuramente un’operazione lodevole. Ma nei contenuti e nella credibilità di chi la sta portando avanti sembra un’operazione piuttosto pretenziosa e velleitaria dettata da chi i numeri per portarla avanti non li ha.
Infine, leggiamo che a stretto giro di stampa, l’audace proposta politica ha già ricevuto la risposta di Spinelli. Fredda ad essere eufemistici. insomma sembra proprio che al centro – nel centro – di questa proposta politica, a giocarci rimarranno soltanto personaggi di spicco del capoluogo giudicariese.

1 Luglio 2026 0 Commenti
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Il “nuovo” centro del PATT è soltanto un vecchio copione

Da Paola Demagri 1 Luglio 2026

Centro “fai-da-te” e alleanze di convenienza: la fallimentare strategia del PATT tra nostalgie vintage e specchietti per le allodole
Le recenti dichiarazioni del segretario del PATT Simone Marchiori hanno più l’aspetto di un colpo di calore estivo che l’ossatura di un progetto politico serio e lungimirante. Davanti a certe uscite, la domanda sorge spontanea: stiamo parlando di un centro per il Trentino o semplicemente dell’ennesimo tentativo di mettere “Tione al centro” delle poltrone? Dalla maggioranza (e non solo) arrivano già le prime, inevitabili repliche a quella che si configura come un’idea sinceramente balzana.
Pensare di coinvolgere liste civiche che oggi sono chiaramente posizionate nell’emiciclo consiliare – chi a destra, chi a sinistra – avendo come regista chi, storicamente, si colloca solo dove più gli conviene, è pura fantascienza politica. Il PATT, d’altronde, ha dimostrato negli anni una preoccupante dote di galleggiamento: un opportunismo cronico che non permette ai suoi stessi tesserati di avere un orientamento chiaro, nitido e programmato. Questo modus operandi fa una sola cosa: destabilizza chi, iscrivendosi a un partito, cerca una linea politica coerente e inconfutabile.
A ben pensarci, questa mossa sembra una sorta di anticipazione fuori stagione di un blockfrei. Un film già visto nel 2018, con la differenza che allora si consumò a ridosso delle elezioni; oggi, invece, si gioca d’anticipo, tentando di racimolare disperatamente tutto ciò che potrebbe essere disponibile nello scenario politico,
In questo momento storico, la polarizzazione tra destra e sinistra è più che mai radicata e sentita, con risvolti evidenti anche nel nostro Trentino. Se il PATT ha nostalgia del tempo che fu, è evidente che ha sbagliato i tempi: quel progetto territoriale è ormai decisamente vintage.
Se in passato certe formule hanno funzionato – all’epoca della Margherita o del PATT a trazione Rossi – oggi lo scenario è profondamente mutato. Siamo passati attraverso l’ondata leghista e ora ci prepariamo a quella dei “vannacciani”. In questo contesto, un progetto politico territoriale è certamente nobile sulla carta, ma se vogliamo essere sinceri e credibili, è semplicemente improbabile da applicare. Meglio lasciarlo stare e proseguire sulla retta via.
Casa Autonomia ha un’ambizione chiara: essere una lista civica capace di controbilanciare, rendere più efficace e allargare il perimetro del centrosinistra, insieme a compagni di viaggio che ,auspichiamo , non abbandonino la coalizione. Da parte nostra, la risposta a queste manovre di palazzo è netta: dagli specchietti per le allodole stiamo ben lontani. Soprattutto quando a proporli è chi ha sposato l’ambiguità e il trasformismo come unica bussola, rinnegando la coerenza

1 Luglio 2026 0 Commenti
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Demagri – Malfer: “La Giunta Gerosa non può voltarsi dall’altra parte: il sistema delle scuole musicali va difeso ora”

Da Paola Demagri 14 Giugno 2026

Finita la scuola per studenti e studentesse, insegnanti, dirigenti e personale, non sono finite le attenzioni che la politica deve dedicare al mondo scolastico. Tutti hanno fatto la loro parte, tutti hanno portato a termine l’anno con responsabilità e impegno. Ora tocca all’assessora Gerosa e alla Giunta dimostrare altrettanta serietà, usando il periodo estivo non come una pausa, ma come un tempo di riflessione e programmazione in vista del prossimo anno scolastico. Se tutti hanno fatto bene il proprio lavoro, è il momento che lo faccia anche chi governa. Il sistema delle scuole musicali trentine rappresenta una delle esperienze più significative e originali delle politiche culturali della Provincia autonoma di Trento. Nel corso degli anni il Trentino ha sviluppato un modello peculiare di collaborazione tra istituzione pubblica e iniziativa privata organizzata, attraverso il quale la Provincia e le scuole musicali iscritte al Registro provinciale concorrono a garantire un accesso diffuso, capillare e territorialmente equilibrato alla formazione musicale di base. Si tratta di un sistema che coinvolge realtà giuridicamente diverse – cooperative, associazioni culturali e istituzioni pubbliche – accomunate dalla finalità di promuovere la cultura musicale, la crescita educativa delle persone e lo sviluppo delle comunità locali.
Tale modello assume particolare rilievo in un territorio caratterizzato dalla presenza di aree urbane, vallate periferiche e comunità geograficamente distanti dai principali centri culturali. Grazie alla presenza delle scuole musicali, la formazione artistica non rimane concentrata nelle città maggiori, ma raggiunge in maniera capillare l’intero territorio provinciale, garantendo pari opportunità di accesso anche alle popolazioni residenti nelle zone più periferiche. La Provincia autonoma di Trento ha sempre riconosciuto la formazione musicale di base quale elemento di valorizzazione, aggregazione e crescita culturale e sociale delle comunità locali, promuovendone il coinvolgimento nel sistema educativo provinciale. Ma oggi questa attitudine sembra affievolirsi, come se la Giunta stesse progressivamente arretrando rispetto a un impegno che per decenni è stato considerato strategico.
Il sistema delle scuole musicali trentine costituisce un caso pressoché unico nel panorama nazionale e genera valore collettivo in molteplici ambiti. Sul piano educativo integra e rafforza un’offerta scolastica nella quale l’insegnamento musicale occupa spazi limitati; accompagna bambini, ragazzi e adulti nello sviluppo di competenze personali e relazionali quali ascolto, disciplina, responsabilità, collaborazione e consapevolezza del proprio ruolo nella comunità. Sul piano culturale diffonde competenze artistiche e sensibilità musicale; sul piano sociale favorisce inclusione, partecipazione e coesione; sul piano economico sostiene una rete articolata di lavoratori qualificati, famiglie, associazioni, bande, cori e realtà culturali. Le tredici scuole musicali iscritte al Registro provinciale raggiungono ogni anno migliaia di allievi e collaborano stabilmente con scuole dell’infanzia, istituti scolastici, bande musicali, cori, enti locali, strutture sociali e sanitarie. Considerando anche le collaborazioni con il sistema scolastico e con le realtà associative del territorio, il numero delle persone coinvolte supera ampiamente quello degli iscritti diretti ai corsi.
Le scuole musicali sono una vera infrastruttura culturale diffusa, costruita nel tempo grazie all’impegno congiunto della Provincia, delle comunità locali e di centinaia di professionisti
della musica e dell’educazione. Non sono semplici luoghi di apprendimento, ma agenzie educative radicate nel territorio, capaci di generare inclusione, cittadinanza attiva, dialogo intergenerazionale e benessere sociale. Sono presìdi che contrastano l’isolamento, rafforzano il senso di appartenenza e promuovono percorsi di crescita personale per allievi di ogni età. La ricerca accademica conferma che queste istituzioni contribuiscono in modo determinante alla vitalità culturale delle comunità, alimentando un patrimonio di competenze, relazioni e creatività che rappresenta una risorsa strategica per lo sviluppo del Trentino.
Ed è proprio su questo patrimonio che oggi l’assessora Gerosa deve assumersi una responsabilità chiara. Nelle scuole musicali i costi aumentano, le risorse provinciali sono ferme da anni, gli enti gestori faticano a garantire la qualità del servizio e i docenti lavorano con stipendi che non consentono prospettive di futuro. Persino il limitato incremento di risorse approvato dal Consiglio provinciale con l’emendamento all’assestamento di bilancio 2025-2027, pari a 325.000 euro annui per il triennio 2025-2027, non sembra aver trovato piena attuazione: per il 2025 non risultano infatti assegnazioni aggiuntive alle scuole musicali e per il 2026 sono stati finora destinati soltanto 85.000 euro. Un dato che rende ancora più urgente fare chiarezza sulle reali intenzioni della Giunta nei confronti del comparto.
Per questo i consiglieri provinciali Paola Demagri (Casa Autonomia.eu) e Michele Malfer (Campobase) hanno depositato un’interrogazione che non lascia margini di ambiguità. Chiedono alla Giunta di dire finalmente la verità: se crede ancora nel sistema delle scuole musicali o se ha deciso di lasciarlo scivolare verso un lento smantellamento.
Chiedono perché le risorse degli ultimi cinque anni non tengano il passo con inflazione e costo del lavoro e per quale motivo, a fronte di uno stanziamento aggiuntivo di 325.000 euro annui approvato dal Consiglio provinciale, alle scuole musicali non siano arrivate risorse aggiuntive nel 2025 e siano stati destinati soltanto 85.000 euro nel 2026. Chiedono perché non sia stata effettuata una valutazione seria sull’adeguatezza dei finanziamenti. Chiedono perché i docenti continuino a essere trattati come un costo da comprimere e non come professionisti che sostengono un’intera infrastruttura culturale. Chiedono quali misure concrete la Giunta intenda adottare per evitare il collasso di un sistema che ha garantito qualità, equità territoriale e crescita culturale per decenni. E chiedono perché, fino a oggi, non sia arrivata alcuna risposta.
Le scuole musicali non chiedono privilegi. Chiedono che vengano rispettati gli impegni assunti dalla politica e che le risorse approvate dal Consiglio provinciale trovino effettiva applicazione. Non accetteremo che un’eccellenza trentina venga sacrificata per inerzia politica. Se la Giunta Gerosa ha deciso di non occuparsi delle scuole musicali, lo dica chiaramente. Noi continueremo a difendere questo sistema finché avremo voce.
Paola Demagri Casaautonomia.eu
Michele Malfer Campobase

14 Giugno 2026 0 Commenti
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Elezioni: il prossimo futuro del Trentino

Da Paola Demagri 9 Giugno 2026

A fronte di una norma che stabilisce che un presidente non può proseguire il proprio
mandato oltre la legislatura, troviamo un Fugatti che non dà assolutamente l’idea di voler
mollare: o a Roma o a Trento, purché ci sia una poltrona, anche di seconda linea. Una
parabola che tradisce l’assenza di alternative fuori dalla politica. Questo attaccamento al
potere nuoce soprattutto ai trentini: un politico afflitto dalla necessità di ricandidarsi a tutti i
costi non sceglie e non opera per il bene della comunità, ma per il proprio tornaconto
elettorale. I cittadini trentini, in fondo, stanno cominciando a capirlo. Questo distacco dalle
istituzioni, unito al disagio socio-economico reale, sta alimentando una voglia di
cambiamento sempre più evidente. La percezione diffusa tra i cittadini nei contesti
economici ma soprattutto nei luoghi più popolari che frequento quotidianamente, indica che
il ciclo di questo governo provinciale sta raggiungendo il capolinea. La stanchezza
amministrativa è un fatto concreto, che spesso anticipa l’esito delle urne. Ma perché questa
spinta si traduca in un’alternativa reale, il centrosinistra deve sciogliere un nodo strutturale:
ricucire la frattura tra città e valli. Una polarizzazione scientificamente alimentata da chi ha
costruito il proprio consenso contrapponendo territori che dovrebbero invece cooperare. Le
valli non sono una periferia da assistere, né la città può ignorare le specificità della
montagna. Ricostruire questo equilibrio è il cuore del nostro programma. In questo quadro,
le scelte personali di Maurizio Fugatti passano per forza in secondo piano rispetto ai dati di
fatto: un Trentino impoverito, risorse pubbliche impegnate nel marketing elettorale di opere
irrealizzabili anziché nel welfare, e una sanità pubblica in crisi profonda. Se poi i calcoli di
poltrona di cui sopra, costringeranno i trentini a votare due volte in un anno, avremo la
conferma definitiva di una gestione che ha smarrito il senso delle istituzioni. Il contesto
nazionale pesa, ma la politica territoriale ha dinamiche proprie: un centrodestra forte a Roma
non compensa l’inefficienza di una giunta a Trento. Anzi, la destra locale è oggi schiacciata
tra due fuochi: la necessità di obbedire ai diktat romani di un governo Meloni centralista che
cozza frontalmente con la nostra Autonomia speciale e le crepe di una coalizione
frammentata da personalismi. La destra vince quando polarizza, ma perde quando deve
governare la complessità.
In tutto questo scenario politico posso dire che Il centrosinistra è pronto perché in questi anni
ha saputo fare un lavoro paziente di ricostruzione. Certo, si può e si deve fare sempre
meglio, ma intanto la coalizione ha dimostrato una compattezza solida tra le sue diverse
forze, una reale disponibilità ad ampliare il campo e una classe dirigente matura, pronta a
mettersi in gioco. Il Trentino del 2028 non chiede un semplice cambio di colore, ma un
radicale cambio di metodo. Per farlo, non serve un “capo assoluto” che decide in solitudine,
replicando lo schema della destra, ma una figura radicalmente diversa. L’identikit del nostro
candidato o candidata deve unire popolarità, autorevolezza e capacità di delega. Serve una
leadership allocratica: una guida capace di incarnare la sintesi politica del progetto, ma che
sappia distribuire responsabilità e potere decisionale, valorizzando le competenze ovunque
si trovino. Mentre loro negoziano le proprie carriere tra Trento e Roma, noi presidiamo
l’Autonomia rimettendo in movimento le intelligenze del territorio. Il centrodestra ci ha
consegnato un’agenda piena di fallimenti; sta a noi trasformarli in un’opportunità di governo.
Paola Demagri

9 Giugno 2026 0 Commenti
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Nessun veto personale limiti chi soffre. La politica risolva i problemi, non giudichi le coscienze

Da Paola Demagri 9 Giugno 2026

Mentre a livello nazionale il dibattito sulla legge sul fine vita appare congelato, il livello locale dimostra che muoversi è possibile: la vicina Bolzano ha visto il voto favorevole in Commissione e anche a Trento il disegno di legge è ora al vaglio della commissione legislativa. Un percorso che sostengo da sempre  in prima linea e con profonda convinzione, essendomi adoperata personalmente anche nella raccolta delle firme. Il mio sì a questa legge è totale, convinto e coerente con la mia storia personale e politica. La prima motivazione è professionale: per anni, nel mio lavoro in ambito sanitario, ho assistito a situazioni cliniche drammatiche che causavano sofferenze immense ai pazienti. Quei ricordi sono impressi nella mia memoria ed è a quel dolore che questa legge, finalmente, vuole dare una risposta dignitosa.
Sollevo poi una forte critica sulla gestione dei diritti già esistenti, come la DAT (Disposizione Anticipata di Trattamento). Se ne parla pochissimo e l’adesione è bassissima perché le istituzioni, a partire dai Comuni, non la promuovono. La cittadinanza è lasciata nella totale disinformazione su un proprio diritto, ed è ora di invertire la rotta. Io mi sono fatta promotrice di alcuni incontri affinchè nella mia comunità ci sia stata l’opportunità di conoscere grazie all’impegno e la disponibilità del Dr Fabio Cembrani.  C’è poi un tema di serietà politica e di rispetto del mandato elettorale. Il sostegno a questo disegno di legge era inserito chiaramente nel programma di coalizione di Alleanza Democratica Autonomista del 2023. Ci ho creduto allora e ci credo oggi: portare avanti questo testo significa rispettare i patti presi con i cittadini.
La norma in discussione con gli opportuni aggiustamenti sarà solida. Non stiamo parlando di scelte superficiali. La legge prevederà un percorso rigoroso, dove ogni richiesta sarà vagliata da personale competente in forma multidisciplinare, affinché nessuna area clinica, psicologica o umana rimanga priva di una valutazione attenta e profonda.
Ci sono temi profondamente trasversali, che toccano la carne viva e la dignità delle persone. Questi temi appartengono a tutti, non possono e non devono essere proprietà di un partito, né essere usati come bandiere ideologiche. È proprio in queste circostanze che rivendico con orgoglio la mia autonomia: non appartenere a un partito nazionale mi rende totalmente libera da diktat romani o da posizioni imposte dall’alto che non potrei condividere. Di fronte al fine vita non servono calcoli politici, ma l’ascolto di esperienze reali, sensibilità umane e valori tecnici. La politica ha il dovere di risolvere i problemi concreti delle persone, non ha il diritto di giudicare le loro coscienze o il loro dolore.
So perfettamente  che anche all’interno di Casa Autonomia ci sono persone che legittimamente non approvano questa legge, ma che rispettano il mio impegno e la mia volontà di offrire una possibilità di scelta a tutti. Il nostro compito non è limitare, ma rappresentare. Perché mai dovrei oppormi a una legge che dà la possibilità al soggetto di decidere per sé in un momento di estremo dolore e di sofferenze inaccettabili? Chi non desidera usufruirne sarà sempre libero di fare scelte diverse, ma le convinzioni contrarie di una parte non possono diventare un limite o un divieto per chi, nel momento del bisogno, sceglierà di avvalersene. Con questa legge non si toglie la vita, si elimina la sofferenza. Votare a favore significa fare un atto di civiltà, garantendo la massima libertà a tutti: sia a chi deciderà di utilizzarla, sia a chi deciderà di no.

9 Giugno 2026 0 Commenti
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Uno sguardo sul Trentino di oggi

Da Paola Demagri 5 Giugno 2026

QPrima di addentrarci nel periodo estivo, un ultimo incontro sul territorio.

La gente apprezza che la Politica entri nelle case e diventi davvero un incontro di prossimità. Sarà l’occasione per fare un breve bilancio del lavoro svolto, ma soprattutto per ascoltare e continuare a costruire insieme.

Vi aspettiamo:

📅 Giovedì 11 giugno
🕣 ore 20.30
📍 Sarnonico, presso il Punto Lettura

Sarà coordinato da:

Carla Podetti

 e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico

– Paola Demagri, Consigliera provinciale

Non mancate, la vostra voce conta!

5 Giugno 2026 0 Commenti
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