il T Quotidiano Baldo Donatello 15 agosto pag 15
demagri
Il T Quotidiano 15 agosto pag 3
In Trentino, la povertà relativa colpisce oggi circa 36.000 persone e 18.000 famiglie, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti.Questi sono i dati presentati dal Presidente delle ACLI Walter Nicoletti. Non si tratta solo di numeri: sono volti, storie, bambini, donne, anziani. Secondo il report di ActionAid, torna a crescere anche la deprivazione materiale e sociale, con 30.965 persone che non riescono ad accedere a un pasto completo ogni due giorni. È la prima volta dal 2019 che si registra un’inversione di tendenza così netta.
Il confronto con l’Alto Adige è impietoso: lì la povertà relativa è contenuta al 2%, mentre in Trentino si supera il 6%, con punte dell’8,8% tra i minori. Questo divario evidenzia una fragilità strutturale che non può essere ignorata.
Le cause principali
- Disoccupazione femminile e precarietà lavorativa
- Costo della vita elevato, in particolare per l’abitazione (che assorbe oltre il 50% del reddito delle famiglie povere)
- Gap di genere: le donne con figli sono le più esposte al rischio di povertà
- Povertà educativa e mentale: il basso reddito si accompagna spesso a minore istruzione e maggiore stress decisionale
Pensavo che la parola “povertà” potesse, un giorno, scomparire dal nostro vocabolario. Invece non è solo una parola: è diventata un dato di fatto, quasi ordinario. E posso testimoniarlo personalmente. Come amministratrice di sostegno, in oltre due terzi dei casi che mi sono stati assegnati dal tribunale, la questione principale da affrontare è proprio la povertà. Si fatica ad arrivare a fine mese, i pacchi della Caritas diventano indispensabili, le restrizioni economiche sono la quotidianità. È una realtà che non si può più ignorare
La revisione dell’ICEF: un’opportunità da non sprecare
La Giunta provinciale ha approvato in prima adozione la riforma dell’ ICEF, che riduce gli indicatori da 36 a 4, suddivisi per aree tematiche: Famiglia, Povertà, Casa, Disabilità. L’obiettivo dichiarato è garantire maggiore equità e semplificare l’accesso ai benefici. Al momento in 4 Commissione è stato presentato il progetto di un nuovo calcolatore e non le politiche a cui applicarlo, per bocca dell’Assessore Spinelli le politiche verranno dopo. Convengo che la semplificazione e la revisione del sistema di calcolo era necessaria in quanto , il sistema attuale era troppo articolato e dispersivo.
Auspico che la semplificazione non debba tradursi in esclusione. I sindacati hanno già espresso preoccupazione: il nuovo modello potrebbe penalizzare le famiglie con due redditi e non valorizzare l’occupazione femminile. Inoltre, l’incertezza sulle soglie di accesso rischia di lasciare molte famiglie nell’incognita fino a settembre.
La IV Commissione è chiamata a discutere le “Nuove disposizioni per la valutazione della condizione economica dei richiedenti interventi agevolativi”. È un passaggio cruciale. Non possiamo permetterci una riforma che non tenga conto della realtà sociale.
La povertà si vede, si tocca, si sente. Porta con sé degrado, esclusione, povertà intellettuale, alimentare, sanitaria. La politica trentina deve reagire con misure riparatorie e cautelative, che mettano al centro: le famiglie numerose, il problema casa, le donne, soprattutto madri.
Non mi sento di esprimere giudizi definitivi prima di aver approfondito con la struttura e la politica gli esiti di applicazione della norma che l’Assessore intende portare avanti. Ma so che la gente chiede attenzione, e che il Trentino non può restare a guardare e per questo mi farò portavoce partendo da qui.
C’è stato un tempo in cui la sanità trentina era considerata un modello. Un sistema solido, radicato nel territorio, capace di garantire cure di qualità e continuità assistenziale. Poi qualcosa si è rotto. E non è stato il Covid a rompere tutto, come qualcuno vorrebbe far credere. Il virus ha solo accelerato un declino che era già iniziato nel 2018, quando la politica – guidata dalla Lega – ha smesso di investire nella sanità pubblica e ha iniziato a delegare, a rinunciare, a fare spallucce.
Oggi, il quadro è desolante. I reparti chiave – pronto soccorso, punti nascita, medicina penitenziaria, psichiatria – sono sorretti da medici gettonisti, pagati a ore, magari senza specializzazione adeguata. In alcune strutture, coprono fino all’80% dei turni. Non passano per concorsi pubblici, non garantiscono continuità, non collaborano alla predisposizione di protocolli della struttura. Chissà se li conoscono fino in fondo! Ma costano. E tanto. In cinque anni, la Provincia ha speso oltre 12 milioni di euro per compensi orari che arrivano a oltre 200€. Una cifra che grida vendetta, soprattutto se confrontata con gli stipendi dei medici strutturati, costretti a turni massacranti, notti, festivi, ferie negate in molti casi.
Il risultato? Un sistema squilibrato, ingiusto, demotivante. I medici strutturati si sentono abbandonati, penalizzati, mentre i gettonisti scelgono quando e dove lavorare. E la qualità delle cure ne risente. Perché non basta avere un camice per essere un medico d’urgenza. Servono competenze, esperienza, continuità. Tutto ciò che il sistema dei gettonisti non può offrire.
La politica ha fallito. Ha preferito tamponare invece di riformare. Ha scelto la scorciatoia del contratto esterno, invece di affrontare il nodo della formazione, della pianificazione, dell’attrattività del lavoro ospedaliero. Ha usato il Covid come scusa, chiedendo venia ai trentini, ma senza mai assumersi la responsabilità di una sconfitta organizzativa, direzionale, strategica.
Non basteranno gli aumenti salariali promessi: qualche euro in più non riempirà il vuoto che si è creato. Serve una svolta. Serve un piano straordinario di assunzioni, concorsi pubblici, incentivi reali. Serve una redistribuzione equa dei turni, una valorizzazione delle specializzazioni critiche, una visione politica che metta al centro la salute dei cittadini e la dignità dei professionisti.
Alcuni spunti, se mi è consentito, vorrei offrire: conosco bene il sistema. I Pronto Soccorso degli ospedali di valle sono incardinati nei reparti di Medicina Interna. Sarebbe quindi sufficiente assegnare personale medico direttamente a questi reparti. I Direttori delle Medicine potrebbero così garantire la copertura dei turni di PS con personale strutturato e competente. Questa sarebbe già una prima svolta concreta per ridurre il ricorso ai medici gettonisti.
Politica e APSS non facciano finta di non vedere il lento declino dei Punti Nascita negli ospedali di valle. I numeri parlano chiaro: sempre più coppie scelgono di partorire a Trento o Rovereto. A Cles, proprio in questi giorni, se ne va una professionista che da 11 anni lavorava al Punto Nascita. Il 31 luglio è stato il suo ultimo giorno di lavoro. Come intende coprire questi turni APSS? Ancora con i gettonisti? Per favore, siate seri. Prendete finalmente la decisione giusta, quella che la popolazione vi sta offrendo su un piatto d’argento.
E chiedete agli amministratori locali una presa d’atto seria: chiudere alcuni servizi non significa fallire, ma semplicemente investire dove c’è davvero bisogno.
La sanità trentina non può più permettersi di galleggiare. È tempo di ricostruire. Con coraggio, con responsabilità, con rispetto per chi ogni giorno – nonostante tutto – continua a credere nella medicina pubblica.
La sicurezza è un tema troppo importante per essere ridotto a bandiera di parte o usato come strumento di propaganda. Eppure, sembra essere questo l’approccio scelto dalla Lega – o forse dal Consiglio Regionale, visto che il manifesto del recente convegno non lo chiarisce, come abbiamo già rilevato. L’evento, riservato a un pubblico selezionato, è stato l’ennesima occasione per alzare i toni e rilanciare accuse. Durante l’incontro, il Presidente della Provincia, Maurizio Fugatti, ha scelto ancora una volta la strada dello scontro, scaricando la responsabilità della sicurezza sui sindaci. Una narrazione semplicistica, che però non regge di fronte alla realtà. È bene ricordare che nei territori dove è presente un Commissariato, l’autorità responsabile dell’ordine pubblico è il Questore.
Dove invece il Commissariato manca, il Sindaco agisce sì come ufficiale di governo, ma il coordinamento delle forze dell’ordine resta una competenza statale, con il contributo rilevante della Provincia autonoma. Non è un caso se all’incontro sono stati invitati anche rappresentanti del Governo nazionale: la sicurezza è una questione complessa, che coinvolge più livelli istituzionali. Addossare quindi ai sindaci l’intera responsabilità della sicurezza è non solo scorretto, ma fuorviante. Significa semplificare un tema delicato e scaricare sulle autonomie locali il peso di problemi strutturali che richiedono risposte condivise. E soprattutto, significa ignorare il ruolo fondamentale della Provincia autonoma di Trento, che ha il dovere di affiancare le forze dell’ordine, rafforzare il presidio sul territorio, investire in prevenzione e mediazione sociale. Le dichiarazioni non bastano: servono atti concreti. Lo abbiamo ribadito anche in Consiglio provinciale, durante il dibattito sull’assestamento di bilancio: pensare che dotare la polizia locale di Taser risolva il problema della sicurezza è illusorio.
Quello che serve sono risorse certe, strumenti adeguati e un coordinamento efficace tra tutti i soggetti coinvolti. La sicurezza nasce dalla collaborazione quotidiana tra istituzioni e forze dell’ordine. È un lavoro che richiede metodo, analisi dei dati e interventi mirati. I sindaci lo sanno bene e, ogni giorno, affrontano questo impegno con serietà e responsabilità. Ma episodi come quello del convegno, dove rappresentanti del Governo puntano il dito contro magistrati e amministratori locali, non fanno che alimentare l’incertezza tra i cittadini.
Se si continuerà a rivendicare i meriti quando le cose vanno bene e a scaricare le colpe sugli altri quando emergono le criticità, sarà impossibile costruire una politica della sicurezza all’altezza delle sfide reali del territorio. Il rispetto per le istituzioni si misura nella capacità di agire con responsabilità. Non nel cercare, ogni volta, qualcuno a cui dare la colpa. A ciascuno il suo.
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In un silenzio che ormai fa più rumore delle parole, il sistema sanitario provinciale incassa un altro colpo. D’Urso, il dirigente in cui molti avevano riposto fiducia, pare che saluti il Trentino e si diriga verso Perugia. Non una semplice uscita, ma un segnale. Un messaggio non detto che suona forte: qui non ci sono le condizioni per restare.
Durante i suoi nove mesi, D’Urso si è immerso nei problemi più spinosi: i gettonisti, il NOT, la riforma ASUIT, le liste d’attesa. Ma ha trovato anche altro: il tema dell’ accoglienza, il personale sanitario in fuga, un clima generale che non sostiene il cambiamento imposto.
Un copione che si ripete E non è un caso isolato. In sei mesi, più primari hanno abbandonato le guide delle loro UUOO. Tutti verso lidi dove la sanità ancora funziona. Il messaggio è chiaro: qui non mancano solo le risorse, manca la visione.
Il Sistema sanitario si sbriciola. La sanità trentina non è più un terreno fertile per professionisti che cercano stabilità, modelli innovativi, rispetto e fiducia. Troppi progetti lasciati a metà, troppi obiettivi senza rotta. L’organizzazione arranca, mentre chi potrebbe fare la differenza sceglie di andare altrove.
Questa è certamente una scelta politica e non gestionale. Non ho mai incontrato D’Urso, ma ho sempre creduto fosse davvero impegnato per il bene del territorio. Non si è fatto vedere nei corridoi del Consiglio provinciale ( come il suo predecessore !) , perché molto occupato a lavorare. Ma ora la sua partenza lascia il vuoto.
E qui la politica non può restare fuori dal discorso. Fugatti, nel 2018, ha tracciato il destino della sanità trentina: nessuna progettualità, l’introduzione della scuola di Medicina con processi non governati e non condivisi, decisioni timide e spesso inopportune, e una strategia che ha messo la provincia sotto il tappeto della Lega nazionale. Un Trentino che doveva essere calmierato e mai protagonista . Un Trentino che per la Lega nazionale non doveva più svettare:
Abbiamo davanti un futuro che rischia di restare solo promesso. Oggi ci parlano di PIL in crescita, manovre ricche, ricchissime per pochi, turisti soddisfatti. Ma la cornice che conta davvero manca: sanità solida, istruzione seria, spazi per i giovani, equità per tutti, servizi per gli anziani. Se togliamo questi elementi, il quadro del Trentino resta incompleto. E rischia di scolorirsi.
Come già avvenuto in Toscana, anche in Trentino prende forma una proposta di legge di
iniziativa popolare per legalizzare il suicidio assistito, ponendo al centro del dibattito il diritto
all’autodeterminazione nella fase finale della vita.
Michele Dallapiccola – Segretario di Casaautonomia.eu segnala quanto è importante che
questa legge nasca dal basso e che sia accompagnata da un percorso partecipativo: la
raccolta firme rappresenta il primo passo verso una società più matura, capace di ascoltare
e rispettare le volontà individuali con umanità e responsabilità.
La Consigliera Demagri Paola ne parla tenendo conto di una questione molto personale.
Sono un’ infermiera, professione che mi ha insegnato a considerare ogni atto sanitario come
una forma di tutela della dignità e della sofferenza del paziente. Proprio per questo, credo
sia essenziale aprire una riflessione seria e consapevole su questo tema. La parola
“suicidio” può risultare forte, persino disturbante, ma è proprio nella sua carica emotiva che
emerge il bisogno di una profonda evoluzione culturale, capace di avvicinare la cittadinanza
a questioni che toccano direttamente la vita e il dolore.
Segretario Dallapiccola Michele
Consigliera provinciale Paola Demagri
In merito alle recenti dichiarazioni di un sindacato apparse sui giornali, ci tengo ad esprimere una profonda perplessità. La situazione denunciata, di posizionare la postazione amministrativa del Pronto Soccorso direttamente all’ingresso della struttura, sembra essere attribuita alla Direzione dell’ospedale di Cles, senza un reale coinvolgimento dei professionisti del settore. La scelta fatta dalla Direzione immagino sia legata a fattori strutturali molto limitanti. Segnalare l’inadeguatezza della scelta fatta, riduce la reale complessità del problema del Pronto Soccorso di Cles e rischia di spostare l’attenzione dalle vere criticità che affliggono il Servizio dell’Ospedale Valli del Noce.
È proprio il Pronto Soccorso, infatti, a rappresentare l’area in maggiore sofferenza all’interno del presidio ospedaliero. Le problematiche, già più volte portate all’attenzione dell’assessore Tonina, affondano le radici nel periodo post-Covid, quando le esigenze logistiche hanno subito un cambiamento significativo. Nonostante le sollecitazioni rivolte all’allora Assessora Segnana, la questione non è mai stata affrontata concretamente, né inserita nell’agenda politica di allora. Basta ricordare che durante la scorsa legislatura sono stati riqualificati e attrezzati due ambulatori adiacenti al Pronto Soccorso, tuttora inutilizzati. La motivazione? La loro collocazione isolata, priva di assistenza e supervisione, rende impossibile accogliere e gestire pazienti in sicurezza.
A questo si aggiunge il sovraffollamento cronico della sala d’attesa, che in diverse fasce orarie raggiunge livelli di promiscuità non più accettabili. L’insufficiente sorveglianza e assistenza in alcuni momenti di maggior afflusso in sala d’attesa, espone inoltre i pazienti a rischi sanitari e di sicurezza ai quali nessun professionista vorrebbe mai esporre. I dati parlano chiaro: oggi gli accessi al Pronto Soccorso di Cles vanno oltre i 25.000 all’anno. Nel 2019 non raggiungevano i 20.000. Ora l’afflusso è implementato di molto in quanto l’Ospedale è di riferimento oltre che per la Val di Non , la Val di Sole anche per la Rotaliana e in parte anche la Val di Cembra, Nei giorni di maggior afflusso, non è raro vedere pazienti su barelle, lettini o sedie, in alcuni casi sistemati all’ingresso dell’ospedale, schermati solo da una parete mobile per separare il flusso dei visitatori. È inaccettabile che una tale realtà si verifichi nel terzo ospedale della Provincia, che meriterebbe ben altro trattamento. Durante alcuni incontri, l’assessore Tonina ha indicato il Pronto Soccorso di Cles come priorità per gli interventi futuri. Ma a quando? Con quali intenzioni? Forse manca la spinta delle Amministrazioni locali. Pare infatti esserci più attenzione verso il Punto nascita che verso la grave sofferenza dell’intero presidio ospedaliero. È legittimo difendere il diritto delle partorienti a scegliere dove partorire, ma è altrettanto necessario occuparsi con determinazione del complesso ospedaliero nel suo insieme. Ovvio che per farlo è necessario conoscerne potenzialità e criticità, e criteri di valutazione e opportunità non sempre previsti dall’approccio populista.
Un ulteriore elemento che merita attenzione riguarda la sicurezza degli operatori sanitari. Recentemente è stato firmato un Protocollo d’Intesa tra La PAT e il Commissariato del Governo, volto alla tutela del personale. Tuttavia, ciò che emerge chiaramente dal testo è che l’attenzione è concentrata esclusivamente sui Pronto Soccorso degli ospedali di Trento e Rovereto.
Sorge allora spontanea una domanda: il Pronto Soccorso di Cles – così come quelli degli altri ospedali territoriali – è forse considerato di “serie B”? Gli atti di violenza che si registrano in queste strutture sono forse meno gravi, solo perché avvengono in presidi periferici? Oppure ci si aspetta che il personale di questi reparti, sprovvisto di supporto diretto da parte di forze dell’ordine, sia in grado di tutelarsi autonomamente? Anche su questo punto sarebbe auspicabile che l’Azienda che dovrebbe occuparsi della sicurezza dei propri dipendenti si esprimesse con chiarezza anche a tutela della dignità di tutti i lavoratori del sistema sanitario provinciale, indipendentemente dalla collocazione geografica della struttura in cui operano.
Purtroppo, depotenziare un ospedale è facile: basta non intervenire per migliorare la situazione oppure basta che un professionista valido lasci la guida di un reparto perché la struttura perda rapidamente forza, attrattività e autorevolezza. E temo che le sorprese, in tal senso, non siano finite qui.
È quindi positivo che il sindacato abbia evidenziato con decisione l’urgenza di migliorare la recente scelta della Direzione dell’ospedale e di aver sollecitato l’adozione immediata di soluzioni capaci di tutelare la dignità e la sicurezza di utenti e operatori sanitari. Tuttavia, per garantire un cambiamento reale e duraturo, è indispensabile che l’Assessorato assuma una responsabilità piena e strutturata sull’intera questione del Pronto Soccorso, affrontando con determinazione sia le criticità logistiche che quelle organizzative.
Solo attraverso un intervento sistemico sarà possibile restituire dignità all’ospedale di Cles, superare l’attuale stato di promiscuità, garantire un servizio realmente efficace ed efficiente, assicurare la sicurezza delle cure e della gestione degli utenti, e soprattutto ricostruire quella fiducia e motivazione nel personale che oggi rischiano seriamente di venire meno.
In un paese a bassa natalità, l’immigrazione è un contributo demografico immediato, mentre altre politiche agiscono lentamente. È una delle risposte più concrete alle sfide dell’invecchiamento e del declino della popolazione — e non ha nulla a che vedere con l’idea fuorviante della “sostituzione etnica”.
I processi d’integrazione vanno progettati e gestiti con intelligenza. Se ben governata, l’immigrazione genera creatività, valore, crescita. È ben diversa dall’emigrazione forzata dei nostri giovani, che segnala una fragilità profonda del territorio.
Agricoltori, imprenditori, ristoratori lo dicono chiaramente: senza immigrazione, il nostro sistema è destinato a rallentare. Non servono manovre da centinaia di milioni se poi mancano lavoratori, competenze, nuove nascite e politiche lungimiranti.
La destra continua a dipingere gli immigrati come un problema. Ma sono già parte della soluzione.
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