

Ormai, dopo gli interventi fatti in questi giorni sulla stampa, possiamo dire che sugli immigrati si giuoca (se giuoco si può chiamare) a carte scoperte. Diversi sindaci di varie località, sparse in Trentino, hanno dichiarato che l’accoglienza diffusa per iniziativa comunale esiste e continua. Quindi non è vero, come dice il Presidente Fugatti che “durante i sette anni della mia presidenza non ho ricevuto nessuna disponibilità di sindaci del Trentino a ricevere quote di migranti….la verità è che l’accoglienza non la vuole nessuno”. Questa ultima affermazione è contraddetta dai fatti documentati perchè ci sarebbero già 18 comuni disponibili “come dice il Centro Astalli”.
Piuttosto c’è da dire che l’accoglienza diffusa, dove dipendeva dalla Provincia, è stata cancellata dal 2018 dall’allora Maggioranza con Presidente Fugatti, e di conseguenza gli immigrati sono stati concentrati al Centro con tutte le conseguenze negative che tutti conosciamo. Non si poteva lasciare gli immigrati dov’erano? Personalmente sono testimone diretto di quelli che erano alla palazzina dell’Enel di Peio. Stavano bene ed a un certo punto la Provincia, come per tutti gli altri centri di accoglienza sparsi nelle Valli, d’autorità è intervenuta con la soppressione.
Pertanto si abbia il coraggio di dire “gli immigrati non li vogliamo”. Ma questa volontà è contraddetta ormai dalle prese di posizioni di diverse realtà economiche e sociali. E’ voce quasi unanime che bisogna ritornare all’accoglienza diffusa se non per motivi umanitari almeno per convenienza visto il grande bisogno di manodopera di provenienza straniera. Quindi è urgente ed indispensabile il cambiamento di rotta da parte della politica provinciale in merito all’accoglienza degli immigrati. Sono tutti d’accordo nella Maggioranza di continuare nella linea dura attuale? E chi non è d’accordo non può farsi sentire? Chi vuol essere veramente cristiano deve sapere che la scelta attuale certo non la vuole la Chiesa alla quale si dice di appartenere, ma non la vuole neppure la società civile responsabile e sensibile ai problemi umani. Chi si vuol rappresentare allora? L’egoismo o la solidarietà per non parlare anche di interesse? Ad ognuno la libera scelta. E non si può nascondersi dietro a un dito. Bisogna cambiare motto: passare dal come respingere al come accogliere.
Purtroppo l’immigrato da qualcuno è visto e trattato come un lebbroso. Questi deve stare alla larga, disturba la nostra quiete, respingiamolo. In troppi prevale l’atteggiamento del: godiamoci da soli il nostro benessere, magari frutto delle fatiche degli sfruttati guardati dall’alto in basso anche se dobbiamo ammettere che nei rapporti di lavoro tante cose sono cambiate e ci sono datori di lavoro corretti e responsabili. Menomale quindi che accanto a tanto egoismo c’è ancora tanto altruismo, tanta solidarietà, tanta gente che si dedica agli altri, che vuole bene a chi ne ha di bisogno, che pensa a certe mamme, a tanti bambini, a tanti anziani, a tanti uomini che vogliono solo guadagnarsi il pane quotidiano, quel pane che nel Padre Nostro chiediamo al plurale e non al singolare (…dacci oggi il nostro pane quotidiano…). Ad ognuno fare la scelta da che parte stare. Ed è una scelta che fa tremare le vene e i polsi per la grande responsabilità morale che comporta, in particolare per un credente cristiano. Infatti è’ scritto nel Vangelo che saremo giudicati soprattutto da questo: “avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere, ero ignudo e mi hai vestito ecc…”
Quando penso a quanto ho visto in Africa in tanti anni e viaggi e so il perché tante persone, a proprio rischio e pericolo, lasciano con tanta sofferenza la loro terra, mi chiedo perché c’è tanto rifiuto ed anche disprezzo nei confronti di questi nostri fratelli che non hanno nessuna colpa per essere nati nella miseria, come noi non abbiamo nessun merito per essere nati in un certo benessere? E pensare quanto sono stati sfruttati e lo sono ancora dal mondo ricco! A noi la responsabilità di collocarci al posto giusto e contribuire per ristabilire quella uguaglianza e giustizia che sono la base per garantire una serena e pacifica convivenza umana.
Luigi Panizza ex assessore provinciale e componente “Casa e Autonomia E.U.”
Dopo due giorni di intense trattative con la Giunta, le minoranze hanno ottenuto innanzitutto il ritiro dell’emendamento sul transito di mezzi a motore sui demani sciabili e quello sul transito sulle strade di arroccamento per la caccia al cervo.
L’Alleanza Democratica Autonomista può dirsi soddisfatta della chiusura dell’accordo con la Giunta che ha visto riconosciute diverse proposte, alcune riformulate:
conciliazione familiare:
aumentata a 0,50 la soglia ICEF per l’accesso ai buoni di servizio per servizi di conciliazione (1,2 milioni/anno);
ampliamento dei requisiti di accesso al supporto delle libero professioniste in maternità (500.000 euro/anno);
natalità:
reso strutturale l’assegno di natalità per i figli fino ai tre anni (6.975.000 euro/anno a regime);
sanità:
borse di studio integrativa per tutti i posti banditi alla Scuola di Medicina generale, anche per i non residenti, come misura di attrattività, vista la carenza di iscrizioni. Istituite altre cinque borse integrative per trentini iscritti fuori Regione. Tutte le borse vincolate ad esercitare per due anni in Trentino (a regime 990.000 euro/anno);
casa:
nella revisione del regolamento dell’edilizia abitativa pubblica si terrà conto dell’incremento del costo della vita rispetto agli incrementi salariali ed entro marzo si presenteranno al Comitato provinciale sulla condizione abitativa le direttrici di riforma del regolamento (odg).

Alleanza democratica Autonomista
Che l’insoddisfazione verso il servizio sanitario locale regni sovrana, è fatto notorio. Sembra quasi che l’Autonomia statutaria della quale siamo dotati nulla abbia potuto contro un declino sempre più palese. Da qualche anno, la situazione sembra piuttosto peggiorare. Nemmeno il ricorso ai privati, nel tentativo di recuperare liste d’attesa drammaticamente inevase, ha dato i risultati sperati.
Nel frattempo, tuttavia, il sistema medico non è rimasto a guardare cercando da sempre comunque, di adottare le migliori pratiche che la comunità scientifica internazionale mette a nostra disposizione. Un esempio tra tutti: si tratta di un nuovo metodo per gestire la riabilitazione post-operatoria di protesi totale al ginocchio. Nonostante la cronaca abbia rilevato qualche lieve preoccupazione di natura politica, la scienza può senz’altro affermare che le scelte attuali in materia di riabilitazione sono il risultato di analisi approfondite e di evidenze consolidate e non certo di una mera riduzione dei servizi disponibili.
Il passaggio verso un modello di riabilitazione ambulatoriale non rappresenta una diminuzione della qualità dell’assistenza, ma un tentativo di rispondere in modo più efficiente alle esigenze di un sistema sanitario in evoluzione. Le ricerche dimostrano infatti che la riabilitazione ambulatoriale può essere altrettanto efficace, se non di più, rispetto alla riabilitazione in degenza, specialmente per pazienti con condizioni generali favorevoli e un adeguato supporto sociale. Questo approccio consente di liberare risorse ospedaliere per i pazienti che necessitano di cure più intensive, contribuendo a un utilizzo più equo e sostenibile delle risorse sanitarie.
Inoltre, l’adozione di un modello riabilitativo “esterno” permette di soddisfare con maggiore rapidità la crescente domanda di interventi protesici, un’esigenza in costante aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione e della maggiore attività fisica. Questo approccio non solo migliora l’efficienza del sistema sanitario, ma consente anche ai pazienti di ricevere cure in tempi più brevi, garantendo un recupero più rapido. La riduzione della degenza in ambienti promiscui contribuisce inoltre a diminuire il rischio di infezioni nosocomiali complicanze legate all’ospedalizzazione.
La riabilitazione ambulatoriale, studi alla mano, offre risultati migliori in termini di soddisfazione del paziente e suo recupero funzionale rispetto alla riabilitazione in degenza (Vogt et al., 2020; Kellett et al., 2019; Ustead et al., 2020).
Certo, è essenziale che i pazienti siano informati sulle potenzialità di queste nuove modalità di intervento, con un sistema di assistenza ben strutturato. Le sedute devono essere tempestive e in numero adattabile alle necessità specifiche dei pazienti.
Da questo esempio ben si comprende perché le politiche sanitarie debbano basarsi su un’analisi costante delle evidenze e delle migliori pratiche, piuttosto che su un confronto diretto con altre regioni, che potrebbero avere invece caratteristiche demografiche e sanitarie diverse. Le decisioni devono essere guidate da un principio di equità nell’accesso alle cure. La riorganizzazione dei servizi, specie facendo ricorso alle prerogative della nostra Autonomia, deve essere vista come un’opportunità per migliorare l’assistenza, integrando innovazioni e rispondendo alle esigenze di un sistema in evoluzione. Solo attraverso un dialogo aperto e collaborativo tra gli attori del sistema sanitario, i professionisti e i cittadini è possibile garantire che le scelte siano realmente al servizio della popolazione.
Il caso dunque di un cambio di approccio alla riabilitazione post-operatoria è almeno una prima piccola risposta ai mille quesiti che il Trentino deve porre alla nuova Sanita post Covid. L’obiettivo deve essere quello di un livello adeguato di cura, integrando innovazioni e rispondendo alle esigenze di un sistema in evoluzione. Solo attraverso un approccio informato e collaborativo è possibile garantire il miglioramento della salute e del benessere dei cittadini. Da qui si evince che il ricorso al privato o la costruzione di una nuova struttura ospedaliera a nulla serviranno se non supportate dall’ascolto di una classe medica sempre attenta e propositiva – verso politica e cittadini – di nuovi modelli di cura e approccio alle patologie. Che la politica ascolti e agisca di conseguenza, che i cittadini siano più attenti a scegliere una classe politica adeguata.
Consigliera Provinciale Casaautonomia.eu
Paola Demagri
Ricorso al privato, Sanità 4.0 e NOT, basteranno a colmare le precarietà del sistema sanitario trentino?
Che l’insoddisfazione verso il servizio sanitario locale regni sovrana, è fatto notorio. Sembra quasi che l’Autonomia statutaria della quale siamo dotati nulla abbia potuto contro un declino sempre più palese. Da qualche anno, la situazione sembra piuttosto peggiorare. Nemmeno il ricorso ai privati, nel tentativo di recuperare liste d’attesa drammaticamente inevase, ha dato i risultati sperati.
Nel frattempo, tuttavia, il sistema medico non è rimasto a guardare cercando da sempre comunque, di adottare le migliori pratiche che la comunità scientifica internazionale mette a nostra disposizione. Un esempio tra tutti: si tratta di un nuovo metodo per gestire la riabilitazione post-operatoria di protesi totale al ginocchio. Nonostante la cronaca abbia rilevato qualche lieve preoccupazione di natura politica, la scienza può senz’altro affermare che le scelte attuali in materia di riabilitazione sono il risultato di analisi approfondite e di evidenze consolidate e non certo di una mera riduzione dei servizi disponibili.
Il passaggio verso un modello di riabilitazione ambulatoriale non rappresenta una diminuzione della qualità dell’assistenza, ma un tentativo di rispondere in modo più efficiente alle esigenze di un sistema sanitario in evoluzione. Le ricerche dimostrano infatti che la riabilitazione ambulatoriale può essere altrettanto efficace, se non di più, rispetto alla riabilitazione in degenza, specialmente per pazienti con condizioni generali favorevoli e un adeguato supporto sociale. Questo approccio consente di liberare risorse ospedaliere per i pazienti che necessitano di cure più intensive, contribuendo a un utilizzo più equo e sostenibile delle risorse sanitarie.
Inoltre, l’adozione di un modello riabilitativo “esterno” permette di soddisfare con maggiore rapidità la crescente domanda di interventi protesici, un’esigenza in costante aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione e della maggiore attività fisica. Questo approccio non solo migliora l’efficienza del sistema sanitario, ma consente anche ai pazienti di ricevere cure in tempi più brevi, garantendo un recupero più rapido. La riduzione della degenza in ambienti promiscui contribuisce inoltre a diminuire il rischio di infezioni nosocomiali complicanze legate all’ospedalizzazione.
La riabilitazione ambulatoriale, studi alla mano, offre risultati migliori in termini di soddisfazione del paziente e suo recupero funzionale rispetto alla riabilitazione in degenza (Vogt et al., 2020; Kellett et al., 2019; Ustead et al., 2020).
Certo, è essenziale che i pazienti siano informati sulle potenzialità di queste nuove modalità di intervento, con un sistema di assistenza ben strutturato. Le sedute devono essere tempestive e in numero adattabile alle necessità specifiche dei pazienti.
Da questo esempio ben si comprende perché le politiche sanitarie debbano basarsi su un’analisi costante delle evidenze e delle migliori pratiche, piuttosto che su un confronto diretto con altre regioni, che potrebbero avere invece caratteristiche demografiche e sanitarie diverse. Le decisioni devono essere guidate da un principio di equità nell’accesso alle cure. La riorganizzazione dei servizi, specie facendo ricorso alle prerogative della nostra Autonomia, deve essere vista come un’opportunità per migliorare l’assistenza, integrando innovazioni e rispondendo alle esigenze di un sistema in evoluzione. Solo attraverso un dialogo aperto e collaborativo tra gli attori del sistema sanitario, i professionisti e i cittadini è possibile garantire che le scelte siano realmente al servizio della popolazione.
Il caso dunque di un cambio di approccio alla riabilitazione post-operatoria è almeno una prima piccola risposta ai mille quesiti che il Trentino deve porre alla nuova Sanita post Covid. L’obiettivo deve essere quello di un livello adeguato di cura, integrando innovazioni e rispondendo alle esigenze di un sistema in evoluzione. Solo attraverso un approccio informato e collaborativo è possibile garantire il miglioramento della salute e del benessere dei cittadini. Da qui si evince che il ricorso al privato o la costruzione di una nuova struttura ospedaliera a nulla serviranno se non supportate dall’ascolto di una classe medica sempre attenta e propositiva – verso politica e cittadini – di nuovi modelli di cura e approccio alle patologie. Che la politica ascolti e agisca di conseguenza, che i cittadini siano più attenti a scegliere una classe politica adeguata.
La sanità trentina, un tempo ammirata per la sua efficienza e per il forte senso di
appartenenza dei suoi operatori, si trova oggi a vivere una fase di profonda crisi. La
disaffezione del personale è testimoniata da un numero crescente di dipendenti che
scelgono di abbandonare il servizio pubblico, un fenomeno che non può essere giustificato
semplicemente con il trend nazionale. Il Trentino, storicamente, si è distinto per una forte
identità professionale e un attaccamento al proprio lavoro, eppure, ora, assistiamo a un
disimpegno preoccupante.
La scarsa partecipazione alle scuole di specializzazione e ai corsi di infermieristica è un altro
campanello d’allarme che non possiamo ignorare. L’assenza di nuovi professionisti nel
sistema sanitario, in un contesto dove le esigenze di assistenza continuano a crescere, è
destinata a creare un vuoto difficile da colmare. Gli operatori sanitari, soprattutto i medici
ospedalieri, si sentono disorientati e scoraggiati, ignari dei reali propositi della giunta
provinciale riguardo al futuro della sanità trentina. La mancanza di comunicazione e di
chiarezza sui progetti in atto contribuisce a un clima di sfiducia che mina la motivazione di
chi lavora quotidianamente per garantire qualità e sicurezza nelle prestazioni.
Uno dei temi più critici è sicuramente il progetto del nuovo ospedale trentino. L’incertezza su
quando sarà realmente operativo, unita alla mancanza di indicazioni chiare su come gestire
il periodo di transizione, sta aggravando la situazione. Gli ospedali periferici, nel frattempo,
continuano a vivere in una condizione di limbo, senza una connotazione definita, mentre
l’unica certezza è che si naviga a vista. Le risorse interne sembrano essere allocate non
sulla base di criteri organizzativi e programmatici, ma piuttosto in base a logiche di
personalismi e rivalse , con il risultato di creare un quadro di disfacimento generale di quanto
di buono era stato realizzato fino a oggi.
Questa situazione non è solo un problema di gestione, ma ha conseguenze dirette sulla
qualità delle prestazioni sanitarie. Stiamo assistendo a uno sperpero di risorse per
mantenere in vita reparti che non raggiungono neanche la metà delle soglie minime di
struttura, mettendo a rischio sia la qualità che la sicurezza delle cure. Al contempo, centri di
eccellenza, riconosciuti dalla stessa utenza, vengono mortificati e privati del supporto
necessario per operare al meglio.
In questo contesto, è fondamentale chiedersi e conoscere quale sia l’obiettivo della
Provincia autonoma di Trento per il futuro della sanità. È tempo di ripensare le strategie, di
ascoltare le istanze del personale sanitario e di restituire fiducia a chi lavora in prima linea.
La neonata Scuola di Medicina dell’Università di Trento rappresenta un ulteriore dilemma in
questo scenario complesso. Da un lato, la creazione di una scuola di medicina offre
l’opportunità di formare nuovi professionisti sul territorio, contribuendo a colmare il gap di
personale che stiamo vivendo. Dall’altro, sorgono interrogativi sul come questa nuova
istituzione possa integrarsi con il sistema sanitario locale e quale sia il suo impatto sulla già
fragile situazione attuale.
Gli studenti di medicina, ora parte integrante del panorama trentino, devono poter
visualizzare un percorso professionale chiaro e sostenibile. Tuttavia, il disorientamento tra i
medici ospedalieri e la mancanza di una visione strategica da parte della giunta provinciale
potrebbero minare la loro motivazione e la qualità della formazione. Se le aspettative non
saranno allineate con le reali necessità del sistema sanitario, potremmo trovarci a formare
professionisti senza un adeguato sbocco lavorativo, rischiando di ripetere gli errori del
passato.
In definitiva, la sanità trentina ha bisogno di una visione chiara e condivisa, che metta al
centro le persone e la loro salute. Solo così potremo evitare di scivolare ulteriormente nelle
graduatorie di merito nazionali e di demotivare coloro che, con impegno e dedizione,
continuano a lavorare per il bene della comunità.
La sfida è quella di costruire un sistema sanitario integrato e sostenibile, dove la formazione,
la gestione e l’assistenza siano in perfetta armonia, in modo che il Trentino possa tornare a
essere un esempio di eccellenza nel panorama sanitario nazionale.
Oggi su richiesta delle minoranze consiliari la Quarta Commissione permanente ed alcuni altri/e consiglieri/e sono stati in visita alla residenza Fersina.
Innanzitutto va detto che per potervi accedere abbiamo atteso a lungo perché arrivasse il nulla osta dal Commissariato del Governo, come prevede la norma. Norma che di fatto rende i Centri di accoglienza straordinaria meno accessibili da parte dei consiglieri provinciali persino di carceri e CPR.
Un’autorizzazione alla visita che incomprensibilmente ha tuttavia escluso la possibilità di accesso agli spazi “alloggiativi” delle persone ospitate – le stanze – il che ha reso la visita del tutto parziale rispetto alla possibilità di verificare le reali condizioni di vita all’interno.
Tra i pochi spazi visitati, va denunciato lo stato dei bagni, eufemisticamente indecoroso quanto insalubre per la presenza di alcuni wc e “turche” inagibili, di alcune parti di pareti significativamente piene di muffe verdastre e umidità che impongono la necessità di tenere aperte le finestre per arieggiare da maleodoranti odori stagnanti, con anche alcuni controsoffitti mancanti. Alcuni ragazzi richiedenti protezione internazionale ospitati nella Residenza ci hanno raccontato delle ragioni che li hanno mossi ad intraprendere un viaggio dal Marocco all’Italia attraverso la rotta balcanica: la più che legittima volontà di migliorare le proprie condizioni di vita. Per le persone lì residenti la priorità è imparare la lingua – un servizio non offerto in modo strutturale dalla Provincia dentro la struttura – per poter lavorare e trovare una casa. Ci hanno riferito delle difficoltà a trovare un lavoro con un permesso di soggiorno temporaneo. I responsabili della cooperativa Kaleidoscopio che si occupa dell’accoglienza nella Residenza Fersina ci hanno raccontato delle “fratture esistenziali” che affliggono larga parte delle persone accolte. Fratture esistenziali politraumatiche, esito non solo delle esperienze di vita nei luoghi di origine, ma anche sviluppate in ragione della permanenza “in strada” vivendo in Italia e nel nostro territorio in condizioni di marginalità sociale oggettiva, in attesa che si liberi un posto in accoglienza. Fratture esistenziali che purtroppo, se non accolte e supportate prontamente con interventi e strategie adeguate possono essere certamente fattori concorrenti a comportamenti di devianza sociale, che minano anche la convivenza nella Residenza Fersina.
Una visita quella odierna che -ove ancora ve ne fosse necessità rispetto alle evidenza già ampiamente riscontrate – dimostra l’urgenza di ripristinare un modello di accoglienza che non concentri le persone in una sola struttura (la Fersina è una delle più grandi d’Italia), riappropriandosi di quell’accoglienza diffusa che non solo garantisca la tutela e i diritti fondamentali delle persone richiedenti protezione internazionale, ma che altresì garantisca maggiori risultati rispetto all’integrazione e quindi, anche, alla sicurezza sociale. Ma anche nell’ottica di dare maggiori opportunità di lavoro: la sera vi è l’obbligo di rientrare in struttura e questo impedisce ai ragazzi lì ospitati di lavorare nelle valli, mentre albergatori e imprese continuano a non trovare personale.
Un assurdo continuare con questo insensato concentramento sul capoluogo che è un incaponimento ideologico del Presidente. Infine una riflessione sulla normativa che regolamenta le migrazioni. I ragazzi marocchini che abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare si stanno impegnando per integrarsi e lavorare nel territorio. Un investimento che rischia di non dare i frutti sperati e di mandare in frantumi le speranze delle persone richiedenti protezione internazionale, visto che le chance di una persona marocchina di vedersi riconosciuto l’asilo o la protezione sussidiaria sono davvero poche.
Un assurdo perdere persone che si sono inserite nel territorio, che un tempo avrebbero avuto qualche speranza di restare grazie alla protezione speciale cancellata dal Governo Meloni.
Consiglieri Paolo Zanella e Paola Demagri
Dopo il finanziamento del “bonus psicologo” 2023 (per le richieste presentate nella primavera 2024), la Provincia ha deciso di non rifinanziarle in futuro questa misura d’accesso alle cure psicologiche.
Beffardamente l’assessore ne ha dato comunicazione all’Ordine degli psicologi nella Giornata mondiale della salute mentale, nella quale venivano presentati i dati sui disturbi psicologici in aumento: nevrosi, disturbi affettivi e di personalità, tentati suicidi…
Le ragioni di questo mancato rifinanziamento addotte dall’assessore Tonina sono sostanzialmente due: innanzitutto il superamento del periodo emergenziale post-CoViD-19 per cui le Province autonome avevano già deciso di non accedere più ai Fondi statali, ma di far fronte con risorse proprie; fondi che ora la Provincia di Trento non ha più intenzione di stanziare. La seconda ragione è che per far fronte ai bisogni psicologici il Trentino ha già un servizio di Psicologia clinica in APSS e vi sono anche studi psicologici accreditati e convenzionati.
Tutto vero, ma ci sono persone che necessitano di cicli di psicoterapia più lunghi di quello offerti da APSS e gli studi convenzionati sono di fatto pochissimi. I dati del bonus 2022 dimostrano che anche in Trentino la richiesta non si risolve con il servizio di APSS o con gli psicologi convenzionati e quindi o si potenziano quei servizi, oppure i contributi per accedere alla psicoterapia vanno mantenuti.
In Trentino nel 2023 (Fondo “bonus psicologo” 2022) sono state fatte quasi 3000 richieste, di cui 500 finanziate. Nel 2024 (fondi 2023) in Italia 400.000 richieste e finanziate nemmeno l’1% (ridotti i fondi). Lo studio PsyCare commissionato dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi in collaborazione con diverse Università, ha documentato l’efficacia della misura, sia in termini di esiti sull’utenza che di risparmio in termini di ore di malattia risparmiate sul lavoro. Inoltre ha documentato che il 72% delle persone che vi hanno fatto ricorso non aveva mai effettuato sedute di psicoterapia e di queste l’81% anche per motivi economici. Di qui l’importanza di sostenere le fasce economiche più in difficoltà per l’accesso alle cure psicologiche.
Per questo abbiamo presentato un’interrogazione per chiedere:
Oggi in aula consiliare
Al Presidente non può essere sfuggito come sia elevata la preoccupazione che noi consiglieri ma anche i cittadini trentini abbiamo di fronte all’ammodernamento dello Statuto dell’Autonomia. a nostro modo di vedere negli ultimi tempi sono più i lati oscuri di questa vicenda di quelli chiari.Il tutto ampiamente enfatizzato da dichiarazioni sulla stampa ( non del Presidente) e assenza di repliche (da parte dell Presidente) e dall’atteggiamento che la vicepresidente ha avuto nella scorsa seduta del Consiglio provinciale, di non rendersi disponibile, visto fra l’altro il suo ruolo, a riferire a quest’aula lo status quo dei lavori.
Fatta questa premessa per rappresentare il nostro stato d’animo Noi abbiamo bisogno di certezze che il Presidente stia lavorando per garantire la salute della nostra autonomia.Serve garantire che i capisaldi dello Statuto, che per molti anni hanno retto le nostre competenze possano solo essere migliorati e rivisti.
Sono mesi che chiediamo di avere certezze e garanzie che quella alla quale i Tavoli tecnici stanno lavorando sia una revisione/ammodernamento che fissa dei paletti in tema di principio d’intesa e di competenze.
In particolare al Presidente, questa mattina in Consiglio ho fatto arrivare un messaggio di preoccupazione accompagnato da un messaggio di raccomandazione.
Dopo aver ascoltato la relazione in aula ho voluto ribadire che il piatto forte nostro deve essere sempre solo costituito dall’introduzione dell’intesa per ogni revisione del testo. Questo ci darà modo che che vi sia un potere diretto su ogni riforma imposta dall’esterno e non condivisa .Il principio dell’intesa è necessario per affrontare in modo sereno le proposte di riforma.
Gli elementi centrali di questa proposta di modifica statutaria sono l’ottenimento della principio dell’intesa e il ripristino delle competenze legislative che si sono affievolite via via. È importante che le province di Trento Bolzano percorrono la stessa via e che evitino l’omologazione con altre realtà regionali. L’intesa, il mantenimento e l’ampliamento delle competenze saranno la formula forte per la nostra autonomia.
Lo scudo di protezione devono essere quelle due paroline dal titolo “ Previa l’intesa”, lo scudo contro possibili colpi di mano di maggioranze parlamentari in danno della specialità.
I due Presidenti delle province di Trento e Bolzano agiscano da conservatori dei particolarismi provinciali aggiungendo visione verso un fenomeno chiamato futuro dal quale non possiamo scappare. Ci proteggano da opere riformatrici di cui non si conosce lo sbocco definitivo e dal quale poi difficilmente potremo tornare indietro. Come minoranze assembleari abbiamo proposto una risoluzione che rinforzava tutto quanto premesso:
Legittime richieste non votate dalla maggioranza perché a parer del Presidente il percorso avviato ci porterà nella direzione auspicata.
Noi presidiamo perchè qualche dubbio lo nutriamo che non sarà proprio così.
Foto Cristina Gottardi
Sfruttamento delle materie prime critiche: non è che Roma stia mettendo i piedi in testa alla nostra Autonomia?
Approvato con modifiche, in una calda giornata romana nella vigilia di Ferragosto, il DL 84 contiene disposizioni urgenti sulle materie prime critiche di interesse strategico.
Come noto, si tratta di un argomento nazionale che possiede risvolti anche a livello locale. Tant’è che i politici nostrani, si badi bene solo quando stimolati dalla stampa, hanno costantemente teso a minimizzare le preoccupazioni. Eppure, le informazioni a livello locale e nazionale ne stimolano non poche nonostante, nel decreto appena editato, ci sia un incipit che potrebbe lasciare tutti tranquilli.
Lì, si dice infatti che le disposizioni del presente decreto si applicano nelle Regioni a Statuto Speciale e nelle Province autonome di Trento Bolzano compatibilmente con le disposizioni dei rispettivi Statuti e relative a norme di attuazione.
A riportare le nubi sul cielo delle speranze trentine, tuttavia, ci pensa subito il comma 3 dell’articolo 2. Da lì si evince infatti che possono esistere progetti riconosciuti come strategici dalla Commissione Europea che assumono la qualità di progetti di pubblico interesse nazionale. Comprensivi di opere e interventi necessari per la loro realizzazione, sono considerati di pubblica utilità dunque indifferibili ed urgenti
L’articolo 3 afferma poi che la realizzazione di progetti strategici va presentata al “punto unico di contatto” presso il Mase che sente in maniera non vincolante le amministrazioni locali e rilascia le concessioni.
Al comma 2 si parla dell’autorizzazione unica rilasciata dalla competente direzione generale del Ministero delle imprese e del made in Italy: MIMIT. E’ il Dicastero alle dirette dipendenze del ministro Urso, uno, non proprio autonomista nel DNA politico
Comprendiamo che queste nostre considerazioni possano essere tacciate di allarmismo.
Più e più volte tuttavia abbiamo visto Roma tentare di mettere da parte i dettami della nostra Autonomia. Non solo chi ha governato negli anni ‘10 – ad esempio – ricorda la gravità degli effetti della “Spending Review” voluta da Roma, alla faccia del nostro Statuto. Ad aggravare il quadro ci pensa poi lo stesso ISPRA. In una sua recentissima presentazione dal titolo “LA SITUAZIONE NORMATIVA DELLE REGIONI IN RELAZIONE ALLO SFRUTTAMENTO DELLE MATERIE PRIME CRITICHE”, in una slide presentata affermava che
1. Le Regioni, che esercitano una piena competenza amministrativa per il conferimento dei titoli minerari relativi alle materie prime critiche, applicano la legislazione statale vetusta e non possiedono le competenze tecniche e amministrative per autorizzare e controllarne la ricerca e lo sfruttamento.
2. Le stesse Regioni, per la gran parte. hanno una visione dell’interesse economico delle attività estrattive limitato alla singola realtà regionale, e non percepiscono, se non il qualche lodevole caso, l’interesse nazionale.
3. Gli interessi localistici, talvolta, sono prevalenti su quelli nazionali
Allora: il Movimento Casa Autonomia.eu si sente particolarmente legato ai valori dell’Autonomismo. Per questo non ce la sentiamo di lasciar passare in silenzio la questione.
Attraverso un’interrogazione daremo modo alla Giunta di spiegare se e dove i nostri dubbi sono fondati. Diversamente, sarà legittimo chiedersi se sia stato fatto tutto il possibile per poter tutelare gli interessi delle nostre valli e dei concittadini che le abitano.
Lo facciamo mossi dal desiderio di stigmatizzare un duplice silenzio. Quello dell’amministrazione Provinciale sorprende poco. Si tratta ormai una triste realtà, sempre leale alle scelte di un governo statalista nazionalista.
A sorprendere maggiormente però è invece l’atteggiamento degli autonomisti che per contratto a chiamata, siedono attualmente in Giunta provinciale. Sarà forse dovuto a questo il mutismo dei discendenti diretti di quegli storici autonomisti che furono schietti e genuini interpreti delle prerogative di autogoverno che un tempo abitavano il loro partito? Che fu ad esempio quello che subito si mosse sulle barricate in Val Rendena non appena era stata paventata un’ipotesi di avviamento di attività estrattiva di Uranio.
“È colpa di Roma, ci dispiace, di più non si poteva fare” non può bastare L’unica risposta tollerabile è “se il Trentino non sarà d’accordo di nuova attività estrattive non se ne potrà parlare” E’ solo quest’ultima, l’unica risposta accettabile all’interrogazione che abbiamo appena depositato.
E’ di questo periodo l’attività di alcune persone responsabili che stanno gestendo a livello comunale un momento di ascolto per disegnare il futuro della comunità clesiana del prossimo decennio. Faccio parte anch’io di questo gruppo che tra le varie priorità si trova sempre più spesso a parlare della futura Variante di Cles. E nel mio ruolo di Consigliere provinciale avverto il doveroso impegno di rilanciare le preoccupazioni della Comunità alla quale sento di appartenere, all’agone della critica politica che è propria della sede istituzionale presso la quale opero.
Ebbene, come sappiamo i benefici di quest’opera sono attesi da anni. Si rifletteranno non solo sulle valli del Noce ma più ampiamente su quella parte di comunità Trentina e pletora di turisti che trovano sempre più trafficato e caotico l’attraversamento del nostro Centro di Valle.
Di inizio lavori non se ne vede nemmeno lontanamente l’ombra. Eppure, il progetto è stato approvato anzi appaltato già qualche anno fa ma una serie di vicissitudini lo hanno portato a rimanere inevaso fino ai nostri giorni,
Finora, l’unico vero concreto impegno in sei anni di amministrazione leghista è stato quello di piantare un cartello di inaugurazione all’entrata del paese quindici giorni prima delle ultime elezioni. Oggi finalmente pare sia in arrivo una soluzione a questa lunga attesa. La proposta, non sarà però scevra da ulteriori problemi. Il tracciato solcherà la borgata di Cles in particolare tra le frazioni di Maiano e Dres. Queste belle località si dovranno dunque accollare il disagio paesaggistico ambientale e non solo, di questa importante arteria stradale. Pare tra l’altro che le modifiche progettuali recentemente inserite, oggetto di osservazioni in attesa di risposte, peggioreranno il locale impatto dell’opera.
Ma senza entrare nel merito del perché o del per come si sia arrivati a questo tipo di variante ne approfittiamo per sottolineare che la zona è comunque già attraversata anche dal tratto ferroviario della Trento-Malè. Tanto sostenibile quanto fastidiosa mobilità poiché attraverso i suoi passaggi a livello ostruisce, verso Maiano, il passaggio da una parte all’altra della frazione anche per periodi superiori ai 20 minuti. Già qualche anno fa la comunità locale chiese la rimozione di questo disagio attraverso l’interramento. Non poteva non balzare ai nostri occhi l’opportunità di valorizzare le risposte alle risorse risparmiate attraverso questo nuovo progetto in una forma di compensazione per il disagi alla località.
C’è poi un ulteriore aspetto inquietante che è emerso in questo intertempo di attesa di avvio dei lavori. Gli errori amministrativi, le falle di un sistema di appalti e di progettazione abortite, riprese, variate nel tempo più e più volte dal loro aspetto originale, avrebbero almeno dovuto manifestare il pregio di risolvere alcuni dei problemi originali.
Ed ecco invece che il traffico ferragostano, le interminabili code di veicoli di provenienza solandra hanno fatto accendere più di un lume nel pensiero di tanti cittadini. Pare infatti che la nuova progettata variante presenterà ben tre nuove rotatorie. Immettendosi tra l’altro, poco prima di un complicatissimo vialone a tre corsie che dovrebbe regolare gli accessi ai centri commerciali. L’intrico di carreggiate finirebbe soltanto per aggiungersi alle probabili tre rotatorie che a quanto pare dovrebbero caratterizzare la nuova variante, quando anzi – chissà quando – entrerà in funzione. Ci chiediamo se davvero tre rotatorie, sicure origini di vari stop&go e rallentamenti, siano davvero parte integrante ed inamovibile di un progetto già approvato? E qualora così fosse, ci chiediamo se sono state davvero prese in considerazione tutte le simulazioni di traffico futuro per capire quanto incida sul rallentamento del flusso veicolare, questa probabile soluzione a triplice rotatoria?