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Sinner non diventi simbolo di nazionalismo

Da Paola Demagri 20 Aprile 2026

Sinner, l’identità senza confini: orgoglio sì, nazionalismo no
C’è una linea sottile, spesso invisibile, che separa l’orgoglio dall’enfasi, l’identità dalla sua caricatura. Ed è proprio su quella linea che si muove oggi il racconto attorno a Jannik Sinner. Un racconto che, a tratti, sembra aver bisogno di semplificare ciò che invece nasce complesso.
Sinner vince, convince, incarna una nuova eccellenza sportiva italiana. Fin qui, tutto naturale. Ma è quando questa eccellenza viene trasformata in simbolo assoluto di “italianità” che qualcosa stride. Non per colpa sua, ma per il bisogno, tutto contemporaneo, di costruire bandiere dove ci sarebbero storie.
Perché la storia di Sinner non è lineare. È una storia di confine. Nasce e cresce in Alto Adige, una terra che non è mai stata una sola cosa: crocevia tra mondo latino e germanico, spazio di tensioni ma anche di riconciliazioni, laboratorio concreto di autonomia e convivenza. Una terra dove l’identità non si afferma contro qualcuno, ma accanto a qualcun altro.
E allora la domanda diventa inevitabile: si può davvero ridurre tutto questo a un semplice “orgoglio italiano”?
La risposta è no. O meglio, non solo.
Sinner è italiano, certo. Gioca per l’Italia, rappresenta l’Italia, e lo fa con rispetto e misura. Ma è anche il prodotto di una cultura di frontiera, di una pluralità linguistica e mentale che lo rende, prima ancora che nazionale, profondamente europeo. La sua educazione sportiva e umana si nutre di disciplina mitteleuropea, apertura internazionale, e di quella sobrietà alpina che rifugge gli eccessi.
Idealizzarlo come simbolo assoluto rischia quindi di tradirne l’essenza. Non perché manchi qualcosa, ma perché c’è troppo: troppe influenze, troppe sfumature, troppe appartenenze per essere racchiuse in un’unica etichetta.
Il punto, allora, non è negare l’orgoglio. L’orgoglio è legittimo, persino necessario nello sport. Il punto è evitare che diventi un valore esclusivo, chiuso, identitario in senso rigido. Perché è proprio da queste rigidità che, nella storia europea, sono nate le fratture più profonde.
Paradossalmente, Sinner rappresenta l’opposto di tutto questo. È la dimostrazione che si può appartenere senza contrapporsi, che si può rappresentare senza escludere. Che la forza non sta nell’uniformità, ma nella sintesi.
E forse la vera lezione non è quella che molti vogliono raccontare. Non è il ritorno a un orgoglio nazionale in senso tradizionale. È qualcosa di più sottile e, se vogliamo, più moderno: l’idea che identità diverse possano convivere senza annullarsi, che la ricchezza stia proprio nel loro incontro.
In un tempo che tende a semplificare, Sinner resta complesso. E proprio per questo, molto più interessante di qualsiasi bandiera.
Da autonomista, democratico integralista ma democratico ed aperto mi sento in dovere di dire non banalizziamo, l’autonomismo, la libertà, non sono mai un un arrivo, ma un processo in divenire.

Fabrizio Ciresa, Valle di Fiemme

20 Aprile 2026 0 Commenti
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Dopo i podi, le domande: un territorio che vuole capire

Da Paola Demagri 24 Febbraio 2026

Domenica  si sono chiuse le Olimpiadi, e anche se non ho partecipato direttamente a nessun evento, le ho seguite ogni giorno, informandomi, leggendo, osservando l’evoluzione di ciò che accadeva attorno a noi.E confesso che ogni volta che un atleta è salito sul podio ho esultato; per i trentini ho esultato molto di più, perché dietro quei risultati ci sono storie, sacrifici, territori che riconosciamo.

In queste ore sento il bisogno di dire grazie. Grazie agli atleti e alle atlete per la dedizione alla loro disciplina, per la serietà con cui hanno rappresentato sé stessi e il Paese.

Grazie ai loro preparatori, alle società sportive, a chi lavora nell’ombra per costruire risultati che il pubblico vede solo per pochi secondi.E grazie anche a tutte le organizzazioni che hanno garantito sicurezza e ordine: forze dell’ordine, volontari, personale tecnico, operatori locali. Il loro lavoro silenzioso ha permesso a migliaia di persone di vivere questi giorni in tranquillità.

E, mentre guardiamo alle Olimpiadi, non possiamo dimenticare i Giochi Paralimpici.  

Hanno lo stesso valore, la stessa intensità, la stessa capacità di raccontare talento, disciplina e visioni di futuro. Anzi, ci interrogano ancora di più sull’inclusione reale, sull’accessibilità degli impianti, sulla qualità delle attrezzature e sulla possibilità per ogni atleta di trovare spazi adeguati per allenarsi e competere. Il sostegno che sapremo garantire dipenderà dalla sensibilità di ciascuno di noi e dalla capacità delle istituzioni di mettere davvero tutti nelle condizioni di esprimersi. Io tifo per loro esattamente come per tutti gli altri: perché agli occhi di chi guarda con onestà, gli atleti sono tutti uguali.

Accanto all’emozione, però, credo sia doveroso aprire una riflessione più ampia.

Le ricadute sul nostro territorio non possono essere misurate solo dall’entusiasmo o dalla percezione del momento. Servono dati, analisi, valutazioni serie. Solo così potremo capire se la scelta di aderire al progetto olimpico e di impegnare risorse pubbliche importanti abbia generato benefici reali e duraturi oppure no. Non è una questione di tifoserie: è un esercizio di responsabilità verso il futuro. Perché solo con numeri chiari possiamo decidere se, un domani, occasioni come questa vadano colte di nuovo o se sia più saggio dire “no, grazie”.

Infine, una considerazione che ho ascoltato spesso dai più giovani: l’impatto degli impianti e degli ambienti.

Molti si chiedono se abbia senso investire cifre così elevate in strutture dedicate a sport di nicchia, con il rischio che dopo l’evento restino sottoutilizzate o addirittura abbandonate. È una domanda legittima, che non va liquidata con leggerezza. Anche qui servono trasparenza, piani di utilizzo, visioni di lungo periodo. Perché un impianto sportivo non è solo un costo: può essere un’opportunità, oppure un’eredità pesante.

Queste non sono critiche né celebrazioni. Sono domande.

Domande che un territorio maturo deve saper fare a sé stesso, senza paura e senza pregiudizi.Perché lo sport è emozione, ma la buona politica è capacità di guardare oltre l’emozione e valutare con lucidità ciò che resta.

24 Febbraio 2026 0 Commenti
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