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Undicesimo mese e benessere scolastico: servono dati, trasparenza e una nuova visione per la scuola dell’infanzia

Da Paola Demagri 18 Agosto 2026

In questo periodo agostano, mentre molti servizi rallentano e l’attenzione pubblica si sposta altrove, ho incontrato insegnanti, cuochi e personale dei servizi scolastici per fare il punto della situazione. Ho ascoltato il vissuto, le aspettative, i disagi, la praticabilità dell’undicesimo mese. Ho ascoltato anche le famiglie che hanno fruito del servizio, quelle che lo hanno richiesto e poi hanno scelto altro dopo aver visto i figli stanchi. Ne restituisco uno spaccato tutt’altro che felice, che merita di essere portato  nel dibattito politico. Il primo nodo riguarda i numeri. L’Assessora diffonde dati che non corrispondono alla realtà dei fatti e che non restituiscono la situazione delle frequenze, delle esigenze di conciliazione e delle condizioni del personale. Lo dicono le insegnanti che vivono la scuola ogni giorno, non un’opposizione pregiudiziale. Da qui il mio invito all’Assessora a non sottrarsi mai alla richiesta di dati: la trasparenza è un dovere, non un’opzione. Ricordo che ho un’interrogazione in sospeso, depositata il 30 marzo, alla quale è stata fornita una risposta interlocutoria il 15 aprile, con scadenza formale e trattandosi di interrogazione complessa la data di scadenza era fissata al 14 maggio. Siamo a ferragosto e ancora non è arrivato nulla. In un’azienda seria i numeri si devono poter estrarre ed ottenere in tempo reale: non è accettabile che la politica non riesca a fare altrettanto.
Ma torniamo all “undicesimo mese che non concilia. È un servizio a domanda, gratuito, che non garantisce continuità né progettualità. Le iscrizioni sono ridotte, le frequenze discontinue, gli autobus viaggiano spesso vuoti, e persino giugno registra presenze molto basse. Nel frattempo sono scomparsi strumenti fondamentali come i voucher del Fondo Sociale Europeo, che permettevano al terzo settore di offrire coperture flessibili nei diversi periodi dell’anno. Dobbiamo interrogarci seriamente se la politica dell’undicesimo mese, voluta a tutti i costi, faccia davvero tornare i conti alla PAT: giri di autobus vuoti, prenotazioni fatte a gennaio che non corrispondono poi alla libera e legittima fruizione del servizio, approvvigionamenti mensa in esubero. È una macchina che produce costi, non qualità. E per smentire questa valutazione  che non è una percezione, ma un riscontro quotidiano servono dati ragionati, completi, verificabili. Non basta dire che la percentuale dei bambini iscritti a gennaio per il mese di luglio è “di un certo valore”: quel dato, da solo, non significa nulla. Va aggiunta la percentuale dei fruitori reali sul totale dei bambini iscritti alla scuola dell’infanzia, e va indicato un range minimo di continuità, almeno 15 giorni, per capire se il servizio è stato davvero utilizzato e con quale stabilità. Solo così si può valutare se l’undicesimo mese funziona o se, come molti operatori segnalano, produce più disservizi che conciliazione: autobus che viaggiano vuoti, prenotazioni che non corrispondono alla fruizione reale, approvvigionamenti mensa in esubero. Senza questi dati, ogni narrazione politica resta monca
Il secondo nodo riguarda il cosiddetto “benessere scolastico”. Con l’assestamento di bilancio di luglio è stato inserito nella legge provinciale un principio che parla di equilibrio tra dimensioni fisiche, psicologiche, educative e tempi di vita. Ma la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si fa è evidente. Da sette anni il personale della scuola dell’infanzia denuncia un malessere crescente: ferie impossibili da pianificare, carichi di lavoro aumentati, nessun riconoscimento. L’unica proposta avanzata nel 2024 dall’Amministrazione prevedeva qualche giorno di ferie solo per le insegnanti, escludendo ausiliari e cuochi, e solo a condizione di non aver fatto nemmeno un giorno di malattia. Una misura respinta dai sindacati, che non risponde al principio di benessere inserito nella legge.
Il benessere, se raggiunto, va misurato oltre che percepito. E non dalla politica, ma dai lavoratori.
La misurazione prevede il raggiungimento dei cosiddetti benefit che la Giunta ha indicato, come la possibilità di fruire delle ferie al di fuori del canonico periodo. Ma questo benefit non è stato raggiunto: solo una minima parte delle insegnanti ha potuto usufruire dei sei giorni di ferie previsti da contratto a scuola aperta; in alcuni casi sono state concesse ferie anche al personale non docente, ma non ovunque. Per permettere a un’insegnante di andare in ferie si rinuncia alla compresenza, lasciando un solo docente con 25 bambini: una violazione di fatto della L.P. 13/77. Molti plessi hanno scelto di non attuare questa possibilità per senso di responsabilità. Da settembre a luglio, la maggioranza del personale non riesce a ottenere nemmeno un giorno di congedo se non con permessi non retribuiti. Anche la decisione di confermare le supplenti per l’undicesimo mese, annunciata solo un mese prima, è servita soprattutto a coprire assenze ordinarie: congedi parentali, aspettative, permessi della Legge 104. Bastano pochi calcoli per capire che questa narrazione non regge. È stato un effetto placebo: non ha portato il beneficio sperato, ma solo una routine già consolidata negli anni precedenti.
Il sistema è in affanno. Utilizzare i numeri per convenienza politica, ignorando le persone, non è accettabile. La scuola dell’infanzia sta perdendo qualità pedagogica e benessere del personale, e la società rischia di accorgersene quando sarà troppo tardi. Si sovraccaricano lavoratrici e lavoratori, si assiste alla fuga verso altri settori o verso il part‑time, e si sostituisce personale qualificato con figure prive dei titoli d’accesso. Si parla di conciliazione senza rispettarne i vincoli e senza analizzare i dati reali. E qui inserisco una verità politica che non può essere elusa: la scuola si apre a settembre, e il mondo della scuola arriverà subito sui banchi del Consiglio. Verranno aperte anche le porte del Consiglio, perché le questioni che oggi sembrano estive e marginali diventeranno immediatamente centrali. Per allora prepariamoci una domanda:  quale futuro vogliamo per la nostra scuola?  Guardando oltre i nostri confini, è evidente che la scuola ha bisogno di stabilità, identità e progettualità. Il welfare è un’altra cosa: deve rispondere alle esigenze mutevoli delle famiglie con strumenti adeguati, non scaricare sulla scuola funzioni che non le appartengono. Ignorare questi segnali significa mettere a rischio un intero sistema educativo e, con esso, un pezzo fondamentale della coesione sociale.

18 Agosto 2026 0 Commenti
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A sostegno del ddl di iniziativa popolare

Da Paola Demagri 20 Aprile 2026

Siamo stati chiamati a discutere un disegno di legge che non nasce nei corridoi della politica, ma nelle mani dei cittadini. Un ddl di iniziativa popolare che richiedeva ai proponenti di raccogliere almeno 2.500 firme entro il 30 settembre. E già questo, da solo, dovrebbe farci fermare un momento.

Perché quando la comunità si muove, quando le famiglie firmano, quando gli educatori si espongono, quando i pedagogisti mettono nero su bianco le loro analisi, la politica ha il dovere di ascoltare. Non per cortesia, ma per mandato democratico.

E invece, finora, il metodo scelto dalla Giunta è stato un altro: un metodo di forzatura, non di motivazione. Un metodo che non ha mai presentato dati comparativi sulla reale partecipazione delle famiglie, che non ha costruito un percorso di ascolto, che non ha aperto un confronto.

E questo pesa, perché quando si parla di infanzia, il metodo è già merito. Il modo in cui si decide racconta la qualità della decisione. In questi anni abbiamo ascoltato molte voci: pedagogisti, insegnanti, esperti, famiglie. E tutte, con una coerenza rara, ci dicono la stessa cosa: dieci mesi di scuola d’infanzia sono ampiamente sufficienti per una formazione strutturata, equilibrata, rispettosa dei tempi di crescita dei bambini.

Non è un’opinione politica: è un principio pedagogico consolidato. I bambini hanno bisogno di cicli chiari, di tempi riconoscibili, di pause che permettano di integrare ciò che hanno vissuto. La scuola d’infanzia non è un servizio continuativo senza stagioni: è un percorso educativo che ha bisogno di respirare. E qui entra un altro principio fondamentale: il servizio di conciliazione non va confuso con il servizio educativo. Sono due funzioni diverse, con finalità diverse, con personale diverso. La conciliazione è un bisogno legittimo delle famiglie, ma non può essere scaricato sulla scuola d’infanzia.

La scuola non è un parcheggio sociale. La scuola non è un contenitore universale. La scuola è un luogo di crescita, e come tale va protetto. Le famiglie, quando hanno esigenze di conciliazione, possono trovare luoghi adatti, personale adatto, servizi pensati per rispondere a quel tipo di necessità.

Ma non possiamo chiedere alla scuola d’infanzia di diventare ciò che non è. Non possiamo snaturare la sua identità per coprire vuoti organizzativi che spettano ad altri strumenti. E poi ci sono loro, le insegnanti. Le persone che ogni giorno tengono in piedi la qualità educativa del nostro territorio. Da anni ci dicono che andare oltre i dieci mesi significa uscire dalla cornice contrattuale, educativa, logistica, climatica e formativa.

Significa lavorare in condizioni non previste, in spazi non adeguati, in periodi dell’anno in cui la qualità non può essere garantita. Significa chiedere loro di fare un lavoro diverso da quello per cui sono state formate, selezionate, assunte. E non è solo una questione di salute dei bambini, anche se quella dovrebbe bastare.

È una questione di rispetto per la professionalità educativa. Perché la scuola d’infanzia non è fatta solo di muri e orari: è fatta di competenze, di progettazione, di intenzionalità pedagogica. E quando si chiede di estendere il servizio oltre i dieci mesi, si chiede di sacrificare tutto questo.

Il ddl di iniziativa popolare difende un principio semplice e potente:che l’infanzia è un bene pubblico e come tale va tutelata con norme chiare, partecipate, rispettose delle competenze professionali. E difende un altro principio, altrettanto importante: che la partecipazione dei cittadini non è un fastidio, ma una risorsa. 

Che quando migliaia di persone firmano, quando si organizzano, quando chiedono un confronto, la politica non può voltarsi dall’altra parte.Perché la democrazia non è solo votare: è essere ascoltati.

Questo ddl non nasce contro qualcuno. Nasce per qualcosa: per un territorio che vuole crescere, per famiglie che meritano servizi adeguati, per bambini che meritano qualità, per insegnanti che meritano rispetto, per una politica che non abbia paura di ascoltare. E allora sì, oggi siamo chiamati a una scelta che non è tecnica. È una scelta identitaria.

Una scelta che dice chi siamo e che idea di futuro vogliamo costruire. Sostenere questo ddl significa dire che la democrazia funziona. Significa dire che la qualità educativa non si sacrifica. Significa dire che la scuola d’infanzia non è un servizio residuale, ma un pilastro della comunità. Significa dire che quando la comunità parla, le istituzioni rispondono. E io credo che questo sia il compito più alto che abbiamo.

20 Aprile 2026 0 Commenti
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