Negli ultimi anni, la salute mentale in Trentino è passata dall’essere un’emergenza silenziosa a diventare il termometro del fallimento del nostro sistema sanitario. Non si tratta di percezioni, ma di cruda realtà: cresce il disagio psicologico tra i giovani, aumenta la sofferenza isolata degli adulti, si aggrava la solitudine degli anziani. Di fronte a questa tempesta perfetta, i servizi territoriali resistono oltre il limite delle proprie forze, mentre le liste d’attesa si allungano e le famiglie vengono lasciate sole a navigare in un welfare che non offre più approdi sicuri. Questo disagio non è un semplice dato clinico: è una ferita sociale, culturale e comunitaria. È lo specchio di un territorio in cui i legami si indeboliscono e le pressioni aumentano. Proprio per questo, la governance della sanità avrebbe il dovere di garantire stabilità, continuità e valorizzazione delle competenze radicate.
Al contrario, in una cornice già profondamente fragile, si consuma la vicenda del dottor Claudio Agostini, storico direttore della salute mentale trentina. Parliamo di un professionista che ha guidato, coordinato e tenuto insieme un settore ad altissimo rischio, garantendo equilibrio e presenza. Un dirigente che, quando aveva manifestato l’intenzione di fare un passo indietro, era stato convinto dall’Azienda Sanitaria a restare, poiché la sua esperienza era giudicata imprescindibile. Oggi, nel momento di massima vulnerabilità del sistema, assistiamo a un cortocircuito politico e gestionale: il dottor Agostini viene bruscamente accompagnato alla porta. Non per sua scelta, ma per una precisa linea aziendale che ha decretato che la sua figura “non servisse più”, sacrificata sull’altare di accordi di spartizione con il mondo universitario. Qui la crisi della salute mentale e la gestione del personale si intrecciano in una preoccupante deriva politica. Privarsi di una guida storica e autorevole non è una legittima scelta organizzativa: è uno smantellamento programmato. È il segnale plastico di una disattenzione colpevole verso un ambito che andrebbe blindato, non indebolito. Questo caso diventa il simbolo di una gestione della sanità pubblica che ha smarrito la dimensione umana e il senso del proprio mandato istituzionale. Una politica sanitaria che si riempie la bocca di parole come “modelli”, “riorganizzazioni” e “innovazione”, ma che nei fatti logora i professionisti, ne svuota il ruolo e li sostituisce senza una reale trasparenza. Una sanità che appare sempre più subalterna a logiche esterne, quasi costretta a cedere pezzi della nostra Autonomia a chi arriva da fuori, trovando un terreno fertile ma sistematicamente impoverito di motivazioni, entusiasmo e riconoscimento corporativo.
Il “caso Agostini” non è un incidente di percorso, è un preciso campanello d’allarme politico. È la dimostrazione che il collasso della salute mentale non colpisce solo i pazienti, ma disarma gli stessi professionisti. E quando un sistema perde contemporaneamente chi chiede aiuto e chi ha la competenza per offrirlo, la frattura smette di essere congiunturale e diventa strutturale. La tesi è semplice, quanto drammatica: una sanità che non sa proteggere il proprio capitale umano non potrà mai prendersi cura dei cittadini. E una classe dirigente che accetta passivamente questo declino rischia di svendere non solo competenze preziose, ma la capacità stessa del Trentino di tutelare il proprio stato sociale.
Demagri Paola
salute pubblica
Da troppo tempo la sanità trentina scivola lungo una traiettoria che tutti vedono e pochi hanno il coraggio di nominare. Ogni giorno peggiora un po’, ogni giorno si aggiunge un tassello a un quadro che non ha più nulla a che fare con l’efficacia, con la prossimità, con quella capacità di leggere i bisogni dei territori che un tempo era il tratto distintivo del nostro sistema. E mentre la situazione si fa più fragile, la risposta della governance aziendale e politica resta sempre la stessa: mancano le risorse, non si trovano professionisti, il problema è nazionale. È una narrazione che si ripete, che si autoalimenta, che finisce per diventare un alibi. Ma non spiega perché un modello che funzionava sia stato abbandonato. Non spiega perché ciò che garantiva qualità e continuità sia stato sostituito da un sistema che ha delocalizzato il potere e svuotato i territori.
Il Trentino non è una provincia qualunque. È una provincia autonoma che in passato ha saputo costruire soluzioni efficaci, riconosciute e apprezzate dalla cittadinanza. Le persone lo ricordano bene, lo dicono ancora oggi: una volta la sanità trentina era in vetta alle classifiche, una volta i problemi che oggi viviamo non c’erano. E non c’erano perché esisteva un modello capace di tenere insieme i servizi, i professionisti, gli amministratori locali, gli ospedali, le comunità. Quel modello si chiamava Distretto. Non un Distretto nominale, non un Distretto gigante, non un Distretto svuotato di potere, ma un Distretto vero, radicato nelle valli, costruito sulla prossimità, sulla conoscenza diretta, sulla responsabilità condivisa. Nei Distretti ci si incontrava con costanza, si ragionava insieme, si intercettavano i problemi prima che esplodessero, si evitavano spostamenti inutili verso i poli estremi della provincia, si aggiornava l’assistenza domiciliare, si includevano tutti i servizi della rete territoriale. Era un sistema che preveniva, non inseguiva. Era un sistema che riconosceva che il Trentino non è un quartiere di Milano, che le valli non sono linee sulla carta ma distanze reali, comunità diverse, bisogni diversi. Era un sistema che funzionava perché era vicino. Poi è arrivata la stagione degli accorpamenti, della razionalizzazione, della centralizzazione. Le Comunità di valle non presidiano più la materia sociosanitaria, i Comuni vengono esclusi dalle decisioni, gli ospedali procedono da soli senza coprogettazione con il territorio, il territorio subisce le scelte degli ospedali e gli ospedali subiscono le carenze del territorio. Si è rotto il punto più delicato: la relazione. Oggi non c’è più nessuno che parla con nessuno. E in mezzo ci sono professionisti straordinari che, con etica e dedizione, cercano di tenere insieme ciò che il sistema ha smesso di tenere insieme. Ma un sistema non può reggersi sulla buona volontà dei singoli.
Se davvero vogliamo migliorare l’assistenza territoriale, rafforzare la presa in carico, ridurre l’istituzionalizzazione, garantire equità in tutte le valli, allora bisogna dirlo con chiarezza: serve tornare al modello manageriale del Distretto. Serve restituire potere ai territori, ricostruire i tavoli, riattivare le relazioni, rimettere in connessione ciò che oggi è frammentato. Serve una visione che guardi avanti, non un’amministrazione che si limita a gestire il finecorsa. Perché quando chi governa non propone soluzioni, quando non immagina il futuro, quando non costruisce alternative, allora il futuro si spegne. E quando il futuro si spegne, l’unica cosa da fare è lasciare spazio a chi le idee le ha, a chi ha a cuore il bene comune, la salute pubblica, l’equità.
Per questo ritengo necessario un confronto diretto, alla pari, con l’assessore Tonina sul tema dei Distretti e della governance territoriale. Non un confronto tecnico, non un confronto burocratico, ma un confronto politico, chiaro, trasparente, che restituisca alla cittadinanza la possibilità di capire quale visione guida le scelte di oggi. È il momento di assumersi la responsabilità di dire come si intende ricostruire ciò che è stato smantellato. È il momento di dire se si crede ancora nella prossimità, nella rete, nella condivisione. È il momento di dire se si vuole davvero restituire al Trentino una sanità territoriale forte.
Io credo che il futuro esista e che debba essere costruito. Credo che il Trentino possa tornare ad avere un sistema sanitario capace di rispondere ai bisogni delle persone. Credo che la strada passi da un ritorno ai Distretti, non come nostalgia, ma come scelta di buon senso, come scelta di responsabilità, come scelta di futuro.