Tratto dal podcast: https://t.me/paola_demagri/41
Se avete letto le notizie di questi giorni, sapete che il nostro territorio precisamente la zona di Dro, qui in Trentino è stato scelto come cornice per un raduno di matrice nazi-skinhead. Una notizia che lascia il segno, non solo per la natura dell’evento in sé, ma per le reazioni che ha generato. A me ha colpito in modo particolare la dichiarazione del proprietario della struttura ricettiva che ha ospitato il raduno. Ha detto, in sostanza, che per lui si tratta solo di lavoro, che l’ospitalità si offre a tutti e che non spetta a lui valutare l’appartenenza politica dei clienti.
Ecco, io su questo voglio farmi e farvi una riflessione. Capisco il tema dell’etica professionale, ma esiste un confine preciso tra la legittima attività d’impresa e quella che definisco una falsa neutralità. Se parliamo di accoglienza, dobbiamo chiederci: accoglieremmo con la stessa leggerezza qualsiasi gruppo? O ci sono idee che, per la loro stessa natura, negano il diritto d’esistenza altrui? Quando un raduno richiama simboli, retoriche e appartenenze che si rifanno al neonazismo e al neofascismo, non siamo davanti a una semplice “opinione politica”. Siamo di fronte all’apologia di ideologie che la nostra Costituzione ha già giudicato e respinto. Nascondersi dietro il “io lavoro e non guardo la politica” significa far finta che le idee non abbiano conseguenze materiali sulla vita delle persone e sulla sicurezza di una comunità.
Ma perché questo episodio ci deve indignare così profondamente? Perché Paola, da donna che fa politica attiva, sente il bisogno di prendere la parola? Perché ciò che muove quei raduni non è un programma politico alternativo: è un vero e proprio sistema di disvalori. E dobbiamo avere il coraggio di chiamarli con il loro nome, attingendo a un lessico di verità.
L’estrema destra e i movimenti nazi-skinhead si fondano sulla persuasione che gli esseri umani non siano tutti uguali. Coltivano il suprematismo, il razzismo, la discriminazione per motivi etnici, religiosi o di orientamento sessuale. È la cultura del disprezzo verso il più debole. Dove noi vediamo il confronto democratica e il pluralismo, loro vedono la forza, il potere assoluto, la soppressione del pensiero critico. C’è un’esaltazione costante della violenza fisica e verbale come strumento di risoluzione dei conflitti. Non è “libertà d’espressione” inneggiare all’annientamento dell’altro. L’ideologia neo-fascista inneggia alla cattiveria organizzata, all’omologazione, al mito del capo, azzerando la ricchezza della complessità umana.
Quando vedo questi raduni, io non vedo solo qualche decina di persone con simboli del passato. Vedo un tentativo costante e organizzato di far penetrare questi disvalori nei nostri territori, di normalizzarli, di farli sembrare una “delle tante posizioni possibili”. E questo è il pericolo più grande: la banalizzazione del male e dell’orrore storico.
Pensavamo che il Trentino fosse un’isola felice. Un territorio protetto dalla sua storia di autonomia, dalle sue radici comunitarie, dalla sua tradizione di solidarietà e di autogoverno. Invece dobbiamo essere onesti: le pieghe e a volte le piaghe dell’insoddisfazione sociale, dell’ignoranza, della superficialità e della rabbia stanno aprendo varchi pericolosi anche qui. L’estrema destra avanza a livello globale ed europeo, e il Trentino non è permeabile per diritto divino.
Mi ha fatto piacere constatare che buona parte della rappresentanza istituzionale trentina si sia preoccupata e indignata per il raduno di Dro. Ma non posso fare a meno di notare che la reazione non è stata davvero trasversale. C’è chi ha preso le distanze con nettezza e chi, invece, è rimasto in un silenzio tattico, imbarazzato o distante dal giudizio.
E qui sta il nodo politico centrale. Spesso mi sento dire: “Ma dai, in Trentino la destra è diversa, è una destra autonomista, è accettabile”. A me questa narrazione fa sorridere, ma di un sorriso amaro. Perché la storia politica ci insegna che basta pochissimo. Basta un attimo perché il centrodestra strizzi l’occhio alla destra radicale, e perché la destra radicale finisca per sdoganare o giustificare i linguaggi dell’estrema destra. Quando si rincorrono le retoriche del risentimento, quando si strizza l’occhio a figure che basano la loro visibilità sulla denigrazione delle minoranze o sul richiamo all’ordine identitario e nativista, si sta spianando la strada a questi raduni. Se la politica istituzionale alza la soglia di tolleranza verso i linguaggi d’odio, non deve poi stupirsi se nei boschi o nei paesi delle nostre valli si organizzano i raduni nazi-skinhead.
E la prova della gravità della situazione sta nell’intervento delle istituzioni di garanzia: quando deve muoversi il Prefetto, quando devono intervenire le forze dell’ordine e il Comitato per la Sicurezza, significa che non siamo sul terreno delle opinioni, ma su quello della minaccia concreta alla convivenza civile e alla tenuta democratica.
È di fronte a questa realtà che riscopro le motivazioni profonde della mia appartenenza politica. La domanda che mi sono fatta è: perché io? Perché ho scelto da sempre di collocarmi e di battermi all’interno del centro-sinistra?
La risposta non sta solo in una tessera o in una formula elettorale. Sta in un’idea di società e di persona.
Io mi considero fortunata. La mia posizione nasce prima di tutto dai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori. Ma la famiglia da sola non basta: a formare una coscienza civile è la comunità intera. Sono le frequentazioni, i gruppi giovanili, la scuola, le associazioni di volontariato, i luoghi di lavoro, la rete di relazioni sociali con cui si cresce. Ho avuto la fortuna di formare il mio pensiero in ambiti dove l’altro non è mai stato visto come una minaccia, ma come una ricchezza; dove la solidarietà non è un costo, ma un investimento civile; dove la libertà individuale vive dentro la responsabilità collettiva.
Stare nel centro-sinistra, per me, significa prendere categoricamente le distanze da una visione del mondo gerarchica, escludente e autoritaria. Significa riaffermare ogni giorno che la democrazia non è uno stato naturale delle cose, ma una conquista che va difesa continuamente.
Il centro-sinistra è il campo che riconosce nella Costituzione nata dalla Resistenza antifascista la propria bussola non negoziabile. Non è un caso se l’articolo 3 della nostra Carta parla di pari dignità sociale e di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quella è l’antitesi esatta della visione reazionaria e neo-fascista che vede nella diversità un nemico da annientare.