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Il senso della piazza: dal ’68 a oggi, perché la protesta vera è solo pacifica

Da Paola Demagri 22 Ottobre 2026

Nelle ultime settimane stiamo assistendo a nuove manifestazioni e cortei che riportano al centro dello spazio pubblico temi complessi, tensioni sociali e desideri di cambiamento. Guardando queste piazze, è naturale e utile fare un passo indietro e confrontarle con le grandi mobilitazioni che hanno segnato la storia recente, prima fra tutte quella del 1968. Non si tratta di entrare nel merito delle singole rivendicazioni politiche di allora o di oggi, ma di riflettere sui motivi profondi, sul modello di partecipazione e sul tipo di comunicazione che anima il dissenso. Negli anni ‘68 la spinta alla protesta nasceva da una forte frattura generazionale: il desiderio di mettere in discussione strutture rigide, modelli culturali superati e un’autorità percepita come distante. Si scendeva in strada per rivendicare diritti, per immaginare una società diversa e per fare pressione sui luoghi del potere. Nello specifico, le piazze del ’68 chiedevano un profondo rinnovamento della società attraverso la rivendicazione di diritti fondamentali: il diritto allo studio per tutti e la democratizzazione della scuola contro una didattica elitaria e autoritaria; i diritti dei lavoratori, sfociati nelle battaglie per la sicurezza nelle fabbriche, salari equi e tutele sindacali poi sancite dallo Statuto dei Lavoratori; i diritti civili e di genere, che aprirono la strada alla parità dei sessi, al divorzio e all’autonomia decisionale sul proprio corpo; e infine il diritto all’obiezione di coscienza e alla pace, nel rifiuto della logica militare e delle guerre. 

Oggi, pur in un contesto storico e socio-economico profondamente mutato, le motivazioni di fondo che spingono le persone in piazza mantengono un filo conduttore simile. Oggi le piazze tornano a riempirsi attorno a nuove emergenze e diritti fondamentali per il presente e il futuro: la giustizia climatica e ambientale di fronte all’urgenza della crisi ecologica; la battaglia per la pace, la de-escalation e i diritti umani nei teatri di guerra internazionali; il contrasto alla precarietà lavorativa, all’inflazione e al carovita, con la richiesta di salari dignitosi e tutele sociali per i giovani; la difesa della scuola e dell’università pubblica accessibili a tutti, contro il caro-affitti e i tagli all’istruzione; l’ansia per il futuro, la percezione di non essere ascoltati dalle istituzioni e il bisogno di trovare uno spazio collettivo in cui fare sentire la propria voce di fronte a ingiustizie, crisi internazionali o precarietà ; e infine l’ampliamento dei diritti civili, d’inclusione e di cittadinanza, in una società sempre più plurale che chiede garanzie concrete per ogni individuo. La piazza rimane, sia ieri sia oggi, la cassa di risonanza di chi sente che i canali ordinari di rappresentanza non bastano più.

Nel ’68 la manifestazione era la principale forma di comunicazione di massa dal basso. Non c’erano i social media né l’informazione in tempo reale: la presenza fisica, i volantini, gli slogan, i canti e i cortei erano l’unico modo per dire “ci siamo anche noi”. La piazza era un grande laboratorio di idee e un invito ad aggregarsi. Oggi la comunicazione passa prima di tutto dagli schermi, ma la piazza conserva una funzione insostituibile: la testimonianza reale. Raccogliersi fisicamente nello spazio pubblico significa dare corpo a un’idea, renderla visibile, permettere a chi passa di fermarsi, ascoltare e valutare se unirsi. La vera manifestazione pacifica è un atto di apertura: parla alla città, cerca il dialogo e invita alla partecipazione.

In ogni epoca, tuttavia, le piazze corrono un rischio: che il messaggio originale venga oscurato o dirottato dagli atti di violenza. Succedeva negli anni Sessanta e Settanta, succede purtroppo anche oggi. È fondamentale tracciare una linea di demarcazione netta: chi sceglie la violenza, lo scontro cieco o il danneggiamento non sta comunicando, sta interrompendo il dialogo. La violenza distrugge la credibilità del messaggio e trasforma una richiesta di ascolto in una scusa per la contrapposizione esteriore.

Prendere le distanze dagli atti violenti non significa depotenziare la protesta, ma al contrario custodirne la forza morale e comunicativa. Una manifestazione pacifica, partecipata e determinata ha un impatto molto più profondo e duraturo rispetto a qualsiasi episodio di scontro, perché lascia aperto il canale dell’ascolto e permette a chiunque di riconoscersi in quella battaglia democratica.Oggi come allora, manifestare è un diritto fondamentale e una risorsa per la democrazia, a patto che rimanga uno strumento di comunicazione aperta. Scendere in piazza pacifica significa dire: “Ecco cosa pensiamo, parliamone, uniamoci”. Chiudere la porta alla violenza è il primo passo per far sì che la voce di chi protesta possa davvero essere ascoltata e fare la differenza.

Per ascoltare il podcast, link ai canali:

Telegram: https://t.me/paola_demagri/129

Youtube: https://youtu.be/fdgH67TAj8c?is=aV_CSyVeB-9ioNLA

Consigliera provinciale 

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