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“La montagna che lavora”

Da Paola Demagri 15 Agosto 2026

Oggi ho attraversato Vezzena, un altopiano che non si limita a essere un luogo: è un modo di stare in montagna. Palù Fratte, Cima Verle, i pascoli larghi che sembrano onde, le malghe che punteggiano il paesaggio come case di un’antica comunità. È un territorio che parla, se lo si ascolta. E oggi, camminando, ho provato a farlo: a guardare, a capire, a raccontare.

Le malghe visitate oggi sono prima di tutto luoghi di lavoro. Non sono scenografie, non sono cartoline: sono presidi vivi, dove ogni giorno si produce, si custodisce, si mantiene un equilibrio che altrove si è perso. La loro bellezza non è solo estetica: è la bellezza della funzione, della fatica, della continuità. È la bellezza di chi sale in quota per monticare, per portare le vacche nei pascoli alti, per trasformare il latte in formaggi che raccontano l’erba, il vento, la stagione.

La monticazione è un gesto antico, ma oggi più che mai necessario. Portare le vacche in malga significa dare loro aria, spazio, movimento. Significa farle vivere in un ambiente che, nonostante la fatica, è sempre meglio della stalla chiusa, soprattutto in un’estate come questa: calda, secca, lunga. L’erba è già bruciata dal sole, i pascoli soffrono, e le vacche rientrano stremate dal caldo. Le vedi arrivare lente, con il fiato corto, con quel passo che racconta la giornata. Ma anche così, anche con questa fatica, la malga resta il luogo dove stanno meglio: perché respirano, perché si muovono, perché vivono.

E poi c’è la montagna. La monticazione non serve solo alle bestie: serve al territorio. I pascoli tenuti vivi impediscono l’avanzare incontrollato del bosco, mantengono aperti gli spazi, riducono il rischio di incendi, conservano un paesaggio che è identità, economia, turismo. Una malga attiva è un pezzo di montagna che non si chiude, che non si abbandona, che non si perde.

Oggi, nelle malghe di Vezzena, ho visto tutto questo: il lavoro quotidiano, la cura dei prati, la produzione, la vendita dei prodotti, il ristoro che accoglie chi passa. Ho visto mani che lavorano, occhi che controllano il cielo, gesti che si ripetono da generazioni. Ho visto la fatica, quella vera: quella che non si racconta nei depliant, quella che non si vede nelle foto, quella che si sente nelle spalle e nelle gambe di chi vive quassù.

Ma ho visto anche le difficoltà. I bandi dei Comuni, che spesso restano deserti, perché gestire una malga oggi è un impegno enorme: servono competenze, servono investimenti, serve tempo, serve una famiglia che ci crede. E non sempre la politica riesce a rendere questo lavoro sostenibile. Servono bandi più chiari, più accessibili, più realistici. Servono incentivi che non siano solo contributi, ma strumenti per accompagnare chi vuole salire in quota. Servono regole che tengano insieme produzione, tutela, turismo, sicurezza. Serve una politica che capisca che una malga aperta è un servizio pubblico, non solo un’attività privata.

E poi c’è il tema delle predazioni. Le malghe oggi devono convivere con un rischio che non è solo economico, ma emotivo: perdere un animale non è perdere un numero, è perdere un pezzo di lavoro, un pezzo di relazione. I recinti elettrificati, i cani da guardiania, le misure di prevenzione sono strumenti necessari, ma non sempre sufficienti. E anche qui la politica deve essere presente: con norme chiare, con rimborsi rapidi, con una gestione che non lasci soli gli allevatori.

Il viaggio di oggi in Vezzena diventa così un racconto che vale per tutte le malghe del Trentino. Vale per la Val di Non, per la Val di Sole, per il Lagorai, per le Giudicarie, per il Primiero. Vale per ogni pascolo dove si sale d’estate, per ogni baita dove si lavora, per ogni famiglia che tiene viva una tradizione che non è folclore, ma economia, identità, presidio del territorio.

La montagna non vive da sola. Vive se qualcuno la abita, la cura, la mantiene. Le malghe sono questo: la montagna che lavora. E raccontarle significa raccontare il Trentino reale, quello che non si vede dalle città, quello che non si misura solo con i numeri, quello che resiste, quello che produce, quello che tiene insieme paesaggio, comunità e futuro.

15 Agosto 2026 0 Commenti
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