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Referendum sulla separazione delle carriere: il nostro NO!

Da Paola Demagri 19 Febbraio 2026

In vista del referendum sulla separazione delle carriere, il Movimento Casa Autonomia esprime un NO convinto, che non lascia spazio a dubbi, perché il nostro Movimento ritiene che la politica non debba mai essere ingerente in tutti i contesti, e ancor meno in quello della giustizia, che deve poter operare in modo libero, autonomo e indipendente. Per questo invitiamo gli elettori a esprimere un NO alla divisione delle carriere, riaffermando un principio che per noi è irrinunciabile. A questo si aggiunge un elemento fondamentale: la separazione degli equilibri istituzionali non può essere messa in discussione attraverso strumenti che rischiano di semplificare eccessivamente questioni complesse, esponendo la giustizia a pressioni esterne e a dinamiche che nulla hanno a che fare con la tutela dei diritti dei cittadini. La credibilità del sistema giudiziario si fonda sulla sua capacità di restare equidistante da ogni potere, e ogni intervento che ne modifichi l’assetto deve essere valutato con rigore, competenza e responsabilità, non con logiche contingenti.

Dire NO significa quindi difendere l’equilibrio costituzionale, proteggere l’indipendenza di chi ogni giorno è chiamato a garantire legalità e imparzialità, e ribadire che la giustizia non può diventare terreno di scontro politico o strumento di propaganda. Solo in un secondo momento va ricordato che la decisione del governo nazionale di affidare al voto popolare una materia così complessa appare più come un’operazione di campagna elettorale che come un vero confronto pubblico. Una scelta che rischia di banalizzare un tema delicato, che richiederebbe invece approfondimento, competenza e responsabilità istituzionale. Allo stesso tempo, invitiamo ogni cittadino a recarsi alle urne, a esercitare il proprio dovere di voto e a contribuire a contrastare l’astensionismo, che indebolisce la partecipazione democratica e la qualità delle nostre istituzioni.

Il Direttivo

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Liste d’attesa senza trasparenza: impossibile programmare soluzioni

Da Paola Demagri 18 Febbraio 2026

La Fondazione GIMBE rileva che, a 18 mesi dalla conversione del DL Liste d’attesa, non è arrivato alcun beneficio concreto per i cittadini: mancano ancora due decreti attuativi e la piattaforma nazionale non rende pubblici i dati necessari per capire dove si concentrano i ritardi. Le liste d’attesa restano così il segnale più evidente dell’indebolimento del Servizio sanitario nazionale, con milioni di persone costrette a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure. 

E noi in Trentino?  Senza dati provinciali pubblici e disaggregati, non è possibile sapere con precisione dove si concentrano i ritardi, quali prestazioni sono più critiche e quanto pesa l’intramoenia sul nostro territorio. Questo è il punto politico: il Trentino non è valutabile, e questo rende impossibile programmare interventi seri. Ciò che però sappiamo perché emerge da operatori, amministratori e cittadini è che le liste d’attesa sono un problema crescente anche qui, soprattutto per la diagnostica di base e le visite specialistiche più richieste. La carenza di personale pesa in modo particolare nelle valli, dove sostituire i professionisti è più difficile. L’intramoenia è in aumento e spesso rappresenta l’unica via per ottenere una prestazione in tempi ragionevoli. Il CUP trentino è andato in crash come dimostrato nelle scorse settimane, non è integrato con un sistema nazionale e non offre strumenti chiari ai cittadini quando i tempi massimi non vengono rispettati. Le prenotazion i dal sistema Tre C non sempre vanno a buon fine. Manca trasparenza: non è possibile confrontare i tempi tra pubblico, privato accreditato e intramoenia, né tra territori diversi. In sintesi: il Trentino non fa eccezione. Senza dati pubblici e leggibili non possiamo misurare il problema né pretendere soluzioni adeguate. Ed è un limite politico e amministrativo che va denunciato con forza.
Non è sufficiente che l’Assessore Tonina riconosca l’esistenza del problema, la sua complessità e la volontà di trovare soluzioni. Le scelte politiche non possono basarsi su percezioni o dichiarazioni di principio: devono poggiare su dati, analisi e trasparenza. E oggi in Trentino questi elementi mancano. Mancano i numeri, i rapporti, le percentuali che permetterebbero di capire dove intervenire e con quali priorità. Senza dati pubblici e verificabili, ogni promessa rischia di restare un esercizio retorico, non una risposta concreta ai cittadini.

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Scuole aperte a luglio: molte promesse, nessuna informazione. Depositata interrogazione per chiedere chiarezza alla Giunta

Da Paola Demagri 17 Febbraio 2026

Negli ultimi mesi molte famiglie trentine conservano in agenda un ritaglio di giornale: quello in cui la Giunta annunciava con grande enfasi l’apertura estiva degli istituti scolastici nel mese di luglio, per i bambini della scuola dell’infanzia e per gli alunni dai 6 ai 14 anni. Una misura definita “strategica”, presentata come imminente, sperimentale per due anni e senza impatto sul calendario scolastico. Quel ritaglio, però, da settimane viene solo spostato più avanti, mentre le informazioni concrete continuano a mancare.I genitori interessati cercano risposte, chiedono come accedere ai servizi, quali scuole saranno coinvolte, quali attività verranno proposte, quali costi dovranno sostenere. Ad oggi, di tutto questo non c’è traccia. Se la Giunta non chiarirà rapidamente come intende organizzare il progetto, rischiano di rimanere con un annuncio sulla carta e nulla più. Eppure gennaio e febbraio sono i mesi in cui i lavoratori nel pubblico come nel privato devono programmare ferie e aspettative estive, indispensabili per la cura dei figli. L’incertezza attuale rende impossibile pianificare. Chi non crede che la Provincia riuscirà davvero a partire già dall’estate 2026 si sta organizzando come negli anni scorsi, assumendosi interamente i costi. Altri attendono, ma non potranno farlo ancora a lungo: luglio è dietro l’angolo. È in questo contesto che abbiamo depositato un’interrogazione in Consiglio provinciale, per chiedere finalmente chiarezza su un progetto annunciato come prioritario, finanziato, inserito negli atti di programmazione economica, ma che oggi non mostra alcun avanzamento visibile.
Questa distanza crescente tra gli annunci e la realtà rischia di minare la fiducia delle famiglie e degli stessi soggetti che, negli anni, hanno garantito servizi educativi estivi di qualità. Non è accettabile che una misura definita “strategica”, inserita negli atti di programmazione, finanziata con risorse dedicate e presentata come un pilastro della conciliazione vita-lavoro, rimanga sospesa nel vuoto organizzativo.
La Giunta ha scelto di costruire attorno a questo progetto una narrazione forte, ma oggi quella narrazione non trova riscontro nei fatti. E quando si parla di servizi per l’infanzia, di tempi di vita e di lavoro, di programmazione familiare, non ci si può permettere leggerezze o improvvisazioni.

Per questo abbiamo depositato un’interrogazione: per chiedere trasparenza, tempi certi, responsabilità amministrativa. Perché le famiglie non possono vivere nell’incertezza, le associazioni non possono restare bloccate, e il territorio non può essere lasciato nell’attesa di decisioni che avrebbero dovuto essere già operative. Se la Provincia considera davvero questa misura una priorità, è il momento di dimostrarlo con atti concreti, non con ulteriori annunci.

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Salute collettiva e approccio territoriale

Da Paola Demagri 16 Febbraio 2026

Dal concetto di One Health alle Case della Comunità: come possiamo prenderci cura delle persone, degli animali e del territorio in modo integrato?

Quando? 24 febbraio 2026 – Ore 20.15

Dove? Ossana – Sala Comunale

Conduce: Paola Demagri, Consigliera provinciale

Intervengono:

  • Dr. Michele Dallapiccola, medico veterinario
  • Dr. Alberto Pasquesi, medico di medicina generale

Perché stare bene significa farlo insieme, anche nelle valli.

Vi aspettiamo!

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Una nuova campagna sui Territori – Trentino 2030/50

Da Paola Demagri 13 Febbraio 2026

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Intitolare per ricordare: l’eredità silenziosa e concreta di Clara Marchetto

Da Paola Demagri 12 Febbraio 2026

Prima di discutere dell’intitolazione, credo sia doveroso ricordare chi è stata Clara Marchetto e quale contributo abbia dato alla nostra comunità. Clara ha lavorato per anni nell’amministrazione pubblica trentina, occupandosi in particolare di servizi sociali e di organizzazione amministrativa. Due ambiti cruciali, che negli anni in cui lei operava stavano cambiando profondamente e richiedevano competenza, equilibrio e una grande capacità di tenere insieme persone, procedure e bisogni reali. Nel settore dei servizi sociali, Clara ha seguito da vicino i percorsi di sostegno alle famiglie, alle donne, alle persone fragili. Ha contribuito a costruire reti territoriali che allora non erano affatto scontate, lavorando perché i servizi fossero accessibili, coordinati, capaci di rispondere ai bisogni senza lasciare indietro nessuno. Nell’ambito dell’organizzazione amministrativa, ha garantito rigore, continuità e affidabilità in un contesto normativo e istituzionale in rapida evoluzione. Era una di quelle figure che tengono in piedi la macchina pubblica senza clamore, ma con una precisione e una serietà che tutti riconoscevano. E tutto questo lo ha fatto in un tempo e in un ambiente prevalentemente maschile, dove la presenza delle donne nei ruoli di responsabilità era minima, spesso guardata con sospetto, talvolta tollerata più che valorizzata. Essere donna, in quegli anni, significava dover dimostrare ogni giorno di meritare il posto che si occupava. Significava sapere che un errore sarebbe stato giudicato più severamente, e un successo più facilmente attribuito alla fortuna che alla competenza. Clara ha attraversato tutto questo con dignità, con fermezza, con una professionalità che oggi riconosciamo come esemplare. Non ha mai alzato la voce, ma non ha mai abbassato lo sguardo. Ha portato competenza, metodo, responsabilità. Ha mostrato che la cura non è debolezza, ma un modo di lavorare. Che la fermezza può essere gentile. Che il servizio pubblico, quando è fatto bene, è un impegno quotidiano e non una vetrina. Ed è proprio per questo che intestare un luogo istituzionale al suo nome ha un significato profondo. Non è un gesto decorativo, né un atto di cortesia postuma. Intestare significa riconoscere pubblicamente un’eredità, farla entrare nello spazio comune, renderla parte della nostra identità collettiva. Significa dire che la storia di Clara non appartiene solo ai ricordi di chi l’ha conosciuta, ma appartiene alla comunità intera. Significa affermare che certi percorsi, certi modi di lavorare, certi esempi non devono andare dispersi nel tempo, ma diventare orientamento per chi verrà dopo di noi.

Il tempo passa, e passa per tutti. Ma non tutto può essere lasciato andare. Ci sono storie che non si dissolvono, perché raccontano non solo una persona, ma un’epoca, un modo di intendere il lavoro pubblico, un’idea di responsabilità che oggi abbiamo il dovere di custodire. La memoria non è nostalgia: è un atto di giustizia verso chi ha costruito, spesso in silenzio, le basi su cui noi oggi camminiamo.Per questo ritengo giusto, e profondamente significativo, che il nome di Clara Marchetto entri in questo spazio. Perché la sua storia continui a parlare, e continui a chiedere a ciascuno di noi di essere all’altezza della responsabilità che portiamo.

Foto: Trentino Cultura (https://www.cultura.trentino.it/Appuntamenti/Clara-Marchetto-Sola-contro-tutti)

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Dalla malattia ai diritti: un impegno politico quotidiano

Da Paola Demagri 11 Febbraio 2026

Oggi, nella 34ª Giornata Mondiale del Malato, sento riaffiorare tutto ciò che negli anni ho visto, ascoltato, accompagnato. La malattia non è mai solo una condizione clinica: è un’esperienza umana che attraversa le vite, le famiglie, le comunità. È un fatto politico, perché ogni fragilità che resta senza risposta è una responsabilità collettiva mancata.

Le persone malate non chiedono compassione: chiedono diritti, ascolto, presenza. Chiedono che la cura non sia un percorso a ostacoli, che la solitudine non diventi un secondo dolore, che la dignità non sia negoziabile. E oggi la solitudine è una nuova pandemia silenziosa: colpisce chi è malato, chi è anziano, chi vive la disabilità, chi non ha reti o chi le ha viste sgretolarsi. La solitudine non è un destino individuale, è un fallimento sociale e politico.

La disabilità, poi, continua a essere trattata come un capitolo a parte, invece di essere riconosciuta come parte piena della cittadinanza. Non basta parlare di inclusione: servono accessibilità reale, sostegni concreti, servizi che funzionano, percorsi di autonomia possibili. La disabilità non è un problema da gestire, è una condizione che chiede diritti, opportunità, rispetto.

Per questo non mi basta una ricorrenza. Vorrei che questa giornata fosse un impegno politico concreto: investimenti veri nella sanità pubblica, servizi territoriali che funzionano, sostegno alle famiglie, assistenza domiciliare che non lasci indietro nessuno, salute mentale trattata come priorità. E vorrei una prevenzione che inizi nei luoghi dove si costruisce il futuro: la scuola, lo sport, il sociale. Luoghi dove si impara a prendersi cura di sé e degli altri, dove si combattono le disuguaglianze prima che diventino malattia.

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Io combatto contro la deriva!

Da Paola Demagri 10 Febbraio 2026

In questi giorni mi sento profondamente preoccupata. Preoccupata non solo per come reagiamo, ma per come ci portiamo dietro le reazioni delle persone che hanno davvero a cuore il futuro della nostra comunità. Questa preoccupazione nasce da una sensazione sempre più forte: molte persone si stanno appiattendo su una condizione generalizzata che ci sta trascinando verso una deriva sociale.È facile guardare oltre i nostri confini, persino quelli internazionali, e pensare che ciò che descrivo riguardi scenari lontani, conflitti remoti, dinamiche che “non ci appartengono”. E invece no. Hanno molto a che fare anche con noi. Perché ormai tutto ciò che accade lontano, in un attimo, diventa vicino. L’effetto dei media, dei social, della velocità dell’informazione, della facilità con cui ci si muove nel mondo e si incontrano persone di ogni provenienza: tutto questo ci attraversa, ci influenza, ci cambia.

Non voglio tirarla troppo lunga, quindi torno al punto da cui sono partita: l’appiattimento. L’appiattimento della politica, che sta insinuando nelle nostre menti l’idea che la violenza sia accettabile se esercitata da chi ha un mandato “autorevole”. Che la difesa debba trasformarsi sempre in autodifesa. Che educare al rispetto fin dall’infanzia non sia responsabilità delle istituzioni ma solo dei genitori. Che il fascismo “non esista più” e che l’antifascismo sia una semplice opinione, una posizione come un’altra. Io questa normalizzazione non riesco ad accettarla. La sento come un indebolimento degli anticorpi democratici, come una perdita di profondità nel nostro modo di guardare al mondo e a noi stessi. E non riguarda solo i grandi scenari globali: riguarda ogni comunità, anche la nostra. Perché ciò che accade altrove arriva qui, nelle conversazioni quotidiane, nei comportamenti, nelle aspettative.

E questa sensazione di appiattimento la ritrovo anche in ciò che sta accadendo a livello provinciale. Le scelte politiche della maggioranza rischiano di indebolire il nostro pensiero critico, di abituarci a una narrazione fatta di slogan, di annunci, di promesse che soffocano ciò che davvero conta.Ma io sono certa che i Trentini sapranno risollevarsi. Sapranno liberarsi dal soffocamento degli spot, dal soffocamento delle prebende, dal soffocamento degli annunci e delle promesse. Sapranno riconoscere l’indebolimento progressivo di ciò che è essenziale: l’istruzione, la sanità, la cura del territorio, l’attenzione alle fragilità, alla disabilità, alla marginalità, alla dignità economica di ogni singola persona. Io non ci sto. Per questo reagisco ogni giorno. Per questo mi impegno affinché, anche solo un passo alla volta, si generi una piccola rivoluzione culturale e politica. Una rivoluzione che ribalti le vedute e apra la strada a un Trentino più resistente, più forte, più autonomo, più incisivo. Un Trentino che sia davvero per tutti, non per pochi.

10 Febbraio 2026 0 Commenti
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Il bullismo degli adulti e la responsabilità della politica

Da Paola Demagri 9 Febbraio 2026

Si parla spesso di bullismo pensando ai ragazzi, alle scuole, alle dinamiche dell’adolescenza. È come se questo fenomeno appartenesse solo a un’età fragile e in formazione, come se gli adulti ne fossero immuni. E invece la realtà ci mostra qualcosa di molto diverso: il bullismo degli adulti esiste, è diffuso e, in molti casi, è persino più duro di quello giovanile. Si nutre di gruppi, di dinamiche di branco, di strumenti comunicativi potenti come i media o i social. E quando non si limita a un semplice atto canzonatorio, spesso mascherato da satira, ma diventa un’azione organizzata, pubblica anche dentro alle nostre piccole comunità, dove tutti ci conosciamo, l’effetto è ancora più violento.

Di fronte a tutto questo, la domanda che mi pongo e che credo dovremmo porci tutti, è semplice e scomoda: come possiamo pretendere di educare i nostri giovani al rispetto, all’impegno, all’etica, se siamo noi adulti i primi a tradire quei valori? Come possiamo parlare di “buoni comportamenti” se poi tolleriamo, giustifichiamo o addirittura applaudiamo forme di umiliazione pubblica verso chi ha ricoperto un ruolo amministrativo o civico? Prima di essere amministratori, professionisti, volontari o politici, siamo cittadini. E come cittadini abbiamo il dovere di indossare gli abiti civili, quelli del rispetto reciproco. Solo dopo possiamo indossare gli abiti della critica, della satira, del confronto politico. Ma mai a scapito della dignità delle persone. La satira è un linguaggio prezioso, ma quando smette di essere strumento culturale e diventa gogna, allora non è più satira: è bullismo.

Questa riflessione personale si intreccia con ciò che è accaduto ieri in Prima Commissione, dove abbiamo aperto  l’esame del disegno di legge n° 49  presentato dalla consigliera provinciale Lucia Maestri e sottoscritto anche da me e da tutti i Consiglieri di ADA per l’istituzione di un “Osservatorio provinciale sulle discriminazioni, l’intolleranza e l’odio in provincia di Trento”. È stato un momento importante, perché ha trovato ampia adesione da parte dei commissari, che hanno chiesto di approfondire il tema attraverso un ciclo di audizioni.

Come componente della Prima Commissione, accolgo con convinzione questo percorso. Peccato che la reazione di alcuni colleghi di maggioranza sia stata molto molto timida. C’è da sperare che dopo le audizioni si trovi l’appoggio al ddl da parte di tutte le forze politiche presenti in commissione. Credo che un Osservatorio possa rappresentare un presidio fondamentale per analizzare in modo scientifico e non emotivo ciò che accade nel dibattito pubblico. Un luogo capace di distinguere la critica legittima dalla violenza verbale, di riconoscere quando un attacco supera la soglia del confronto e diventa bullismo, di offrire criteri tecnici e non discriminatori. Un Osservatorio non giudica le persone: aiuta la comunità a capire, a misurare, a prevenire. E soprattutto restituisce dignità al discorso pubblico.

Anche la campagna elettorale che mi ha coinvolta a Cles è stata segnata da “dicerie” e narrazioni costruite. Non lo ricordo per rivendicare qualcosa, ma perché il tempo, alla fine, non cancella: chiarisce. Chiarisce la qualità delle persone, dei comportamenti, delle scelte. E ci ricorda che la politica può essere un luogo di cura o un luogo di ferita, a seconda di come decidiamo di abitarla.

Il bullismo degli adulti non è folclore, non è tradizione, non è satira. È un problema culturale che mina la qualità della nostra democrazia e delle nostre comunità. Per questo ritengo importante sostenere il percorso avviato in Commissione: perché la politica deve essere il primo luogo in cui il rispetto diventa pratica quotidiana, non eccezione. E perché solo una società adulta capace di guardarsi allo specchio può davvero chiedere ai giovani di fare altrettanto.

9 Febbraio 2026 0 Commenti
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Lettera al T Quotidiano del 08/02/2026

Da Paola Demagri 8 Febbraio 2026
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