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Sanità trentina in tilt: non è più un’emergenza, è un sistema che non regge

Da Paola Demagri 24 Aprile 2026

La sanità trentina si è fermata di nuovo. Un guasto informatico ha bloccato tutti i pronto soccorso, e ci hanno raccontato che è solo un problema tecnico, come se fosse normale, come se fosse inevitabile, come se noi cittadini dovessimo accettare tutto in silenzio. Ma la verità è che non è più possibile far finta di niente. Non è più possibile credere che sia solo sfortuna. Non è più possibile accettare che ogni volta ci dicano che va tutto bene mentre tutto cade a pezzi.

Perché questo non è un episodio isolato. È l’ennesimo. È l’ennesima giornata in cui i sistemi informatici non funzionano, le prenotazioni saltano, la TreC si inceppa, le griglie si duplicano, i laboratori si bloccano. È l’ennesima giornata in cui chi lavora nella sanità deve arrangiarsi come può e chi ha bisogno di cure deve sperare che oggi sia il giorno giusto, quello in cui il sistema non decide di crollare.

E intanto il personale se ne va, i pazienti aspettano mesi, tanti rinunciano a curarsi o si rivolgono al privato perché non trovano risposte nel pubblico. E noi dovremmo continuare a sentirci dire che è tutto sotto controllo. Ma sotto controllo non c’è più niente. Sotto controllo non c’è più nemmeno la pazienza delle persone, che è stata tirata, stirata, consumata fino all’ultimo filo.

La verità è che la gente è stufa. Stufa di essere trattata come se non capisse. Stufa di sentirsi dire che è tutto normale quando non lo è. Stufa di vedere la sanità ridotta così, giorno dopo giorno, senza che nessuno si prenda la responsabilità di dire basta. Perché qui non si parla di un capriccio, di un dettaglio, di un fastidio. Qui si parla della salute, del diritto più sacro che abbiamo. E quando un sistema non è più in grado di garantirlo, allora non è la gente che deve adattarsi: è il sistema che deve cambiare.

E allora sì, diciamolo chiaramente: siamo stufi. Siamo stufi di vedere la nostra sanità trattata come se fosse un optional. Siamo stufi di dover sperare che oggi funzioni. Siamo stufi di doverci arrangiare mentre tutto intorno scricchiola. È ora di rimettere al centro la salute delle persone, non le scuse. È ora di pretendere ciò che ci spetta: un sistema che funzioni, che rispetti chi ci lavora e chi ci entra perché ha bisogno di essere curato.

Perché la salute non è un favore. È un diritto. E quando un diritto viene calpestato così, la voce dei cittadini non può più restare bassa.

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Ogni giovane che se ne va

Da Paola Demagri 24 Aprile 2026

Dai dati ISTAT
Nel 2024, dal Trentino sono partiti 861 giovani.Un numero che cresce, anno dopo anno, come una linea sottile che si allunga verso l’esterno. Dal 2011 ad oggi ne abbiamo persi oltre 6.400. E mentre le partenze aumentano, i rientri diminuiscono: a livello nazionale i rimpatri degli italiani sono calati del 23% nel biennio 2023–2024.Ogni giovane che se ne va non è una statistica: è una voce che si spegne nelle nostre piazze, un talento che non vedremo crescere qui, un pezzo di comunità che si assottiglia.
Le ragioni sono sempre le stesse, e non servono grandi analisi per riconoscerle.
C’è chi parte perché non trova una casa accessibile, perché i costi sono troppo alti o perché ristrutturare un appartamento ereditato è diventato un percorso a ostacoli.
C’è chi parte perché cerca un lavoro che qui non esiste, o che non offre prospettive, stabilità, crescita.E c’è chi parte perché, vivendo in valle, ogni giorno deve fare i conti con una mobilità lenta, faticosa, che rende tutto più distante: lo studio, il lavoro, le opportunità.Non sono scelte leggere. Sono scelte che parlano di futuro, di possibilità, di dignità.
E allora la domanda che dovremmo farci non è “perché se ne vanno?”, ma “cosa serve perché possano restare?”.Le risposte non sono complicate: politiche abitative che non lascino soli i giovani, lavoro qualificato che non costringa a migrare per crescere, collegamenti che rendano il territorio unito e non frammentato.
Sono scelte che richiedono visione, continuità, ascolto.Perché trattenere i giovani non significa trattenerli a forza: significa offrire loro un motivo per scegliere di restare.E in fondo, tutto parte da qui: dal riconoscere che ogni partenza è una perdita per tutti noi.

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Sinner non diventi simbolo di nazionalismo

Da Paola Demagri 20 Aprile 2026

Sinner, l’identità senza confini: orgoglio sì, nazionalismo no
C’è una linea sottile, spesso invisibile, che separa l’orgoglio dall’enfasi, l’identità dalla sua caricatura. Ed è proprio su quella linea che si muove oggi il racconto attorno a Jannik Sinner. Un racconto che, a tratti, sembra aver bisogno di semplificare ciò che invece nasce complesso.
Sinner vince, convince, incarna una nuova eccellenza sportiva italiana. Fin qui, tutto naturale. Ma è quando questa eccellenza viene trasformata in simbolo assoluto di “italianità” che qualcosa stride. Non per colpa sua, ma per il bisogno, tutto contemporaneo, di costruire bandiere dove ci sarebbero storie.
Perché la storia di Sinner non è lineare. È una storia di confine. Nasce e cresce in Alto Adige, una terra che non è mai stata una sola cosa: crocevia tra mondo latino e germanico, spazio di tensioni ma anche di riconciliazioni, laboratorio concreto di autonomia e convivenza. Una terra dove l’identità non si afferma contro qualcuno, ma accanto a qualcun altro.
E allora la domanda diventa inevitabile: si può davvero ridurre tutto questo a un semplice “orgoglio italiano”?
La risposta è no. O meglio, non solo.
Sinner è italiano, certo. Gioca per l’Italia, rappresenta l’Italia, e lo fa con rispetto e misura. Ma è anche il prodotto di una cultura di frontiera, di una pluralità linguistica e mentale che lo rende, prima ancora che nazionale, profondamente europeo. La sua educazione sportiva e umana si nutre di disciplina mitteleuropea, apertura internazionale, e di quella sobrietà alpina che rifugge gli eccessi.
Idealizzarlo come simbolo assoluto rischia quindi di tradirne l’essenza. Non perché manchi qualcosa, ma perché c’è troppo: troppe influenze, troppe sfumature, troppe appartenenze per essere racchiuse in un’unica etichetta.
Il punto, allora, non è negare l’orgoglio. L’orgoglio è legittimo, persino necessario nello sport. Il punto è evitare che diventi un valore esclusivo, chiuso, identitario in senso rigido. Perché è proprio da queste rigidità che, nella storia europea, sono nate le fratture più profonde.
Paradossalmente, Sinner rappresenta l’opposto di tutto questo. È la dimostrazione che si può appartenere senza contrapporsi, che si può rappresentare senza escludere. Che la forza non sta nell’uniformità, ma nella sintesi.
E forse la vera lezione non è quella che molti vogliono raccontare. Non è il ritorno a un orgoglio nazionale in senso tradizionale. È qualcosa di più sottile e, se vogliamo, più moderno: l’idea che identità diverse possano convivere senza annullarsi, che la ricchezza stia proprio nel loro incontro.
In un tempo che tende a semplificare, Sinner resta complesso. E proprio per questo, molto più interessante di qualsiasi bandiera.
Da autonomista, democratico integralista ma democratico ed aperto mi sento in dovere di dire non banalizziamo, l’autonomismo, la libertà, non sono mai un un arrivo, ma un processo in divenire.

Fabrizio Ciresa, Valle di Fiemme

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A sostegno del ddl di iniziativa popolare

Da Paola Demagri 20 Aprile 2026

Siamo stati chiamati a discutere un disegno di legge che non nasce nei corridoi della politica, ma nelle mani dei cittadini. Un ddl di iniziativa popolare che richiedeva ai proponenti di raccogliere almeno 2.500 firme entro il 30 settembre. E già questo, da solo, dovrebbe farci fermare un momento.

Perché quando la comunità si muove, quando le famiglie firmano, quando gli educatori si espongono, quando i pedagogisti mettono nero su bianco le loro analisi, la politica ha il dovere di ascoltare. Non per cortesia, ma per mandato democratico.

E invece, finora, il metodo scelto dalla Giunta è stato un altro: un metodo di forzatura, non di motivazione. Un metodo che non ha mai presentato dati comparativi sulla reale partecipazione delle famiglie, che non ha costruito un percorso di ascolto, che non ha aperto un confronto.

E questo pesa, perché quando si parla di infanzia, il metodo è già merito. Il modo in cui si decide racconta la qualità della decisione. In questi anni abbiamo ascoltato molte voci: pedagogisti, insegnanti, esperti, famiglie. E tutte, con una coerenza rara, ci dicono la stessa cosa: dieci mesi di scuola d’infanzia sono ampiamente sufficienti per una formazione strutturata, equilibrata, rispettosa dei tempi di crescita dei bambini.

Non è un’opinione politica: è un principio pedagogico consolidato. I bambini hanno bisogno di cicli chiari, di tempi riconoscibili, di pause che permettano di integrare ciò che hanno vissuto. La scuola d’infanzia non è un servizio continuativo senza stagioni: è un percorso educativo che ha bisogno di respirare. E qui entra un altro principio fondamentale: il servizio di conciliazione non va confuso con il servizio educativo. Sono due funzioni diverse, con finalità diverse, con personale diverso. La conciliazione è un bisogno legittimo delle famiglie, ma non può essere scaricato sulla scuola d’infanzia.

La scuola non è un parcheggio sociale. La scuola non è un contenitore universale. La scuola è un luogo di crescita, e come tale va protetto. Le famiglie, quando hanno esigenze di conciliazione, possono trovare luoghi adatti, personale adatto, servizi pensati per rispondere a quel tipo di necessità.

Ma non possiamo chiedere alla scuola d’infanzia di diventare ciò che non è. Non possiamo snaturare la sua identità per coprire vuoti organizzativi che spettano ad altri strumenti. E poi ci sono loro, le insegnanti. Le persone che ogni giorno tengono in piedi la qualità educativa del nostro territorio. Da anni ci dicono che andare oltre i dieci mesi significa uscire dalla cornice contrattuale, educativa, logistica, climatica e formativa.

Significa lavorare in condizioni non previste, in spazi non adeguati, in periodi dell’anno in cui la qualità non può essere garantita. Significa chiedere loro di fare un lavoro diverso da quello per cui sono state formate, selezionate, assunte. E non è solo una questione di salute dei bambini, anche se quella dovrebbe bastare.

È una questione di rispetto per la professionalità educativa. Perché la scuola d’infanzia non è fatta solo di muri e orari: è fatta di competenze, di progettazione, di intenzionalità pedagogica. E quando si chiede di estendere il servizio oltre i dieci mesi, si chiede di sacrificare tutto questo.

Il ddl di iniziativa popolare difende un principio semplice e potente:che l’infanzia è un bene pubblico e come tale va tutelata con norme chiare, partecipate, rispettose delle competenze professionali. E difende un altro principio, altrettanto importante: che la partecipazione dei cittadini non è un fastidio, ma una risorsa. 

Che quando migliaia di persone firmano, quando si organizzano, quando chiedono un confronto, la politica non può voltarsi dall’altra parte.Perché la democrazia non è solo votare: è essere ascoltati.

Questo ddl non nasce contro qualcuno. Nasce per qualcosa: per un territorio che vuole crescere, per famiglie che meritano servizi adeguati, per bambini che meritano qualità, per insegnanti che meritano rispetto, per una politica che non abbia paura di ascoltare. E allora sì, oggi siamo chiamati a una scelta che non è tecnica. È una scelta identitaria.

Una scelta che dice chi siamo e che idea di futuro vogliamo costruire. Sostenere questo ddl significa dire che la democrazia funziona. Significa dire che la qualità educativa non si sacrifica. Significa dire che la scuola d’infanzia non è un servizio residuale, ma un pilastro della comunità. Significa dire che quando la comunità parla, le istituzioni rispondono. E io credo che questo sia il compito più alto che abbiamo.

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Interrogazioni senza risposta: quando la trasparenza si ferma

Da Paola Demagri 14 Aprile 2026

Dal Consiglio provinciale      

Il regolamento è molto chiaro: le interrogazioni dei consiglieri provinciali devono ricevere risposta entro 30 giorni. Non è un dettaglio tecnico, è una garanzia di trasparenza e di rispetto verso il Consiglio e verso la comunità. Eppure, sempre più spesso, su alcuni temi le risposte non arrivano. Non arrivano nei tempi, non arrivano nel merito, oppure non arrivano affatto.

È difficile non vedere un filo rosso: più l’argomento è scomodo, più la risposta si perde nei meandri dell’amministrazione. Ma un’amministrazione davvero trasparente non dovrebbe temere nessuna domanda, nessuna pubblicazione, nessun chiarimento.

Governare significa assumersi la responsabilità delle scelte compiute e rendere conto dell’uso delle risorse pubbliche. Sono soldi dei trentini, spesi per i trentini, che hanno pieno diritto di conoscere, capire e valutare.

Le interrogazioni non sono un fastidio: sono uno strumento democratico. Ignorarle significa indebolire quel patto di fiducia che dovrebbe legare istituzioni e cittadini.

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Scuola dell’infanzia in Trentino: senza dati non c’è qualità né trasparenza

Da Paola Demagri 7 Aprile 2026

Dall’ultima legislatura in poi la scuola dell’infanzia trentina è stata raccontata come un sistema solido, stabile, capace di reggere qualsiasi pressione. Una narrazione rassicurante, ripetuta con costanza, che però non coincide più con ciò che accade nelle scuole.
Mentre la Giunta parlava di “attenzione alle famiglie” e “qualità garantita”, nelle sezioni si accumulavano segnali di fragilità che non sono stati affrontati: personale qualificato che se ne va, supplenze improvvisate, sezioni affidate a chi non ha il titolo, malessere crescente tra le insegnanti, e soprattutto progressiva mancanza di trasparenza.
Oggi non sappiamo più come stia davvero funzionando la scuola dell’infanzia. E questo non è un incidente: è il risultato di anni in cui si è preferito non misurare, non monitorare, non rendere pubblici i dati. Perché quando i numeri non circolano, è più facile continuare a dire che tutto va bene.


La scuola dell’infanzia è il primo luogo in cui un bambino incontra il mondo, eppure proprio questo segmento così delicato del sistema educativo trentino vive dentro una crescente opacità. Non esistono dati pubblici, completi e aggiornati che permettano di capire come stia davvero funzionando, quali fragilità stia vivendo e quali rischi stia correndo.
È per questo che abbiamo presentato un’interrogazione: evitando allarmismi, con l’intento però di restituire trasparenza a un settore che merita rispetto e attenzione. Oggi non sappiamo quante sezioni siano affidate a personale non qualificato. Negli ultimi anni il ricorso personale qualificato come senza titolo è aumentato, ma non esiste una fotografia chiara che dica quante insegnanti prive della laurea richiesta stiano lavorando stabilmente nelle sezioni. Senza questo dato non possiamo valutare la qualità del servizio né capire quanto sia fragile la continuità educativa. Anche qui pesa una responsabilità politica: se non si pubblicano i numeri, non si è costretti a rispondere delle scelte fatte.
Non sappiamo nemmeno perché sempre più laureati in Scienze della formazione primaria scelgano di non lavorare nella scuola dell’infanzia o chiedano di essere spostati su incarichi non educativi. È un segnale evidente di perdita di attrattività della professione, ma senza numeri non possiamo capire la portata del fenomeno né intervenire in modo efficace. Dal 2020 la Giunta ha preferito minimizzare, anziché affrontare le condizioni di lavoro e il malessere crescente.
Non sappiamo se i bambini con bisogni educativi speciali ricevono un supporto adeguato. Quante insegnanti di sostegno hanno davvero il titolo specifico? Sono domande che avrebbero dovuto trovare risposta già anni fa, ma la scelta politica è stata un’altra: evitare di rendere pubblici numeri che potrebbero mostrare un sistema in difficoltà. Non sappiamo quanto il sistema stia reggendo dal punto di vista organizzativo. Ci sono scuole che faticano a coprire il tempo di intersezione previsto dalla legge, ma non esiste un monitoraggio pubblico che dica quanti giorni, in quali istituti e con quali conseguenze. Senza trasparenza non si può capire se il sistema è in equilibrio o se sta già cedendo. Anche in questo caso, dal 2020, si è preferito non vedere. Non sappiamo quante supplenze senza titolo durano settimane o mesi, né su quali tipologie di posto. Ciò significa che non possiamo distinguere tra emergenze temporanee e criticità strutturali. E senza questa distinzione non si può programmare nulla. La mancanza di monitoraggio è una scelta politica, non una fatalità.


Non sappiamo quante insegnanti stiano chiedendo di uscire dal sistema: trasferimenti, part‑time, aspettative, cambi di mansione. Sono indicatori preziosi dello stato di salute della professione, ma non vengono resi pubblici. Anche questo silenzio è una scelta: se non si vede il disagio, non si è costretti a intervenire. E infine non sappiamo se la denatalità sia stata usata come alibi. Dal 2020 in poi la Giunta ha spesso ripetuto che “ci sono meno bambini”, come se questo bastasse a giustificare tutto. Ma meno bambini non significa automaticamente più qualità. > Sara: Potrebbe significare, invece, meno personale qualificato, più supplenze improvvisate, più stress organizzativo. Solo i numeri possono dirlo, e proprio quei numeri mancano. Per tutte queste ragioni abbiamo chiesto alla Giunta di fornire dati chiari, completi e verificabili. Non per polemica, ma per responsabilità. Perché senza dati non c’è programmazione, senza trasparenza non c’è fiducia, e senza una fotografia reale non si può costruire una politica per l’infanzia seria, lungimirante e rispettosa del lavoro delle insegnanti. L’esecutivo provinciale ha preferito raccontare che il sistema “tiene”, ma un sistema tiene davvero solo se lo si conosce, lo si monitora e lo si sostiene.
La scuola dell’infanzia non è un servizio accessorio: è il cuore del futuro educativo del Trentino. Chiedere dati significa chiedere verità. E chiedere verità significa assumersi la responsabilità politica di guardare in faccia ciò che non funziona, invece di nasconderlo dietro slogan rassicuranti.
 
Consiglieri provinciali
Demagri Paola Movimento casaautonomia.eu 
Malfer michele Campobase
Maestri Lucia Partito Democratici
Parolari Francesca Partito Democratico
 

7 Aprile 2026 0 Commenti
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Diario di una Consigliera provinciale 

Da Paola Demagri 3 Aprile 2026

Dentro l’incoerenza: dieci anni di slogan e smantellamenti

Da quasi dieci anni la Lega trentina ripete la parola “sicurezza” come fosse un marchio di fabbrica. La usa per descrivere Trento e di conseguenza il Trentino come luoghi  allo sbando, per accusare i Comuni e gli Amministratori, per alimentare un clima di allarme permanente. Ma basta ripercorrere i fatti dal 2017 a oggi per vedere ciò che la propaganda non dice: la Lega ha demolito gli strumenti che garantivano sicurezza reale, trasformando un tema serio in un dispositivo di consenso.

La fabbrica dell’emergenza (2017–2018)

Prima si costruisce il racconto: “Trento insicura”, “tolleranza zero”, “ripuliremo la città”. Non importa che i dati dicessero altro: serviva un nemico, serviva un’emergenza, serviva un bersaglio. Lo avevano trovato a Roma con Salvini e andava portato in Trentino partendo da Avio.La sicurezza diventa un palcoscenico, non una politica.  

Il paradosso del potere (2019–2021)

Quando la Lega arriva in Provincia, la narrazione non cambia. Cambia invece la responsabilità: ora governano. E cosa fanno?Indeboliscono i presidi che funzionavano.

Il caso simbolo è la Residenza Fersina. Un luogo che garantiva controllo, monitoraggio, mediazione, riduzione della marginalità.Un presidio che teneva insieme sicurezza e dignità.

La Lega lo trasforma in un capro espiatorio: “crea insicurezza”.E decide di superarlo. È qui che l’incoerenza diventa evidente: si attacca ciò che funziona per poter dire che nulla funziona. A nulla valgono i molteplici interventi del mondo politico che ha altra visione in tema di sicurezza e responsabilità

Lo smantellamento mascherato  (2022–2023)

La linea è chiara: chiudere, ridurre, indebolire, centralizzare, impaurire.

Non per migliorare la sicurezza, ma per alimentare la narrazione dell’emergenza.Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più persone in strada, più vulnerabilità, più conflitti visibili.E quindi più materiale per dire che “la città è fuori controllo”. È un meccanismo perfetto: si crea il vuoto, poi si denuncia il vuoto, poi si usa il vuoto per attaccare gli altri.

La città come bersaglio politico (2024–2026)

Negli ultimi anni la retorica è diventata ancora più aggressiva:“Trento capitale del degrado”, “Serve l’esercito”, “Il Comune non controlla nulla”.

Non è un’analisi: è una strategia. Non è un allarme: è un investimento politico. La sicurezza non è più un obiettivo, ma un pretesto.Guardare dall’alto per capire la contraddizione

A volte basta davvero “un escursionista”, qualcuno che prende quota e guarda il sentiero dall’alto. D’altronde vengo dalle Valli, sono montanara abituata a guardare avanti per non inciampare nel sentiero e a guardare in giù per tenere lontano ogni pericolo. Perché da lì si vede tutto: la Lega denuncia un problema, smantella gli strumenti che lo gestivano, poi denuncia il peggioramento che essa stessa ha prodotto. È una spirale costruita con cura: più allarme, meno soluzioni; più slogan, meno responsabilità.

A fine 2025 Fugatti ha compiuto un gesto che dice più di mille conferenze stampa: ha tolto l’Assessorato all’immigrazione a Tonina e lo ha accentrato nelle sue mani. Non per governare meglio, ma per governare il messaggio. Perché quando la sicurezza è uno slogan, la prima preoccupazione non è la gestione: è il controllo del microfono.

La sicurezza è una cosa seria. Riguarda la vita delle persone, non la vita dei partiti. E allora la domanda è inevitabile: come si può parlare di sicurezza dopo aver indebolito ciò che la garantiva? Perché oggi è chiaro: la Lega non ha reso Trento e il Trentino più sicuri.

Ha reso più fragile il sistema che la proteggeva.  Guardando il sentiero dall’alto, l’incoerenza diventa evidente: chi ha tolto i ponti ora denuncia i fiumi. Ma la città non ha bisogno di chi grida alla piena. Ha bisogno di chi ricostruisce i ponti. La sicurezza non nasce dalla paura: nasce dalla responsabilità. E quella, oggi, è la grande assente.

Consigliera Provinciale Paola Demagri 

Movimento Casaautonomia.eu

3 Aprile 2026 0 Commenti
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La lotta per i posti rivela sempre la debolezza dei contenuti.

Da Paola Demagri 1 Aprile 2026

Se una staffetta è sempre stata considerata normale amministrazione, ma improvvisamente non si vuole più procedere, significa che la consuetudine non basta più a tenere insieme la coalizione. Il non rispetto di una prassi è già un messaggio politico.

Il fatto che qualcuno in questo caso Fratelli d’Italia  rivendichi il posto come “proprio” mostra due cose:

la coalizione non è  un blocco compatto i rapporti di forza interni stanno cambiando  la logica non è  quella della collegialità, ma della spartizione, come gia ampiamente dimostrato in altre situazioni . 

A mio modo di vedere si mette inoltre in discussione la leadership 

Se la staffetta salta perché il partito rivendica il ruolo, allora il messaggio è chiaro:

la leadership della coalizione è contestata.

E  la narrazione del “tutto sotto controllo” si incrina si vede che la coalizione non parla con una voce sola e  si capisce che la gestione interna è più fragile di quanto dichiarato. 

E il messaggio che arriva ai cittadini è che : 

Se la politica discute di posti, significa che non sta discutendo di contenuti . E questo, per chi guarda da fuori, è sempre un segnale di debolezza.

Quando una staffetta è sempre stata considerata normale amministrazione, ma all’improvviso non si vuole più procedere, il segnale è chiaro: la consuetudine non basta più a tenere insieme la coalizione.

Il semplice fatto di non rispettare una prassi è già un messaggio politico, e non un messaggio rassicurante.

Se poi un partito – in questo caso Fratelli d’Italia – rivendica il posto come “proprio”, emergono due verità difficili da nascondere:

• la coalizione non è un blocco compatto

• i rapporti di forza interni stanno cambiando, e non in modo ordinato

Non è collegialità: è spartizione. E non è la prima volta che accade.

Ma c’è un punto ancora più evidente: si mette in discussione la leadership.

Se la staffetta salta perché un partito pretende il ruolo, allora il messaggio è inequivocabile:

la leadership della coalizione è contestata, la narrazione del “tutto sotto controllo” si incrina, e diventa chiaro che la voce della coalizione non è una sola.

 E ciò che arriva ai cittadini è semplice:

quando la politica discute di posti, significa che non sta discutendo di contenuti.

E questo, per chi guarda da fuori, è sempre un segnale di debolezza.

1 Aprile 2026 0 Commenti
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Inceneritore, nodo ancora aperto: tra salute, costi e scelte da chiarire

Da Paola Demagri 31 Marzo 2026

Gli ultimi sviluppi della vicenda inceneritore, in questi giorni, hanno definitivamente portato all’essiccazione della foglia di fico chiamata EGATO. Doveva servire a coprire le vergogne di una scelta già presa e ormai non lo farà più. Ma i sindaci, giustamente, non sono nelle condizioni né nel dovere, di prendere una scelta così difficile, peraltro presentata loro come bella, fatta e finita.

Detto questo, la Lega a corrente alternata, contraria all’inceneritore quando era all’opposizione e favorevole adesso che è al governo con un colpo di mano prova a imporre una scelta che va assolutamente ponderata.

Bene fanno i sindaci a dire che, innanzitutto, a dover essere evidenziati sono i vantaggi per i cittadini.

Il primo: la salute.

Non solo aria, ma anche terra e ambiente; non solo Trentino, ma anche territori circostanti.

Il secondo: il portafoglio.

Tenendo in considerazione i valori di raccolta differenziata impensabili fino a qualche anno fa.

Se poi si volesse proseguire con gli stimoli, basterà accogliere esempi virtuosi. Documentandomi a tal proposito, mi colpì ad esempio il caso dell’inceneritore di Brescia che, fin dai primi anni 2000, all’indomani della sua attivazione, connesse al suo impianto 12.000 utenze di teleriscaldamento.

La città sostituì, insomma, con un unico camino supercontrollato, 12.000 camini privati non certo performanti al massimo della tecnologia del momento.

L’unica cosa che mi rincuora ,ma che al tempo stesso è altrettanto triste,  è che l’inefficienza operativa di questo governo provinciale farà sì che la legislatura finisca senza che ci sia un nulla di fatto, come la quasi totalità delle opere fin qui promesse in sette anni di governo “delle sagre”.

31 Marzo 2026 0 Commenti
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Autostrada del Brennero: persa la prelazione, autonomia tradita

Da Paola Demagri 31 Marzo 2026

Ve l’avevamo detto!
Il Ministero ha confermato: è caduto il diritto di prelazione sull’Autostrada del Brennero. Una garanzia fondamentale, che Casa Autonomia e le minoranze consiliari difendevano da inizio legislatura.

Le chiacchiere tardive di Kompatscher e il silenzio di Fugatti non bastano: i nostri territori sono stati traditi. Con il “governo amico” gli interessi dell’autonomia sono stati svenduti.

Il Movimento Casa Autonomia.eu denuncia che non servono più parole di palazzo: servono fatti. I trentini e gli altoatesini hanno diritto a vedere difesi i propri interessi. È ora che tutti alzino la voce e pretendano rispetto per i nostri territori e per la nostra autonomia.

31 Marzo 2026 0 Commenti
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