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Assistenza domiciliare in Trentino: difendere la continuità della cura e il valore del territorio

Da Paola Demagri 3 Agosto 2026

Parlando di assistenza domiciliare, qualcuno direbbe  “nulla di nuovo sul fronte occidentale”: ciò che sta accadendo oggi era già scritto nella premessa, nei segnali che da mesi attraversavano il sistema. La domanda che pongo, con rispetto per il Consorzio, è semplice: prima di partecipare al bando, il Consorzio Blu ha davvero conosciuto il Trentino? Ha parlato con gli operatori, con le cooperative, con la Federazione? Ha percorso le nostre valli più lontane, quelle dove la distanza non è un dettaglio geografico ma una condizione di vita? Perché è lì, in quei paesi raggiunti dopo chilometri di curve e silenzi, che si capisce chi siamo davvero. Il Trentino è fatto di comunità che non mollano l’osso, che difendono la propria terra non per chiusura ma per responsabilità. È fatto di persone che lavorano per chi vive qui, che conoscono le fragilità e le complessità del territorio, che sanno che l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque ma un patto di fiducia. È un territorio dove la cura di prossimità è pratica, è relazione, è competenza, è aiuto. Una pratica quotidiana, costruita negli anni da operatori che entrano nelle case con rispetto, discrezione, continuità. In Trentino certe cose si capiscono prima che accadano: basta ascoltare le valli, che parlano molto più della politica.  

Io immagino che tutte le controparti abbiano agito correttamente: chi ha partecipato alla gara, chi l’ha vinta, chi non l’ha vinta, chi applica il regolamento per trasferire personale e formazione, chi lascia libertà ai lavoratori di scegliere. E proprio per questo va detto con chiarezza che i lavoratori stanno esercitando una scelta, una valutazione autonoma, legittima, personale. Nessuno può sostenere che non abbiano testa propria, che non abbiano libertà, che qualcuno stia imponendo out‑out. Qui non funziona così. Qui le persone decidono, e decidono sulla base di ciò che conoscono: gli utenti, le famiglie, le cooperative, il territorio. 

Conosco personalmente tanto personale, tante cooperative, tanti utenti. E posso dire che fino a ieri – e auspico che possa esserci ancora – c’era un equilibrio: un quieto vivere fatto di professionalità, di continuità, di apprezzamento reciproco. Un equilibrio che teneva insieme famiglie alle prese con un fine vita delicato, con disabilità complesse, con giornate scandite da operatori che passavano da una fragilità all’altra con competenza e dedizione. Spezzare questo equilibrio è stato il primo errore. Non entro nel merito tecnico della gara, non è mio compito. Ma sull’impatto, sì, ho il dovere di riflettere: perché l’esito rischia di produrre un’ingiustizia evidente. 

Dal 1° ottobre, chi oggi lavora nelle cooperative potrebbe passare al Consorzio Blu. Potrebbe, ma non vuole. Non perché qualcuno lo trattenga, ma perché quel personale conosce gli utenti, le famiglie, le case, le storie. E sa che un cambio improvviso, dopo anni di intimità professionale, è una ferita. Sa che il valore costruito nel tempo  quel know‑how territoriale che non si compra e non si trasferisce rischia di finire altrove, perdendo ciò che ha reso forte il nostro sistema. 

E mentre tutto questo accade, ciò che pesa non è solo la complessità della situazione, ma anche il silenzio. Il silenzio della politica, che osserva senza dire una parola, come se l’assistenza domiciliare fosse un capitolo tecnico e non un pezzo di identità territoriale. Il silenzio di chi ha imbastito la gara, che oggi sembra scomparso dietro procedure e regolamenti, senza assumersi la responsabilità di spiegare perché si è scelto di frammentare un servizio che funzionava, perché si è deciso di mettere in movimento un sistema che aveva trovato un equilibrio delicato e prezioso. Un silenzio che diventa assenso, che diventa distanza, che diventa una forma di rinuncia al proprio ruolo. Mentre si chiede ai lavoratori di cambiare datore di lavoro, mentre si chiede alle famiglie di accettare nuovi volti, mentre si chiede agli utenti di rinunciare alla continuità, la politica provinciale appare impegnata altrove: nelle sue dinamiche interne, nelle sue priorità che non coincidono con quelle dei territori, nelle sue scelte che sembrano guardare più ai tavoli istituzionali che alle case delle persone fragili. È difficile non notare questa distanza, difficile non vedere che chi dovrebbe parlare tace, chi dovrebbe spiegare evita, chi dovrebbe assumersi responsabilità si limita a osservare.Forse bisogna essere del mestiere per capire fino in fondo cosa accadrà. Leggo le dichiarazioni del Consorzio blu e faccio fatica a capire come si siano già trovati alloggi per nuovi lavoratori, quando ogni giorno noi stessi fatichiamo ad aiutare le persone a trovarne uno. E l’idea di concentrare più lavoratori in uno stesso contesto abitativo non posso pensare sia una direzione coerente con la delicatezza del servizio e con la dignità del lavoratore. La proposta di maggiorare il contratto di una mensilità è un gesto che fa onore al Consorzio Blu, ma non è ciò che muove questi lavoratori. Qui non si lavora per un incentivo a spot: si lavora per un territorio, per una comunità, per un patto di fiducia. 

Qualunque sarà l’esito di questa vicenda, una cosa resta: le cooperative sociali del terzo settore sono un tassello fondamentale del nostro sistema. Sono fatte di personale impegnato, rispettoso, radicato. E nessuno vuole sentirsi addosso la parola “traditore”. Perché qui non si tradisce: qui si custodisce. 

Paola Demagri [Ritorno a capo del testo]consigliera provinciale Casaautonomia.eu  

3 Agosto 2026 0 Commenti
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