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Il bullismo degli adulti e la responsabilità della politica

Da Paola Demagri 9 Febbraio 2026

Si parla spesso di bullismo pensando ai ragazzi, alle scuole, alle dinamiche dell’adolescenza. È come se questo fenomeno appartenesse solo a un’età fragile e in formazione, come se gli adulti ne fossero immuni. E invece la realtà ci mostra qualcosa di molto diverso: il bullismo degli adulti esiste, è diffuso e, in molti casi, è persino più duro di quello giovanile. Si nutre di gruppi, di dinamiche di branco, di strumenti comunicativi potenti come i media o i social. E quando non si limita a un semplice atto canzonatorio, spesso mascherato da satira, ma diventa un’azione organizzata, pubblica anche dentro alle nostre piccole comunità, dove tutti ci conosciamo, l’effetto è ancora più violento.

Di fronte a tutto questo, la domanda che mi pongo e che credo dovremmo porci tutti, è semplice e scomoda: come possiamo pretendere di educare i nostri giovani al rispetto, all’impegno, all’etica, se siamo noi adulti i primi a tradire quei valori? Come possiamo parlare di “buoni comportamenti” se poi tolleriamo, giustifichiamo o addirittura applaudiamo forme di umiliazione pubblica verso chi ha ricoperto un ruolo amministrativo o civico? Prima di essere amministratori, professionisti, volontari o politici, siamo cittadini. E come cittadini abbiamo il dovere di indossare gli abiti civili, quelli del rispetto reciproco. Solo dopo possiamo indossare gli abiti della critica, della satira, del confronto politico. Ma mai a scapito della dignità delle persone. La satira è un linguaggio prezioso, ma quando smette di essere strumento culturale e diventa gogna, allora non è più satira: è bullismo.

Questa riflessione personale si intreccia con ciò che è accaduto ieri in Prima Commissione, dove abbiamo aperto  l’esame del disegno di legge n° 49  presentato dalla consigliera provinciale Lucia Maestri e sottoscritto anche da me e da tutti i Consiglieri di ADA per l’istituzione di un “Osservatorio provinciale sulle discriminazioni, l’intolleranza e l’odio in provincia di Trento”. È stato un momento importante, perché ha trovato ampia adesione da parte dei commissari, che hanno chiesto di approfondire il tema attraverso un ciclo di audizioni.

Come componente della Prima Commissione, accolgo con convinzione questo percorso. Peccato che la reazione di alcuni colleghi di maggioranza sia stata molto molto timida. C’è da sperare che dopo le audizioni si trovi l’appoggio al ddl da parte di tutte le forze politiche presenti in commissione. Credo che un Osservatorio possa rappresentare un presidio fondamentale per analizzare in modo scientifico e non emotivo ciò che accade nel dibattito pubblico. Un luogo capace di distinguere la critica legittima dalla violenza verbale, di riconoscere quando un attacco supera la soglia del confronto e diventa bullismo, di offrire criteri tecnici e non discriminatori. Un Osservatorio non giudica le persone: aiuta la comunità a capire, a misurare, a prevenire. E soprattutto restituisce dignità al discorso pubblico.

Anche la campagna elettorale che mi ha coinvolta a Cles è stata segnata da “dicerie” e narrazioni costruite. Non lo ricordo per rivendicare qualcosa, ma perché il tempo, alla fine, non cancella: chiarisce. Chiarisce la qualità delle persone, dei comportamenti, delle scelte. E ci ricorda che la politica può essere un luogo di cura o un luogo di ferita, a seconda di come decidiamo di abitarla.

Il bullismo degli adulti non è folclore, non è tradizione, non è satira. È un problema culturale che mina la qualità della nostra democrazia e delle nostre comunità. Per questo ritengo importante sostenere il percorso avviato in Commissione: perché la politica deve essere il primo luogo in cui il rispetto diventa pratica quotidiana, non eccezione. E perché solo una società adulta capace di guardarsi allo specchio può davvero chiedere ai giovani di fare altrettanto.

9 Febbraio 2026 0 Commenti
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Lettera al T Quotidiano del 08/02/2026

Da Paola Demagri 8 Febbraio 2026
8 Febbraio 2026 0 Commenti
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Vengo dalle valli

Da Paola Demagri 7 Febbraio 2026

E quando parlo di aree interne e spopolamento non lo faccio per slogan, ma perché so cosa significa vivere in territori che non sono “periferia”, ma cuore vivo del Trentino. Territori diversi tra loro, con bisogni diversi, con equilibri delicati che non si possono trattare come fossero tutti uguali. Oggi in Italia si discute molto di aree interne, di spopolamento, di servizi che arretrano. In Trentino questo tema non è solo politico: è identitario. Riguarda la nostra storia, la nostra autonomia, la nostra idea di comunità. E riguarda soprattutto quattro nodi che qui si sentono più che altrove:

Nelle valli un servizio non è mai “solo” un servizio. È un presidio, un punto di riferimento, un pezzo di comunità. Un nido che chiude non è solo un nido che chiude: è una famiglia che rinuncia, una giovane coppia che se ne va, un paese che perde un pezzo di futuro. Lo stesso vale per ambulatori, sportelli, trasporti, servizi sociali. Chi vive nelle valli conosce bene la differenza tra “collegato” e “isolato”. Un’ora di autobus in più, una corsa in meno, una strada non messa in sicurezza: sono scelte che cambiano la vita quotidiana. La mobilità non è un dettaglio tecnico: è ciò che permette alle persone di restare. Nelle aree interne la scuola non è solo un luogo educativo: è il centro della comunità. E i servizi per l’infanzia sono ciò che permette alle famiglie di restare, lavorare, costruire futuro. Quando si parla di riforme che toccano lo 0–3 e il 3–6, nelle valli non si parla di “modelli organizzativi”: si parla di tenuta dei territori.

Lo spopolamento non arriva all’improvviso. Arriva quando i servizi arretrano, quando il personale non si trova, quando le famiglie non si sentono sostenute, quando i giovani non vedono prospettive.È un processo lento, ma inesorabile, se non si interviene con politiche mirate e costruite insieme ai territori.

7 Febbraio 2026 0 Commenti
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Perchè non si può disertare l’aula consigliare

Da Paola Demagri 6 Febbraio 2026

L’aula consiliare è solo una parte del nostro lavoro, ma è una parte decisiva. È il luogo in cui le parole diventano atti, in cui si costruiscono cornici e indirizzi che orientano tutte le deleghe della nostra Provincia autonoma. Lo raccontiamo spesso ai ragazzi quando vengono a trovarci in aula con i loro insegnanti: da qui escono scelte che toccano la vita di tutti.

L’aula è fatta di persone, di gruppi, di coalizioni. È fatta di differenze che si incontrano, si confrontano, discutono. È il luogo del dibattito, della responsabilità, dell’azione politica. E nulla di ciò che facciamo è per noi stessi: ogni intervento, ogni voto, ogni posizione è pensata per i Trentini.

Vorrei ricordarlo ogni tanto, anche fuori dai momenti più visibili: la democrazia vive anche qui, nel lavoro quotidiano e spesso silenzioso che prova, giorno dopo giorno, a costruire un pezzo di futuro comune.

Oggi sentivo il bisogno di tornare sull’importanza del lavoro d’aula. Dopo tre giorni di attività consiliare, in gran parte disertata dalla maggioranza con la motivazione che non c’era nulla di interessante, è difficile non notare il contrasto con altre occasioni. Per esempio, quando si parla di temi come le indennità dei consiglieri, la Valdastico o la legge elettorale per il terzo mandato, l’aula improvvisamente si riempie: i colleghi di maggioranza sembrano incollati alla sedia, il dibattito si accende, gli interventi si susseguono.

Non ha importanza chi porta un argomento in aula: ciascuno di noi ha il dovere di contribuire al confronto costruttivo, portando le proprie idee o quelle del gruppo che rappresenta. Questo è possibile solo ascoltando le posizioni degli altri e mettendo ordine in ciò che diventa materia democratica.

Sono tornata su questo tema perché ho riscontrato disagio da parte di chi, nei giorni scorsi, ha osservato come me il menefreghismo totale e il lassismo nel lavoro d’aula, a partire dal Presidente che, ormai dall’inizio della legislatura, si presenta in aula solo quando c’è un interesse diretto, come nel caso della discussione sul terzo mandato.

6 Febbraio 2026 0 Commenti
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Diventare Amministratore di Sostegno: un gesto semplice che cambia vite

Da Paola Demagri 2 Febbraio 2026

Da quindici anni svolgo il ruolo di Amministratrice di Sostegno. In questo tempo ho incontrato tante persone fragili, sole, spesso senza una rete familiare o con difficoltà che impediscono loro di gestire aspetti fondamentali della vita quotidiana: pratiche sanitarie, questioni amministrative, scelte economiche, rapporti con i servizi. L’Amministratore di Sostegno è una figura nominata dal Tribunale per affiancare queste persone, rispettandone la storia, le abitudini, la dignità. Non si tratta di “sostituirsi” al beneficiario, ma di accompagnarlo. Significa agire secondo le indicazioni del giudice tutelare, con competenza e soprattutto con umanità: adattandosi al modo di pensare della persona, proteggendola dove serve, senza mai imporre scelte che non le appartengono. Un esempio semplice: se il beneficiario è vegano, l’Amministratore non può e non deve modificarne le abitudini alimentari. Se invece non ha capacità amministrativa, l’Amministratore interviene per tutelare il suo patrimonio, piccolo o grande che sia. Racconto tutto questo perché considero questo ruolo un atto dovuto verso chi ha perso alcune abilità e rischia di farsi del male economicamente, socialmente, talvolta anche nella gestione della propria vita. È anche un sostegno concreto ai servizi pubblici che ogni giorno seguono queste persone: servizi sociali, alcologia, psichiatria, dipendenze. Non possiamo lasciare tutto sulle loro spalle. Il Trentino ha una rete sociale forte: possiamo esserne parte attiva. Diventare Amministratore di Sostegno significa mettere a disposizione un po’ del proprio tempo e scoprire qualità che spesso non sappiamo nemmeno di avere. Significa assumersi la responsabilità del decreto di nomina del Tribunale e diventare un punto di riferimento per qualcuno che, senza di noi, sarebbe davvero solo. C’è un grande bisogno di nuovi volontari.Se senti che questo ruolo potrebbe parlarti, fatti avanti. Entra nella nostra rete di sostegno: è un gesto che fa bene a chi lo riceve, ma anche a chi lo compie.

2 Febbraio 2026 0 Commenti
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Pulizia delle strade provinciali: un segnale atteso dai cittadini!

Da Paola Demagri 31 Gennaio 2026

All’inizio di gennaio ho presentato un’interrogazione alla Giunta provinciale sul degrado e sulla scarsa pulizia di molti tratti delle nostre strade provinciali. Era una situazione sotto gli occhi di tutti: rifiuti abbandonati, bordi stradali non curati, sottopassi trascurati. Un’immagine che non rappresenta il Trentino che conosciamo e che vogliamo continuare a essere.

In questi giorni ho visto con sorpresa positiva che sono iniziati interventi di pulizia approfondita lungo diversi tratti critici. Un segnale atteso da tanti cittadini, che da tempo segnalavano il disagio di percorrere strade che non rispecchiavano più gli standard di ordine e cura che ci hanno sempre contraddistinto.

Non mi interessa attribuire meriti che non mi spettano. La Giunta ha colto lo stimolo e ha agito: bene così. Ma è giusto ricordare che questo è esattamente il senso degli atti politici che presentiamo come opposizione.

Il nostro ruolo è proporre, segnalare, controllare. È portare all’attenzione della Giunta ciò che non funziona, affinché si intervenga. È trasformare le osservazioni dei cittadini in azioni concrete.

Quando un’interrogazione produce un risultato – anche prima della risposta formale – significa che la politica sta facendo il suo lavoro: quello di migliorare, passo dopo passo, la qualità del nostro territorio e della vita delle persone che lo abitano.

Continuerò a farlo, con lo stesso spirito: attenzione, responsabilità e cura del bene comune.

31 Gennaio 2026 0 Commenti
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Non autosufficienza: il Governo annuncia, il Trentino vive la realtà

Da Paola Demagri 29 Gennaio 2026

In questi giorni si è parlato molto del nuovo disegno di legge nazionale dedicato ai caregiver. Un annuncio che promette molto, ma che nella sostanza riguarda pochissime persone.  

Il contributo previsto  fino a 400 euro al mese  sarà accessibile solo a chi assiste un familiare con disabilità gravissima per oltre 90 ore settimanali. Una platea ristrettissima, a fronte di milioni di situazioni di cura quotidiana che restano senza risposta.Nel dibattito pubblico, però, è passato un messaggio fuorviante: che si tratti di un sostegno al mondo dell’assistenza nel suo complesso.Non è così.  Tipico messaggio populista!

Il provvedimento non riguarda le badanti, non riguarda le famiglie che ogni giorno reggono il peso della non autosufficienza, non riguarda la realtà concreta dei territori.E qui, in Trentino, questa distanza pesa ancora di più.Parliamo di circa 7000 badanti che garantiscono la cura dei nostri anziani, spesso supplendo a un sistema pubblico che non riesce a rispondere ai bisogni crescenti. Un esercito silenzioso che sostiene il nostro welfare, genera valore, permette alle famiglie di conciliare lavoro e cura. Eppure, ancora una volta, non compare in nessuna riforma nazionale. Per questo è importante dirlo con chiarezza: serve una politica seria sulla non autosufficienza, non annunci che creano illusioni.  In Trentino possiamo rafforzare davvero il lavoro di cura investendo nella formazione gratuita delle badanti, con corsi su igiene, mobilizzazione, demenze e sicurezza e un patentino provinciale che riconosca anche le competenze delle lavoratrici straniere. Accanto alla formazione serve una rete territoriale di supporto: punti di comunità, sostegno psicologico e collaborazioni con le associazioni di migranti. Una badante formata e sostenuta lavora meglio, più a lungo e garantisce una qualità dell’assistenza più alta per i nostri anziani. Servono risorse adeguate, criteri realistici, e soprattutto una visione che tenga insieme caregiver familiari, assistenti domiciliari, famiglie e territori.Il Trentino conosce bene la realtà della cura. E proprio da qui possiamo e dobbiamo continuare a chiedere riforme che guardino alla vita reale delle persone, non agli slogan.

FOTO: credits Jose – Manuel – Esp

29 Gennaio 2026 0 Commenti
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Casa Autonomia Giovani Primo incontro 2026

Da Paola Demagri 28 Gennaio 2026

Ieri i giovani di Casa Autonomia si sono ritrovati per il primo incontro del 2026: un momento ricco di idee chiare, ambizioni sane e un’attenzione autentica verso ciò cheriguarda la nostra comunità.
Abbiamo attraversato insieme molti dei temi oggi sul tavolo:

  • il referendum sulla separazione delle carriere,
  • le prospettive in vista delle provinciali del 2028,
  • le sfide e le opportunità legate all’emigrazione giovanile, positiva quando è temporanea ma preoccupante quando diventa un distacco definitivo dal proprio territorio,
  • le questioni sociali e sanitarie,
  • la vita amministrativa nei Comuni, soprattutto per chi ha da poco iniziato un percorso come consigliere o studia scienze politiche.

È stato bello vedere quanto interesse, quanta cura e quanta responsabilità questi ragazzi e queste ragazze portano con sé.
C’è attenzione per il territorio, per le decisioni amministrative, per i bisogni reali delle persone e per il modo in cui devono essere affrontati.
Casa Autonomia crede nei giovani, nella loro capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. E incontri come questo lo dimostrano.

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Solitudine e anziani

Da Paola Demagri 24 Gennaio 2026

La solitudine non è solo una condizione, ma una fragilità che cresce con l’età e interpella tutta la comunità.
Prendersi cura degli anziani significa ripensare relazioni, servizi e vicinanza umana in una società che cambia.

 29 gennaio 2026

 Ore 20.15

 Cles – Sala Borghesi Bertolla

 Conduce: la consigliera provinciale Paola Demagri

 Intervengono:
– Dr. Fabio Cembrani, medico legale
– Dr.ssa Paola Taufer, psicologa dell’anziano

Un momento di confronto aperto, per capire insieme come prenderci cura di una comunità che invecchia.

24 Gennaio 2026 0 Commenti
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Figli e lavoro: la frattura che il Trentino non può più ignorare

Da Paola Demagri 23 Gennaio 2026

In tutta Italia l’età media della prima maternità ha superato i 33 anni. È un dato che racconta un cambiamento profondo, ma soprattutto una difficoltà crescente: oggi, per molti giovani, la scelta di avere un figlio è subordinata alla conquista di una stabilità lavorativa che arriva sempre più tardi. Il risultato è una contrapposizione di fatto tra lavoro e genitorialità. Una contrapposizione che non nasce nelle famiglie, ma nelle condizioni materiali che la politica ha il compito di creare. Questa dinamica è evidente anche in Trentino, un territorio che per anni si è raccontato come modello di welfare, ma che oggi si trova a fare i conti con un inverno demografico che non risparmia nessuno. Eppure, nonostante la gravità del fenomeno, dopo sette anni di governo provinciale non si vedono risultati tangibili, significativi, concreti. Si annunciano tavoli, si evocano strategie, si promettono misure. Ma la realtà è che la natalità continua a scendere, i giovani continuano a rimandare, e il lavoro continua a essere percepito come un ostacolo non come un alleato nella costruzione di una famiglia.

La maggioranza guidata dal presidente Fugatti afferma di occuparsi del tema. Ma occuparsene non significa citarlo nei discorsi o inserirlo in un elenco di priorità astratte. Occuparsene significa produrre politiche che cambiano davvero la vita delle persone: favorire  contratti stabili e non precari, salari adeguati al costo della vita trentina, servizi per l’infanzia accessibili e diffusi, sostegno reale alla conciliazione, investimenti strutturali e non bonus episodici, una visione che tenga insieme lavoro, comunità e futuro. Poco o nulla di tutto questo, ad oggi, ha trovato una traduzione efficace.

E mentre la politica rinvia, le scelte personali dei giovani vengono condizionate da un sistema che li costringe a scegliere tra stabilità economica e desiderio di famiglia. È qui che si misura la responsabilità pubblica: quando la libertà di diventare genitori viene limitata non da una scelta, ma da un contesto. Il Trentino non può permettersi di mettere in competizione lavoro e natalità. Perché quando questo accade, non è solo il numero delle nascite a diminuire: si indebolisce l’intero tessuto comunitario.

Una comunità che non si rinnova è una comunità che perde forza, continuità, capacità di immaginare il futuro.È una comunità che smette di tramandare, di crescere, di consolidarsi.Per questo è necessario dirlo con chiarezza: non possiamo permettere che la politica continui a trattare la genitorialità come una questione privata, mentre il lavoro resta un terreno di precarietà e disuguaglianze. La politica decide gli obiettivi generali, orienta le condizioni materiali, definisce le priorità collettive. E se dopo sette anni non si vedono risultati, significa che la direzione non è quella giusta.

Il Trentino ha bisogno di una strategia demografica vera. Ha bisogno di politiche che non si limitino a fotografare il problema, ma che lo affrontino alla radice. Ha bisogno di un patto nuovo tra lavoro, comunità e futuro. Perché una comunità che non si sostiene, non si moltiplica, non si consolida e non si tramanda è una comunità che si spegne. E noi autonomisti non possiamo permettere che questo accada.

Paola Demagri Consigliera provinciale Casaautonomia.eu 

23 Gennaio 2026 0 Commenti
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