A fronte di una norma che stabilisce che un presidente non può proseguire il proprio
mandato oltre la legislatura, troviamo un Fugatti che non dà assolutamente l’idea di voler
mollare: o a Roma o a Trento, purché ci sia una poltrona, anche di seconda linea. Una
parabola che tradisce l’assenza di alternative fuori dalla politica. Questo attaccamento al
potere nuoce soprattutto ai trentini: un politico afflitto dalla necessità di ricandidarsi a tutti i
costi non sceglie e non opera per il bene della comunità, ma per il proprio tornaconto
elettorale. I cittadini trentini, in fondo, stanno cominciando a capirlo. Questo distacco dalle
istituzioni, unito al disagio socio-economico reale, sta alimentando una voglia di
cambiamento sempre più evidente. La percezione diffusa tra i cittadini nei contesti
economici ma soprattutto nei luoghi più popolari che frequento quotidianamente, indica che
il ciclo di questo governo provinciale sta raggiungendo il capolinea. La stanchezza
amministrativa è un fatto concreto, che spesso anticipa l’esito delle urne. Ma perché questa
spinta si traduca in un’alternativa reale, il centrosinistra deve sciogliere un nodo strutturale:
ricucire la frattura tra città e valli. Una polarizzazione scientificamente alimentata da chi ha
costruito il proprio consenso contrapponendo territori che dovrebbero invece cooperare. Le
valli non sono una periferia da assistere, né la città può ignorare le specificità della
montagna. Ricostruire questo equilibrio è il cuore del nostro programma. In questo quadro,
le scelte personali di Maurizio Fugatti passano per forza in secondo piano rispetto ai dati di
fatto: un Trentino impoverito, risorse pubbliche impegnate nel marketing elettorale di opere
irrealizzabili anziché nel welfare, e una sanità pubblica in crisi profonda. Se poi i calcoli di
poltrona di cui sopra, costringeranno i trentini a votare due volte in un anno, avremo la
conferma definitiva di una gestione che ha smarrito il senso delle istituzioni. Il contesto
nazionale pesa, ma la politica territoriale ha dinamiche proprie: un centrodestra forte a Roma
non compensa l’inefficienza di una giunta a Trento. Anzi, la destra locale è oggi schiacciata
tra due fuochi: la necessità di obbedire ai diktat romani di un governo Meloni centralista che
cozza frontalmente con la nostra Autonomia speciale e le crepe di una coalizione
frammentata da personalismi. La destra vince quando polarizza, ma perde quando deve
governare la complessità.
In tutto questo scenario politico posso dire che Il centrosinistra è pronto perché in questi anni
ha saputo fare un lavoro paziente di ricostruzione. Certo, si può e si deve fare sempre
meglio, ma intanto la coalizione ha dimostrato una compattezza solida tra le sue diverse
forze, una reale disponibilità ad ampliare il campo e una classe dirigente matura, pronta a
mettersi in gioco. Il Trentino del 2028 non chiede un semplice cambio di colore, ma un
radicale cambio di metodo. Per farlo, non serve un “capo assoluto” che decide in solitudine,
replicando lo schema della destra, ma una figura radicalmente diversa. L’identikit del nostro
candidato o candidata deve unire popolarità, autorevolezza e capacità di delega. Serve una
leadership allocratica: una guida capace di incarnare la sintesi politica del progetto, ma che
sappia distribuire responsabilità e potere decisionale, valorizzando le competenze ovunque
si trovino. Mentre loro negoziano le proprie carriere tra Trento e Roma, noi presidiamo
l’Autonomia rimettendo in movimento le intelligenze del territorio. Il centrodestra ci ha
consegnato un’agenda piena di fallimenti; sta a noi trasformarli in un’opportunità di governo.
Paola Demagri
Paola Demagri
Mentre a livello nazionale il dibattito sulla legge sul fine vita appare congelato, il livello locale dimostra che muoversi è possibile: la vicina Bolzano ha visto il voto favorevole in Commissione e anche a Trento il disegno di legge è ora al vaglio della commissione legislativa. Un percorso che sostengo da sempre in prima linea e con profonda convinzione, essendomi adoperata personalmente anche nella raccolta delle firme. Il mio sì a questa legge è totale, convinto e coerente con la mia storia personale e politica. La prima motivazione è professionale: per anni, nel mio lavoro in ambito sanitario, ho assistito a situazioni cliniche drammatiche che causavano sofferenze immense ai pazienti. Quei ricordi sono impressi nella mia memoria ed è a quel dolore che questa legge, finalmente, vuole dare una risposta dignitosa.
Sollevo poi una forte critica sulla gestione dei diritti già esistenti, come la DAT (Disposizione Anticipata di Trattamento). Se ne parla pochissimo e l’adesione è bassissima perché le istituzioni, a partire dai Comuni, non la promuovono. La cittadinanza è lasciata nella totale disinformazione su un proprio diritto, ed è ora di invertire la rotta. Io mi sono fatta promotrice di alcuni incontri affinchè nella mia comunità ci sia stata l’opportunità di conoscere grazie all’impegno e la disponibilità del Dr Fabio Cembrani. C’è poi un tema di serietà politica e di rispetto del mandato elettorale. Il sostegno a questo disegno di legge era inserito chiaramente nel programma di coalizione di Alleanza Democratica Autonomista del 2023. Ci ho creduto allora e ci credo oggi: portare avanti questo testo significa rispettare i patti presi con i cittadini.
La norma in discussione con gli opportuni aggiustamenti sarà solida. Non stiamo parlando di scelte superficiali. La legge prevederà un percorso rigoroso, dove ogni richiesta sarà vagliata da personale competente in forma multidisciplinare, affinché nessuna area clinica, psicologica o umana rimanga priva di una valutazione attenta e profonda.
Ci sono temi profondamente trasversali, che toccano la carne viva e la dignità delle persone. Questi temi appartengono a tutti, non possono e non devono essere proprietà di un partito, né essere usati come bandiere ideologiche. È proprio in queste circostanze che rivendico con orgoglio la mia autonomia: non appartenere a un partito nazionale mi rende totalmente libera da diktat romani o da posizioni imposte dall’alto che non potrei condividere. Di fronte al fine vita non servono calcoli politici, ma l’ascolto di esperienze reali, sensibilità umane e valori tecnici. La politica ha il dovere di risolvere i problemi concreti delle persone, non ha il diritto di giudicare le loro coscienze o il loro dolore.
So perfettamente che anche all’interno di Casa Autonomia ci sono persone che legittimamente non approvano questa legge, ma che rispettano il mio impegno e la mia volontà di offrire una possibilità di scelta a tutti. Il nostro compito non è limitare, ma rappresentare. Perché mai dovrei oppormi a una legge che dà la possibilità al soggetto di decidere per sé in un momento di estremo dolore e di sofferenze inaccettabili? Chi non desidera usufruirne sarà sempre libero di fare scelte diverse, ma le convinzioni contrarie di una parte non possono diventare un limite o un divieto per chi, nel momento del bisogno, sceglierà di avvalersene. Con questa legge non si toglie la vita, si elimina la sofferenza. Votare a favore significa fare un atto di civiltà, garantendo la massima libertà a tutti: sia a chi deciderà di utilizzarla, sia a chi deciderà di no.
QPrima di addentrarci nel periodo estivo, un ultimo incontro sul territorio.
La gente apprezza che la Politica entri nelle case e diventi davvero un incontro di prossimità. Sarà l’occasione per fare un breve bilancio del lavoro svolto, ma soprattutto per ascoltare e continuare a costruire insieme.
Vi aspettiamo:
📅 Giovedì 11 giugno
🕣 ore 20.30
📍 Sarnonico, presso il Punto Lettura
Sarà coordinato da:
Carla Podetti
e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico
– Paola Demagri, Consigliera provinciale
Non mancate, la vostra voce conta!
Negli ultimi anni, la salute mentale in Trentino è passata dall’essere un’emergenza silenziosa a diventare il termometro del fallimento del nostro sistema sanitario. Non si tratta di percezioni, ma di cruda realtà: cresce il disagio psicologico tra i giovani, aumenta la sofferenza isolata degli adulti, si aggrava la solitudine degli anziani. Di fronte a questa tempesta perfetta, i servizi territoriali resistono oltre il limite delle proprie forze, mentre le liste d’attesa si allungano e le famiglie vengono lasciate sole a navigare in un welfare che non offre più approdi sicuri. Questo disagio non è un semplice dato clinico: è una ferita sociale, culturale e comunitaria. È lo specchio di un territorio in cui i legami si indeboliscono e le pressioni aumentano. Proprio per questo, la governance della sanità avrebbe il dovere di garantire stabilità, continuità e valorizzazione delle competenze radicate.
Al contrario, in una cornice già profondamente fragile, si consuma la vicenda del dottor Claudio Agostini, storico direttore della salute mentale trentina. Parliamo di un professionista che ha guidato, coordinato e tenuto insieme un settore ad altissimo rischio, garantendo equilibrio e presenza. Un dirigente che, quando aveva manifestato l’intenzione di fare un passo indietro, era stato convinto dall’Azienda Sanitaria a restare, poiché la sua esperienza era giudicata imprescindibile. Oggi, nel momento di massima vulnerabilità del sistema, assistiamo a un cortocircuito politico e gestionale: il dottor Agostini viene bruscamente accompagnato alla porta. Non per sua scelta, ma per una precisa linea aziendale che ha decretato che la sua figura “non servisse più”, sacrificata sull’altare di accordi di spartizione con il mondo universitario. Qui la crisi della salute mentale e la gestione del personale si intrecciano in una preoccupante deriva politica. Privarsi di una guida storica e autorevole non è una legittima scelta organizzativa: è uno smantellamento programmato. È il segnale plastico di una disattenzione colpevole verso un ambito che andrebbe blindato, non indebolito. Questo caso diventa il simbolo di una gestione della sanità pubblica che ha smarrito la dimensione umana e il senso del proprio mandato istituzionale. Una politica sanitaria che si riempie la bocca di parole come “modelli”, “riorganizzazioni” e “innovazione”, ma che nei fatti logora i professionisti, ne svuota il ruolo e li sostituisce senza una reale trasparenza. Una sanità che appare sempre più subalterna a logiche esterne, quasi costretta a cedere pezzi della nostra Autonomia a chi arriva da fuori, trovando un terreno fertile ma sistematicamente impoverito di motivazioni, entusiasmo e riconoscimento corporativo.
Il “caso Agostini” non è un incidente di percorso, è un preciso campanello d’allarme politico. È la dimostrazione che il collasso della salute mentale non colpisce solo i pazienti, ma disarma gli stessi professionisti. E quando un sistema perde contemporaneamente chi chiede aiuto e chi ha la competenza per offrirlo, la frattura smette di essere congiunturale e diventa strutturale. La tesi è semplice, quanto drammatica: una sanità che non sa proteggere il proprio capitale umano non potrà mai prendersi cura dei cittadini. E una classe dirigente che accetta passivamente questo declino rischia di svendere non solo competenze preziose, ma la capacità stessa del Trentino di tutelare il proprio stato sociale.
Demagri Paola
Da troppo tempo la sanità trentina scivola lungo una traiettoria che tutti vedono e pochi hanno il coraggio di nominare. Ogni giorno peggiora un po’, ogni giorno si aggiunge un tassello a un quadro che non ha più nulla a che fare con l’efficacia, con la prossimità, con quella capacità di leggere i bisogni dei territori che un tempo era il tratto distintivo del nostro sistema. E mentre la situazione si fa più fragile, la risposta della governance aziendale e politica resta sempre la stessa: mancano le risorse, non si trovano professionisti, il problema è nazionale. È una narrazione che si ripete, che si autoalimenta, che finisce per diventare un alibi. Ma non spiega perché un modello che funzionava sia stato abbandonato. Non spiega perché ciò che garantiva qualità e continuità sia stato sostituito da un sistema che ha delocalizzato il potere e svuotato i territori.
Il Trentino non è una provincia qualunque. È una provincia autonoma che in passato ha saputo costruire soluzioni efficaci, riconosciute e apprezzate dalla cittadinanza. Le persone lo ricordano bene, lo dicono ancora oggi: una volta la sanità trentina era in vetta alle classifiche, una volta i problemi che oggi viviamo non c’erano. E non c’erano perché esisteva un modello capace di tenere insieme i servizi, i professionisti, gli amministratori locali, gli ospedali, le comunità. Quel modello si chiamava Distretto. Non un Distretto nominale, non un Distretto gigante, non un Distretto svuotato di potere, ma un Distretto vero, radicato nelle valli, costruito sulla prossimità, sulla conoscenza diretta, sulla responsabilità condivisa. Nei Distretti ci si incontrava con costanza, si ragionava insieme, si intercettavano i problemi prima che esplodessero, si evitavano spostamenti inutili verso i poli estremi della provincia, si aggiornava l’assistenza domiciliare, si includevano tutti i servizi della rete territoriale. Era un sistema che preveniva, non inseguiva. Era un sistema che riconosceva che il Trentino non è un quartiere di Milano, che le valli non sono linee sulla carta ma distanze reali, comunità diverse, bisogni diversi. Era un sistema che funzionava perché era vicino. Poi è arrivata la stagione degli accorpamenti, della razionalizzazione, della centralizzazione. Le Comunità di valle non presidiano più la materia sociosanitaria, i Comuni vengono esclusi dalle decisioni, gli ospedali procedono da soli senza coprogettazione con il territorio, il territorio subisce le scelte degli ospedali e gli ospedali subiscono le carenze del territorio. Si è rotto il punto più delicato: la relazione. Oggi non c’è più nessuno che parla con nessuno. E in mezzo ci sono professionisti straordinari che, con etica e dedizione, cercano di tenere insieme ciò che il sistema ha smesso di tenere insieme. Ma un sistema non può reggersi sulla buona volontà dei singoli.
Se davvero vogliamo migliorare l’assistenza territoriale, rafforzare la presa in carico, ridurre l’istituzionalizzazione, garantire equità in tutte le valli, allora bisogna dirlo con chiarezza: serve tornare al modello manageriale del Distretto. Serve restituire potere ai territori, ricostruire i tavoli, riattivare le relazioni, rimettere in connessione ciò che oggi è frammentato. Serve una visione che guardi avanti, non un’amministrazione che si limita a gestire il finecorsa. Perché quando chi governa non propone soluzioni, quando non immagina il futuro, quando non costruisce alternative, allora il futuro si spegne. E quando il futuro si spegne, l’unica cosa da fare è lasciare spazio a chi le idee le ha, a chi ha a cuore il bene comune, la salute pubblica, l’equità.
Per questo ritengo necessario un confronto diretto, alla pari, con l’assessore Tonina sul tema dei Distretti e della governance territoriale. Non un confronto tecnico, non un confronto burocratico, ma un confronto politico, chiaro, trasparente, che restituisca alla cittadinanza la possibilità di capire quale visione guida le scelte di oggi. È il momento di assumersi la responsabilità di dire come si intende ricostruire ciò che è stato smantellato. È il momento di dire se si crede ancora nella prossimità, nella rete, nella condivisione. È il momento di dire se si vuole davvero restituire al Trentino una sanità territoriale forte.
Io credo che il futuro esista e che debba essere costruito. Credo che il Trentino possa tornare ad avere un sistema sanitario capace di rispondere ai bisogni delle persone. Credo che la strada passi da un ritorno ai Distretti, non come nostalgia, ma come scelta di buon senso, come scelta di responsabilità, come scelta di futuro.
QProsegue il ciclo di incontri sul territorio “Uno sguardo sul Trentino”. Questa volta saremo a Borgo Valsugana.
Siamo a metà legislatura: cosa sta succedendo? Quali scelte servono nei prossimi due anni e mezzo?
Parliamone insieme, partendo dall’ascolto del territorio e delle persone.
Vi invitiamo dunque a partecipare a:
📅 27 maggio 2026
🕣 ore 20.30
📍 Borgo Valsugana – Sala Lenzi, piazzetta Ceschi 1.
Sarà coordinato da:
Sumil Pellanda
e vedrà gli interventi di:
– Michele Dallapiccola, Segretario politico
– Paola Demagri, Consigliera provinciale
Il terzo incontro pubblico aperto a tutte e tutti per confrontarci sul presente del Trentino e costruire insieme prospettive concrete per il futuro della nostra comunità.
Vi aspettiamo numerosi.
Questa mattina sull’Adige leggiamo che il mega appalto dell’assistenza domiciliare, 24 milioni di euro di prestazioni, è stato assegnato a una cooperativa proveniente da fuori provincia. Un altro pezzo di Trentino che se ne va. Per molti sarà una notizia tecnica, per me è uno schiaffo: perché l’assistenza domiciliare non è un servizio qualunque, è la parte più fragile e più preziosa della nostra cura di prossimità, della quale ne abbiamo tanto bisogno.
La scelta sembra figlia della logica del ribasso, quella che riduce un servizio umano a una gara al centesimo. E quando si corre al ribasso, sappiamo già chi paga il conto: i lavoratori.
La famosa clausola sociale, se attivata, non garantisce né stipendi tutelati né continuità professionale: è un paracadute troppo debole per chi ogni giorno entra nelle case delle persone fragili. E mentre tutto questo accade, mentre si esternalizza un servizio così delicato, l’Assessore Tonina e la sua maggioranza provinciale a cosa pensano? Ad aumentare lo stipendio dei consiglieri. A blindare i dirigenti. A proteggere se stessa, non i servizi. Due scelte che, messe una accanto all’altra, raccontano con chiarezza quali sono le priorità: non i cittadini, non i lavoratori, non le famiglie.E infatti a pagare saranno in molti: i lavoratori, che rischiano condizioni peggiori; le famiglie, costrette a ricominciare da zero con nuovi referenti; gli utenti, che vedranno spezzarsi il rapporto di fiducia costruito nel tempo con i professionisti che li seguono. L’assistenza domiciliare non è un pacchetto da mettere all’asta. È un patrimonio umano, fatto di continuità, delicatezza, conoscenza dei territori. Svendere questo patrimonio significa indebolire l’intero sistema di cura, proprio mentre il Trentino avrebbe bisogno di rafforzarlo. E allora la domanda finale è inevitabile: com’è possibile che quando si tratta di servizi alle persone si scelga il ribasso, mentre quando si tratta di interessi infrastrutturali si corre spediti? Per far viaggiare più velocemente certi interessi trentini verso altre regioni, si è pronti a riaprire la Valdastico, a spingere sulla A22, a favorire collegamenti che sembrano servire più chi sta fuori che chi vive qui. E tutto questo mentre la nostra autonomia, invece di distinguerci, viene gestita in modo da appiattirci sulla nazione, perdendo ciò che ci rendeva un territorio capace di scegliere, governare e proteggere i propri servizi.
Ringrazio per aver riportato questa mattina il dato sulle carenze dei medici di
medicina generale: due domande per sessantatré zone scoperte. È un numero che parla da
solo e che descrive una situazione ormai drammatica per la nostra sanità territoriale.
Ma il punto non è soltanto la mancanza di professionisti disponibili. Il punto è che, in questi
anni, non si è costruita alcuna reale attrattività, né economica né professionale. I giovani
medici che iniziano oggi non hanno garanzie di stabilità, non hanno una liquidità mensile che
permetta loro di accedere a un mutuo o di immaginare un progetto di vita. Il loro contratto è
ancora distante da un vero contratto di lavoro , ora sono nel limbo. A loro si chiede di farsi
carico di migliaia di pazienti, di sostenere la fragilità crescente dei territori, ma senza
strumenti adeguati. È evidente che così non può funzionare. E poi c’è un altro nodo, ancora
più profondo: il mancato coinvolgimento. I medici di medicina generale non sono mai stati
parte della progettazione delle Case della Comunità. Non sono stati chiamati all’inizio,
quando si definivano funzioni, modelli organizzativi, bisogni dei territori. Sono stati coinvolti
solo alla fine, come ultimo tassello, ai quali “assegnare” locali già predisposti e chiedere di
trasferire lì le loro AFT per coprire una parte delle funzioni previste dal DM 77. È un
approccio che ha prodotto esattamente ciò che oggi vediamo: strutture edilizie nuove,
riqualificate grazie al PNRR, ma vuote delle figure e delle funzioni che avrebbero dovuto
renderle il cuore della sanità di prossimità. Case della Comunità consegnate alla comunità
senza la comunità professionale che dovrebbe abitarle. In Trentino non si è visto un
percorso di co-progettazione, non si è visto un avvicinamento della politica ai medici di
medicina generale, non si è vista quella responsabilità istituzionale che avrebbe dovuto
guidare una riforma condivisa. Le cose, semplicemente, se le sono trovate fatte. E allora è
inevitabile che oggi, di fronte alla proposta di riforma del ministro Schillaci, molti medici
prendano le distanze: perché non hanno mai percepito, qui, un modello realmente
collaborativo.La politica avrebbe dovuto dimostrare fin da subito che la progettualità nasce
dall’ascolto dei professionisti, non dalla loro convocazione a giochi fatti. Avrebbe dovuto
usare davvero le leve dell’autonomia per rendere attrattivo il lavoro sul territorio, per
sostenere i giovani, per valorizzare chi ogni giorno tiene in piedi il sistema. Invece, troppo
spesso, dopo averli celebrati come “eroi”, li abbiamo lasciati soli.
Oggi il risultato è chiaro e preoccupante : carenze diffuse, Case della Comunità vuote,
territori scoperti. Se non si interviene immediatamente e con un altro atteggiamento , con
scelte coraggiose e condivise, ci avvieremo verso un fallimento totale della sanità territoriale.
Paola Demagri
Oggi il Trentino ha bisogno di questa verità semplice e scomoda, perché negli ultimi anni è stato raccontato come un territorio diviso, come se città e valli fossero due mondi separati, due comunità con interessi opposti, due realtà che non si riconoscono più. Questa divisione non nasce dalle persone, ma da un modo di governare che ha trasformato le differenze in confini e i confini in identità contrapposte. È una narrazione che ha scavato un solco e che ha indebolito l’idea stessa di autonomia.
Casaautonomia.eu nasce per ribaltare questo schema, perché l’autonomia non è un simbolo da difendere a parole, è un sistema che funziona solo se tutte le sue parti funzionano insieme. Io guardo il Trentino da entrambi i lati: dalla città vedo le valli che tengono in piedi il territorio con la zootecnia che presidia i pascoli, l’agricoltura che dà forma al paesaggio, i servizi che resistono nonostante la distanza, la fatica quotidiana di chi vive in quota. Dalle valli vedo la città che sostiene con l’università che forma competenze, la ricerca che innova, la sanità specialistica che completa quella territoriale, la mobilità che collega, i servizi che fanno da spina dorsale. Non sono due mondi separati, sono due presidi dello stesso sistema, e se uno dei due si indebolisce, si indebolisce tutto il Trentino.
Lo vediamo nella sanità, dove la chiusura di un punto nascita non è un problema locale ma un segnale di fragilità dell’intero sistema; dove la mancanza di medici di base non è un disagio di un paese ma la prova che la prossimità si sta sgretolando; dove la città lasciata sola nella gestione dell’RFT diventa il simbolo di un equilibrio che si è rotto. Lo vediamo nella mobilità, dove chi vive in valle deve usare l’auto per ogni spostamento e chi vive in città paga il prezzo di scelte che non tengono conto dell’insieme. Lo vediamo nell’università, che non può essere percepita come un presidio urbano ma come il luogo dove si costruisce il futuro di tutto il territorio. Lo vediamo nella zootecnia, che non è folklore ma presidio ambientale, economico e culturale, e che garantisce qualità e paesaggio anche a chi vive lontano dai pascoli.
E lo vediamo, più di tutto, nell’energia. Perché il costo dell’energia non distingue tra città e valli, ma gli effetti sì: chi vive più in alto consuma di più, chi vive più lontano spende di più, chi ha meno servizi paga di più in tempo e risorse, chi vive in città paga il prezzo delle scelte imposte dall’alto. L’energia non è un tema tecnico, è un tema di giustizia territoriale, è il punto in cui tutte le disuguaglianze diventano visibili.
Per questo abbiamo bisogno che chi governa non guardi al consenso, non guardi agli amici, non guardi alle appartenenze politiche. Questo si chiama opportunismo, e l’opportunismo non costruisce futuro. Chi governa deve avere una visione unitaria che tenga conto delle differenze e che trasformi quelle differenze in opportunità. Chi governa non può fare favoritismi, non può generare discordie, non può alimentare contrapposizioni. Chi governa deve avere un’etica responsabile, concreta, equa, capace di tenere insieme e non di dividere, capace di ascoltare e non di imporre, capace di vedere il territorio nella sua interezza e non nella sua convenienza. La politica non è la gestione degli amici, è la gestione del bene comune. E il bene comune non si costruisce scegliendo una parte contro l’altra, ma ricomponendo ciò che è stato separato.
Casaautonomia.eu guarda al futuro partendo da questa consapevolezza: il Trentino non può più permettersi di ragionare per compartimenti, per territori che si guardano con sospetto, per comunità che si percepiscono in competizione. Dobbiamo tornare a pensare come un sistema unico, dove la sanità è vicina, la mobilità è integrata, l’università è un motore per tutti, la zootecnia è riconosciuta come presidio, l’energia è equa e sostenibile. Un sistema dove città e valli non si misurano a vicenda, ma si sostengono.
Questa è la mia idea di futuro. Questa è l’idea di Casaautonomia.eu. Ricucire ciò che è stato diviso e riportare il Trentino a funzionare come un territorio che si riconosce, che si parla, che si sostiene. Un territorio che non sceglie tra città e valli, ma sceglie il Trentino.
Per migliorare davvero l’assistenza nelle RSA dobbiamo partire da chi questa realtà la vive ogni giorno. Mettere in dialogo esperienza e competenze significa trasformare la teoria in pratica e costruire soluzioni concrete, sostenibili e condivise.
Un momento di confronto aperto tra professionisti per riflettere su modelli organizzativi capaci di migliorare la qualità della cura:
- Riorganizzare la cura: il primary nursing nelle case di riposodott. Giorgio Magon – Direttore Aziendale delle Professioni Sanitarie, IEO Milano
- Dalla teoria alla pratica: come il primary nursing cambia l’assistenzadott.ssa Alessandra Colpo – APSP di Brentonico
- Perché e quando implementare il primary nursing?dott.ssa Serena Momi – APSP di Cles
- Conduce l’evento Paola Demagri, Consigliera provinciale e regionale
Dettagli dell’evento:
- Mercoledì 13 maggio 2026
- Ore 16.45
- Sala della Regione, Piazza Dante 16 – Trento
Ti aspettiamo per costruire insieme nuove prospettive per la cu